CRISI, MULTIPOLARISMO E GRUPPI SOCIALI

gianfranco

 

di Gianfranco La Grassa

1. Va manifestato il massimo disappunto per come la crisi iniziata nel 2008 è stata trattata da sedicenti esperti, che hanno solo enfatizzato le crisi di Borsa, il falso problema dello spread, al massimo criticando i “cattivi finanzieri”, magari per carenza di etica, ecc. Alcuni studiosi di economia più seri hanno affrontato il problema con altri strumenti e con una migliore conoscenza delle varie teorie sulla crisi formulate da autori ormai divenuti dei “classici”. Non ritengo inutile il lavoro di questi studiosi odierni, ma qui mi interessa, come ormai sottolineato più volte, la motivazione profonda e cogente delle crisi (di tipologia variabile), quella motivazione che non attiene alla pura economia, bensì alla politica. Non mi riferisco però in tal caso agli apparati e istituzioni della sfera sociale detta Politica, in gran parte rappresentata da quello che chiamiamo Stato (e poi i partiti, ecc.); bensì alla sequenza di mosse strategiche che i vari attori compiono per vincere nel conflitto, che li oppone gli uni agli altri, e conquistare così la supremazia.

Da tale punto di vista, la crisi iniziata di fatto nel 2008 – e fin da subito la assimilai a quella di sostanziale stagnazione del 1873-96 – va considerata il segnale d’apertura di una nuova epoca di accentuato scontro multipolare, che comporta lo scoordinamento delle complessive relazioni tra le numerose formazioni particolari(in definitiva, i vari paesi); e dunque pure del cosiddetto mercato globale. In realtà, non si tratta affatto del semplice mercato, bensì di un riposizionamento delle formazioni in questione nei loro rapporti di forza in merito al controllo di determinate sfere d’influenza. Dal tendenziale monocentrismo Usa (1991-2001) si sta entrando in una fase di assai instabile (dis)ordine mondiale, causato da una non irrilevante crescita di potenza di nuovi paesi (in particolare Russia e Cina). Difficile prevedere quale sarà il risultato finale di una simile fase di intensi squilibri.

Propendo comunque per la prosecuzione, sia pure non lineare bensì con andamento a sbalzi, della tendenza al multipolarismo(attualmente ancora imperfetto) in direzione dell’usuale policentrismo che annuncerà un periodo di acutizzazione del conflitto per il predominio mondiale; e non certo di tipo prevalentemente economico, bensì soprattutto politico e bellico. Ed è al servizio di quest’ultimo che funzionerà, in definitiva, l’economia di vari paesi in fase di trasformazione decisamente innovativa. Si verificheranno pure, soprattutto nei paesi che si avvieranno ad essere effettive potenze, modificazioni non indifferenti delle “strutture” sociali (delle forme dei rapporti tra i diversi gruppi sociali). La crisi, nel suo aspetto più superficiale, quello economico appunto, sarà lunga e tormentosa, strisciante e povera di impennate verso alti ritmi di crescita. Nel contempo, non dovrebbe nemmeno condurre a catastrofici sprofondamenti; anche se l’esperienza del 1929 deve tenere avvertiti che eventuali “botti” non si prevedono effettivamente con tanto anticipo. Potrebbe esserci qualche crac finanziario, più difficilmente bruschi e autentici crolli nei settori della produzione; almeno per alcuni anni a venire. La sfera economica sarà però investita da mutamenti intersettoriali, da avanzamento di date branche (alcune anche nuove) con arretramento di altre.

Anche se, come sostengo da tempo, è lo squilibrio a creare i suoi portatori soggettivi (gli “attori” in lotta, in questo caso i vari paesi) grazie al movimento incessante da esso indotto, detti soggetti non sono tuttavia strettamente determinati, non sono privi di libertà di scelta sia pure entro un non largo ventaglio di possibilità d’azione. Inoltre, quando si fa riferimento al mono o policentrismo, al multipolarismo, ecc. balzano in evidenza, quali agenti (creati dal movimento squilibrante), le formazioni particolari: predominanti (le potenze), subdominanti o più nettamente subordinate. Tuttavia, in queste formazioni (paesi, nazioni, ecc.) sono presenti diversi raggruppamenti (e più specificigruppi) sociali; e anche questi sono emersi – con i vari nuclei dirigenti che di fatto li orientano nell’ambito del flusso di conflitti generato dall’oscillazione vibratoria.

Ecco allora che il discorso sulla crisi apre in realtà la porta a una ben più rilevante, e complicata, discussione sui vari tipi di conflitto (di “guerra” in senso lato) che si scatenano ai diversi livelli della formazione sociale nel suo aspetto generale (globale). Due sono dunque i principali conflitti da prendere in considerazione: lo scontro tra le varie formazioni particolari(paesi, nazioni, ecc.) per il predominio mondiale (o almeno “regionale”, cioè di una particolare area del globo) e quello che fu indicato, a lungo e da una particolare concezione teorico-ideologica, quale “lotta di classe”, cioè scontri e frizioni tra gruppi sociali all’interno delle formazioni particolari in questione. Non sono però soltanto questi gruppi, nella loro complessiva costituzione, a determinare con la loro azione (“di massa”) la prevalenza di uno o più d’essi (o le alleanze fra alcuni di essi, quelle a volte definibili blocchi sociali) in ogni data formazione. Decisiva appare sovente la discesa in campo di nuclei dirigenti in competizione più o meno acuta fra loro e più o meno capaci di conquistare il controllo del paese. I nuclei in questione – e non le sole “masse in movimento” (cioè i raggruppamenti sociali) – sono a mio avviso i più efficaci portatori soggettivi ultimi del movimento squilibrante e dei conflitti da esso indotti; e il prevalere di questo o di quello di detti nuclei definisce la differente tipologia cui appartiene un determinato paese (pre o subdominante o nettamente subordinato ad altro, ecc.).

Lasciamo pure gli studiosi (quelli seri però) discorrere sulle varie cause economiche delle crisi, sulla loro periodicità e lunghezza, sui mezzi per contrastarle, quasi sempre con la convinzione che lo si possa fare e che solo manchi la buona volontà o si commettano errori evitabili, ecc. Personalmente sto cercando un differente percorso (teorico) utile alla comprensione di ciò che è il più generale e cogente fattore dello squilibrio, considerato nelle sue più essenziali cause.

Parto dal principio che lo squilibrio genera il movimento; e quest’ultimo ha come effetto il conflitto e la formazione di “punti di condensazione” rappresentati dai portatori soggettivi, dagli “attori” che sono fra loro in lotta nella realtà di superficie (“di palcoscenico”, ecc.). Essendo quelli più visibili, li si osserva muovere, attribuendo loro e al loro modo d’agire la causa dello scontro e dei suoi effetti; si pensa insomma, troppo spesso per carenza di analisi teorica, che essi siano veri soggetti nell’azione e non semplici portatori, pur dotati di qualche margine di variazione soggettiva. Si sostiene allora la possibilità di invertirne il comportamento, di realizzare accordi, sol che lo si voglia realmente, smorzando così il conflitto, forse giungendo un giorno alla piena cooperazione, creando infine un mondo senza più crisi di alcun genere: né politiche e sociali né economiche, né internazionali (tra i vari paesi) né interne (tra i vari raggruppamenti sociali). Resta, allora, soltanto la “saggezza religiosa” a ricordarci l’ineliminabilità della lotta tra bene e male; e almeno per questa via ci si salva dalle peggiori ipocrisie e falsità del “buonismo” dei dominanti che devono far credere ai sottoposti molte fanfaluche nel tentativo di perpetrare il loro dominio.

2. Sul palcoscenico, una data opera va rappresentata seguendo il testo dell’autore; certamente, però, la regia introduce curvature particolari e gli attori, se capaci, mettono in piena luce determinati significati, che devono comunque essere quelli presenti nel testo in questione, altrimenti abbiamo a che fare con tutt’altra opera. Il “testo scritto” dal movimento squilibrante, generatore di conflitti, è quello che è; tuttavia, non si è passivi nella lotta e ci si deve impegnare nella “migliore rappresentazione” possibile. Nessuno sostiene che gli attori non possano apportare a quest’ultima variazioni di una certa rilevanza, ma non tale da invertirne il significato, voluto dall’“autore”. Insomma, i portatori soggettivinon sono determinati nel loro agire fin nelle minime minuzie, essendo invece in possesso di alcuni “gradi di libertà”. L’importante è smetterla di credere che essi siano capaci di ottenere risultati contrari, opposti, a quelli indicati nel “testo” e che contemplano lo squilibrio e il conflitto con determinati rapporti di forza tra i contendenti e con le caratteristiche del campo dove avviene lo scontro. Perfettamente inutile è disconoscere questa condanna, sperando che alla fine potrà trionfare la bontà, l’accordo, la pace. Questo avverrà, secondo me, solo con la “morte universale” di quanto esiste nel Cosmo così com’è attualmente.

Veniamo a considerazioni più particolari e di “minore” rilievo (salvo che per noi umani). La crisi iniziata da ormai dieci anni ci accompagnerà a lungo. E’ una tipica crisi di scoordinamento legata al progressivo accentuarsi del multipolarismo. La vera differenza rispetto a quella, più volte ricordata, di fine secolo XIX è la deflazione dei prezzi verificatasi allora. Tuttavia, avremo probabilmente modo di assistere anche a quel fenomeno. Anzi già adesso abbiamo in molti settori questa deflazione; e anche il rialzo dell’indice generale dei prezzi è in definitiva minimo rispetto ad un tempo. Se poi abbandoniamo i paragoni effettuati soltanto in sede di andamento dei processi economici, riusciremo neiprossimi anni ad afferrare meglio una serie di mutamenti maggiori verificatisi in periodi storici simili a quello che prese avvio con la lunga crisi di depressione ottocentesca e che fu caratterizzato dal declino inglese. Non facciamoci però trarre in inganno ancora una volta: non fu quel declino il fenomeno più rilevante dell’epoca (detta imperialistica). Esso, fra l’altro, non era ineluttabile se non con il solito senno di poi. Si verificò allora soprattutto la fine del capitalismo quale si era formato in Inghilterra e poi in Europa (e, inizialmente, pure negli Stati Uniti), quel capitalismo borgheseche servì da modello per l’analisi marxiana e il cui tramonto fu pensato come inizio della rivoluzione proletaria mondiale, in grado di seppellire il capitalismo tout court.

La depressione di fine ‘800, durata circa un quarto di secolo, aprì la via alle vere grandi crisi, soprattutto belliche – con ulteriori riflessi economici critici in date contingenze: tipo quelli avutisi con la crisi del 1907, “trascinatisi” di fatto fino alla prima guerra mondiale, e quelli provocati dalla crisi del 1929, anch’essi superati solo con la seconda – che hanno prodotto la radicale mutazione storico-sociale cui hanno assistito le generazioni del secondo dopoguerra. L’attuale crisi di relativa stagnazione verrà infine considerata fra un bel po’ di tempo come l’apertura di una nuova “grande trasformazione”. L’illusione della lotta tra capitalismo e socialismo, tipica dell’epoca del mondo bipolare, ha completamente sviato l’attenzione degli studiosi, con l’incomprensione totale dell’avvenuto passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale. Definizione da me escogitata provvisoriamente e che sono il primo a considerare non del tutto soddisfacente; comunque si tratta del capitalismo di matrice nordamericana, già indicato da Burnham nel 1941 come manageriale (anche tale definizione mi sembra incompleta, pur essa economicistica poiché relativa alla realtà grande-imprenditoriale). Comunque, siamo entrati attualmente in una nuova epoca di netti, probabilmente violenti, sconvolgimenti con ulteriori modificazioni della formazione sociale, che continuiamo a definire genericamente capitalistica in base all’esistenza degli apparati tipici della sfera economica: il mercato e le imprese, ecc. Stiamo accumulando ritardi su ritardi e ci impantaniamo nel chiacchiericcio inconcludente più che in autentiche analisi teoriche.

Ci dimostriamo anzi in possesso di scarse capacità d’indagine, tutti dediti alla considerazione del momento presente. La memoria del passato è continuamente ignorata; e, quando non lo è, ci si dedica incoscientemente al suo completo travisamento, a raccontarci una storia ampiamente alterata e dunque incompresa. Il futuro è oggetto di futili discussioni sull’ottimismo o invece il pessimismo nonché di fatue promesse tipiche di una “democrazia elettoralistica”, che ha creato individui incapaci di pensare e problematizzare il proprio vivere per un periodo di tempo che superi uno o due anni (e anche meno). L’abissale superficialità (condita di irritante presunzione) dei “tecnici”, degli “specialisti”, è l’autentica cifra della nostra fase storica, specialmente in questo “occidente” ormai stramaturo, marcio e sfatto. Basti pensare alla “commedia” dei medici – sempre più specialisti e incapaci di valutare men che superficialmente l’intera complessità del corpo umano – che si sbrodolano con fervore a difendere la “scienza medica”.

