CHE VOTATE A FARE? Di G.P.

Che il referendum sul welfare sarebbe stato solo una formalità, una passiva asseverazione di quanto già deciso da governo e sindacati, nessuno lo dubitava. Che si sarebbe arrivati anche alla “sofisticazione” del voto poteva, invece, apparire meno scontato, anche se qualcuno aveva paventato tale possibilità, tanto che una parte della sinistra “di lotta e di governo” si era già messa sul chi vive. Il là alla contestazione è stato dato ieri da Marco Rizzo del PCDI con una dichiarazione al fulmicotone che ha denunciato manovre poco chiare intorno alla consultazione dei lavoratori sul protocollo del welfare, alle quali non sarebbero estranei i vertici sindacali. Qualora la cosa fosse vera, e personalmente credo che i termini della questione, così come posti da Rizzo, non siano affatto peregrini*, sarebbe solo l’ennesima testimonianza del ruolo giocato dal sindacato nelle relazioni sociali, industriali e nell’approntamento della politica economica in Italia, soprattutto allorchè sulle “cadreghe” di palazzo Chigi stridono i culi mastodontici di governatori cosiddetti amici.
Ma fare due conti, in questi casi, non guasta mai anche perché serve a capire dove eventuali rapporti di forza sfavorevoli possono essere raddrizzati. I sindacati stanno perdendo la rappresentanza nei settori industriali, in seguito alla sigla di scriteriati accordi che hanno frantumato le prerogative conquistate dai lavoratori dopo decenni di dure lotte; la CGIL, in particolare subisce, e non da ora, una grave emorragia di adesioni, tanto che deve cedere il passo alle altre due “sorelle” confederali e alle varie sigle autonome (in termini relativi, sintende, perché in termini assoluti tutti i sindacati sono in calo di adesioni) anche nei settori metalmeccanici, con una tendenza al declino che appare irrefrenabile (in proposito vedere il Successo della Uilm nelle elezioni per il rinnovo delle Rsu allo stabilimento Sata-Fiat di Melfi. Qui  la maggior perdita di consensi rispetto ai risultati della precedente consultazione l’ha fatta registrare la Fiom, -7%). Quindi diciamo che era abbastanza scontato, in un clima di diffidenza generalizzata da parte dei lavoratori, che il quesito referendario sulla proposta di accordo con il governo, voluta da questi sindacati profondamente “ingialliti”, incontrasse il massimo sfavore nei luoghi di lavoro. Ma i sindacati pur essendo ormai avulsi alle dinamiche industriali – più interessati ad ottenere concessioni per i propri apparati collegandole, di volta in volta, ad interessi corporativi da tutelare a livello aziendale- possono contare sul controllo di pensionati e di spezzoni del pubblico impiego. In pratica, i Sindacati Confederali, hanno scelto per sé un ruolo molto più redditizio adottando il modello americano, importato in Italia dalla Cisl, per la tutela degli interessi corporativi ma facendo la propria parte nell’elaborazione complessiva della politica economica del paese. Per questo Epifani lega la vittoria del "Si" al referendum alla sorte del governo di centro-sinistra, preoccupandosi di questioni che non dovrebbero riguardarlo affatto. (A proposito, se voi foste lavoratori sottopagati e costretti ai lavori più usuranti vi fareste rappresentare da queste gente senza un minimo di empatia economica con la vostra situazione? Guglielmo Epifani della CGIL guadagna 3.500 euro netti al mese, i 12 segretari confederali circa 2.400 euro. Raffaele Bonanni della Cisl 3.430 euro netti al mese. Luigi Angeletti della Uil 3.300 euro netti al mese, mentre i dieci segretari confederali 2.850 per quelli di via Po, 2.900 quelli di via Lucullo).
Però a condannare l’attacco di Rizzo ci ha pensato l’ineffabile SubComandante Bertinotti, il quale udite udite, ha dato sfoggio, per l’ennesima volta, di buon senso democratico appreso a livello istituzionale: «il referendum è un esercizio di democrazia straordinario. Possono esserci dei nei, ma trovo fuorviante discutere di brogli(…)Il referendum è un’operazione impegnativa e complessa fondata sulla autodisciplina. Non c’è un’autorità che vigila, come ad esempio il Viminale nelle ordinarie consultazioni elettorali». Di fronte ad una dichiarazione di questo genere rispunta prepotente la frase di Marx citata nell’articolo (apparso oggi sul blog) a firma di A. Berlendis “è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che—egli pretende—è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altroché una contraddizione sociale in atto. Egli deve giustificare in teoria ciò che è in pratica….”.
Ed ecco definito, come meglio non si poteva, quello che si può stigmatizzare con il nomignolo di “comunistardo”, uno che si convince delle proprie menzogne perché il praticarle ordinariamente gli ha fatto guadagnare un bel po’ di fama e di ricchezza. Così il “comunistardo” imbastardisce la teoria “rivoluzionaria”, in ossequio ad una “pratica” quotidiana che è tipica del “borghese” illuminato, quello che scambia il materialismo storico con la filantropia.
