Berlusconi il peggiore

gianfranco

Credo di aver detto più volte qual è stata, secondo la mia esperienza e la conclusione che posso trarne, la funzione di Napolitano quale “plenipotenziario” dello spostamento del Pci, inizialmente molto coperto (ma da me intuito già almeno a partire da metà anni ’70), verso l’atlantismo e gli Usa. Tuttavia, sia chiaro che non gli auguro affatto di morire e anzi spero con sincerità che se la cavi. Il suo guaio fisico non altera minimamente il mio giudizio politico, che resta decisamente negativo. Tuttavia, ritengo veramente barbaro e anche un po’ odioso augurare la morte, e per guaio fisico, a chicchessia. Considero il “nano” ancora peggiore del “regale” ex presdelarep. E quel che ha detto oggi sugli eventi di Porzus (per null’affatto delucidati e molto poco conosciuti se non in chiave anticomunista) e sui “5 stelle” come nazisti (quindi per lui i forzaitalioti sono simili agli ebrei) me lo fanno disprezzare più di qualsiasi altro personaggio dall’inizio della storia d’Italia. Quando è stato molto male, anche lui per problemi all’apparato circolatorio, non gli ho però augurato di morire e sono stato in fondo lieto che se la sia cavata.
Venendo alla politica meschina di questi ultimi due mesi, secondo me il berlusca si è ri-convinto – dopo la delusione di essere arrivato secondo nel centro-dx – di potercela fare. Spera di ammorbidire Salvini fino a farsi seguire nell’appoggio ad un governo Pd e F.I. (su cui Renzi è d’accordo). E’ però senz’altro complicato; la Lega perderebbe consenso. La Meloni non basta in termini di maggioranze parlamentari; e poi penso che anche a lei non convenga un simile comportamento. Il maneggione potrebbe tentare di staccare i maroniani dalla Lega, ma non so se sono poi tanti e quindi sufficienti. Forse, la trama segreta potrebbe essere – e allora per questo i renziani fanno i “duri” e gli indisponibili – un Pd che convince Di Maio a non essere premier e a mettere avanti un altro individuo meno esposto. Dopo di che i “dem” potrebbe alla fine accettare l’accordo in chiave nettamente europeista e atlantista, con qualche concessione su un simil-reddito di cittadinanza (modificato opportunamente) e accordi sui “diritti civili”. La maggioranza è ristretta? Basta convincere i “grillini” a quell’appoggio esterno dei berlusconiani, che già avevano accettato per un governo con la Lega. Il “nano” potrebbe presentarsi ai vertici UE come colui che ha assolto la promessa d’essere “argine al populismo”. Infatti, dopo giorni di tensione, ricomincia a mostrarsi sollevato. Sarebbe utile una batosta in Friuli Venezia Giulia, ma non decisiva. E poi ci sarà? Mah, gli elettori non ci hanno capito nulla. La Lega deve stare attenta; potrebbe essere la maggiore fregata alla fine di tutta questa manfrina.
Aggiungo che il “nano” potrebbe presentare il progetto appena sopra esposto a Salvini come fosse quello di un governo di unità nazionale, che anche lui dovrebbe appoggiare. Al suo rifiuto, pressoché sicuro, accuserebbe il leghista di scarso senso degli interessi nazionali e quindi sosterrebbe di essere lui a salvare l’Italia con il suo “sacrificio” (molto ben remunerato in sede europea, statene sicuri)

L’onta libica

225px-Presidente_Napolitano

 

La vicenda dell’attacco alla Libia di Gheddafi del 2011 attesta non solo l’inettitudine di tutta la classe dirigente italiana a svolgere le sue funzioni ma anche la sua attitudine intrinseca a tradire gli interessi nazionali. Il tradimento è un fatto oggettivo che può concretarsi sia con una decisione presa ma anche con una non presa, da parte di chi ha in mano le redini del potere. Chi occupa un posto di responsabilità statale e non adempie ai suoi compiti può trasformarsi in un traditore per il fatto esclusivo di essersi sottratto alla scelta o di aver sbagliato opzione di fronte a questioni dirimenti per la salvaguardia nazionale. In questo episodio in particolare, non siamo soltanto in presenza di errori volontari ed involontari ma di omissioni belle e buone che hanno mutilato la politica estera del Paese, compromettendo anche la sua sicurezza interna. I media si accaniscono contro i furbetti del cartellino mentre nelle istituzioni abbiamo assenteisti politici cronici e recidivi che complottano contro lo Stato.
Da questo punto di vista ha ragione Salvini, però andrebbero processati tutti i vertici di quella fase storica, non solo l’ex inquilino del Quirinale. Almeno se quello che racconta Schifani, all’epoca degli avvenimenti Presidente del Senato, è vero. Afferma Schifani: “Eravamo all’Opera di Roma. Muti dirigeva il Nabucco. Alla fine del primo atto, il presidente della Repubblica ci chiese di trasferirci in un salottino riservato…il capo dello Stato, il sottoscritto, il premier Silvio Berlusconi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il consigliere Bruno Archi, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti…Archi ci mise in contatto con il ministro degli Esteri Franco Frattini che era a New York. E Frattini ci dipinse un quadro drammatico…L’Onu aveva votato una risoluzione che istituiva la no fly zone sula Libia. Ma soprattutto Sarkozy ci aveva fatto sapere che l’indomani avrebbe annunciato al mondo l’intervento militare e l’invio dei Mirage su cielo di Tripoli…Il momento era assolutamente drammatico, forse il più drammatico della mia presidenza. Sarkozy ci poneva davanti a una sorta di fatto compiuto: intervenire con la coalizione, che comprendeva Londra e Washington, oppure rimanere ai margini. E ci dava un ultimatum, poche ore per decidere…Una situazione complicata e fu in quel clima di ansia che Napolitano fece il passo decisivo…Napolitano disse testualmente: L’Italia non può rimanere fuori…Berlusconi soffriva, era visibilmente contrariato, stava quasi male. Si capiva benissimo che non condivideva per niente quella posizione…ma il presidente, che era anche il capo supremo delle Forze armate, con quell’ intervento chiuse la discussione. Pollice verso, partita finita.”