Ritengo utile prendere intanto atto di una realtà che credo ci apparirà evidente entro qualche anno: la crisi attuale non è prevalentemente economica e difficilmente riaprirà la porta a prossimi nuovi boom. Essa ci farà galleggiare in una situazionetendenzialmente depressiva – pur con alcuni sviluppi “diseguali” tra le varie aree e paesi – e andrà mutando in direzione di più netti sconvolgimenti di varia forma, ancora per larghi versi imprevedibili. Tuttavia, come già detto, gli agenti (i portatori soggettivi) dell’“oggettivo” movimento squilibrante, e generatore di conflitti, non sono del tutto passivi né tanto meno inerte preda di un improvvido Destino, poiché abbiamo già rilevato invece l’esistenza di alcuni “gradi di libertà”. Sarà dunque utile cercare di afferrare le determinanti e le caratteristiche di massima dei prossimi conflitti. Un lavoro irto di difficoltà e complesso, che sconterà la lunga parentesi di paralisi della nostra ricerca.

Lasciando perdere gli inutili cantori della “libera individualità” nella sua interazione soprattutto mercantile – una concezione di una vecchiezza insopportabile – dobbiamo superare anche le stantie concezioni della “divisione in classi” e della lotta fra queste. Tuttavia, è indubbio che funzionano ancora gruppi sociali (non ben conosciuti e soprattutto affastellati confusamente nella dizione di “ceti medi”) e si formano – spesso disfacendosi e riformandosi in periodi ravvicinati data la loro labilità e il loro pressapochismo politico – nuclei direttivi dotati di strategie raramente ben fissate e con obiettivi spesso incerti e cangianti. In ogni modo, è in questa direzione che dobbiamo iniziare la nostra strada di analisi, perché qui incontriamo appunto gli “attori” che recitano la politica e i “registi” che mettono in scena il conflitto. Mi sembrano al presente molto scadenti e gli uni e gli altri; ma così sono e al loro comportamento ci si deve attenere. Sapendo però distinguere tra portatori soggettivi (sia pure dotati di una qualche libertà di scelta) e movimento squilibrante che rappresenta il vero Autore (d’ultima istanza) del conflitto in via di acutizzazione multipolare.

Qui siamo e da qui dobbiamo riprendere teoricamente le mosse.

 

MULTIPOLARISMO E “GRANDE CONFUSIONE” SOTTO IL CIELO, di GLG

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1. Per circa mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si era stabilizzato un sistema globale bipolare. Un polo era quello del capitalismo, l’altro era appunto quello del (preteso e inesistente) “socialismo”. Alcuni lo dicevano comunista (ancor oggi qualche “sopravvissuto” parla con improntitudine di Cina comunista o Cuba comunista, ecc.). In realtà, in quei paesi erano al potere partiti denominati comunisti, ma nessuno di essi sosteneva certo di aver condotto la società al comunismo; ci si limitava (da sempre) a pretendere d’essere in fase di costruzione del socialismo (l’ormai ignoto gradino inferiore del comunismo secondo Marx e il marxismo d’antan, anche questo ormai ridotto ad un fantasma). Accanto ai due poli vi era una sorta di contorno rappresentato dai paesi detti “non allineati”; che tutto sommato facevano parte del  cosiddetto “Terzo Mondo”, una buona parte del quale era ancora sottoposto al colonialismo di vecchio stampo (anglo-francese) ma soprattutto al neocolonialismo di marca statunitense. Tra questi “non allineati” vi erano anche paesi importanti (appena liberatisi dal colonialismo come, ad esempio,l’India), ma tutto sommato non troppo influenti rispetto alla divisione del globo tra le due cosiddette superpotenze. L’altro grande paese asiatico, la Cina, apparteneva ufficialmente al campo“socialista”; aveva senza dubbio una notevole autonomia (e già l’inizio di una buona potenza), ma non poteva alterare in modo sostanziale il bipolarismo effettivo.

Ci fu semmai assai presto – congresso degli 81 partiti comunisti a Mosca nel 1960 – un allontanamento tra i due colossi del campo socialista, Urss e Cina, che divenne rottura dopo la crisi di Cuba (ottobre 1962) e lo scambio di lettere tra i CC dei due partiti (Pcus e Pcc) nella prima metà del 1963. Poi venne la rivoluzione culturale cinese (1966-69) che accentuò il distacco, rendendo i due partiti e i due paesi autentici nemici. Su questo contrasto si inserirono gli Usa, soprattutto per “merito” di Nixon – un presidente negletto e su cui bisognerebbe rivedere il giudizio storico perché, almeno oggettivamente, è stato più importante dell’osannato Kennedy e ha preparato il terreno a Reagan, considerato a torto l’affossatore del campo socialista (assieme a Papa Wojtyla, altro luogo comune per pigri mentali) – e la situazione, già con Mao ma ancor più con Teng, divenne tale che l’Urss (il cosiddetto socialimperialismo) fu considerata dalla Cina il “nemico principale” rispetto all’imperialismo statunitense, con cui spesso si “intrallazzò” (non è ovviamente il termine più adatto) a spese dell’Urss.

Generalmente, si sottovaluta quest’aspetto decisivo dell’indebolimento del campo socialista (sempre guidato dai sovietici), mettendo in luce erroneamente solo la corsa al riarmo nella quale l’Orso russo avrebbe perso. Altra questione che dovrebbe essere sottoposta a revisione storica è la vittoria della guerriglia vietnamita. Nixon (con alle spalle Kissinger, il vero personaggio centrale di certe operazioni), in grado di capire che le strategie vincenti (alla lunga e contro il nemico principale) richiedono anche l’accettazione di certi “passi indietro”, fece bombardare pesantemente la stessa Hanoi nel Natale 1972, giungendo poi agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Gli Usa si impegnarono a ritirare le loro truppe, che a fine anni ’60 erano giunte al mezzo milione di soldati. In effetti, lo fecero e quasi completamente, ma dal 1972 era partito il watergate che costrinse Nixon alla resa due anni dopo e che non fece alla fin fine rispettare pienamente gli impegni di Parigi a nessuna delle due parti. Nel 1975 (30 aprile) il nord Vietnam entrava a Saigon, finiva la lunga guerra e il paese fu unificato sotto la direzione del partito comunista.

In effetti, terminato il lungo conflitto – che ovviamente era stato combattuto unitariamente dalle diverse fazioni del partito comunista nordvietnamita e con il decisivo appoggio sia dell’Urss che della Cina – la fazione filosovietica, sempre maggioritaria, prevalse definitivamente su quella filocinese; il che solo apparentemente avvantaggiava l’Urss, mentre invece allargava il solco tra le due potenze “socialiste”. Ci fu poi, nel 1979, la breve guerra cino-vietnamita (durata un mese tra metà febbraio e metà marzo) provocata dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam con deposizione del governo dei Kmer alleato dei cinesi. Nel dicembre dello stesso anno l’Urss invase l’Afghanistan, dando inizio ad un conflitto decennale che indebolì l’Urss (costretta al ritiro nel 1989) e favorì un qualche avvicinamento della Cina agliUsa (e al Pakistan, sempre stato relativamente favorevole ai cinesi anche a causa della mai cessata ostilità con l’India, pur essa in contrasto con il grande paese asiatico “socialista”).

Quanto appena accennato – e sarebbe invece piuttosto importante rifare bene la storia di quel periodo cruciale serve solo a ricordare che, malgrado il dissidio russo-cinese foriero della successiva dissoluzione del campo socialista, si ritenne per mezzo secolo il mondo diviso ormai permanentemente in due, tra Usa e Urss. Fu un periodo di sostanziale pace nel mondo capitalistico avanzato; pur parlando, e l’ho sempre ritenuto uno straparlare, di “equilibrio del terrore”, ovviamente atomico. Le guerre, pressoché continue in varie parti del mondo, avvenivano sostanzialmente nelle aree di confine (e frizione) tra i due campi. In realtà, non esisteva alcun socialismo (figuriamoci il comunismo), bensì forme sociali spurie ancor oggi conosciute inadeguatamente (se ne sono fornite innumerevoli analisi contrastanti). L’interpretazione, che fu anche (ma solo in parte) del mio Maestro francese Charles Bettelheim, di un capitalismo di Stato (e di partito), non sembra più molto convincente. Più perspicua mi sembra invece la tesi bettelheimiana secondo cui le forme (capitalistiche) della merce e dell’impresa vennero durante quel periodo, per motivi fondamentalmente politici e ideologici, soffocate, represse, ma non superate nei loro effetti sul sistema dei rapporti sociali. Fu in definitiva provocato un reale irrigidimento del sistema di questi ultimi con effetti deleteri sulle capacità di sviluppo di quel campo e sulla crisi che infine lo travolse. Anche in questo caso, dovremmo però approfondire storicamente cosa è realmente accaduto, mentre si resta alle tesi più banali e del tutto superficiali.

In effetti, forte era la credenza che il partito, pur dominato da un’oligarchia da lungo tempo cristallizzatasi, dovesse mantenere – in quanto avanguardia della classe operaia, quella che si sarebbe emancipata dallo sfruttamento, emancipando così l’intera società mondiale dallo stesso e dalla divisione in classi – il potere assoluto, pianificando l’intera economia. Non posso qui elencare i motivi (teorici ma con risvolti pratici) per cui la pianificazione, attuata dal blocco sociale che si era andato solidificando, riusciva solo a porre ostacoli allo sviluppo, dopo il primo periodo staliniano di impetuosa accumulazione e di creazione di una potenza industriale (e militare) con però basso livello di consumi e di tenore di vita per quanto riguarda la netta maggioranza della popolazione. Il periodo brezneviano – successivo ai fallimenti di quello kruscioviano, una sorta di “pregorbaciovismo” – fu di stagnazione, con degrado delle strutture sociali: si pensi all’istruzione e sanità, in un primo tempo orgoglio dei paesi socialisti, alla diminuzione notevolissima della media della vita, nettamente innalzatasi in precedenza. E via dicendo.

Infine si giunse al periodo gorbacioviano, un “vorrei ma non posso”, con il tentativo di affermare una contraddizione in termini: il socialismo di mercato. La Cina pure usò questa dizione, ma solo come mascheramento ideologico; in realtà, diede pieno sfogo a forme economiche di tipologia capitalistica, mantenendo solo una direzione centralizzata (con ampie autonomie in sede locale, anche se per le decisioni “minori”, non per quelle nazionali). In definitiva, si trattò di quella centralizzazione che – sia pure tenendo conto delle differenze culturali e di lunga tradizione storica – ha poi cominciato ad attuare la Russia nella sua fase di netta ripresa con l’avvento della direzione putiniana (dopo i disastri provocati da Gorbaciov e Eltsin) e, mi sembra, con risultati tutto sommato soddisfacenti, pur se ancora insufficienti a rilanciare il paese come grande potenza in aperto confronto con gli Stati Uniti.

2. Quello che ho cercato di delineare in modo molto succinto serve alla conclusione che più mi interessa: malgrado non esistesse il campo socialista, o meglio non esistesse il socialismo in tale campo, esso fu realmente antagonista di quello consideratocapitalistico tout court, si visse e fu vissuto come alternativa che le classi dominanti “occidentali” – ancor oggi tanto poco consapevoli di quanto accaduto da trattare spesso la Cina come socialista – intendevano stroncare; e alla fine ci riuscirono. Da quel contrasto semisecolare risultò però intanto l’imponente decolonizzazione che – pur non avendo portato (nemmeno essa) ai risultati perseguiti da certe forze dette antimperialiste ormai del tutto fallimentari – ha in ogni caso cambiato la faccia del globo. L’Urss, in nome della mera politica di potenza e dell’ideologia (della costruzione del socialismo come esempio da seguire per le masse dei paesi capitalistici), fu comunque prodiga di aiuti, soprattutto ma non solo militari, a Cuba, Egitto, ecc.; aiuti non corrispondenti al classico concetto di imperialismo, che implica non solo la forza politica e militare, bensì anche un ritorno economico: non solo per lo Stato ma pure per le imprese investitrici di capitali.

Se si guarda però all’aspetto principale del termine imperialismo, cioè alla conquista (o mantenimento) di sfere di influenza, si può allora parlare di (social)imperialismo sovietico. Tuttavia, si trattò in fondo di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché a partire dal 1945 gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia (oltre alle sconfitte Germania e Giappone), gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due; accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare (e qui sarebbero pure da rivedere molte “bucce” riguardo ai precedenti “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna e in definitiva fallendo a mio avviso definitivamente a partire dall’inizio di questo secolo, di affermare globalmente quel monocentrismo, che era stato invece sempre pienamente in atto nel “campo capitalistico occidentale” (Giappone compreso) durante il sistema bipolare.

Per quasi mezzo secolo (1945-1989) il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcunonei luoghi nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza; altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, per un periodo in contatto pure con l’allora segretario del partito comunista cinese (Zhao Ziyang) per ottenere certi effetti (in definitiva dissolutivi come quelli che si produssero nel 1991 in Urss) anche in quel paese, dove invece certi sommovimenti furono stroncati nella Tienanmen (e il segretariocinese in questione prontamente destituito).

Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del partito comunista francese in merito al colonialismo del proprio paese (ad es. in Algeria, in Indocina, ecc.), del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una lunga serie di distorsioni ideologiche, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.

Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli di Italia e Francia in definitiva, in cui essi avevano ancora seguito e forza) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”. In definitiva, tuttavia, si tratta solo di Russia e di Cina, non certo di Cuba o del Vietnam, ecc.