Bertinotti, se fosse un comunista vero, partirebbe da ben altri presupposti prima di lanciare le sue lezioni diplomatiche e democratiche. Un comunista realmente tale non potrebbe fare a meno di constatare che i sindacati confederali sono apparati pienamente inseriti nella gestione del potere, sono cinghie di trasmissione che funzionano come selzer, con l’obiettivo primario di far digerire ai lavoratori accordi peggiorativi ma tutelando i propri apparatnik. E No! Perchè Lui in tutto questo ci vede solo dei “nei” che non inficiano la proceduralità democratica. Allora, democrazia per democrazia, non sarebbe stato più giusto far decidere ex ante ai lavoratori su un’ipotesi di accordo da sottoporre, in seconda battuta, al governo e poi ritornare ai lavoratori per la ratifica o la ripulsa del testo eventualmente modificato? Questa sarebbe una forma di democrazia “alta” che Bertinotti non può contemplare nel suo vacuo frasario di uomo delle istituzioni.
Con questo accordo nequizioso s’iscrive, invece, un epitaffio definitivo sulla possibilità di dare nuova dignità al lavoro, la legge Biagi diverrà la bibbia con la quale si continuerà a smembrare il mondo del lavoro spalancando alle future generazioni il baratro di una precarietà inarrestabile, sia per  qualità delle prestazioni che per trattamenti economici.
*Ho votato due volte, è stato facile" Fonte “Il Giornale”
di Gianandrea Zagato
Milano – Che al referendum sul welfare si potesse votare non una ma due e, perché no, anche tre volte era solo un solo un sospetto. Adesso, abbiamo la certezza, con tanto di fotografia. Scatti di un broglio avvenuto nel seggio che Cgil-Cisl-Uil hanno impiantato a due passi da piazza San Babila e che ha avuto replay alla Camera del lavoro.
Due crocette sul pacchetto Damiano che si sommano ai 150mila voti – dato della Triplice – raccolti a Milano e Provincia nella giornata di ieri. Centocinquantamila preferenze che, naturalmente, non conteggiano i voti espressi da «una signora, casualmente seguita dalla troupe televisiva di Annozero»: simulazione di un broglio scoperto e denunciato dai confederali che vagheggiano di «tentativo di inquinamento di una straordinaria prova di democrazia sindacale» e di «attacco all’autonomia e al potere contrattuale del sindacato».
Sindacalese che, sua fortuna, Manuela non pratica. Chi è Manuela? Be’, è la venticinquenne impiegata di un’azienda tipografica che nel pomeriggio di ieri ha votato due volte (vedi foto a fianco, ndr) sotto l’occhio attento del vostro cronista e sempre presentando la propria busta paga. Busta paga leggera, «neanche ottocento euro», e sempre, anche se non richiesto, un documento d’identità.
Al primo voto, quello in piazza San Carlo, Manuela è tirata o quasi per la giacchetta. «Dài, compagna, dì la tua sul welfare» e lei – jeans, giubbetto militare e coda di cavallo – non se lo fa ripetere due volte. Documenti alla mano e, oplà, ottiene una scheda di votazione già siglata dalla commissione sindacale. Foglietto che invita a sciogliere tutti i dubbi: «favorevole» o «contrario» sull’«Accordo sottoscritto il 23 luglio 2007 tra Cgil Cisl Uil e governo su previdenza, lavoro e competitività per l’equità e la crescita sostenibile». La risposta di Manuela? «Non mi ricordo che cosa ho votato».
Va be’, anche senza conoscere il voto di Manuela il risultato comunque non cambia. Almeno così sostengono i pasdaran confederali: il referendum, dicono, l’organizzano loro e sempre loro danno il responso del test che incide sull’agenda politica del governo Prodi. Sarà, anche se nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro si respira un’altra aria: gli eredi delle tute blu non la pensano né come Guglielmo Epifani né come i suoi colonnelli milanesi.
Dettagli senza alcuna importanza per Manuela che, attenzione, a votare ci ha preso gusto. E mentre da piazza San Carlo avvertono i dirigenti sindacali che «una troupe tv guasta la festa» – è la troupe di Annozero che in serata sarà denunciata dai sindacati milanesi – Manuela se la fa a piedi sino al seggio pubblico più vicino. Quando mancano dieci minuti alle diciassette entra al civico 43 di corso Porta Vittoria, sede della Camera del lavoro. Sì, nel cuore pulsante del sindacalismo ambrosiano, dove in due minuti scarsi presenta la busta paga, ottiene la scheda e appone un’altra crocetta. Ah, stavolta, Manuela spiega di «aver già votato» ma la bionda scrutatrice intenta a far chiacchiera con la collega di seggio non sembra dar pesa alla notizia. Evvai, un’altra prova provata (vedi foto a fianco, ndr) che questo referendum è falso, che il voto si può truccare e senza troppi problemi.
Giochetto da ragazzi che potrebbe proseguire ancora in qualche sede dello Spi-Cgil, magari al Gratosoglio ma Manuela si è già stancata: per lei, generazione low cost, è solo tempo perso. Quello che non è, invece, per alcuni dirigenti milanesi dei Comunisti italiani che inondano il telefonino di sms con nomi e cognomi di pensionati disposti a dare il voto «ics» volte.
Anche questo un giochetto facile facile, confida un sindacalista di peso in cambio dell’anonimato: «Si sa il pensionato ha tempo, tanto tempo a disposizione e in qualche sezione sindacale di periferia dà un voto dietro l’altro». L’ultima raffica per chi è fuori dal mondo del lavoro e non s’accorge (o finge) del mal di pancia che quotidianamente esplode nei magazzini, nelle mense operaie e davanti alle macchine utensili. Malessere di un generazione che al «sì» imposto da Epifani and company risponde truccando il referendum, «tanto fanno quello che vogliono».
 