Ciò significa che da un lato c’era un Presidente della Repubblica che premeva per l’aggressione di uno Stato col quale avevamo siglato patti di amicizia e di collaborazione economica e dall’altro vi era un Premier incapace di impedire il disattendimento degli accordi siglati con un gesto forte di dissenso, come le dimissioni. Berlusconi, anziché rinunciare all’incarico, ha asseverato le iniziative belliche contro la Libia rendendosi complice del Colle. Le macchie indelebili sono, dunque, ampiamente distribuite tra i protagonisti citati. La cosiddetta “sofferenza” personale di B. non è un’attenuante, semmai è da considerarsi aggravante, perché egli, pur avendo compreso la gravità della situazione, il disonore che ne sarebbe derivato per l’Italia e i rischi internazionali connessi, non si è opposto ai guerrafondai ma si è unito a loro. Se oggi dalla Libia giungono sulle nostre coste migliaia di disperati, ai quali si mescolano anche terroristi, se abbiamo perso affari strategici in quella terra per miliardi di euro e se il caos nel mediterraneo ci minaccia così da vicino, è colpa di tutti loro. In solido. Lo scaricabarile non laverà l’onta. I danni provocati alla nazione saranno un macigno sulla loro memoria. Il Tribunale della Storia non distrugge i nastri.

 

BUGIE SU BUGIE E L’IGNORANZA DEGLI “ANTICOMUNISTI”, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/napolitano-coniglio-1428048.html