3. Oggi la situazione, nel giro di un quarto di secolo (periodo storico breve) dal crollo del campo “socialista” e dell’Urss, è completamente mutata, tanto da essere irriconoscibile; solo dei “cervelli cristallizzati” possono continuare a rimuginare il passato come se tutto fosse rimasto eguale o con modesti ritocchi. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio di detto periodo l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa hanno cominciato ad accettare (e forse non ancora del tutto) la nuova realtà; Obama è stato solo un po’ meno “diretto”, un po’ più viscido e avvolgente dei Bush e di Clinton, ma non aveva proprio per nulla tratto le debite conclusioni del multipolarismo ormai in accentuazione.L’establishment che si rappresenta in Trump sta cercando nuove vie, ma è fortemente contrastato e quindi costretto ad un continuo zigzagare. Resta in me il sospetto che forse non era ancora del tutto pronto alla virata necessaria e non si aspettava (forse nemmeno agognava) la vittoria di un suo “candidato” alla presidenza; per cui potrebbe non averlo scelto adeguatamente, ma solo provvisoriamente, pensando poi di cambiarlo arrivato il momento della possibile vittoria, che invece è arrivata di sorpresa.

Ricordo che ormai un bel po’ di tempo fa vi era stata quella avveniristica (e del tutto illusoria) visione del gen. Wesley Clark (comandante dell’aggressione alla Serbia nel 1999), secondo cui ormai la guerra si vinceva con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Oggi, simile convinzione appare perfino sciocca; comunque, gli Usa hanno soprattutto usato una sorta di sicari; sia che si trattasse di alcuni paesi europei (Francia e Inghilterra in Libia contro Gheddafi) sia utilizzando il cosiddetto estremismo (e terrorismo) islamico del tipo dell’Isis in Siria contro Assad (operazione non riuscita, anche se ancora resta qualche incertezza circa il risultato finale). Si continuano pure le operazioni ai confini della Russia (tipo Ucraina o alcuni paesi centro-asiatici), che non sembrano costituire un vero ostacolo al rafforzamento del paese in via di diventare il contraltare dell’influenza statunitense in Europa, nel Medioriente e probabilmente nello stesso nord Africa (in Libia ci sono già i precisi sintomi di tale processo in svolgimento). E’ comunque in corso un assai complesso gioco dialleanze in buona parte temporanee e “area per area”, destinate a continui disfacimenti e rifacimenti. E’ messo in forte difficoltà anche il principale alleato degli Usa (in particolare di quelli dell’attuale presidente) nell’area mediorientale, cioè Israele, con cui la Russia cerca, almeno al momento, di non entrare in netto contrasto.

Quanto appena esposto, pur per semplici cenni, è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con più attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). E’nel contempo un vero ricordo del passato la credenza nella “lotta di classe”, nell’antagonismo dei lavoratori contro il capitale edelle masse popolari del “fu” terzo mondo contro l’imperialismo dei paesi capitalistici avanzati. Tale credenza è sopravvissuta nel mezzo secolo di “sistema bipolare (e a malapena in ogni caso) per la confusione, fatta da ritardati (che si credevano marxisti quando erano invece scolastici e quasi religiosi), tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di uscire dal giogo dell’ideologia della lotta tra socialismo (inesistente) e capitalismo.

Nell’attuale fase storica – non perché si sia in presenza di una rinnovata e stabile nuova teoria dello sviluppo sociale, ma solo perché siamo in un processo di “transizione” ancora tutt’altro che stabilizzatosi – si deve pensare alla decisa preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati nazionali che per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari non sarebbero più esistenti); e del conflitto interno in pieno svolgimento tra i gruppi dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e quelli tutto sommato “innovativi” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi sono i piùservilmente subordinati agli Usa, mentre i secondi (non tutti però e non ancora con vera decisione e chiarezza di idee) allargano i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento.

Non abbiamo alcuna simpatia per i dominanti, siamo in fondoancora attratti dall’idea che si riaffermeranno nuovi scontri in verticale (tra strati sociali in antagonismo). Non siamo per nulla convinti che ormai il conflitto si giocherà per sempre soltantonegli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. Siamo però consci che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi obsoleti da “vecchi ossi” (ormai rosi dal tempo) che si definiscono, per di più, di sinistra (magari “estrema”; estrema solo nella sua idiozia). Bisogna passare per una fase di guerra di movimento tra poli, che definiamo momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero in tale schema) capitalistici; ma non caratterizzati da un capitalismo, bensì da alcune differenziate (e ancora non studiate né comprese adeguatamente) formazioni sociali di tipologia capitalistica, soprattutto nella loro sfera economica, caratterizzata assai genericamente da impresa e mercato.

Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale, tra strati sociali. Oggi, è proprio per colpa dei “vecchi ossi” sopra citati che è impossibile prevedere adeguatamente tali nuove lotte, non meramente interne alla riproduzione capitalistica, come sono tutte quelle odierne. Il primo compito è il superamento di certe concezioni ormai “da dinosauri”, la loro sparizione perfino nel retropensiero dei più giovani. Per il momento, è più utile la discussione con i geopolitici; non perché siamo convinti in assoluto che abbianoragione ma perché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra policon i suoi specifici effetti su quella interna(ma tra dominanti e per un periodo storico non breve) nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione.

A questo orientamento di massima bisogna ormai indirizzarsi,acutizzando gli scontri laddove ciò si renderà più facile e foriero di risultati positivi al fine di uscire dalle forme di lotta che ancora oggi fanno marcire una situazione ben poco compresa da chi le conduce con occhi rivolti al passato o con un atteggiamento empirico da semplici praticoni e maneggioni. E diamo addosso con tutte le forze a questa falsa e degenerativa “democrazia elettorale”, ormai la vera infezione del nostro mondo in progressivo avanzamento verso un’epoca di profonda trasmutazione sociale. Se vogliamo, non dico evitare (utopia), ma almeno moderare gli orrori, è indispensabile non commettere più i gravi errori cui ci costringono vecchie ideologie, fra l’altro nemmeno più conosciute e tanto meno capite da (pseudo)pensatori in fase fortemente degenerativa.

 

Continuiamo…ma che fatica riunire le forze (di GLG)

gianfranco

Qui

bisogna partire dal disfacimento Urss provocato da Gorbaciov e proseguito da Eltsin (ricordo che si usano i nomi di persone ufficialmente al vertice di gruppi politici dominanti nei vari paesi per indicare tali gruppi). La Russia perse molti territori rispetto all’Urss, ma con l’inizio di questo secolo si è pian piano rimessa in carreggiata conseguendo successi insperati. Si può dire che, tutto sommato inaspettatamente, si è messo in moto un processo di multipolarismo, assai differente dal sistema bipolare (1945/89-91), sia pure “imperfetto” per la crescita della Cina (soprattutto dagli anni ’80). Sia Bush jr. che Obama hanno posto in essere per gli Usa strategie parzialmente diverse al fine di frenare e possibilmente impantanare tale accentuarsi del multipolarismo. L’errore è forse consistito nella sottovalutazione dei processi in corso in Russia sotto Putin (sempre un nome per un gruppo di vertice). E si è probabilmente, con Obama, utilizzata una politica del caos, anche utilizzando (marginalmente) brandelli del vecchio antimperialismo terzomondista, ma soprattutto certi fanatismi religiosi  (sostituendo di fatto l’Isis e il Califfato ad Al Qaeda e utilizzando pure i “Fratelli musulmani”, ecc.). Contro la Libia di Gheddafi si sono messi in moto dati sicari tipo Inghilterra e soprattutto Francia, di cui si sfruttò la volontà di prendersi varie posizioni che vi aveva conquistato l’Italia  in un momento di positiva collaborazione tra Putin e Berlusconi (con Gazprom ed Eni in primo piano, ma non solo). Nel 2011 i settori berlusconiani furono neutralizzati piegando il “nano”, resosi prono davanti ad Obama. Probabilmente lo si minacciò nei suoi più diretti interessi (e forse persino di più), ma non ci interessa ormai saperlo.

Quella impostazione della politica statunitense, in effetti, sembra aver infine manifestato la corda. Tuttavia, la vittoria di Trump e di un diverso gruppo dirigente – vedremo se temporanea oppure no – non sembra soltanto legata alle necessità di mutamento strategico. Ci sono fattori interni non ancora sondati a fondo; e proprio per la difficoltà di comprensione di un’epoca di transizione come quella che stiamo vivendo. La sensazione è che gli Usa siano in declino; potentissimi militarmente, con ancora una influenza ideologica – soprattutto in merito alla colossale balla della loro democrazia, propagandata come superba soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – che tuttavia sembra tutto sommato in discesa; anche perché ha prevalso nettamente una enfatizzata “modernizzazione dei costumi” e l’allargamento dei sedicenti “diritti civili”, che tuttavia mostrano un sempre più irritante senso di prepotenza e spesso di prevaricazione da parte di gruppi ad alto livello di reddito e quindi isolati dal resto della popolazione, gruppi che tentano di affermare la preminenza di un nuovo “conformismo sociale”. Ciò che in altre condizioni sarebbe stato senz’altro positivo – combattere l’ingiustificata messa in condizioni di inferiorità delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, ecc. – viene portato all’esagerazione in senso opposto con conseguente crescita di conflitti e malcontento sociali. Da qui, dalla non soluzione di contrasti a volte molto “scioccanti”, tende a generarsi la decadenza di una società, la cui cultura è pregna di sfaccettature di ormai difficile composizione; anzi spesso non vi è più un qualsiasi dialogo fra loro, prevale l’inimicizia quando non addirittura l’odio reciproco.

Negativa è in effetti l’influenza eccessiva di tale tipo di conflitto interno, che ha ormai sostituito le attardate, e un po’ penose, sopravvivenze della vecchia “lotta di classe”, mai del resto portata nei paesi a capitalismo avanzato oltre il livello sindacale, cioè di tipo distributivo e non certo trasformativo dei rapporti capitalistici in via di differenzazione in successive fasi storiche. Nell’attuale epoca di transizione dovrebbe invece prendere il netto sopravvento il conflitto tra diversi paesi (a differente potenzialità quanto a sfera di influenza nell’agone mondiale); se quest’ultimo tipo di conflitto non riuscisse, prima o poi, a rendere subalterno quello interno (del tipo appena descritto, pur sommariamente), si verificherà la progressiva decadenza generale dell’intera società. Non lo credo, tuttavia, mi sembra più probabile che siamo nell’incerta fase di passaggio caratterizzata da un multipolarismo non propriamente accentuato e ancora lontano dalla sua trasformazione in policentrismo antagonistico acuto, le cui forme di svolgimento restano avvolte nella nebbia (non assomiglieranno quasi sicuramente alle grandi guerre novecentesche, ma difficile dire adesso come si configureranno).

Da qualche anno (pochi ancora) il multipolarismo ha iniziato a produrre un contrasto interno a quel mondo “occidentale” (a supremazia Usa), che sembrava aver ormai preso il sopravvento nel mondo intero con il dissolvimento di quello che è stato erroneamente considerato, per quasi un secolo, “il socialismo (reale)”. Apparentemente quest’ultimo è stato sconfitto dal capitalismo, che si è dichiarato trionfalmente vincitore e ormai unica civiltà globale. In realtà, non vi era alcun “socialismo”, solo tentativi di affermare una diversa formazione sociale condotti con modalità – ancora da studiare con nuovo tipo di orientamento, non più influenzato dal “comunismo” quale semplice spinta ideologica – che alla fine hanno condotto ad un gigantesco flop. Per questa fase “di passaggio d’epoca” dobbiamo concentrarci principalmente sullo scontro tra diversi paesi con differente potenzialità: potenze vere, subpotenze, alcuni paesi che stanno crescendo (non parlo solo della crescita economica, l’unica che sembra attrarre l’attenzione di politici e studiosi assai limitati) e altri in situazione di crisi, più o meno definitiva o invece transitoria. Il mondo è in completo subbuglio e non sarà per nulla facile individuare le sue effettive linee di tendenza caratterizzate da scontri tra forze contrastanti, che diverranno via via più “vivaci” e che sempre più si “condenseranno” assumendo l’aspetto del conflitto insanabile tra differenti gruppi di paesi “alleati”.

Posso sbagliare poiché non sono certo un profeta, né mi atteggio in tal senso, comunque oggi come oggi penso che si andranno “coagulando” – ma non credo prima di un 15-20 anni – due sostanziali “alleanze”, che vedranno alla loro testa (non necessariamente in modo nettamente predominante) Stati Uniti e Russia. Molti pensano che il vero conflitto sarà tra il primo paese e la Cina, considerata nettamente superiore (o almeno in via di diventarlo) rispetto al secondo. Continuo a pensare il contrario. E’ ovvio che la Cina sarà una pedina importante del conflitto e non si situerà in una posizione subordinata ad una delle due maggiori potenze in conflitto. Tuttavia, quando dovrà avvenire la suddetta “coagulazione” di due fondamentali “alleanze” (al cui interno gli “alleati” si guardano sempre con sospetto e non nutrono fra loro una sincera amicizia) – perché si abbia infine un confronto diretto e quindi in grado di affermare nuove supremazie, è assolutamente indispensabile che gli antagonisti siano fondamentalmente due – credo che i paesi “guida” (anche se non “padroni” delle “alleanze”) saranno Stati Uniti e Russia.