 

RIFLESSIONI SUI ‘COMUNISTI’ AL GOVERNO… Di A. Berlendis

Un tempo era scontata ma oggi è opportuno precisare che negli esempi qui sotto, tratterò gli individui come marxiane ‘maschere di carattere’,cioè come rappresentanti emblematici di orientamenti e comportamenti socialmente diffusi nel ceto politico attuale, nel caso specifico, come agenti politici che nello svolgimento della loro funzione che personificano una data tendenza.
 
1. Quest’estate prima di un dietrofront poco onorevole ,l’onorevole Caruso aveva imputato dei fenomeni sociali (precarietà e morti sul lavoro) ad intestatari di leggi.   Egli ha perfettamente rappresentato tutti coloro che non hanno assimilato “L’affermazione marxiana che non i rapporti materiali di potere nascono dalla legge,ma la legge nasce dai rapporti materiali di potere nella società…” P. Ichino ‘ La concezione del diritto nelle opere giovanili di Marx’ in Problemi del socialismo pg 1173.
La personalizzazione di un fenomeno implica l’incapacità di coglierne le determinanti strutturali e l’antiberlusconismo quale malattia senile della sinistra ne è stata la massima espressione . 
Perché è invece proprio all’analisi di quei ‘rapporti materiali di potere nella società’ che occorre dedicarsi per comprendere, i particolari campi di possibilità entro cui gli individui (come singoli o associati) si trovano ad agire e da cui vengono determinati (nel senso esser presi entro strutture impersonali, e non essere prodotti dall’esclusiva volontà soggettiva).
 