adesso basta anche con le menzogne di questi superficiali e anche ignoranti “destri”. L’unica cosa corretta riferita nell’articolo è che fu certo Napolitano a volere l’approvazione dell’aggressione a Gheddafi e a sostenere che non si poteva non stare con gli alleati della Nato. Questa stabilì soltanto la “no-fly zone” sulla Libia, ma non riuscì a prendere una decisione chiara sul vero e proprio misfatto, compiuto non solo da Sarkozy (come sembra da questo articolo), ma anche dall’Inghilterra. Inoltre, basta anche con il far finta che tutto ciò era una scelta francese; faceva invece parte della nuova strategia obamiana del caos, in cui si cambiava quella bushiana fondata sull’attacco diretto (vedi Afghanistan 2002 e poi l’Irak 2003 con l’ormai più che documentata balla delle armi di distruzione di massa possedute da Saddam, raccontata da Colin Powell all’ONU, mentre l’allora Ministro degli Esteri francese prendeva nettamente le distanze). La strategia obamiana prevedeva invece l’uso di servitori delinquenziali che, come tutti i soggetti di tale tipo, chiedono certamente di godere alcuni vantaggi (e soprattutto, in quell’occasione, di fregare gli interessi italiani in Libia; e non solo). Tutti scordano che, poco prima che i due sicari partissero contro Gheddafi, navi americane nel Mediterraneo spedirono varie decine di missili a distruggere difese aeree e quel po’ di aviazione della Libia.
Ci si scorda poi che l’“affranto” Berlusconi poteva opporsi nettamente a quell’aggressione (mentre il suo Ministro degli Esteri, Frattini, l’appoggiava apertamente) e non limitarsi a quella frase (pur essa scordata da chi ha memoria corta): “sic transit gloria mundi”, con la quale si accettava vergognosamente e vigliaccamente l’infamia, che avrebbe condotto a quell’autentica macellazione del leader libico. Basta anche con la contraddizione in termini: Napolitano “comunista e filoamericano” (anzi: stalinista e filoamericano). Nessun comunista e stalinista era filoamericano. Conoscevo fior di “amendoliani” (i cosiddetti “miglioristi”); non erano già più comunisti perché in via di netta socialdemocratizzazione, criticavano nettamente il regime politico vigente in Urss, ma nel mondo bipolare stavano comunque con quest’ultima e non con gli Usa. Nel 1969 (vicesegreteria del Pci a Berlinguer, che ne divenne segretario nel 1972), il Pci (e non la parte “migliorista”) iniziò trattative segrete e coperte con gli Usa per quel passaggio di campo (di stampo “badogliano”) che poi compì un bel passo avanti con il viaggio (raccontato ridicolmente come “culturale”) di Napolitano negli Usa, iniziato un po’ dopo che Moro (con la sua bella borsa di documenti mai trovati e mai rivelati dalle BR, ampiamente “infiltrate”) era stato rapito. Infine, con il crollo del campo “socialista” (1989) e dell’Urss (1991), si ebbe la svolta decisiva e scoperta del Pci (che aveva ormai iniziato la sua trafila: Pds-Ds-Pd) divenuto il migliore e più infame segugio degli Stati Uniti, partecipando nel 1999 (governo D’Alema) all’aggressione clintoniana alla Serbia di Milosevic, pur esso definito del tutto impropriamente comunista.
Infine la più incredibile manomissione storica di questo demenziale articolo: Togliatti e Mao che avrebbero spinto la riluttante Urss ad invadere l’Ungheria nella ben nota repressione dell’ottobre 1956. Dopo il XX Congresso del Pcus (febbraio 1956), si erano prodotte all’interno dell’Urss forti divisioni, che portarono l’anno successivo allo scontro aperto. In un primo momento, Molotov, Malenkov, Kaganovic e Scepilov (che era stato fino allora kruscioviano, ma che si era accorto dove portasse la sua politica) riuscirono nel Presidium del partito a sconfiggere (e buttare fuori) Kruscev. Questi ribaltò la situazione convocando il CC del partito; e lì vinse espellendo a sua volta i suddetti quattro. Quelle contraddizioni interne spiegano l’atteggiamento sovietico nell’ottobre ’56 in Ungheria; all’inizio reazione incerta e dopo, quando l’insurrezione si precisò anche nei suoi contorni filo-atlantici (altro elemento che gli anticomunisti viscerali e mentitori scordano), repressione durissima. Figuriamoci se Togliatti e Mao potevano condizionare il “centro” del campo “socialista” (cazzata orba!).
Le contraddizioni interne al Pcus continuarono. Ci fu la pagina di storia da me raccontata nella sua “verità” (non come l’hanno alterata gli ignoranti e in malafede storici di tempi grami come quelli dal 1945 in poi), cioè la crisi di Cuba. Accordo fra Kruscev (bisognoso di un gesto forte di fronte alla fronda interna sempre più robusta) e Kennedy per mettere i missili sovietici nell’isola da poco divenuta castrista. Opposizione interna al presidente americano, accordi (segretissimi) saltati, figuraccia krusceviana, ritiro dei missili e infine, nel giugno 1964, il leader sovietico fu spazzato via. E non terminò lì perché, dopo il ventennio brezneviano, venne un altro “Kruscev”, cioè Gorbaciov. E anche qui mi vanto, di fronte a tutti gli ormai “andati” comunisti (e marxisti) che si crogiolavano con la rifondazione della “via al socialismo”, di avere fin dal 1986 (un anno dopo l’insediamento del mediocrissimo nuovo leader sovietico) previsto (non il quando e il come, ma nella sostanza) l’affondamento dell’Urss.
Per quanto riguarda la Cina di Mao, va ricordato che essa entrò già in dissidio (politico, ma anche come conseguenza di quello teorico e ideologico) con l’Urss dopo il XX Congresso del Pcus. Da quel momento, fu l’intero Pcc in contenzioso con l’insieme della direzione sovietica, non con il solo Kruscev; come dimostra il violento scambio di lettere tra i due comitati centrali dei rispettivi partiti nel 1963. In quell’occasione, il Pcc al completo (anche la parte che, dopo la “rivoluzione culturale” del 1966, fu indicata come “linea nera”, diretta da Liu-sciao-ci, o come diavolo si scrive) si contrappose all’intero gruppo dirigente sovietico. Nel 1957, dopo le prime crepe con l’Urss, Mao scrisse il rilevante “Sulle contraddizioni all’interno del popolo”, in cui cominciava a rivedere la tesi dell’incrollabile unità del paese durante la “costruzione del socialismo”. E quel primo “timido” tentativo finì per teorizzare, appunto con la “rivoluzione culturale”, la continuazione della lotta di classe tra borghesia e proletariato nel partito e nello Stato anche dopo la presa del potere comunista, concludendo che in Urss (e negli altri paesi di quell’area) la prima era tornata al potere e lo stesso rischio correva la Cina precisamente con la “linea nera”.
Questa, anche se necessariamente illustrata per brevi cenni, una storia un po’ più vera e complessiva di quella raccontata da certi giornalisti “di destra”, il cui anticomunismo primitivo conduce a scrivere sciocchezze quasi incredibili. Basta così con questo caldo da sfinimento.
1