Oggi quest’ultimo paese, pur essendosi mosso bene ultimamente, sconta ancora la dissoluzione dell’Urss e l’inimicizia dei paesi europei (orientali), cosiddetti suoi satelliti dopo la seconda guerra mondiale e fino al 1989/91. Tuttavia, forse con una progressione piuttosto lenta, la Russia diventerà il vero antagonista degli Stati Uniti. Nell’attuale periodo storico si sta producendo un apparentemente più decisivo scontro interno al cosiddetto “campo occidentale”, cioè interno a Usa ed UE (e ai paesi ad essa aderenti). La frattura, che non appare di facile composizione e si va acutizzando, si è prodotta tra l’establishment dominante negli Usa fino a pochi anni fa (con minimali divergenze tra settori democratici e repubblicani) e quello che al momento denominiamo trumpiano. E tale frattura ha avuto immediati riflessi anche in Europa (e ovviamente nel nostro paese). Importante è che tale antagonismo duri più a lungo possibile – e se si accentuasse, sarebbe tutto “oro colato” – perché favorirà il consolidamento dell’altro polo di un conflitto più globale e che, lo ripeto, diverrà l’aspetto dominante della politica mondiale entro non più di un ventennio (almeno così mi sembra proprio).  

Tuttavia, oggi, chi non ragiona sempre in termini temporali non superiori a qualche mese o, al massimo, qualche anno dovrà cominciare a pensare all’alternativa rispetto all’attuale conflitto interno all’“occidente”: diciamo, semplificando, tra obamian-clintoniani e trumpiani negli Usa che provoca anche quello tra “popolari” e “socialisti” (oggi con il rincalzo dei “macroniani”), da una parte, e i sedicenti “populisti”, dall’altra. Per il momento, che non credo durerà al massimo più di alcuni anni, si può anche mostrare un minimo di favore – comunque un minore disfavore – nei confronti del cosiddetto “populismo” affinché si indebolisca quello che dovrà essere trattato come avversario principale. Non credo però che noi europei (e italiani in particolare, poiché noi siamo qui situati) dobbiamo semplicemente lavorare all’indebolimento del cosiddetto “campo occidentale” (quello a lungo dominato, perfino schiacciato, dagli Stati Uniti). Se così facessimo, semplicemente ci sposteremmo da un dato predominio (Usa) ad un altro (Russia). Vogliamo qualcosa di diverso, una maggiore autonomia e una più alta considerazione – quali autentici “alleati” – da parte di una delle due superpotenze che alla fine si affronteranno.

Giacché oggi, nel multipolarismo che dobbiamo far crescere, gli stati Uniti sono ancora il paese più forte, è indubbio che dobbiamo volgere il nostro sguardo con maggiore frequenza “verso est”, cioè appunto verso la Russia. E questo non potrà farlo la UE nel suo complesso. Ecco perché, senza fissarsi sulla uscita o meno da questa esiziale organizzazione e dalla sua moneta, si deve comunque lavorare alla creazione di una nuova organizzazione politica che abbia caratteristiche nazionali e, nel contempo, guardi ad altre forze analoghe che possano crescere in alcuni altri paesi a noi vicini (e non vi è dubbio che sarebbe cruciale se questa forza analoga si andasse formando in Germania). L’alleanza tra queste forze – ove nascessero e non si perdessero dietro alla “raccolta di voti” ma fossero in grado di organizzare ben bene un repulisti totale della putredine da cui sono attanagliati attualmente i nostri paesi, Italia in testa – dovrebbe guardare appunto ad est (Russia) senza però alcuna forma di dipendenza da essa. Lo ripeto: il problema è accentuare il processo in direzione di una acutizzazione dello scontro policentrico, senza volersi più mettere in vile e meschina posizione subordinata come fatto da tutte le forze politiche di questa miserabile Europa detta unita nei confronti del paese d’oltreatlantico.

Ovviamente, per ottenere il risultato desiderato a livello di scontro globale e per spazzare via la suddetta putredine “interna”, questa forza dovrà dedicare anche attenzione ai conflitti interni al proprio paese. E qui, la situazione è certo ben confusa. Dovremo tornare spesso sui bisogni che ormai premono, senza che per il momento sia chiaro fino in fondo quali schieramenti si andranno costituendo nel breve periodo. E’ un discorso che continueremo a fare. Siamo solo all’inizio. Insisto nel constatare una difficoltà di contatti tra gruppi che pure sembrano su posizioni sufficientemente vicine.      

 

IL MULTIPOLARISMO E’ SEMPRE IN CRESCITA, di GLG

gianfranco

A quanto si può afferrare sinora, non sembra affatto che la Corea del Nord abbia manifestato, nel suo invitare ad un colloquio diretto gli Usa, l’accettazione di una “denuclearizzazione” come scrivono i nostri giornali e, mi sembra, anche quelli statunitensi. Kim sembra disposto ad eventualmente sospendere i test nucleari. Vedremo cosa chiederà in cambio; in ogni caso, sembra avere un certo numero di bombe atomiche, sufficienti alla “deterrenza”, oltre al fatto che credo abbia in mano tutti gli elementi per costruirne ancora. Al massimo può essere che esperimenti ulteriori fossero necessari ad accrescere la potenza delle bombe, ma non so se questo è proprio necessario e, in ogni caso, i nordcoreani sono arrivati fino alla bomba H (ad idrogeno); quella della “fusione” di atomi (un po’ come avviene nel Sole, dove quattro nuclei di H si fondono in uno di elio) e non della semplice “fissione” di nuclei d’atomi pesanti quali plutonio e uranio (la fissione serve semmai da innesco alla fusione della bomba H). Quest’ultima è molto più potente, libera energia anche migliaia di volte superiore a quella della bomba su Hiroshima. Inoltre, il Nord Corea ha recentemente sperimentato un missile a lunga gittata che può arrivare almeno alla parte degli Usa sul Pacifico (il famoso “West” di tanti film americani).
In definitiva, tenuto conto dei recenti approcci con la “rivale” Corea del Sud (il cui presidente sembra non avere nulla in contrario rispetto ai rapporti con il nord), possiamo ben dire che il “folle, feroce dittatore” Kim – un personaggio che dimostra d’avere più cervello di certi suoi antagonisti e detrattori – può ben consentirsi la “distensione”; anche perché la Cina non può certo abbandonarlo e veder accadere in quel paese qualcosa che possa condurre ad avere gli Stati Uniti ad un passo da casa con tutta la Corea sotto il loro tallone. Alla lunga, la Cina non sarà contentissima di avere accanto una Corea riunificata che sarà una subpotenza regionale di buon “rispetto” (economia florida del sud più potenza bellica del nord in un unico paese). Questo processo richiede però i suoi tempi e comunque non è come avere “addosso” fin d’ora la potenza statunitense in un’unica area territoriale a essa sottomessa. Credo che nei colloqui che inizieranno prossimamente (se va bene l’incontro tra Kim e Trump), saranno gli USA a porre più problemi, anche se le nostre fonti informative, abituate alla menzogna, farebbero cadere tutte le responsabilità di una possibile rottura sul suddetto “folle e feroce dittatore”.
E’ indubbio che gli Stati Uniti, con pedissequamente al seguito quella Unione Europea da loro patrocinata (e di cui hanno pagato tutti i “nobili padri fondatori” come dimostrato dal ricercatore americano Joshua Paul), non si aspettavano questa veloce avanzata del multipolarismo. Si è tanto cianciato di BRICS, ma è ovvio che, se Russia e Cina fossero state potenze come Brasile e Sudafrica e in fondo pure l’India, il monocentrismo statunitense – non perfetto come non lo può mai essere; e non lo era nemmeno quello inglese tra Congresso di Vienna e seconda metà dell’ottocento – sarebbe stato assicurato a lungo. Invece no, Russia e Cina si staccano da quel contesto e hanno mostrato una sorprendente ascesa. Non semplicemente economica come sempre la considerano i “limitati” cultori di tale settore “scientifico” (solo dei tecnici in realtà) perfettamente inconsapevoli dei problemi politici relativi alle “sfere d’influenza”.
La Cina ha fra l’altro molto ridotto il tasso di crescita del PIL (a due cifre), ma deve temere solo la rigidità della sua struttura sociale interna e di molti suoi apparati politici e amministrativi. La Russia, considerata il risultato disastroso di un crollo improvviso dell’Urss e del suo sedicente “impero” (che tale non era affatto, anzi è stato un motivo di debolezza appunto “strutturale” della sua sfera d’influenza), ha avuto un recupero inaspettato per tutti (ammetto che pure io, invischiato in una vecchia mentalità, sono rimasto sorpreso assai). Credo sia indispensabile ripensare bene il “17 sovietico”, ma ancor più la sedicente “costruzione del socialismo” (soprattutto negli anni ’30 con Stalin) che in realtà ha posto le basi di una notevole potenza capace di contrapporsi agli Usa (comunque superiori) per quasi mezzo secolo. Il suo “crollo” non ha significato la scomparsa di quanto effettivamente messo in piedi; semplicemente è venuto al pettine l’ostacolo impediente costituito dall’ideologia di quella presunta “costruzione” e della “classe operaia” come soggetto della stessa. Oggi la Russia marcia più spedita, libera dagli intralci politico-ideologici che ormai la imbrigliavano. Non tutto è a posto, forse, ma comunque negli ultimi anni ha mostrato capacità di reazione alle “sottili” (si fa per dire) aggressioni dell’occidente (di fatto gli Stati Uniti) di notevole rilievo. In particolare, la vicenda siriana è stata piuttosto significativa.
Incredibile è infatti quanto sta avvenendo proprio nella “nostra” parte di mondo (Usa ed Europa). Innanzitutto, mi riferisco all’elezione di Trump con forte avversione del vecchio establishment, che continua nel suo tentativo di destabilizzare la neopresidenza. Tutta la stampa “bene”, gran parte della TV continuano ad avversarla. E per far questo ci s’inventa perfino rapporti di quasi alleanza tra il nuovo vertice e la Russia, tesi che si sta rivelando sempre più demenziale. Il colmo è poi stato raggiunto con l’accusa a Putin di aver ordinato l’avvelenamento di una ex spia in Inghilterra, già scambiata da otto anni e che viveva tranquillamente da allora in un posto noto e senza alcun problema. A due settimane dal voto presidenziale in Russia, sarebbe stato dato l’ordine di avvelenamento; e senza nemmeno riuscire nell’intento. E i motivi addotti per dimostrare la diretta colpevolezza di Putin raggiungono il vertice della idiozia, incredibile da parte di coloro (inglesi) che sono stati dominatori del mondo e di quelli (americani) che lo vorrebbero essere adesso. Alla ex spia sarà magari stata somministrata – lui consenziente (per “obbligo”) con tutta probabilità – una dose minima di veleno da parte degli inglesi (forse pure avvertendo se non addirittura in accordo con gli statunitensi); finora non mi sembra che nessuno abbia potuto vederlo e visitarlo e si continua a dire che è in pericolo di vita senza che si possa appurare alcunché in tal senso.
E’ appunto la decadenza di questo “occidente” (asservito agli Usa) che lascia abbastanza sorpresi. Non si pensava si fosse arrivati così in basso. Dopo il crollo dell’Urss – ritenuto, appunto erroneamente, definitivo – gli Usa si sono sentiti in piena fase storica monocentrica. Sono passati dieci anni e poco più e si sono accorti che così non era. Ha iniziato Bush jr. con manovre aggressive, ma abbastanza “decentrate” (Afghanistan, Irak, poi Georgia e approntamento della crisi ucraina; e probabilmente “disturbi” nella zona caucasica). Poi Obama ha accentuato la strategia aggressiva, tentando quel caos che si credeva di poter utilizzare per mettere pienamente in “lista d’attesa” ogni futura pretesa russa. Si sono liquidati regimi “fedeli” (Egitto, Tunisia, ad es.) e anche quello di Gheddafi, tutt’altro che nemico come lo si voleva far passare. Non a caso era avverso ad Hamas e tutto sommato non proprio dalla parte dei palestinesi nei confronti di Israele; e non vedeva certo di buon occhio certi musulmani, come dimostra la soddisfazione con cui la sua caduta è stata salutata dall’ Iran e anche dalla Turchia, le due subpotenze regionali (musulmane, anche se una sciita e l’altra sunnita) in crescita nella zona.
Poi si è deciso di aggredire la Siria (qui incontrando la netta opposizione dell’Iran e l’appoggio della Turchia fino a tempi recenti, quando poi questa si è accorta del pericolo rappresentato da certi favoritismi statunitensi verso i curdi); si sono favorite e finanziate organizzazioni radicali, le cui “ricadute” terroristiche in Europa hanno creato al suo interno quell’iniziale scombinamento che dovrebbe andare accrescendosi. Si è anche cercato di mettere sciiti contro sunniti mostrando una qualche “apertura” con i patti sul nucleare tra Usa e Iran, con ciò provocando l’irritazione della Turchia. Tutto sommato, però, quella strategia aveva l’obiettivo principale di rinsaldare una struttura di potere in Europa (nella UE e nei governi dei vari paesi) tendenzialmente sempre più asservita agli Usa (anche tramite la rinnovata funzione fortemente aggressiva della Nato) e quindi pronta ad essere molto conflittuale nei confronti della Russia. Questo era lo scopo principale della politica statunitense, altrimenti non si capisce quell’aver creato una enorme confusione nel continente africano (in particolare con la “primavera araba”) e in medioriente (aggressione alla Siria), che appaiono abbastanza lontani dai confini russi.
Diciamo che il caos creato si è riversato sull’“occidente”, provocando il ripensamento di altri centri strategici statunitensi, che sembrano avere il loro portavoce in Bannon, un individuo per certi versi simile per lucidità a Kissinger, al vertice di altri “centri” favorevoli a Nixon e allora sconfitti con il watergate (di cui fu strumento Mark Felt, dirigente FBI e “gola profonda” ispiratrice di due miserabili giornalisti elevati al rango di “eroi delle libera stampa”, lo schifo “profondo” della falsa democrazia “all’americana”). E anche ora, almeno al momento, chi sta dietro Trump ha apparentemente liquidato Bannon (e altri, ma di “contrapposto sentire”) e fa scegliere al neopresidente un andamento ondivago, difficile da comprendere appieno. Intanto, però, egli sta subendo una serie di sconfitte pericolose (l’ultima in Pennsylvania) alternate ad alcuni successi. Tutt’altro che rassicurante mi sembra pure l’andamento dell’economia, per il momento fondamentalmente favorevole. Starei però attento a cantare vittoria; non dico di ricordare proprio Herbert Hoover, eletto presidente nel 1928 (ed entrato in carica, come al solito, nel gennaio del ’29) sull’onda di una esaltata prosperità propagandata come quasi secolare e che finì invece in un anno. Magari adesso non finirà così male, tuttavia ho la sensazione che in troppi (anche qui da noi) si sentano prossimi ad un completo rasserenarsi della situazione, ad un rilancio assai vivace “dopo” la grave crisi iniziata nel 2008; si stia attenti, questa non è affatto superata, è anzi più probabile che si resti almeno sul “grigio” (e speriamo non volga invece al nero).
Per non stancare il lettore, termino al momento qui, anche se si affollano le questioni sul “tappeto” (della storia) come nella mia testa. E’ impressionante il compito che dovremmo almeno iniziare ad assolvere, sia per il presente futuro immediato sia per il passato falsato da storici (ed economisti e politologi e sociologi) di una indecenza unica pur occupando ignobilmente le cattedre universitarie di tutti i paesi “occidentali”, da cui impartiscono lezioni di ignoranza ai giovani. E sono assunti e pagati proprio per compiere simile misfatto del tutto utile ai poteri dominanti di una bassezza mai prima riscontrata in questa parte di mondo. Mi rivolgo con insistenza a individui più giovani di me affinché si possano raggruppare alcuni nuclei di studiosi pronti al “riscatto” da simile vergogna, ma mi accorgo di continuare a predicare nel deserto. Guardate che il multipolarismo (come detto nel titolo) sembra proprio avanzare con una certa sicurezza; questo dovrebbe infonderci coraggio e determinazione. Invece si sta perdendo tempo.