2. Tra un evento mondano e l’altro , Bertinotti ricerca, con ampio sguardo prospettico che va dai ‘borghesi buoni’ alle ‘opevaie ed agli opevai’, vie ‘alternative per il socialismo’ . Lo fa saltando l’esperienza del novecento per tornare a Marx. Ma non si è accorto che Marx gli aveva già fatto il ritratto quando affermava che “è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che—egli pretende—è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altroché una contraddizione sociale in atto. Egli deve giustificare in teoria ciò che è in pratica….” (Marx ‘Miseria della filosofia’)
La enunciazioni ‘teoriche’ attraverso i salti ,servono al Nostro, non solo ad avere successo nei talk-show ed all’intrattenimento nelle serate mondane. Servono soprattutto a legittimare a priori o a posteriori qualsiasi scelta politica si intenda sostenere, passando con disinvoltura da una linea politica all’altra senza praticare vero bilancio storico, ma mediante rimozioni a catena. E sì che per chi vuole addirittura mantenere la denominazione ‘comunista’ , un’analisi critica dell’esperienza comunista novecentesca avrebbe dovuto esser d’obbligo.
3. La sacerdotessa dell’oligarchia intellettuale di sinistra, Rossana Rossanda a proposito della manifestazione del 20 ottobre sostiene che ‘il governo dovrebbe ringraziarci per offrirgli l’occasione di saggiare consensi e inquietudini di una parte consistente della società civile che lo ha votato. (Manifesto 8 settembre 2007). Si è probabilmente dimenticata di aver suo tempo scritto una prefazione alla biografia di Rosa Luxemburg, la quale in proposito sosteneva che “nel parlamento i socialisti entrano per combattere il dominio borghese, nel governo borghese per farsi carico degli atti di questo dominio di classe. Secondo, risulta del tutto utopico pensare che un dicastero del governo possa attuare una politica borghese e un altro una politica socialista, nel quadro di una politica che intende conquistare gradualmente, dicastero per dicastero, il potere centrale a favore della classe operaia.” (In ‘La crisi socialista in Francia.Il caso Millerand e i partiti socialisti. 1900)
Ma forse all’intellettuale di sinistra non è più manifesta non solo l’analisi strutturale delle azioni degli agenti politici, ma nemmeno l’insegnamento mirabilmente tratto da Hannah Arendt dall’accettazione dell’ascesa e della permanenza del nazismo : “Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente condotti ai primi.”
 
4. Anche dopo aver sollecitamente scoperto che quello afgano è un area di guerra (cui l’Italia partecipa come paese occupante, servilmente prono agli USA tramite la Nato) il segretario del Prc Giordano tuona “Sull’Afghanistan ci siamo comportati correttamente.” (www.corriere.it 27 settembre 2007). Cioè anziché produrre azioni concrete contro questo governo (leggasi : minimo,ma veramente minimo ,ritirargli la fiducia) sfileranno con animo puro e gi-ulivo per la pace nel mondo. Anche se al momento (dato il quadro attuale) appare scarsamente probabile la rivoluzione contro il capitale, rimangono a proposito del pacifismo ineccepibili le sferzanti parole leninane :
Uno dei mezzi per gabbare la classe operaia è il pacifismo e la predicazione astratta della pace. In regime capitalistico, particolarmente nella fase imperialistica, le guerre sono inevitabili. […] Nel momento presente, la propaganda per la pace, non accompagnata dall’appello alle azioni rivoluzionarie delle masse, può soltanto seminare delle illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e farne un balocco nelle mani della diplomazia segreta dei paesi belligeranti.
In particolare, l’idea che la cosiddetta pace democratica sia possibile senza una serie di rivoluzioni, è profondamente errata.
Il marxismo non è pacifismo.” Lenin ‘Il socialismo e la guerra’
 
5. Per loro vale ciò che scriveva Fortebraccio al suo esordio sull’Unità il 12 dicembre 1967 : “Domenica l’on. Bonomi [Caruso,Bertinotti e similari-Nota mia] ha parlato a Firenze ,ed è stato, sia detto fra parentesi, un bel sollievo per le altre città.”
 
Ma il punto rilevante è che in nessuno dei quattro di cui sopra ha dato ascolto ai consigli teorici di una fonte autorevole, secondo la quale i rivoluzionari devono sempre, per essere tali,
 “Ragionare freddamente, ‘valutare con rigorosa obiettività le forze di classe ed i loro rapporti reciproci in ogni azione politica’ : questo appello alla ragione, questa visione lucida ed appassionata, della rivoluzione come ‘scienza difficile e complessa’, non hanno perso, a cinquantanni di distanza, nulla del loro fascino e della loro attualità.” Giorgio Napolitano Prefazione a Lenin ‘Rivoluzione in occidente e infantilismo di sinistra’ Editori Riuniti 1971 pg XIX-XX.
 
Comprendiamo allora il pizzico di verità dello slogan che sentenziava ‘Lunga vita al presidente’ … (anche se era Mao ! ).
 