ALCUNE NOTERELLE TANTO PER NON DIMENTICARE, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

E’ una lettera pur sempre interessante, che in effetti non conoscevo. Si parla ad un certo punto di “ragioni tutte economiche” di un certo fatto delittuoso. Poi subito dopo sta però scritto:

“Fu Giorgio Napolitano,con il suo viaggio del 78 attraverso gli States, che convinse gli americani circa l’avvenuto traghettamento di tutto il suo partito dal Patto di Varsavia alla NATO. Era stato un processo lungo, quasi costato la vita a Enrico Berlinguer che sopravvisse miracolosamente all’attentato di Sofia del 73.”

Queste non sono ragioni economiche, ma eminentemente politiche (e di che portata). L’ho comunque scritto più volte in merito alla questione “rapimento e soppressione di Moro”, di cui qui non si parla. Inoltre, sbaglierò, ma non credo che Berlinguer sia miracolosamente scampato alla morte. Era in fondo un semplice avvertimento. Se fosse stato ucciso, si rischiavano “ricerche” più accurate del Pci sulla sua morte; poi tramite qualcuno (imbeccato dal partito, ma che certo a quell’epoca sarebbe stato ancora in silenzio) avrebbe cominciato a dire qualcosa e si rischiava grosso che saltassero fuori “cosette” imbarazzanti. Infatti, non è vero che tutto il partito fosse per il “traghettamento” di cui si parla e che era effettivamente in atto. Vi era una parte ancora filosovietica e la base – fra l’altro, in buona parte operaia a quell’epoca – poteva rimanere scossa da certe rivelazioni. Quindi era meglio, in quella fase, solo “avvertire” Berlinguer, non farlo fuori. Non a caso, nell’80, il segretario piciista fece ancora la commedia di andare ai cancelli della Fiat per parlare agli operai in sciopero. Sono convinto che tirò un grande sospiro di sollievo quando ci fu la “marcia dei 40.000” quadri e dirigenti che segnò in modo molto marcato la sconfitta della cosiddetta “classe operaia” (quella portata alle stelle nell’autunno del ’69, quando Berlinguer era appena stato nominato vicesegretario del Pci e che è grosso modo la data d’inizio dei contatti tra il partito e “ambienti di riserva” americani per il passaggio di campo). Del resto, non penso che sia stata scritta bene la storia della “mitizzata” marcia dei 40.000. Quanto influirono (forse, è un sospetto) vertici piciisti, in accordo con ambiti dirigenziali della Fiat, nel “favorire” la marcia?

Almeno dagli anni ’70 (dall’inizio del decennio e soprattutto dopo il colpo di Stato in Cile con i tre articoli su Rinascita del segretario), il Pci è la vera “mela marcia” che ha portato all’imputridimento progressivo dell’intero sistema politico italiano, con – ovviamente – il passaggio allo scoperto dopo il “crollo” del campo socialista e dell’Urss, il cambio di nome e “mani pulite”, il “grande tentativo” di investitura del partito quale autentico rappresentante degli interessi Usa in Italia (cioè, insomma, quale migliore accolita di servi di quel paese). Nessuno si decide a scrivere la storia quale essa è stata ed è!

ATTENTI A LI MALI PASSI

gianfranco

 

C’è la solita litania di Mattarella che non vuole le elezioni. Non è lui che non le vuole, lui si adegua ad altre volontà. Queste non sono così precisamente individuabili e nemmeno del tutto sicure sulla scelta da effettuare. Tuttavia, al momento sembra prevalere in vari ambienti – per lo più esteri; e credo che gli Usa c’entrino sempre pur in una fase di transizione di poteri come questa – una certa propensione a non fare subito elezioni. Come sempre, se ne fa speciale portatore Napolitano, uomo chiave della rappresentanza degli interessi statunitensi in Italia, pur quando questi abbiano scelto di volta in volta soluzioni diverse. Immagino che lui stesso sia stanco (per via dell’età), ma da 40 anni e più è ligio a questo compito di rappresentanza, pur con le coperture di volta in volta indispensabili. E’ il personaggio che – da maggior tempo e più di ogni altro, per via dell’età – conosce le giravolte delle decisioni Usa; e anche delle indecisioni o apertura a soluzioni possibili diverse.