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QUALCHE BARLUME LAMPEGGIA OGNI TANTO

gianfranco

 

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/07/26/orban-il-discorso-di-un-patriota/

Alcune frasi cruciali (ma tutto è certo da leggere, riflettendoci sopra).

[[«Qualcuno sostiene che l’integrazione risolverà il problema. Ma non siamo a conoscenza di alcun processo di integrazione riuscito. (…) Dobbiamo ricordare ai difensori della “integrazione riuscita”, che se persone portatrici di visioni contrastanti vengono a trovarsi nello stesso paese,  non ci sarà integrazione, ma caos».

«I partiti democristiani in Europa non sono più cristiani: cercano di soddisfare i valori e le aspettative culturali dei media liberal e dell’intellighenzia. I partiti socialdemocratici non sono più socialdemocratici: hanno perso il proletariato e ormai sono i difensori della globalizzazione di una politica economica neo-liberale».

«Venticinque anni fa qui in Europa centrale credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi ci sentiamo di essere il futuro dell’Europa».

… Lontani anni luce dalla pavida politica italiana, non tutto è perduto… e la lotta è appena iniziata.]]

Non sono d’accordo con l’enfasi su Soros come nemico principale in quanto architetto di tutto il piano che ci porterebbe nell’abisso. Soros è solo uno strumento come il capitale finanziario in generale. Bisogna ormai partire dall’assunto del multipolarismo, che riguarda i paesi (in specie le potenze e subpotenze) e le varie aree d’influenza. E certamente tenendo conto delle lotte intestine a questi paesi; oggi particolarmente acuta quella negli Usa (dove si tenta di cacciare Trump, che ha disturbato i piani del vecchio establishment). E anche nell’establishment europeo – ancorato a quello americano del vecchio stampo – c’è qualche sintomo conflittuale, dovuto proprio a Macron (che non sembra al momento coraggioso abbastanza da appoggiare ad es. Orban & C.); tuttavia, sembra preoccupato di un attivismo tedesco, molto coperto e subdolo, che tende alla supremazia in Europa; ma con quali fini a livello internazionale? Maggiore indipendenza dagli Usa o esserne il principale e unico “maggiordomo”. E Macron è in tensione perché vuol esserlo lui (magari essendo flessibile sullo schierarsi con Trump o “gli altri” a seconda di chi sarà il vincitore) o ha almeno una pallida idea di qualche maggiore autonomia? Mi dispiace, ma resto convinto che la vera autonomia di certi paesi europei (non della UE al completo, assurdità impensabile) passi per il “nodo Russia”. Se non si stabiliscono con questa precisi patti, tutto è soltanto chiacchiera. Occorre un vero e stabile patto “Molotov-Von Ribbentrop”, senza il non rispetto dello stesso come fece allora la Germania con una mossa disastrosa per sé e per l’Europa, caduta sotto la predominanza statunitense. Adesso, guai a ripetere la vecchia falsariga. Occorre l’alleanza di decisivi paesi europei (non della UE, un’appendice Usa e Nato) con la Russia; “senza se e senza ma”.

QUALCHE COSETTA ANCORA, di GLG

gianfranco

 

 

L’astensione in Francia (comprese le schede bianche) è stata del 31,7%. Se aggiungiamo le nulle (2,2) – di cui ben si sa che buona parte è annullata volontariamente e non per errori di compilazione scheda – rileviamo che un buon terzo di elettori non si sono espressi. In fondo Macron ha avuto il 43 e qualcosa; insomma nemmeno metà dell’elettorato, anzi ben lontano dalla metà. E questo risultato è stato raggiunto sull’ormai cadavere dell’orientamento tenuto fino a pochissimi anni fa; socialisti (detti “sinistra”) e finti gollisti (detti “destra”) sono o annientati o in piena “anoressia”. Il trionfalismo dei “vincitori” – e di tutti gli “europeisti” di questo continente – o è legato a vera stupidità (e cecità) o a consapevolezza delle difficoltà estreme di una situazione, dalla quale loro stessi non sanno uscire se non con “escamotages” del tipo Macron.

Nel 2008 iniziò la crisi che attanaglia il mondo intero, malgrado l’ancora buon sviluppo di certi paesi (metti la Cina), abbastanza indietro rispetto a Usa, Europa e Russia quanto a livello di sviluppo e rapporto tra industria e “campagna”; quindi con potenzialità, una volta iniziata la crescita, di più alto incremento del Pil (che adesso in Cina è infatti ben al di sotto dei tassi d’aumento di anni fa). Senza avere a disposizione nutritissimi uffici studi con “specialisti” d’economia (tanto specialisti che non vedono oltre il loro naso), ebbi la netta sensazione di qualcosa di molto diverso dalle crisi (“recessioni”) precedenti. Pensai quasi subito a quella di fine ‘800, un quarto di secolo di stagnazione nel clima della seconda rivoluzione industriale, che modificò nettamente la struttura produttiva dei paesi capitalistici avanzati. Misi in correlazione il “multipolarismo” crescente di allora (con Usa, Germania e Giappone in avanzata come potenze mentre arretrava, in senso relativo, l’Inghilterra) con quello avviatosi all’inizio del secolo XXI (Russia in ripresa dopo il crollo dell’Urss e Cina in avanzamento; non invece troppa considerazione per i BRICS). Nessun pericolo (al momento) di nuovi ’29, ma difficoltà crescenti e forti avanzamenti tecnologici e di nuove produzioni (altro che la finanza tuttofare e tuttopotere!).

Rimanere attratti dai “numeri” dell’economia (che in ogni caso non danno grandi speranze per il futuro nonostante la montagna di chiacchiere su momentanee e gracili riprese in alcuni paesi) significa restare alla superficie. Ho insistito fin da allora, proprio con l’esempio di fine ‘800, che il problema decisivo (il famoso sommovimento delle falde tettoniche che provoca i terremoti) è il crescente disordine e scoordinamento susseguente appunto al multipolarismo. Nell’800 era ridondante la teoria del commercio internazionale (dei costi comparati) di Ricardo, economista certo di grande rilievo e che occupa notevole spazio nelle varie “storie del pensiero economico”. Tuttavia, le potenze in crescita (appunto multipolare) seguirono le teorie del più modesto List (spesso dimenticato e comunque non apprezzato a dovere dagli economisti, che hanno un loro modo di pensare assai lontano dai problemi reali) e utilizzarono il protezionismo. Guai, però, se si rimane ancorati alla sola economia. Quelle potenze divennero tali perché “ottemperarono” (detto scherzosamente) alla quinta caratteristica leniniana dell’imperialismo: lotta acuta e spesso cruenta per la redistribuzione delle sfere d’influenza nel mondo.

Dopo un lungo predominio post-seconda guerra mondiale di teorie d’origine keynesiana – su cui pure ci sarebbe molto da discutere a partire dalla crisi del ’29, il cui superamento definitivo non fu affatto dovuto alla spesa pubblica (domanda dello Stato in sostituzione di quella privata in decelerazione con crescita del risparmio), che ebbe effetti solo per un paio d’anni o poco più, mentre fu risolutivo il definitivo scontro tra le potenze per la supremazia mondiale, da cui uscirono gli Usa quale “regolatore centrale” del campo capitalistico, area di cruciale importanza e alla fine prevalente sul mai esistito “socialismo” – si riaffermò il (neo)liberismo, tutto trionfante con le tesi della globalizzazione mercantile (nuova versione di quelle liberistiche ottocentesche), che addirittura “impazzirono” dopo il crollo del mondo bipolare. Tutto il mondo un unico mercato: e tutti in pieno sviluppo con questo respirare a pieni polmoni la libertà negli scambi. Questo pensarono gli “imbecilloni”.

Su questa base, e con accettazione (assai ben pagata) della piena subordinazione al predominio statunitense, si sono formate le dirigenze dell’indecente UE e dei paesi ad essa aderenti. Ed è finita la tradizionale differenza tra destra e sinistra. Le nuove forze dette di “sinistra” sono alla fine diventate più liberiste di alcuni spezzoni detti di “destra”; i quali, poiché non liberisti, sono subito stati definiti fascisti e oggi populisti (senza mai però dimenticare anche il precedente termine, che è sempre sulla bocca di un “antifascismo” da salotto “buono”, intellettualmente raffinato). Una massa non indifferente di servi (che più servi non ne sono mai esistiti) con a disposizione molto denaro e potere; e dunque seguiti da stuoli di intellettuali e altre marionette del genere per rincoglionire a suon di spettacoli e “farse” di tutti generi (compresa quella della “democrazia” del voto) popolazioni che, con lo scorrere delle generazioni, hanno sempre più perso un qualsiasi orientamento. C’è malcontento diffuso e crescente, ma praticamente ineffettuale al momento.

Gli Usa più congeniali a questi servi – perché più “generosi” nell’elargire loro i vari compensi – sono stati quelli delle presidenze Bill Clinton, Bush e Obama. C’è stata – ancora non è passata – la paura con l’elezione di Trump, che ha mutato la strategia del caos dell’epoca Obama (con la Clinton al seguito, anzi ancora più determinata in tal senso) con quella del neopresidente, consigliato dai suoi “padrini” a tentarne una dell’imprevedibilità (non ricordo dove ho trovato questa definizione, che mi sembra abbastanza buona anche se necessita di più ampia analisi). Oggi, per quanto con qualche residua diffidenza, i servi sembrano abbastanza convinti che Trump non li vorrà sostituire con altri. Tuttavia, in alcuni paesi, le vecchie forze politiche assurte a nuovo servitorame dopo il crollo dell’Urss (tipico il caso dell’Italia con i post-piciisti portati sugli altari con la sporca operazione detta “mani pulite”) sono in piena crisi. In Italia sono già state sostituite mantenendo in piedi il Pd e consegnandolo nelle mani di un simil-democristiano (ma di ben bassa caratura); in Francia vi è stato un crollo altrettanto manifesto di tali vecchie forze e la loro sostituzione, invero assai rapida, con l’attuale “bamboccione”. Il quale gioca con forza la carta dell’accentuazione del neoliberismo, dell’europeismo più spinto e della globalizzazione più estrema; ma credo dovrà ripiegare su adattamenti di una certa moderazione perché più consoni a godere dell’appoggio della nuova strategia americana, se questa non sarà messa in discussione e mutata così come in anni ormai remoti lo fu – con metodi “energici” – la politica kennediana verso l’Urss di Krusciov e quella nixoniana verso la Cina di Mao.