LA “NOUVELLE VAGUE” DELLA DECRESCITA di M. Tozzato

Luigi Cavallaro, economista che, se non sbaglio, fa riferimento principalmente a Marx e Keynes ha scritto su il manifesto del 16 settembre 2007 un interessante articolo intitolato La nouvelle vague della decrescita.

Cavallaro inizia così l’articolo:

 

Da quando il tracollo dell’esperimento sovietico è sembrato riportare le lancette della storia all’epoca del «trionfo della borghesia», per dirla col titolo del celeberrimo libro di Eric J. Hobsbawm, una nuova idea ha cominciato a farsi strada tra gli orfani irreconciliati dell’idea «crollista». L’idea, molto in sintesi, è che il capitalismo, assai più gravemente che da un antagonismo di classe nel frattempo annacquatosi, sarebbe minato da un rapporto contraddittorio addirittura con la «natura»: la sua propensione alla «crescita illimitata», infatti, prima o poi dovrebbe indurlo a sbattere il muso contro la finitezza del pianeta Terra e delle sue risorse.

È stata la legge dell’entropia a offrire il pilastro teorico su cui edificare una narrazione ancor più fosca del declino irreversibile del modo di produzione (nuovamente) dominante. La presa di coscienza del fatto che tutti i tipi di energia sono destinati prima o poi a trasformarsi in calore non più utilizzabile e che il sistema solare tutto tende verso una «morte termodinamica» ha indotto, infatti, i «neocrollisti» a formulare critiche «radicali» all’idea che il processo economico potesse essere descritto in termini circolari e a esigerne con forza una rappresentazione in termini unidirezionali, rispettosa della «freccia del tempo».

La termodinamica, in tal modo, è diventata la «fisica del valore economico» e la legge dell’entropia «la radice della scarsità economica», come scrisse l’economista e statistico di origine rumena Nicholas Georgescu-Roegen.

 

I prodotti del lavoro sono il risultato certamente della trasformazione tecnica di oggetti naturali (e sociali) comunque già precedentemente divenuti oggetto di lavoro ( materia prima) e/o mezzi di lavoro però il processo di produzione è di carattere  fondamentalmente sociale: anche i valori d’uso considerati in se stessi non sono mere cose ma oggetti che stanno in rapporto di utilità al fine del soddisfacimento di bisogni umani.

  

Continua ancora Cavallaro:

 

Le forme di vita delle piccole comunità di cacciatori-raccoglitori e, in genere, delle società precapitalistiche sono state descritte come altrettanti Eden, in cui gli individui vivevano in armonia con l’ambiente circostante, appropriandosene giusto quel tanto che serviva a sfamarsi e a riprodursi. Il fatto che l’arrivo dell’Homo sapiens sapiens in un qualche nuovo territorio fosse immancabilmente seguito da un’ondata di estinzioni di animali di grossa taglia, che molte comunità contadine praticassero un’agricoltura basata sul metodo «taglia e brucia», che eventi atmosferici banali potessero condannare intere comunità alla fame e che le condizioni di lavoro e di vita fossero terrificanti è stato semplicemente dimenticato. Così come è stata dimenticata una lettera in cui Engels commentava severamente con Marx le pretese di un tal Podolinskij di «esprimere rapporti economici in misure di fisica».

 

A questo punto l’economista prende in considerazione l’ultimo lavoro di  Serge Latouche – lo studioso francese che può esserne considerato il principale rappresentante – intitolato La scommessa della decrescita (Feltrinelli, pp. 215, euro 16) «un vero e proprio manifesto teorico della Società della decrescita». La decrescita è per Latouche:

 

«uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un "termine esplosivo" che cerca di interrompere la cantilena dei "drogati" del produttivismo». Più che di decrescita, precisa anzi lo studioso, bisognerebbe parlare di «a-crescita», perché «si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo».

Si propone inoltre il recupero di una dimensione di vita

 

«conviviale», secondo l’accezione che ne propose negli anni ’70 Ivan Illich: si tratta infatti di sollecitare la «capacità da parte di una collettività umana di sviluppare un interscambio armonioso tra gli individui e i gruppi che la compongono e della capacità di accogliere ciò che è estraneo a questa collettività».