La vittoria a marea del NO – e soprattutto presso le generazioni del futuro – ha posto sul chi va là i vari cosiddetti “poteri forti”. La soluzione da trovare non è semplice. Malgrado tutte le chiacchiere sul fatto che il voto è avvenuto per difendere, con mentalità ancora antiquata, la Costituzione, tutti sanno bene che non è così; altrimenti il NO avrebbe prevalso presso i più anziani (dove ha vinto il SI) e non invece conquistato i giovani, che non hanno certo le tradizioni “resistenziali” e “antifasciste” dell’epoca di Marco Cacco. Si è mentito di sana pianta e si è invertito il significato della scelta. A parte la minoranza piddina e gli stretti collaboratori del “traditore” (il “nano d’Arcore”), il SI è stato espressione di conservatorismo (quello della servitù agli interessi stranieri e dei nostri più miserabili “dominanti”) mentre il NO ha espresso la volontà e la speranza di qualcosa di nuovo e di finalmente vitale da parte delle giovani generazioni. Il No esprime forte malcontento per quanto hanno combinato proprio quegli “antifascisti” che, con totale falsità e per interessi propri, hanno sfasciato il paese, lo hanno messo alle dipendenze altrui, godendo le pur sempre laute briciole della loro viltà.

Bisogna alimentare quel disagio, quel malcontento e portarlo al disprezzo, e possibilmente poi all’odio, verso i distruttori d’ogni minima ragionevolezza e “costumatezza” (scusate il termine non bello) che da decenni imperversano nei media, nelle case editrici, ecc. E che si sono impadroniti dei settori dell’istruzione, soprattutto delle Università, ormai deposito di marciume, degrado e falsificazione della nostra stessa storia. Bisogna che si arrivi all’intolleranza delle nuove generazioni verso il “politicamente corretto” di tutti i “sessantottini” e dei loro più immediati successori, ancora più corrotti e degenerati. Bisogna che finalmente si capisca che costoro hanno compiuto un’opera criminale di distruzione di tutte le migliori (o almeno meno peggiori) qualità dell’essere umano.

 

Adesso saremo costretti a seguire le evoluzioni, con continue giravolte, di chi è stupefatto di non avere più del tutto il pallino in mano. Stiamo attenti. Secondo me, il malcontento esiste ed è il principale motivo del NO. Tuttavia, mancano forze in grado di dirigerlo consapevolmente. Siamo in un’epoca di trapasso e sarebbe semplicemente irresponsabile fingere di avere le idee chiare sul da farsi. Non ci si diletti a far finta che si è in possesso dell’alternativa; non si stilino programmi dettagliati pieni di semplici sciocchezze o di fantasie di impossibile realizzazione. Ci si metta all’opera intanto per far capire il fallimento, la miseria morale e intellettuale, la viltà e mascalzonaggine, di coloro che sono seguiti all’infame, sporca, delinquenziale scelta di liquidazione della prima Repubblica con finta opera di “giustizia”; una prima Repubblica da non esaltare, sia chiaro, solo da considerare meno laida e bassa di quella attuale. Siamo in mano a banditi, questa deve essere la nostra consapevolezza. Assieme a quella della debolezza dell’attuale opposizione. Alcuni oppositori sono falsi, cercano solo di approfittare delle difficoltà dei vecchi governanti per conquistare determinate posizioni di potere. Altri sono in buona fede e volenterosi, ma mi sembrano ancora incantati di fronte alle miserie di questa “democrazia” all’americana, imposta dai “liberatori” per dominarci meglio con le loro stesse fanfaluche. E’ un’opera lunga quella che ci attende; chi cerca scorciatoie finirà nel letame come quelli oggi in difficoltà.      

DENTE AVVELENATO di Giellegi (31 gen 12)

I giornali di centro-destra si sono distinti nel non aver celebrato con tonnellate di ipocrisia e di silenzi (omissioni) quello che definiscono il peggiore presidente della Repubblica, appena morto. Siamo d’accordo con l’assenza di ipocrisia, non circa la definizione. Ciampi non è stato migliore; quanto al presente, ci si pronuncerà quando sarà possibile definirlo con i termini adatti. Senza dubbio la mia opinione, sul politico (innanzitutto) e sull’uomo, non è comunque mutata da quarant’anni (e passa) a questa parte. Non è però questo il dato essenziale.

Sottolineo solo che di Scalfaro tali giornali parlano in definitiva male perché hanno il dente avvelenato dall’atteggiamento di colui che fu tra gli antiberlusconiani di ferro, non invece per essere stato complice di quell’operazione che Berlusconi ha intralciato – ma non certo per aver nutrito idee politiche veramente divergenti – e di cui oggi si fa non a caso complice aperto e scoperto. Qualcuno (ad es. Belpietro, ma non solo) si spinge fino a paragonare l’attuale presdelarep a Scalfaro. Bene, ma fino ad un certo punto. Entrambi hanno “santificato”la Costituzioneper meglio aggirarla e farne scempio. Giusto. Tuttavia, l’altro ieriLa Russa, ieri addirittura Alfano (dietro cui c’è Berlusconi “il nano”, inteso in senso politico), hanno dichiarato che il Pdl è per (e con) Monti “senza ma e senza se”. Monti è una semplice pedina di Napolitano e costui è sempre l’“ambasciatore” piciista del 1978 negli Usa (in colloquio con gli ambienti democratici).