In ogni caso, si nota benissimo che l’esaltazione dell’europeismo è attuata da coloro che di questo vivono con ormai notevole preoccupazione, con l’ammissione che così com’è non va bene, che deve essere cambiato, ma non tornando all’autonomia della nazioni, invece “tutti insieme”, con il grande “amore reciproco” (assai velenoso) caratteristico dei rapporti interni alla UE da quando è nata. Insomma, i terrorizzati dalla prospettiva di perdere gli appannaggi americani per il loro bieco servilismo (e ancora nient’affatto sicuri che la nuova strategia Usa non richieda il loro ricambio con servi più capaci e furbi) ammettono che non tutto va bene, che si deve cambiare, ma non hanno in realtà nessuna idea di come cambiare. Cercano solo di convincere popolazioni, confuse e impaurite dalla crisi e dall’impoverimento di vasti strati, che stanno “intensamente pensando” ad un ricambio per renderli prosperi e felici. Non troveranno un bel nulla. L’incapacità riguarda però pure i loro oppositori; ne ho già parlato in precedenti scritti, nei video, non ci torno adesso salvo ricordare il loro più grande errore: credere ancora al voto. Ne riparleremo in seguito; dovremo anzi riparlarne in continuazione ormai.

Mettiamoci in testa che è veramente finita un’epoca e siamo al passaggio in un’altra che ancora non conosciamo bene; almeno non vedo nessuno in grado di dire qualcosa di sensato in merito. Sia chiaro che nemmeno io – di vecchia generazione come sono – so come districarmi dal cumulo di eventi contrapposti che si verificano. Tuttavia, lo ammetto e sostengo che il compito dei “veci” è di pensare meglio i caratteri dell’epoca ormai trapassata e di mettere in luce, per quanto possibile, gli errori commessi, il cumulo di credenze ideologiche ormai dissoltesi portando allo sfacelo culturale odierno. Nuove generazioni devono avanzare infine. Non urlando di entusiasmo per finti rinnovatori come questo Macron o altri dello stesso genere; ma nemmeno inveendo contro di lui con parole d’ordine ammuffite quant’altre mai. Perché allora questi giovincelli mostrano di essere ormai intossicati da quel veleno e non riusciranno mai a capire i connotati della nuova epoca; saranno solo capaci di impadronirsi delle innovazioni tecniche, che non sono quelle utili a ricostruire un tessuto sociale più vivibile e adatto a resistere nel futuro ormai dietro l’angolo.

Ricordiamoci comunque una cosetta ancora. Quando si verificano questi trapassi d’epoca, sembra – ai più coscienti di quanto sta avvenendo – che tutto stia crollando, che sia quasi la fine del mondo. In genere, almeno finora, non è mai accaduto. Un’epoca passa, una tormentosa transizione viene compiuta e infine ci si trova in una sorta di “nuova era”, in cui i più vecchi si sentono certamente assai a disagio. Tuttavia, il mondo non è finito e ricomincia un altro e diverso ciclo che poi terminerà come tutti gli altri già trascorsi. Mettiamoci in questa prospettiva. Macron è un’episodio di questa brutta fine di un’epoca, che del resto ha vissuto una pessima transizione soprattutto nell’ultimo mezzo secolo. Purtroppo vedere ancora in TV e leggere sui giornali simili vermiciattoli, assistere ancora impotenti allo spettacolo (come ho già detto altrove, da freaks) che stanno recitando, è penoso e richiede uno stomaco a prova di bomba. Non ci si può far nulla, bisogna accettare la traversata in questo cumulo di spazzatura. E così sia.

 

PS Un’ultima proprio piccola notazione. Oggi in “Libero” mi sembrava di notare una notevole nausea per l’elezione in Francia. Invece “Il Giornale” non riusciva a nascondere un’intima soddisfazione e a titoli di scatola predicava: “di sola destra non si vince”. E il “nano” si è affrettato a dichiarare: “felice per Macron, l’UE ora deve cambiare”. Come vedete, questa “destra” cosiddetta moderata italiana, ancora influenzata da un essere miserrimo come costui, è perfino peggiore, più laida e disgustosa, di quella francese rappresentata alle elezioni da Fillon. E quegli emeriti sciocchi dei suoi “alleati”, che blaterano contro la Ue, contro l’euro, ecc. non hanno saputo denunciarlo una volta per tutte, tirandogli addosso una “ideale” statuetta che non solo lo sfregiasse, ma lo eliminasse infine dalla scena politica. Ha perfino altri coglioni di italiani dietro a lui. Questi non sono meno peggiori dei semicolti; anzi questo inverecondo personaggio è decisamente più odioso di un Renzi, che dice apertamente quello che è e che vuole; mentre il nanetto si maschera, si nasconde da ormai sei anni (era il maggio del 2011 quando andava a inchinarsi a Obama a Deauville durante il G20). E’ in definitiva un Gano di Maganza che attende la sua “Roncisvalle” alle prossime elezioni. Ma chi non l’ha smascherato e denunciato è colpevole pure lui. Punto e basta con tutta questa genia solo interessata a giocherellare per avere un po’ di voti e andare a muffire in Parlamento.

Interessante – per certificare lo schifo dei giochetti tra questi miserabili che impestano il ceto politico italiano – il possibile accordo tra Pd e pentastellati sulla legge elettorale. Dire chi è il peggiore in Italia (ma non solo qui come abbiamo visto) è in pratica al momento impossibile. Avanti con il pattume! Riporto da ultimo un articolo di Foa che è di assai utile lettura:

 

http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/05/07/macron-presidente-non-illudetevi-sara-un-nuovo-hollande/

 

 

 

 

Le facce della democrazia nella fase multipolare di Luigi Longo

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Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto, ma anche quello sconosciuto, sotterraneo, che poi è il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci misteriosi dell’alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente: sono gli intoccabili. Facce misteriose che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra di noi da farci sentire legittimamente esclusi. È lì, in chissà quali magici e ovattati saloni che a voce bassa e con modi raffinati si decidono le sorti del nostro mondo: dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle cadute dei muri, ai massacri più efferati.

Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale.

Mi fa male la democrazia, questa democrazia che è l’unica che io conosco.

Mi fa male la prima repubblica, la seconda, la terza, la quarta.

Mi fanno male i partiti, più che altro… tutti.

 Mi fanno male i politici, sempre più viscidi, sempre più brutti. Mi fanno male i loro modi accomodanti, imbecilli, ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci ringraziano, come ci amano. Ma sì, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo… per capire bene che lo sto prendendo nel culo. Tutti, tutti, l’abbiamo sempre preso nel culo… da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere della politica.

Che ogni giorno sono lì a farsi vedere. Ma certo, hanno bisogno di noi che li dobbiamo appoggiare, preferire, li dobbiamo votare, in questo ignobile carosello, in questo grande e libero mercato delle facce… facce, facce, facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente.

Facce che non sanno niente e dicono… di tutto!

Facce suadenti e cordiali, col sorriso di plastica.

Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo.

Facce compiaciute, vanitose, che si auto incensano come vecchie baldracche.

Facce da galera, che non sopportano la galera e si danno malati.

Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere.

Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie.

Facce megalomani, da ducetti dilettanti.

Facce ciniche da scuola di partito, allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi.

Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo!

Facce che straboccano solidarietà.

Facce da mafiosi, che combattono la mafia.

Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta.

Facce scolpite nella pietra che con grande autorevolezza sparano cazzate!

Non c’è neanche una faccia, neanche una che abbia dentro il segno di qualsiasi ideale. Una faccia che ricordi il coraggio, il rigore, l’esilio, la galera. No, c’è solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l’avidità più schifosa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere.

Facce che ogni giorno assaltano la mia faccia in balia di tutti questi nessuno.

E voi credete ancora che contino le idee? Ma quali idee…

La cosa che mi fa più male è vedere le nostre facce con dentro le ferite di tutte le battaglie che non abbiamo fatto.

E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno.

Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere e quello che abbiamo dimenticato di sognare.

Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri meschini egoismi e cercare un nuovo slancio collettivo magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto! Perché un uomo solo che grida il suo no, è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.

                                                                                                                                  Giorgio Gaber*

Perseo usava un manto di nebbia per inseguire i mostri. Noi ci tiriamo la cappa di nebbia giù sugli occhi e le orecchie, per poter negare l’esistenza dei mostri […]

Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi.

Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale[ ?, mio interrogativo], può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

 

                                                                                                                                  Karl Marx*

 

 

1.Premessa

 

Stiamo entrando con sempre maggiore decisione nella fase multipolare che delinea con più chiarezza le potenze (Russia e Cina) che mettono in discussione l’attuale egemonia mondiale degli USA. Si confrontano configurazioni di poli di potenze con visioni, culture e strategie diverse nell’intendere le relazioni mondiali. Ricordo che sto parlando di potenze mondiali come espressione di capitalismi diversi e di agenti strategici dominanti con una loro visione di potere e di dominio, sia nazionale sia mondiale, storicamente dati. Non parlo di nazioni e di relazioni tra nazioni come espressione di soggetti portatori di un’altra visione di relazioni sociali e di rapporti sociali che si confrontano in una logica multilaterale e multiculturale ( i termini vogliono semplicemente indicare un confronto tra mondi e culture diversi): in questo tempo e in questo spazio storico, i soggetti portatori non esistono; forse storicamente essi non sono mai esistiti nella polis democratica di Atene né nei populares dell’antica Roma, né nella Comune di Parigi del 1871 né nella rivoluzione russa del Novembre 1917.

Comunque va sottolineato che la Russia e la Cina sono per un mondo multilaterale, per un mondo relazionale mentre gli USA sono per un mondo unilaterale e sono ferocemente determinati ( la loro strategia del caos mondiale lo sta a dimostrare: oggi, in particolare, in Siria, in Libia, in Turchia ) a contrastare l’inizio del loro declino egemonico e a rilanciare una nuova sfida con una nuova visione delle relazioni mondiali che abbia come centro di coordinamento gli USA; così Zbigniew Brzezinski: << Come la sua epoca di dominio globale finisce, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale […] La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale […] Il fatto è che non c’è mai stata una vera e propria potenza “dominate” globale fino alla comparsa dell’America (gli Stati Uniti, mia precisazione) sulla scena mondiale. La nuova, determinante realtà globale è stata la comparsa sulla scena mondiale dell’America come giocatore allo stesso tempo più ricco e militarmente più potente. Durante l’ultima parte del 20° secolo nessuna altra potenza gli si è nemmeno avvicinata. Quell’epoca sta ormai per finire ( corsivo mio) >> (1). Robert Kagan precisa che per gli USA il << […] “multilateralismo” indica una politica volta a sollecitare attivamente e ottenere l’appoggio degli alleati. Gran parte degli americani, persino coloro che si dichiarano “multilateralisti”, considera l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sempre desiderabile ma mai essenziale (“multilaterale se possibile, unilaterale se necessario”, corsivo mio). Si tratta, insomma, di un mezzo per raggiungere il fine, cioè l’appoggio degli alleati. Per la stragrande maggioranza degli americani il multilateralismo non è un fine in se stesso >> (2). Joseph Nye afferma << Il National Intelligence Council […] ha pubblicato un rapporto in cui si prevede che nel 2030 gli Stati Uniti saranno ancora il paese più potente al mondo, ma non ci saranno paesi “egemoni”. La fase unipolare è finita, e gli Stati Uniti non saranno potenti come in passato. Tuttavia, un certo declino relativo non significa la fine dell’era americana >> (3). Costanzo Preve chiarisce << Per dirla in modo chiaro, la speranza che in un futuro non troppo lontano i rapporti fra Europa ed USA possano passare dal nesso fastidioso e diseguale Unilateralismo/Subalternità al nesso virtuoso Partnership/Eguaglianza fra i Contraenti è a mio avviso privo di fondamento, perché l’Americanismo è un Progetto Messianico, mentre l’identità culturale europea di oggi, comunque la vogliamo declinare e comunque vogliamo elencarne le cosiddette “componenti storiche”, non è un progetto messianico, ma un Progetto Relazionale. E chi non capisce la differenza qualitativa fra Progetto Messianico, strutturalmente unilaterale, ed un Progetto Relazionale, strutturalmente multilaterale, non può effettivamente cogliere il bandolo della matassa ( corsivo mio) […]>> (4).

Nella fase multipolare il ruolo dello Stato con le sue articolazioni territoriali, inteso come luogo dove gli agenti strategici dominanti esercitano la propria egemonia di potere e di dominio in una situazione di equilibrio dinamico, diventa meno flessibile e agisce in una logica di accentramento dei poteri in tutte le sfere sociali, in particolare in quella politica, istituzionale e militare, mettendo mani formalmente alle Costituzioni nazionali.

