Il protezionismo non è il male assoluto, Gianni Petrosillo

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C’è un testo molto interessante di Paul Bairoch del 1993, Economia e Storia mondiale, che mi sento di consigliare. Il saggio dell’economista belga smonta, come dice il sottotitolo, i miti e i paradossi delle leggi dell’economia che impropriamente tradiscono la scienza, convertendosi in ideologia o falso senso comune. Uno su tutti quello del protezionismo visto come causa di arretramento se non addirittura quale anticamera di conflitti, anche mondiali. È il solito mantra della scuola liberista che occorre demolire. Dati alla mano Bairoch dimostra, innanzitutto, che non è sempre vero che sono gli scambi a determinare la crescita, anzi può essere proprio il contrario, ovverosia è la crescita (meglio sarebbe parlare di sviluppo) a favorire gli scambi ma, soprattutto, lo studioso evidenzia che, essendo le politiche economiche protezionistiche orientate a difendere imprese strategiche o ad alto impatto industriale, la conversione del modello produttivo che ne scaturisce migliora le performance del sistema produttivo in generale stimolando quindi anche gli scambi. Insomma, i numeri dimostrano che sotto il protezionismo, determinate compravendite internazionali, di prodotti ad alto valore aggiunto (e non solo), aumentano anziché decrescere. Bairoch però si spinge oltre e fa capire che nel trend storico da lui considerato che abbraccia quasi due secoli, il protezionismo è stato la norma nei paesi mentre il cosiddetto liberismo viene da lui definito un’isola circondata da questo mare nelle varie epoche. I paesi più inclini al liberismo sono quasi sempre quelli dominanti a livello economico ed industriale ( vedi l’Inghilterra del XIX secolo, o gli Stati Uniti del XX-XXI, quest’ultimi hanno abbandonato, almeno a parole, il loro iperprotezionismo esclusivamente quando hanno conquistato la supremazia mondiale) oppure quelli totalmente sottomessi (come le colonie o le ex colonie che restano ugualmente dipendenti dalla madrepatria anche dopo il processo di decolonizzazione, e il cosiddetto terzo mondo).
Importantissimo allora che questo ragionamento conduca Bairoch a far risaltare la figura di un economista come List, ripreso anche negli studi di Gianfranco la Grassa (Finanza e poteri, Manifestolibri, libro che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, però l’editore decise per un titolo differente) e che entrambi gli studiosi giungano a riflessioni simili. Mi piace qui riportare i due passi, tratti da La Grassa e Bairoch che segnalano dette relazioni:

La Grassa, Finanza e Poteri:

‘List è considerato il predecessore della scuola storica in economia, ma si tratta di tesi ampiamente contestata da altri e, secondo la mia opinione, con ragione. Così pure, alcuni vedono in lui un inizio di teorizzazione degli stadi di sviluppo, ma anche in tal caso mi sembra ci siano delle forzature. Diciamo che Adam Smith distingueva molto sommariamente nella storia della società una “fase originaria che precede l’appropriazione della terra e l’accumulazione del capitale” (la società rude e primitiva di cacciatori di cervi e di castori), in cui “tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore”, e una fase successiva, e per lui definitiva, che è quella della società dello scambio mercantile, dell’appropriazione della terra e dell’accumulazione del capitale, in cui il prodotto si distribuisce in salario, rendita e profitto. List appare più articolato a proposito dei diversi gradini di sviluppo di una nazione, ma per un semplice motivo: come sostenne giustamente Mori nella sua introduzione al Sistema nazionale ecc., Smith forgia lo strumento teorico (e ideologico) adatto al primo paese postosi sulla via dell’industrializzazione, mentre List lo fornisce ai second comers, con particolare riguardo alla Germania, ma certamente con un occhio rivolto anche agli USA (un bel po’ dopo vi si aggiunse il Giappone e in seguito, via via, altri ancora fra cui il nostro paese).
List, come ho già rilevato, non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale; ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica: prima di arrivare ad un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario pas-sare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer; altrimenti è da “temere che le nazioni più forti usino lo stru-mento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli”. Va intanto rilevato che tesi del genere si dovevano scontrare, già in Germania (come negli USA), con le classi dominanti di tipo mercantile e agrario, interessate al libero commercio così come lo intendeva la scuola classica inglese: alla Gran Bretagna la specializzazione in manufatti industriali (da esportare in tutto il mondo), agli altri paesi l’assicurazione di uno sviluppo dell’agricoltura e delle miniere – implicanti una concomitante espansione del settore commerciale – indispensabili a fornire al paese industriale le derrate alimentari e le materie prime necessarie, ma con ampie ricadute utili anche per mercanti e proprietari terrieri degli altri paesi.
List si opponeva a questa concezione, che individuava correttamente come la consacrazione della dipendenza di tutti i paesi rispetto all’Inghilterra. Tuttavia, l’indipendenza nazionale che egli pro-pugnava, legata all’impulso da imprimere al potenziamento delle industrie nascenti, non andava oltre i paesi della cosiddetta zona temperata; poiché “per quanto riguarda la produzione industriale è evidente che tutti i grandi popoli della zona temperata, quando sono assecondati dalla loro condi-zione intellettuale, morale e politica, vi sono ugualmente portati ed ugualmente adatti”. Diversa sa-rebbe la condizione di quelli delle aree calde o torride, cui sarebbe spettato, con pieno rispetto delle tesi ricardiane (all’Inghilterra i manufatti tessili, al Portogallo il vino), di dedicarsi alle produzioni agricole e minerarie; tali paesi, sosteneva infatti List, “faranno meglio per il momento ad occuparsi esclusivamente di agricoltura, ammesso tuttavia che siano in grado di esportare liberamente e senza intralci i loro prodotti negli stati industriali e che non ostacolino l’importazione di prodotti industriali fissando dazi elevati”.
I paesi venivano quindi divisi in “industrializzabili” e in necessariamente – per ragioni ambientali, climatiche e culturali – obbligati alle produzioni “altre”, di fatto complementari allo sviluppo industriale (e quindi allo sviluppo tout court) dei primi. Credo, innanzitutto, che si possa vedere in questa divisione l’embrione di una possibile teoria dell’imperialismo, identificato con il colonialismo. Si impone quindi qui una interessante digressione, non prima di aver ricordato ancora una volta che secondo List, quando si fossero infine sviluppati uniformemente in termini industriali i paesi dell’area temperata (oggi diremmo quelli capitalisticamente avanzati del primo mondo), sarebbero dovute cadere le barriere doganali tra di essi creando così una larga area di libero scambio, secondo quanto sosteneva la scuola classica inglese (che avrebbe solo voluto anticipare i tempi, onde favorire quella che List indicò subito come nation prédominante dell’epoca).’

Bairoch, Economia e Storia mondiale:

‘Il protezionismo per List ( e per la corrente principale della scuola protezionistica) non era un obiettivo in sé ma una politica temporanea con lo scopo di consentire ad un paese di edificare una economia robusta attraverso l’industrializzazione. Qui sta il punto principale: un paese deve industrializzarsi senza essere soverchiato, nelle prime fasi di questo processo, dalla concorrenza di più mature industrie straniere. Perciò dovrebbero essere prese in considerazione le esigenze di ciascun paese, e soprattutto il suo livello di sviluppo. Anche se la fase protettiva comporta risultati negativi, questi dovrebbero essere considerati come costi di apprendimento del l’industrializzazione. È quella che fu chiamata più tardi la tesi delle “industrie bambine”. Per List, una volta che le industrie fossero cresciute a sufficienza per sostenere la concorrenza internazionale, il libero scambio sarebbe diventato la regola. Era anche convinto che l’industrializzazione fosse possibile solo nelle regioni temperate, e che i paesi tropicali dovessero concentrarsi sulla produzione di beni primari di cui avevano un monopolio naturale (e su questa conclusione di List possiamo ben dissentire perché il diritto ad industrializzarsi coincide con l’autonomia e la sovranità una nazione che non vuole subire la forza altrui)’.

Avremmo tanto da imparare da queste suggestioni, in un Paese come l’Italia dove i tromboni del liberismo hanno sostenuto tesi ideo(dietro)logiche a supporto di svendite di tesori statali e aperture indiscriminate dei nostri mercati che hanno sopito delle eccellenze industriali. Ciò non significa però che la protezione del Made in Italy (brutte parole inglesi che nascondono una sottomissione persino linguistica) debba riguardare prodotti agricoli o beni di rivoluzioni industriali passate e ormai obsolete (auto, salotti et similia). No, questo è servilismo mascherato da sovranismo. Quindi altro che riso o nutella. Lo stesso List raccomandava di lasciare agire liberamente il mercato nel settore agricolo. Il fattore determinante deve essere la difesa dell’industria strategica, nascente o consolidata. Così i Paesi assurgono alla potenza in ogni campo sociale e possono affrontare le crisi e i cambiamenti della storia

Spero di essere stato stimolante anche se, per motivi di spazio, pochissimo esaustivo.