Non si può paragonare l’attuale presidente a Scalfaro senza esprimersi “senza ma e senza se” sulla vigliaccheria di Berlusconi e dei pidiellini. Non si possono appoggiare manifestazioni contro le presunte “toghe rosse” (una vergogna continua, questa assurda definizione) per i processi all’ex premier. Se il fifone ha tradito tutti per la sua paura (che ha fatto 180 e non solo 90 come per gli altri individui normali), va accomunato a chi sta manovrando l’attuale governo (e le manovre “ultime” partono da oltreatlantico); altro che manifestare a suo favore. Si dice che ha fatto quel che ha fatto per mettere termine ai processi e per salvare le sue aziende. E allora, dato il suo attuale comportamento, mi auguro venga invece perseguito senza sosta (cosa di cui invece dubito; e vedremo, fra qualche mese o un anno, se sono in errore, comunque non essenziale). Personalmente penso che abbia agito da perfetto vigliaccone per la sua pellaccia; ma se fosse per i processi e le aziende, sarebbe augurabile che non riuscisse in nessuno dei due intenti.

Comunque, Berlusconi e i suoi tirapiedi sono interamente complici di questo “governo del presidente”, il quale sta finalmente realizzando in pieno ciò che aveva iniziato appunto con il suo viaggio del 1978. Quindi non è concesso a nessuno di scrivere sui (giusti) parallelismi tra Napolitano e Scalfaro, se prima non dice apertamente che l’appoggio del Pdl a Monti è totale complicità con lo sconquasso da questo governo iniziato nella società italiana, usando della solita strategia del caos. Quella cioè applicata, mutatis mutandis, nella “primavera araba” e in modo tutto particolare in Libia; con tentativo attuale di ripetere il crimine in Siria. Qui siamo oltre il divide et impera; si provoca il disfacimento del tessuto sociale per arrivare a imporre il completo dominio dello straniero, e dei settori industrial-finanziari italiani loro correi, con un corteggio di ceti sociali parassitari, completamente mantenuti dal “pubblico”; e che continueranno per l’essenziale ad esserlo (pur con qualche modesta riduzione), aggredendo con la scusa del Debito e della crisi finanziaria i ceti (di lavoratori autonomi e salariati) produttivi di ricchezza e, come minimo, indebolendo e forse svendendo i pochi settori industriali strategici rimasti.

I tre quarti (o quattro quinti) della popolazione dovrebbero reagire o l’intero paese si disgregherà nella sostanza. Non si tratta semplicemente di depressione economica: questa è appena iniziata e sarà tutt’altro che breve. Il problema non è sperare in chissà quale crescita economica nel mentre l’insieme languirà a lungo; è, più semplicemente, uscire da tale periodo con una certa compattezza sociale – che deve per forza avere anche caratteri nazionali; è ora di smetterla di fingere che esiste una Europa unita e unitaria – oppure essere, come sempre, una mera “espressione geografica”, il solito pauvre pays.

Ultima notazione. Basta con la balla del “cattocomunismo”, che mostra l’ignoranza di questo centro-destra, ottuso oltre i limiti del tollerabile; il che favorisce il ceto medio semicolto di sinistra nel suo totale parassitismo a danno, e spese, della ricchezza italiana. Il cattocomunismo fu un altro filone culturale, dotato di una sua dignità, che comunque non ha poi gran che attecchito nell’agone politico italiano, da molto tempo deteriorato. Qui abbiamo a che fare con un processo di tradimento e mutamento della politica seguita da certi settori democristiani (più che cattolici) e da altri detti ancora comunisti, che già non lo erano di fatto più prima ancora dell’aperto rinnegamento di ogni principio anche soltanto nominalmente rifacentesi alla corrente politica in questione.

C’è senza dubbio da rifare una storia; e bisognerebbe impegnarsi allo spasimo per correggere tutte le menzogne accumulate dalla falsa sinistra italiana, in specie quella uscita dal sessantottismo e seguenti, la più corrotta di tutte, una vera infezione sociale che dura da quarant’anni. Qui basti ricordare che Scalfaro (come rappresentante di certi “cattolici”) ha avuto alla fine ben poco a che vedere con altri democristiani, non a caso colpiti da “mani pulite” (quelli non uccisi prima come Mattei o Moro); e lo dico avvertendo che non sto per nulla idealizzando, come spesso si fa acriticamente, certi personaggi, assai più avvolti in ombre di quanto non si dica (soprattutto lo statista diccì, ucciso sempre nel 1978). Così pure si smetta di ritenere anche soltanto comunisti “revisionisti” quelli affermatisi in Italia negli anni ’70 (e protagonisti del già citato viaggio nell’“anno di grazia” 1978). Questi “(euro)comunisti” erano ormai passati di campo, imboccavano vigliaccamente quelle “vie segrete”, poi venute alla luce con il crollo dell’Urss favorito dal gorbaciovismo; e anche su quest’ultimo, e i suoi legami con i settori che tramavano in tutti i partiti comunisti per il cambio di campo (lo tentarono perfino in Cina, e furono per fortuna schiacciati, in senso non soltanto metaforico, nella Tiananmen), è tutto da (ri)scrivere.