Al contrario, nella fase unipolare, la presenza di un centro di coordinamento garantisce più libertà di movimento; né è un esempio la storia occidentale ad egemonia USA che va dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla fine del secolo scorso; altra cosa è la storia orientale dell’URSS durante la guerra fredda con le sue sfere di influenza, dove la rigidità del sistema a socialismo irrealizzato ha assunto ben altre caratteristiche di potere e di dominio ( sarebbe utile approfondire e produrre un’analisi comparata sulla costruzione storicamente data dello Stato da parte degli agenti strategici dominanti delle due potenze mondiali protagoniste dell’intero Novecento fino all’implosione dell’ex URSS avvenuta formalmente nel periodo gennaio 1990 – dicembre 1991) (5).

In questa fase multipolare in Italia si sta verificando quanto segue: << […] A Pisa, dove due anni fa è stato costituito il Comando delle forze speciali dell’esercito (Comfose), si sono intensificati da mesi i voli dei C-130J che partono per ignote destinazioni carichi di armi e rifornimenti. Tali operazioni sono segretamente autorizzate dal presidente Renzi scavalcando il parlamento. L’articolo 7 bis della legge n. 198/2015 sulla proroga delle missioni militari all’estero conferisce al presidente del consiglio facoltà di adottare << misure di intelligence di contrasto, in situazioni di crisi, con la cooperazione di forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa >>, col solo obbligo di riferire formalmente al << Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica >>. In altre parole, il presidente del consiglio ha in mano forze speciali e servizi di intelligence da usare in operazioni segrete, con il supporto dell’intero apparato militare. Un potere personale anticostituzionale, potenzialmente pericoloso anche sul piano interno. […] il presidente del consiglio Renzi, nel quadro della strategia USA/Nato, porta l’Italia in altre guerre e a una crescente spesa militare a scapito delle esigenze vitali del paese. Spesa a cui si aggiunge quella segreta per le operazioni militari segrete da lui ordinate.>> (6).

Per quanto riguarda la riforma costituzionale, oggetto di referendum prossimo, Alessandro Pace afferma che << […] In definitiva il d.d.l Renzi privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega, come già detto, l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca contraddittoriamente la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-time delle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci.
Mi fermo qui, ma potrei continuare ancora a lungo: dall’esclusione del Senato nella deliberazione dello stato di guerra (leggi: l’invio all’estero delle missioni militari) ai difficili raccordi del Senato delle autonomie con lo Stato, con le stesse Regioni (i governatori stanno là e non a Palazzo Madama!) e infine con l’Unione europea >> (7). Questi due esempi di accentramento dei poteri in atto vanno inquadrati nella questione di servitù volontaria italiana (ed europea) alla potenza mondiale degli Stati Uniti. Se non si affronterà la questione dell’autonomia nazionale, fondante e prioritaria, non si capiranno nè il progetto di ri-costruzione di una Europa come soggetto politico, intesa come federazione di Stati, che dialoga con l’Occidente e con l’Oriente; nè l’accentramento dei poteri in atto (sia nelle istituzioni nazionali sia nelle istituzioni mondiali) al servizio delle strategie statunitensi per ritardare il loro declino e ri-lanciare su basi diverse un nuovo disegno mondiale di egemonia che può prevedere, in una prima fase, un Progetto Relazionale ( il conflitto delle elezioni presidenziali statunitensi si gioca tra il progetto messianico di Hillary Rodham Clinton e il progetto relazionale di Donald Trump. Mi auguro che vinca Donald Trump.).

Niccolò Machiavelli scrive: << E’ non mi è incognito come molti hanno avuto e hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate da la fortuna e da Dio che li uomini, con la prudenza loro, non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose ma lasciarsi governare dalla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dì fuora di ogni umana coniettura, a che pensando io, qualche volta mi sono in qualche parte inclinato nelle opinioni loro. Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. E assimiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che quando si adirano allagano e’ piani, rovinano li arbori e li edifici, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare. E benchè sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessimo fare provvedimento e con ripari e con argini in modo che, crescendo poi, o eglino andrebbono per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né licenzioso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle e quivi volta e’ sua impeti dove la sa che non sono fatti gli argini né e’ ripari a tenerla. E se voi considerrete la Italia che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcun riparo, che, s’ella fussi riparata da conveniente virtù come è la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatto le variazioni grande che la ha o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti aver detto quanto allo opporsi alla fortuna in universali >> (8).

 

 

  1. Facce della democrazia

 

Parlerò delle facce della democrazia nella fase multipolare attraverso due esempi.

Il primo esempio riguarda la potenza mondiale USA ad egemonia declinante con le facce dei Clinton nell’esperimento del Kosovo tratto dal libro di Diana Johnstone (Hillary Clinton, regina del caos, Zambon editore, Francoforte sul Meno, 2016, pp.146-149).

Il secondo esempio concerne l’Italia, territorio geografico espressione degli USA, con le facce del tribunale di Torino che ha condannato a due mesi di carcere con la condizionale una ex studentessa del corso di Laurea Magistrale in Antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica (interateneo) della Università Ca’ Foscari di Venezia per aver usato il noi partecipativo nello scrivere la tesi di laurea su << Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità >>. Il fatto è tratto dall’appello di libertà di ricerca e di pensiero << Mai scrivere “noi” >> pubblicato sul sito www.effimera.org.

Quattro precisazioni a mò di chiarezza.

La prima. Intendo le facce delle persone come espressione delle relazioni sociali ( le maschere sociali) e come funzioni che svolgono nei rapporti sociali storicamente dati (le funzioni-tipo) (9).

La seconda. Non condivido le analisi e la lotta del movimento NO TAV perché stanno tutte nella logica del conflitto capitale-economia, capitale-natura, capitale-territorio e per capire il processo di infrastrutturazione del territorio nazionale ed europeo, in questa fase multipolare funzionale alle strategie degli USA-NATO, occorre mettersi nel campo del conflitto strategico (10).

La terza. Difendo la libertà di pensiero e di ricerca, per quella che ci è concessa individualmente e per quella che si riesce a conquistare socialmente, soprattutto nelle università italiane dove, dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, è stata sempre più ridotta fino ad essere eliminata. La difendo a prescindere dal fatto che oggi nelle Università italiane non si fa quasi più ricerca.

La quarta. Non credo nella separazione dei poteri come bilanciamento delle storture e degli abusi di potere e di dominio da parte degli agenti strategici. Credo nella costituzione di agenti strategici delle sfere sociali che lottano per la propria egemonia e trovano nei luoghi istituzionali ( lo stato con le sue ramificazioni territoriali) l’equilibrio dinamico atto ad affermare la propria visione sociale, la realizzazione del modello di sviluppo sociale, la gestione del proprio potere ( le singole sfere sociali) e la strategia del proprio dominio ( l’insieme delle relazioni sociali ) sia interno (nazionale) sia esterno (mondiale).

 

 

2.1 L’esperimento del Kosovo

 

Durante la presidenza Clinton, tra il 1993 e il 2000, la Jugoslavia fu utilizzata dall’establishment della politica estera come laboratorio sperimentale per il collaudo di tecniche di controllo, sovversione e “regime change” a opera degli Stati Uniti destinate a essere poi impiegate altrove. L’uso della Jugoslavia come una mini-URSS, con la Serbia nella parte della Russia, e la frantumazione della Jugoslavia e quindi della Serbia stessa ( attraverso il distacco del Kosovo) costituirono la prova generale del processo che abbiamo recentemente visto all’opera in Ucraina, con la Russia come obiettivo.

Vi si possono ravvisare le stesse tecniche:

 

Hitlerizzazione. L’aggressione inizia come guerra di propaganda, condotta da media mainstream organicamente legati a esponenti governativi e think tank di primo piano. Nella prima fase, il paese preso di mira scompare praticamente sotto l’ombra del suo leader, bollato come “dittatore” ( anche se regolarmente eletto), che viene raffigurato come l’incarnazione del male sulla terra e che “ se ne deve andare”. La parte del nuovo Hitler è stata affibbiata alle personalità più diverse quali Slobodan Milosevic’, Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi, Bashar al-Assad e ora Vladimir Putin.

 

Sanzioni. Le sanzioni economiche contro l’Hitler di turno servono a stigmatizzare il malvagio, a destabilizzare le sue relazioni e ad arruolare gli alleati interni che esitano ancora a ricorrere alle armi ma sono disposti ad accettare questo presunto metodo “pacifico” per fargli cambiare atteggiamento. Una volta fallite le sanzioni, l’opinione pubblica è ormai stata preparata a considerare “necessario” l’uso della forza militare.

 

Clienti locali. Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di alleanze con i peggiori elementi degli Stati presi di mira, forze che non si fermano davanti a nulla. In Serbia, gli Stati Uniti fornirono sostegno politico e militare a criminali senza scrupoli. Nei paesi musulmani, gli USA hanno appoggiato e armato fanatici islamici. In Ucraina, la campagna anti-russa poggia sul controllo delle piazze da parte di miliziani nazisti impenitenti.

 

ONG dei diritti umani. Le cosiddette Organizzazioni Non-Governative, che in realtà sono strettamente legate o perfino finanziate direttamente dal governo USA ( in particolare dal National Endowment for Democracy e dalle sue filiali), svolgono una funzione centrale nel presentarsi come l’incarnazione della vera democrazia strangolata dall’”Hitler” nel mirino, quando la polizia interviene contro i disordini provocati dai “veri democratici”. Gli scenari elaborati dal politologo Gene Sharp sulla base delle esperienze di movimenti rivoluzionari o progressisti vengono utilizzati come manuale di addestramento in vista di azioni atte a suscitare simpatia provocando la repressione dello Stato, e prive di qualunque contenuto politico al di là dell’opposizione al leader in carica. Le agitazioni messe in atto in Serbia dal gruppo giovanile “Otpor”, addestrato a Budapest da specialisti USA, costituirono un modello che venne in seguito adattato alle “rivoluzioni colorate” successive.

 

Sabotaggio della diplomazia. Per preparare la guerra in Kosovo, il Segretario di Stato Madeleine Albright organizzò falsi negoziati tra il governo jugoslavo e i nazionalisti albanesi del Kosovo nel castello di Rambouillet, mantenendo segregate le due parti, sostituendo il capo della delegazione albanese professor Ibrahim Rugova con il suo cliente, il criminale Hashim Thaci, e presentando un ultimatum (totale occupazione militare della Serbia) che obbligò i serbi a rifiutare e ad assumersi così la responsabilità del “rifiuto di negoziare”. E’ ormai un’abitudine per i rappresentanti USA alle Nazioni Unite sabotare i negoziati ricorrendo a filippiche, insulti e bugie.

 

Criminalizzazione. In relazione al conflitto in Jugoslavia, l’influenza preponderante degli Stati Uniti consentì a Washington di dare inizio alla pratica dell’uso dei tribunali internazionali per trattare i nemici alla stregua di criminali comuni invece che come avversari politici. Il concetto di “impresa criminale collettiva” (“joint criminal enterprise”), utilizzato nel diritto penale statunitense contro la mafia, fu introdotto nel Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, creato ad hoc, per essere applicato ai serbi, con il presupposto implicito che la semplice difesa degli interessi serbi costituiva un crimine. In seguito, gli Stati Uniti sono riusciti a influenzare la Corte Penale Internazionale ( alla quale gli USA stessi non aderiscono) perché incriminasse nemici quali Muhammar Gheddafi sulla base di accuse prive di fondamento. Questa procedura contribuisce a escludere a priori ogni negoziato di pace, dal momento che, si sostiene, non è possibile negoziare con un criminale sotto accusa.

 

Spauracchio del “genocidio”. Ogni qual volta gli Stati Uniti prendono posizione in un conflitto etnico o politico in atto in una data regione, la procedura abituale consiste nell’accusare la parte avversa di tramare di “genocidio”. Tale accusa esclude la possibilità che entrambe le parti stiano combattendo per raggiungere specifici obiettivi territoriali o politici che, se adeguatamente compresi, potrebbero essere oggetto di mediazioni.

 

Media e propaganda. La chiave dell’intero sistema di aggressione è costituita dalla padronanza con cui gli Stati Uniti maneggiano un enorme apparato di propaganda, incentrato sui media mainstream. La colonna sonora è fornita dall’industria dello spettacolo, in particolare da Hollywood, che sforna a getto continuo prodotti che glorificano l’uso della violenza per schiacciare il nemico. I videogiochi rappresentano un potente nuovo strumento atto a rendere normale l’istinto omicida. Realtà e finzione si fondono nelle fantasie visive di innumerevoli battaglie tra il Bene e il Male, confezionate e vendute al pubblico americano.

 

Bombardamento. Questa è l’argomentazione decisiva, la spada di Damocle che pende su qualunque controversia. Per il Pentagono, la NATO, la CIA, la NED, i media mainstream e l’establishment della politica estera USA, la guerra del Kosovo costituì un’ottima esperienza didattica, un terreno di prova, un allenamento per future avventure. Fu la “guerra per fare le guerre”.

 

Per i Clinton, il Kosovo rappresentò un diversivo rispetto ai loro scandali privati e un’occasione per salire sul palcoscenico delle grandi questioni mondiali. In Kosovo, Bill Clinton è venerato come il padre fondatore di questo piccolo protettorato USA strappato alla Serbia. Una statua dorata alta tre metri del benefattore venuto dall’Arkansas saluta i passanti in viale Bill Clinton, nei pressi di una boutique chiamata “Hillary”. Mentre nel mondo gli Stati Uniti sono sempre più odiati per i loro interventi militari e il loro incessante bullismo, questo intervento ha creato un’enclave di fanatici filoamericani. Durante la sua visita a Pristina nel 2010, il Segretario di Stato Hillary Clinton ebbe modo di crogiolarsi nell’adulazione. Il fatto che i paesi più entusiasticamente filoamericani del pianeta siano oggi il Kosovo e l’Albania la dice lunga sul declino degli USA agli occhi del mondo. Non è qualcosa di cui andare fieri.