Dunque, i miei consigli di lettura per le feste di Natale.

La Grassa, Finanza e Poteri, manifesto libri.

Bairoch, Economia e Storia Mondiale, Garzanti

nonché naturalmente l’ultimo uscito di La Grassa, da me introdotto, Denaro e forme sociali, di Avatar

Come si conquista l’indipendenza economica

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Come ogni venerdì Il Foglio ripropone un brano di Bastiat. Questa volta, il pensatore francese si confronta con gli squilibri della bilancia commerciale. Afferma Bastiat, in una polemica con un politico della sua epoca (Mauguin), che è falso l’assunto secondo il quale chi esporta guadagna più di chi importa. Anzi, squilibri nella bilancia dei pagamenti internazionali non indicano affatto che uno Stato sia in perdita, semmai addirittura il contrario. In un certo senso è vero, se si ragiona con i beni frugali di Bastiat, evitando accuratamente di tener conto della strategicità di alcune produzioni e dei vari livelli tecnologici. Del resto, basta vedere la bilancia dei pagamenti statunitense che segna, nel momento in cui scrivo, -42,40B. A nessuno verrebbe in mente di sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese in perdita, anche perché rappresentano la prima potenza economica del Pianeta e questo vorrà pur dire qualcosa. Ma ciò non autorizza nemmeno Bastiat ad inferire una legge generale da alcuni casi di compravendite particolari, per arrivare a giustificare la supremazia dei mercati aperti contro le politiche protezionistiche. In ogni caso, una fase storica non vale l’altra per quante similitudini possano esserci, soprattutto quando mutano i rapporti di forza mondiali. Scrive il francese: “Ero a Bordeaux. Avevo una botte di vino, del valore di 50 franchi. A Liverpool il vino è stato venduto per 70 franchi. Il mio rappresentante ha convertito i 70 franchi in carbone, che sul mercato di Bordeaux valeva 90 franchi. La dogana a quel punto si è affrettata a segnare un’importazione di 90 franchi. Saldo commerciale, ovvero l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni: 40 franchi…
Avevo ordinato dei tartufi da Périgord che mi erano costati 100 Franchi; erano destinati a due importanti ministri inglesi ad un prezzo molto elevato, che proposi di convertire in sterline. Ahimè, avrei fatto meglio a mangiarli io…non sarebbe stato tutto perduto, come invece è stato, se la nave che trasportava i tartufi non fosse affondata subito dopo aver lasciato il porto. L’ufficiale della dogana, che in questo caso aveva annotato un’esportazione per 100 franchi, stavolta non aveva nessuna importazione da inserire. Dunque, direbbe il sig, Mauguin, la Francia ha guadagnato 100 franchi, infatti di questa somma le esportazioni, grazie al naufragio, hanno superato le importazioni. Se l’affare si fosse concluso diversamente, se avessi ricevuto il valore di 200 o 300 franchi in sterline, allora il saldo commerciale sarebbe stato sfavorevole e la Francia ci avrebbe perso”.