 

Come molti ecologisti, Latouche afferma perentoriamente che «una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito». Non è però chiaro se stia parlando della crescita dei valori d’uso o della crescita del loro valore di scambio espresso in moneta. E’ solo per i primi, infatti, che valgono le leggi fisiche; il secondo può aumentare in maniera indefinita. Non c’è alcuna impossibilità «fisica» capace di impedire che il valore di scambio di un paio di scarpe cresca di dieci, cento o mille volte, ci può essere al massimo una difficoltà fisica di accrescere di cento o mille volte la produzione mondiale di valori d’uso che abbiano «natura» di scarpe. Solo se si ritiene che il prezzo delle merci rifletta la loro «scarsità» – una credenza tipicamente neoclassica, che s’impose ai tempi della rifondazione della teoria economica da parte di Jevons, Menger e Walras – si può rinvenire nella «crescita del Pil» una misura dello «sforzo» imposto dalla società all’ambiente. Ma che il prezzo delle merci sia una funzione delle reciproche scarsità relative è un’affermazione teoricamente infondata, come hanno dimostrato Garegnani e Sraffa ormai quasi cinquant’anni fa.

 

Questi ultimi passaggi richiederebbero una riflessione approfondita, e sicuramente non sono molto competente in materia, però mi pare che non sia del tutto inesatto dire che i prezzi delle merci siano anche determinati dalle reciproche scarsità relative. Ed è comunque vero che la crescita del valore del Pil non misura e non viene misurata dal dispendio di energie fisico-sociali nel processo di produzione tecnico-organizzativo.

 

Ma facciamo finta che la confusione non ci sia e che, quando parla di «decrescita», Latouche intenda riferirsi solo ad una decrescita della produzione di valori d’uso. Come arrivarci? «Il cambiamento reale di prospettiva può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare», e la leva che lo studioso francese si propone di agire è la tassazione. Aumentando di «dieci volte» i costi di trasporto e incrementando la tassazione sulle macchine, «le aziende che seguono la logica capitalistica sarebbero ampiamente scoraggiate. In un primo tempo, un gran numero di attività non sarebbe più "redditizia" e il sistema resterebbe bloccato».

A quel punto, sarebbe senz’altro possibile «togliere sempre maggior quantità di terra all’agricoltura intensiva», semplicemente – aggiungiamo noi – perché le aziende agricole capitalistiche avrebbero decretato fallimento, e si potrebbe senz’altro «darla all’agricoltura contadina, biologica, rispettosa degli ecosistemi». E questa dinamica, che farebbe sì che «ogni produzione che può essere realizzata su scala locale e al fine di soddisfare bisogni locali» venga «realizzata localmente», contribuirebbe «anche a risolvere il problema della disoccupazione»: già, perché la decuplicazione della tassazione e il consequenziale blocco delle imprese capitalistiche avrebbero anche questa spiacevole conseguenza – qualche centinaio di milioni di disoccupati.

Sarebbe comunque una questione momentanea: presto le persone tornerebbero «ad apprezzare il territorio circostante» e «a temere di allontanarsi da casa loro», e comincerebbero «a riparare, a comprare prodotti di seconda mano, senza provare il sentimento di svalorizzazione di sé». E’ il «paradiso» immaginato da Latouche: una società in cui «le vettovaglie sono molto meno numerose, ma ciascuno ne ha quante bastano e regna un clima di gioia inebriante suscitata da una condivisa frugalità».

 

Ispirandosi a Ivan Illich, rileva Cavallaro, per Latouche diventa presupposto indispensabile per la riuscita del programma delle «otto R»

 

un’«autotrasformazione» non violenta della «società», che non faccia uso di leggi, decreti o polizia e che sia nondimeno capace di «suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi».

 

Non è chiaro se Latouche immagini un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo «conviviale» e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle «otto R», ma non ci sembra di intravedere altro modo per produrre il presupposto indispensabile al suo obiettivo. E se la «pedagogia delle catastrofi» rivendicata nell’ultimo capitolo del suo libro genera proposte politiche del genere, sovviene per la «decrescita» un distico caro a Marx: «là dove mancano i concetti / s’insinua al momento giusto una parola».

 

In effetti ci pare di poter concludere con l’autore dell’articolo che la cosiddetta decrescita viene, da quello che dovrebbe essere il suo principale e autorevole rappresentante, presentata come una costruzione edificante ed onirica, particolarmente lontana dalla realtà e dai conflitti reali, anche riguardanti le problematiche ambientale, che sono effettivamente sul tappeto.

 

Mauro Tozzato                        02.10.2007

 

 

 

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