 

 

2.2 Mai scrivere “noi”

 

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua testi di laurea, conseguita nel 2014. Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione. A differenza di Franca, Roberta è stata condannata a 2 mesi di reclusione con la condizionale. Nonostante le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche tra 30 giorni, la ragione della sua condanna è stata attribuita all’utilizzo, nella sua tesi di laurea, del “noi partecipativo” interpretato dall’accusa come “concorso morale” ai reati contestati. Di fatto, i video e le foto scattate durante le manifestazioni parlano chiaro: le due donne sono lì, presenti, anche se in disparte. È stato dimostrato in tribunale che nessuna delle due imputate ha preso parte a momenti di tensione. Né bisogna dire che tutti i momenti di tensione contestati dall’accusa hanno trovato riscontro nel materiale video fotografico acquisito dalla procura. Durante l’azione dimostrativa tenutasi davanti alla ditta Itinera di Salbertrand che fornisce il cemento al cantiere di Chiomonte le due ragazze partecipano ma rimangono ai margini. Di sicuro il pm Antonio Rinaudo ha chiesto 9 mesi per entrambe, ma mentre Franca è stata assolta da tutti i capi d’imputazione, Roberta è stata condannata. Roberta, infatti, avrebbe dimostrato un “concorso morale” con le condotte contestate dall’accusa, non a caso in alcuni passaggi della sua tesi raccontò l’accaduto in prima persona plurale. Quello che per la difesa era un “espediente narrativo” – nella ricerca etnografica il posizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca è una scelta soggettiva che fa parte di ciò che si chiama storytelling – diventa, per l’accusa, la prova di collusione rispetto ai reati contestati.

Siamo indignati: che ci risulti, è la prima volta dal 25 aprile 1945 che una tesi di laurea viene considerata oggetto di reato e subisce una condanna. Ci domandiamo, increduli, quale perversione attraversi un paese che porta nelle aule di un tribunale le parole di una tesi di laurea. Ci sconvolge che tutte le tesi di laurea siano potenzialmente oggetto delle letture inquisitorie dei magistrati e che la Procura di Torino si senta legittimata a sanzionare penalmente l’uso di un pronome personale a tutti gli effetti fondante della grammatica italiana quando usato in riferimento a un tema politico ad essa non gradito. L’accusa di “concorso morale” in riferimento all’analisi situata di un problema politico va intesa come sintomo dell’accanimento contro chiunque osi raccontare quanto avviene in Val di Susa senza criminalizzare la determinazione di una comunità a lottare contro la devastazione del suolo, della salute dell’ambiente e del territorio. Ricordiamo che all’interno dello stesso procedimento altre 45 persone, tra cui 15 minorenni, sono state rinviate a giudizio. Questa storia va intesa inoltre per ciò che è: un inaccettabile atto intimidatorio contro la libertà di pensiero e la libertà di ricerca, ancor più grave in quanto portato avanti contro giovani studenti accusati di mettere troppa passione in ciò che fanno e minacciati di essere pesantemente sanzionati se prendono posizione, “partecipano” o osano fare politica.

Rivolgiamo questo appello in modo particolare al mondo universitario italiano per rompere il silenzio e denunciare la violazione della libertà di ricerca e di opinione. Nessuno dei classici difensori delle libertà democratiche si è fatto, fino a ora, sentire. Nessun esponente di rilievo del mondo accademico né del ministero dell’Università e della Ricerca ha ritenuto necessario dover rilasciare una dichiarazione. Vogliamo rivolgerci in particolare al mondo accademico per chiedere quanto a lungo intenda accettare esplicite intimidazioni e minacce di ritorsioni. Se il fine di questo processo è sigillare la colpevolezza di chi racconta le ragioni di chi lotta contro la violenza e i soprusi, siamo tutti colpevoli. “Per uno scrittore il reato di opinione è un onore” ha scritto Erri De Luca, il primo assolto per un crimine che non esiste ma che l’Italia odierna punta pericolosamente a restaurare: il reato d’opinione. Sentiamo l’esigenza di prendere parola in difesa della libertà di ricerca e di pensiero in Italia e chiediamo a tutti di moltiplicare le iniziative in questa direzione. Ribadiamo che nessuna intimidazione o minaccia di ritorsioni potrà distoglierci dalla nostra narrazione, dal nostro storytelling, dal nostro impegno di ricerca perché il nostro mestiere lo conosciamo e lo amiamo, nonostante tutto.

 

 

3.Conclusioni

 

La democrazia e la libertà sono relazioni sociali che vanno conquistate e costruite quotidianamente in tutti i luoghi del vivere sociale ( dalla famiglia allo Stato). La quotidianità non è il pragmatismo rozzo del vivere biologico dell’umanità storicamente dato, essa è la sintesi pratica e teorica di tutti i livelli della società: dal microcosmo del singolo individuo al macrocosmo dei sistemi sociali e delle visioni culturali che li sottendono. E’ un processo di democratizzazione della vita quotidiana nell’accezione lucacciana del termine. Viviamo in una società capitalistica dove la democrazia è asimmetrica e vi è un terribile scarto tra la forma e la realtà. Quando c’è lo scarto tra forma e sostanza siamo in un processo di rapporti sociali dove vengono meno, per la maggioranza della popolazione, gli elementi fondamentali del vivere sociale. Lo scarto storicamente assume forme di flessibilità a seconda delle varie fasi storiche ( unipolare, multipolare, policentrica). Mai si annulla. Per annullarlo occorre un processo di cambiamento dei rapporti sociali che ha come obiettivo reale la partecipazione della maggioranza della popolazione alle decisioni inerenti il suo vivere sociale. La democrazia non è solo partecipazione come cantava Giorgio Gaber ma è autocoscienza critica sessuata che conosce, interpreta e progetta in maniera aporetica un’altra idea di società.

La democrazia capitalistica può diventare un vettore verso vere e reali forme di libertà e di democrazia. Anche se la storia ha dimostrato che così non è mai stato qualunque sia stato il processo rivoluzionario messo in atto. E con questo non voglio negare i vantaggi per l’umanità intera che questi grandi cambiamenti hanno apportato in tutti i settori della vita sociale:<< Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d’interpretarlo. E, ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinchè il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.>> (11).

Viviamo in una triste fase storica come tutte le fasi multipolari e policentriche storicamente determinate ( con questo non voglio dire che le fasi unipolari sono gioiose ma quantomeno non prospettano un orizzonte di guerre ( regionali e mondiali) che sono comunque mezzi della politica; anche se nell’era nucleare la guerra come continuazione della politica va ripensata: ahinoi!).

Né le finestre che la storia può aprire, soprattutto nelle fasi policentriche ( per esempio la rivoluzione del Novembre russo del 1917), possono far intravedere per la grande maggioranza della popolazione cose buone perché il problema centrale è come si arriva all’appuntamento delle finestre storiche.

Vladimir Ilic Lenin, intelligente uomo rivoluzionario, ebbe una intuizione significativa quando affermò che lo Stato << potrà essere diretto da una cuoca >>. L’affermazione va inquadrata nel contesto teorico di elaborazione della fase di estinzione dello Stato e di trapasso alla fase del comunismo (12). E Gianfranco La Grassa dà una corretta interpretazione della questione quando sostiene che << L’idea della “cuoca” capace di gestire gli affari di Stato è la meno felice di quelle maturate nel geniale cervello di Lenin. Certo, egli si riferiva ad uno Stato ormai quasi estinto, quasi arrivato alla fine del socialismo in quanto fase di transizione al comunismo. Poiché tuttavia tale fase non si è mai vista, né mai si sarebbe potuta riscontrare nel presunto “socialismo” dell’Urss, essa è stata sfruttata per sostenere tesi cervellotiche >> (13). Gianfranco La Grassa, però, non coglie il particolare, sfuggito anche a Vladimir Ilic Lenin, che è quello della soggettività femminile ( la donna come soggetto altro dall’uomo) restando così nel limite dell’uguaglianza e della emancipazione femminile velate ed annullate nel concetto di classe; ovviamente parlo di quando esistevano le classi non di oggi dove esiste una ammucchiata di gruppi sociali (14). Lascio parlare una delle madri del pensiero femminile << In una donna la grandezza c’era da prima, era sua da prima, non appariscente, come un’avventura segreta, come un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino. Occorre però che lei accetti il suo privilegio e lo coltivi, come hanno fatto i nobili in certe epoche e in certi paesi. Se lo sa portare, allora cattedra o cucina non fa una differenza sostanziale, le fiabe lo insegnano. C’era questa intuizione nella celebre immagine usata da Lenin per far intendere che cos’è il comunismo, la cuoca che diventa capo di Sato? O, al contrario, mancava proprio questa intuizione e la sua era fede nell’emancipazione? E’ naufragato per questo il movimento comunista, per non aver saputo misurare la fortuna che le donne sono per l’umanità, ossia per aver suscitato energie femminili che sono straripate dai suoi confini, e non averle seguite in quell’andare oltre?. >> (15).

Il problema resta sempre la costituzione di soggetti sessuati di cambiamento che possono deviare il flusso oggettivo della storia che è sempre sedimentazione delle relazioni umane date. Perché, come ci ricorda Gianfranco La Grassa, i cambiamenti reali non avvengono solo con le idee.

 

Le epigrafi riportate sono tratte da:

 

Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo in Album “ E pensare che c’era il pensiero”, 1995, www.giorgiogaber.it .

Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, libro primo, pag.6.

 

NOTE

 

  1. Zbigniew Brzezinski, Toward a global realignment, Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido., 17/4/2016. Stralci dell’intervista sono compresi anche nell’articolo di Mike Whitney, La scacchiera spezzata. Brzezinski rinuncia all’impero americano, www.megachip-globalist.it, 28/8/2016.
  2. Robert Kagan, Il diritto di fare la guerra. Il potere americano e la crisi di legittimità, Mondadori, Milano, 2004, pp.46-47. Si veda anche la parte dell’intervista a Henry Kissinger compresa nell’articolo di Umberto Pascali, La disperazione degli USA e il ritorno di Kissinger, www.controinformazione.it, 24/8/2016.
  3. Joseph Nye, Fine del secolo americano?, il Mulino, Bologna, 2016, pag. 99. Si segnala la lettura critica del libro perché analizza l’egemonia reale degli Stati Uniti sia nelle sfere fondanti (produzione, ricerca, tecnologia, cultura, armamenti) sia nelle istituzioni mondiali della cosiddetta governance.
  4. Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea, editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2009, pag.110. Sull’unilateralismo americano si veda Charles A. Kupchan, La fine dell’era americana. Politica estera americana e geopolitica nel ventesimo secolo, Via e Pensiero, Milano, 2003, Capitolo V.
  5. Su questi temi rimando agli atti del seminario di Conflittiestrategie su “Stato, interesse nazionale. Perché scegliamo in questa fase l’autonomia nazionale”, tenutosi a Bologna il 16-17 aprile 2016 e pubblicati in www.conflittiestrategie.it .
  6. Manlio Dinucci, Le macerie della democrazia, il Manifesto del 6 settembre 2016.
  7. Alessandro Pace, Le insuperabili criticità della riforma costituzionale Renzi-Boschi, Cosmopolitica del 20/2/2016 e ripresa da Micromega ( www.micromega.it, 1/3/2016) e da Megachip ( www.megachip-globalist.it, 9/9/2016). Si veda anche Alessandro Pace, La riforma Renzi-Boschi: le ragioni del no, www.rivistaaic.it, 17/6/2016.
  8. Niccolò Macchiavelli, Il Principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Diciasettesima edizione, Milano, 2011, pp.220-222.

9.Per questi temi rimando a Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975; Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, Mondadori, Milano, 1973; Luigi Russo, Personaggi dei promessi sposi, Laterza, Bari, 1965; Gyorgy Lukacs, Saggi sul realismo, Einaudi, Torino, 1976.

  1. Luigi Longo, TAV, corridoio V, Nato e USA. Dalla critica dell’economia politica al conflitto strategico, www.conflittiestrategie.it, 23/12/2012.
  2. Gunther Anders, L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita dell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag.1.
  3. Vladimir Ilic Lenin, Stato e rivoluzione, Editori Riuniti, Roma, 1974, Capitolo V, pp.157-179.
  4. Gianfranco La Grassa, L’altra strada. Per uscire dall’impasse teorica, Mimesis, Milano-Udine, pag. 87.

14.Vladimir Ilic Lenin è stato in relazione con le donne. Una relazione significativa l’ha avuta con Inessa Armand. Ha scritto sulle donne, per esempio, L’emancipazione della donna ( Editori Riuniti, Roma, 1977). Ma, come Karl Marx, non è andato oltre un ragionamento di emancipazione e di uguaglianza.

  1. Luisa Murarro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma, 2011, pag.16.