La morale per Bastiat è questa: è più importante per una nazione ricevere di più di quanto non ceda. Con il Laissez-faire è possibile mentre col protezionismo no, addirittura ci si impoverisce come dimostrerebbero i suoi apologhi. Finché parliamo di vino e tartufi le parabole di Bastiat potrebbero bastare ma se ci spostiamo ad analizzare processi produttivi più complessi, dai quali derivano prodotti ad alto valore tecnico e tecnologico, le cose cambiano di molto. Non è un caso che le nazioni più inclini al libero scambio siano sempre quelle che si trovano dal lato più sviluppato e attrezzato dei tempi. Sono queste che sposano, con una buona dose d’ipocrisia, le virtù taumaturgiche del mercato e della mano invisibile, salvo far valere il pugno di ferro e varie forme di protezionismo in quei settori in cui conservare il primato internazionale è questione di vita e di morte. Il discorso è più o meno quello che faceva Ricardo con la sua teoria dei costi comparati. Ogni popolo dovrebbe specializzarsi nella produzione e nella vendita di merci che, per elementi naturali ed artificiali, lo rendono più adatto a crescere in quei determinati settori. Per cui se i portoghesi fanno bene il vino devono concentrarsi su quello mentre gli inglesi dell’epoca (e gli americani di oggi) dovevano dedicarsi all’industria e ai settori più avanzati. Lo scopo di queste teorie è quello di giustificare scientificamente la sottomissione di tutti gli altri paesi a quello più forte, impedendo alle collettività surclassate dalla rivoluzione industriale (di ieri e di oggi) di fare concorrenza ai padroni, limitandosi ad essere zone di smercio dei prodotti tecnologici di questi e semplici fornitori di materie prime o di altri beni (meno progrediti o anche di lusso). Ora, che Ricardo l’inglese facesse un favore alla sua terra con simili analisi è vicenda comprensibile. Ma il francese Bastiat? Due volte somaro (detto simpaticamente), la prima perché non aveva capito la portata di tali teorie pensate per assuefare i concorrenti dell’Inghilterra ad un ruolo perennemente subalterno, la seconda perché, aderendovi egli totalmente e volendo influenzare i decisori francesi, danneggiava l’economia del suolo natio. Un altro economista, questa volta tedesco, coevo di Bastiat, aveva invece intuito perfettamente l’ “inganno”. Parliamo di Friedrich List: “List… non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale; ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica: prima di arrivare ad un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario passare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer; altrimenti è da “temere che le nazioni più forti usino lo strumento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli”. Va intanto rilevato che tesi del genere si dovevano scontrare, già in Germania (come negli USA), con le classi dominanti di tipo mercantile e agrario, interessate al libero commercio così come lo intendeva la scuola classica inglese: alla Gran Bretagna la specializzazione in manufatti industriali (da esportare in tutto il mondo), agli altri paesi l’assicurazione di uno sviluppo dell’agricoltura e delle miniere – implicanti una concomitante espansione del settore commerciale – indispensabili a fornire al paese industriale le derrate alimentari e le materie prime necessarie, ma con ampie ricadute utili anche per mercanti e proprietari terrieri degli altri paesi.
List si opponeva a questa concezione, che individuava correttamente come la consacrazione della dipendenza di tutti i paesi rispetto all’Inghilterra”. (La Grassa).
Rinvio al libro “Finanza e Poteri” dello stesso La Grassa per gli approfondimenti.
Infine, vorrei segnalare che anche Marx prese un brutto abbaglio su List. Marx scrive nel 1845 (quindi non ancora “maturo”) che le concezioni di List sono un puro mascheramento degli interessi dei borghesi tedeschi. Il che non è del tutto falso ma, appunto, List intendeva creare una nuova corrente di pensiero che salvaguardasse il suo Paese dalle ideologie dominanti di matrice anglosassone che si spacciavano per neutrali e che incidevano sulle scelte di politica economica del governo, dirottandole su principi errati. Sicuramente, Smith e Ricardo erano superiori a List quanto ad elaborazione teorica ma ciò non toglie che quest’ultimo avesse colto quegli elementi dell’economica dominante che se, pedissequamente applicati, si sarebbero ritorti contro i paesi che arrancavano dietro alla rivoluzione industriale con epicentro inglese.

Ps. Lottieri su Il Foglio, commentando Bastiat, arriva a dire che un valore delle merci, in senso oggettivo, non esiste e che ogni bene è diversamente giudicato da ogni individuo. Quindi ognuno stabilisce come vuole il valore de Il Foglio, per esempio? Provi a metterlo in edicola per un miliardo di euro e vediamo quanti ne riesce a vendere. E’ probabile che i più pretendano di essere pagati per leggere siffatte idiozie. Ecco come buttare a mare secoli di economia con una frase insulsa.

BREVI ANNOTAZIONI SUL PROTEZIONISMO

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In un articolo pubblicato nel 2006 su una rivista, La Grassa – riferendosi a tematiche più volte sviluppate nei suoi libri – così scriveva:

<<Nella prima metà dell’800, l’Inghilterra propagandò in lungo e in largo la teoria del commercio internazionale (detta dei costi comparati) del suo grande economista Ricardo, poiché questi “dimostrava” (da buon ideologo!) la convenienza di tutti i paesi a lasciare la produzione di manufatti agli inglesi (che così avrebbero dominato indisturbati il mondo per un altro secolo almeno), specializzandosi in prodotti minerari e dell’agricoltura, che sarebbero mirabilmente serviti all’industria e al proletariato industriale inglese. L’economista tedesco List, certo meno grande di Ricardo, influenzò invece il cosiddetto “nazionalismo economico” con le tesi della “industria nascente”, e sostenne la necessità di mettere dazi all’importazione dei manufatti industriali inglesi; cioè su quelli più avanzati dell’epoca, non certo su prodotti agricoli di paesi più arretrati (ben netta quindi la differenza con le tesi odierne della Lega e di Tremonti, che vogliono imporre dazi sui prodotti cinesi del tipo della maglieria e simili). In realtà, il neoliberismo e il neokeynesismo –correnti solidalmente antitetico-polari– si fondano entrambe sulla convinzione che la crisi di stagnazione si risolva dal lato della domanda. Il neoliberismo punta alla riduzione delle imposte su cittadini e imprese, con la puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione si traduca in crescenti consumi e investimenti, processo proprio per nulla automatico e che richiede molte altre condizioni aggiuntive, di sicurezza e fiducia nel futuro e di realmente superiori possibilità competitive nell’ambito del sistema complessivo. Gli economisti, sociologi, politologi, di una cultura ormai sfatta (e ideologica nel senso della mistificazione e della menzogna pura e semplice) ci ammanniscono sermoni su come competere meglio in un mercato, che sia “libero e globale”, a base di efficienza produttiva, di miglioramento dei costi e dunque dei prezzi. L’efficienza, la produttività, i costi, sono solo un aspetto del problema; e di fatto nemmeno il più importante (importante anch’esso, sia chiaro, ma non il più rilevante). Non c’è solo il problema della lotta per le quote di mercato. Fondamentale è la capacità di penetrare le varie aree mondiali con i propri investimenti; e tali investimenti debbono procurare a dati sistemi economici una posizione di forza. Questi investimenti seguono il formarsi di determinate sfere di influenza, per mantenere e accrescere le quali è necessaria una potenza politica e una capacità di egemonia culturale. Gli investimenti, dunque, non debbono essere solo quelli finanziari, non solo quelli in innovazioni tecniche e di prodotto, eccetera; debbono dirigersi anche, e in modo decisivo, verso le attività di potenziamento della sfera dell’influenza politica e culturale.>>

Forse l’autore modificherebbe oggi qualcosa, nell’esposizione sopra riportata riguardo alle problematiche da lui trattate, ma mi pare che l’impostazione generale sia fondamentalmente ancora quella. Il discorso di La Grassa spiega come il tanto vituperato protezionismo rappresenti in determinate condizioni una scelta di politica economica internazionale del tutto legittima. E’ pure necessario ricordare che esso non si limita a prevedere l’applicazione di dazi protettivi ai prodotti importati o alle materie prime esportate (protezionismo doganale), perché può anche comportare l’erogazione di contributi e tassi agevolati ai produttori nazionali esportatori, o ancora il controllo del mercato nazionale e internazionale dei cambi e delle monete e del movimento dei capitali (protezionismo non doganale). Nel campo finanziario possono essere anche realizzati provvedimenti finalizzati a influenzare il funzionamento dei mercati per rendere i titoli finanziari emessi da operatori interni più attraenti (in termini di rischio-rendimento) rispetto ai titoli stranieri, e questo viene realizzato in genere tramite lo strumento dei controlli sui movimenti di capitale, vale a dire mediante un insieme di norme che rende problematico ai residenti l’acquisto di attività finanziarie emesse da operatori di altri paesi attraverso la messa in opera da parte dello Stato di opportuni interventi normativi di politica fiscale e monetaria. Su queste tematiche è intervenuto anche Fabrizio Galimberti in un articolo sul Sole 24 ore (12.02.2017); secondo l’economista gli americani avrebbero votato Trump perché, anche se il paese in questi ultimi anni è tornato a crescere, le diseguaglianze sono aumentate e i nuovi posti di lavoro che sono stati creati risultano, nella maggior parte dei casi, essere caratterizzati da una minore “qualità” e da  condizioni e retribuzioni peggiori. Galimberti , infatti, scrive :

<< Quando le statistiche mensili sulla creazione di posti di lavoro in America dicono che questi ultimi sono aumentati, diciamo, di 200mila nel mese, questo 200mila è normalmente la differenza fra, per esempio, 3 milioni di posti di lavoro creati nel mese, e 2.800mila distrutti. Perchè vi sia malessere nel mercato del lavoro bisogna guardare ai flussi lordi. Se i primi aumentano, a parità di flussi netti, vuol dire che c’è più gente che perde il posto, e perdere il posto è sempre un evento traumatico.>>

La manifattura Usa, secondo Trump, sarebbe stata danneggiata dalla concorrenza di paesi, come la Cina, con un basso costo del lavoro il quale avrebbe comportato per i dipendenti delle imprese americane una perdita in termini di occupazione e di retribuzione. A sua volta l’economista afferma che si deve, però, considerare l’influenza positiva determinata dalla corrispondente possibilità di accesso a beni di consumo a basso prezzo relativamente al potere d’acquisto di quegli stessi strati sociali medio-bassi. Il liberale “moderato” Galimberti ha il pregio di esprimersi con un linguaggio semplice e divulgativo a tal punto, però, da dare spesso l’impressione di scadere nell’ovvietà e nella banalità. Ed è così, per esempio, quando trova la soluzione di tutte queste faccende in un adeguato sistema di “sicurezza sociale” e in una organizzazione economica “aperta e flessibile”:

<<Guardiamo ora ad altre due variabili. La prima ha a che fare con la rete di sicurezza sociale. Se questa è solida, cioè a dire se ci sono misure di sostegno ai lavoratori, passive (sussidi di disoccupazione) e attive (programmi pubblici e privati di formazione e addestramento a nuovi lavori), la perdita del posto di lavoro è meno traumatica. La seconda ha a che fare con la struttura dell’economia: se il sistema economico è aperto e flessibile, se non ci sono ostacoli all’innovazione, se la mobilità – da regione a regione e da settore a settore – è parte del modo di operare dell’economia, allora i posti di lavoro, distrutti da una parte, vengono ricreati in altre parti.>>

E ritornando alla questione del protezionismo come problema centrale egli aggiunge ancora:

<<La lezione della storia è proprio questa. Gli scambi fanno bene alla crescita, come si vede dai dati che ripercorrono l’evoluzione di due grandezze: il Pil e gli scambi nel mondo. Dal 1870 il Pil è aumentato di 60 volte, trainato dagli scambi che sono aumentati molto di più. Allo stesso tempo, gli scambi sono molto sensibili alle crisi, come si vede dall’episodio della Grande recessione, nel 2009. Ha ragione Trump a voler mettere i bastoni fra le ruote degli scambi? No, perché […] se un Paese mette ostacoli anche gli altri faranno lo stesso e si apre una guerra commerciale devastante. Anche se un Paese, pur colpito dai dazi degli altri, non dovesse ripagare con la stessa moneta […] le ritorsioni sono l’esito più probabile.>>

Ma come hanno innumerevoli volte ribadito La Grassa e i collaboratori di questo blog la dinamica “reale” è inversa rispetto a quella che ci propinano gli economisti: la crisi è prima di tutto politica, è una crisi che deriva dall’acutizzarsi di una lotta per l’accrescimento di potenza e per la supremazia. La dinamica ciclica del conflitto a livello delle formazioni sociali particolari e di quella globale implica delle fasi in cui nessuna “potenza” è in grado di garantire l’”ordine”; dal disordine nascono le crisi, crescono le contrapposizioni e si sviluppa il multipolarismo che culmina nella “resa dei conti” come fenomeno caratteristico della fase policentrica. Nella conclusione del suo articolo Galimberti, seppure in maniera semplificata, inserisce due osservazioni pertinenti ma incomplete e non del tutto corrette. Scrivendo che

<<nella misura in cui ci sono perdite nette di posti di lavoro, queste sono dovute più alla tecnologia (che fa risparmiare lavoro) che agli scambi (si possono mettere dazi ma non si possono mettere museruole alla tecnologia). E i posti si ricreano in altri settori, dato che i bisogni umani sono “infiniti”>>

egli dovrebbe, infatti, considerare l’importanza dell’ampiezza dell’arco temporale in cui le nuove innovazioni di prodotto e la loro diffusione riusciranno a compensare il risparmio di lavoro che le innovazioni tecnico-organizzative hanno precedentemente comportato. Ed, infine, quando conclude che per aiutare i lavoratori

<<non bisogna ostacolare gli scambi (un rimedio peggiore del male) ma rafforzare la rete di sicurezza sociale, con misure attive e passive>>

l’economista non tiene sufficientemente conto dei problemi riguardanti le politiche fiscali (e monetarie) in cui vengono a manifestarsi scontri di potere decisivi e in cui i rapporti di forza tra gruppi in conflitto determinano le condizioni – riguardo a quelli aspetti importanti che sono le  “risorse” e la “ricchezza” – mediante le quali le dinamiche nazionali e globali, ormai multipolari, possono essere indirizzate.

Mauro Tozzato           05.04.2017