Mi fermo per il momento a queste poche verità. Peste e corna sulla falsa sinistra; ma altrettanto sul “nano fifone” e il suo partito di poltiglia fangosa. Abbiamo bisogno di una vera “catarsi” politica. Siamo molto meschini, al momento.

Da Giovanni Gronchi una lezione a Giorgio Napolitano (di Luigi Longo)

Sul “Corriere della Sera” del 5 luglio 2011 Sergio Romano, nel rispondere alla lettera di uno studente universitario, che si chiedeva perché, nel 1957, l’allora ministro degli Esteri Gaetano Martino, d’intesa con il presidente del Consiglio Antonio Segni, avesse bloccato la lettera del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, indirizzata al presidente Dwight D. Eisenhower in cui proponeva << consultazioni speciali tra i due Paesi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente >> in seguito alla crisi di Suez ( la fallita spedizione anglo-francese contro l’Egitto per la riconquista del canale nazionalizzato da Nasser), così afferma: << Per Gronchi e altri uomini politici italiani lo scacco anglo-francese a Suez fu una buona notizia. Segnava il declino delle vecchie potenze coloniali nel Mediterraneo e dimostrava che gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare nuove avventure imperiali. Irrequieto, ambizioso e desideroso di maggiore spazio per sé e per il suo Paese, Gronchi vide nell’umiliazione di Londra e Parigi un’occasione per l’Italia. Non sognava nuove colonie ( quei tempi erano ormai finiti), ma pensava che l’Italia avesse le carte in regola per diventare un buon partner economico e una specie di fratello maggiore del mondo arabo sulla via dello sviluppo e della modernizzazione. In questo spirito e con queste intenzioni, Gronchi approfittò di una lettera del presidente Eisenhower che gli era stata recapitata dal vicepresidente Richard Nixon durante una breve visita a Roma nel marzo 1957. Anziché limitarsi a qualche espressione di cortesia, come usa nei messaggi protocollari fra capi di Stato, Gronchi rispose al presidente americano che l’Italia era stata colta di sorpresa dalla spedizione di Suez. Deplorò il ricorso alla forza, accennò agli interessi italiani nel Mediterraneo, propose che Italia e Stati Uniti avviassero una sorta di consultazione bilaterale privilegiata sui problemi della regione e sul modo in cui affrontarli. La lettera fu mandata al ministero degli Esteri che avrebbe dovuto inoltrarla.
Ma a Palazzo Chigi, allora sede del ministero, la lettera venne bloccata. Anziché inviarla a Washington, il segretario generale Alberto Rossi Longhi la fece leggere a Gaetano Martino e questi la dette ad Antonio Segni, presidente del Consiglio. Per Martino e Segni la lettera era doppiamente pericolosa. In primo luogo era uno schiaffo alla Francia ( con cui avevamo appena firmato i trattati di Roma per la creazione del Mercato comune) e uno sgarbo all’Inghilterra.
In secondo luogo affermava implicitamente il principio che il presidente della Repubblica aveva il diritto di fare la politica estera nazionale. L’avvio di un concreto dialogo politico fra l’uomo del Quirinale e quello della Casa Bianca avrebbe dimostrato che il primo aveva, in materia di politica internazionale, gli stessi poteri del secondo. Quando decisero d’impedire l’invio della lettera, Segni e Martino sapevano di potere contare sull’approvazione di una classe politica, fra cui buona parte della Democrazia cristiana, che non intendeva lasciarsi espropriare delle proprie competenze e permettere che l’Italia diventasse surrettiziamente una repubblica presidenziale >>.
La risposta di Sergio Romano è da condividere parzialmente. E’ condivisibile ciò che dice sul ruolo avuto da Giovanni Gronchi nel rivendicare l’autonomia e l’autodeterminazione dell’Italia, di una nazione forte << per evitare ogni subordinazione alle grandi potenze >>. Non è da condividere la lettura di superficie che dà dello scontro istituzionale tra la difesa di una repubblica parlamentare e la trasformazione in repubblica presidenziale. Il vero scontro di fondo è quello tra gli agenti strategici per l’autonomia nazionale e gli agenti strategici per la subordinazione alla potenza mondiale USA che puntava al ruolo strategico dell’Italia nella lotta al blocco del cosiddetto comunismo dell’altra potenza mondiale, l’URSS [ anche se va ricordato che gli USA nella liberazione dell’Italia avevano già occupato il territorio, mettendo in atto tutte le strategie di penetrazione con servizi segreti, alleanze con mafia, banditismo e pezzi del regime fascista; queste strategie, sempre più raffinate ed evolute tecnologicamente, sono usate nelle odierne guerre nei territori ritenuti strategici per difendere e ritardare la loro egemonia mondiale (1) ].
Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica dal 1955 al 1962, insieme a Enrico Mattei e Amintore Fanfani, nel periodo che va dalla ricostruzione fino alla fine del cosiddetto miracolo economico che coincide con l’assassinio di Enrico Mattei ( 1950-1962), è stato protagonista del gruppo dei “neo-atlantisti” che lottarono per lo sviluppo di uno stato nazionale autodeterminato proiettato soprattutto nel mediterraneo e nel Medio Oriente attraverso lo sviluppo del settore energetico ( petrolio e gas naturale ) affidato ad uno stratega di grande levatura, << un moderno condottiere >>, come Enrico Mattei, prima alla guida dell’Agip ( creata nel 1926) e poi a quella dell’ENI ( istituita nel 1953). << L’asse Gronchi-Mattei è diventato ora uno dei fattori più importanti nello sviluppo della politica italiana in Medioriente >> (2).
Giovanni Gronchi è stato l’uomo della sinistra DC che aveva cercato autonomia dagli USA; aveva lottato contro l’appoggio della DC all’alleanza atlantica; nel 1954 ad Anzio aveva pronunciato un discorso contro la NATO.
Riporto dal documento del Dipartimento di Stato di Washington del 10 gennaio 1958 il paragrafo con il seguente titolo  Il “neo-atlantismo” come elemento della politica estera italiana:<< Il presidente Giovanni Gronchi, i cui sostenitori appartengono all’ala di estrema sinistra del partito, dal febbraio 1957 ha assunto l’orientamento che l’Italia potrebbe trarre profitto dal declino dell’influenza francese e inglese nel Vicino e Medioriente e cercare di collaborare con gli Stati Uniti in quella regione. Viene riferito che Gronchi, in privato, ha affermato che gli Stati Uniti non potrebbero << andare avanti da soli >> nel Medioriente, a causa del loro approccio << con mano pesante >>, che si manifesta specialmente da parte delle grandi società petrolifere americane.
Viene riferito che egli avrebbe affermato che l’Europa potrebbe cooperare con gli Stati Uniti nel consolidamento dell’area mediorientale, ma che l’inclusione della Francia e dell’Inghilterra in questo disegno farebbe insorgere l’ostilità araba. Il suggerimento di Gronchi appare in tal modo implicare più un’iniziativa italo- tedesca, che un’iniziativa europea. Gronchi avrebbe suggerito inoltre la costituzione di un consorzio Stati Uniti-Unione Sovietica- Europa, allo scopo di dare sviluppo al Medioriente. Gronchi ha suggerito che la partecipazione europea potrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e dai partner europei. Egli ha aggiunto che, a meno che gli Stati Uniti non volessero dare all’Italia adeguati compiti e un riconoscimento in questo piano mediorientale, l’Italia dovrebbe sviluppare sue proprie relazioni commerciali con il Medioriente >> (3).
Qual è la lezione che Giovanni Gronchi dà all’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano?
Giovanni Gronchi, uomo della DC che difendeva la società capitalistica, ha lottato da presidente della Repubblica, per lo sviluppo e l’autonomia dell’Italia soprattutto guardando al Mediterraneo e al Medioriente in piena fase di ascesa della potenza mondiale americana in contrapposizione all’altra potenza mondiale rappresentata dall’ Unione Sovietica, per il dominio mondiale.
La strategia di sviluppo del Paese, in piena autonomia, del Presidente Giovanni Gronchi e del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, basata sul ruolo fondamentale dello Stato soprattutto nella sfera economica come controllo e protezione dei settori strategici di quella fase, è stata decisiva per trasformare l’Italia in una potenza economica mondiale (4). << Le iniziative di Mattei e le attività economiche esercitate dallo Stato in diversi settori estesero il controllo pubblico dell’economia ai livelli più elevati di tutto il mondo occidentale: nel complesso, esso superava largamente la metà degli investimenti. Il Partito comunista, perseguendo un programma formalmente massimalista e preoccupato di contrastare il monopolio democristiano delle cariche sociali nelle aziende a partecipazione statale, non seppe apprezzare il valore politico ed economico di quelle iniziative, rispetto alle quali si tenne all’opposizione >> (5). E’ Giorgio Napolitano ad ammettere che :<< Ci fu- in particolare- una sottovalutazione [ da parte del PCI, mia precisazione ] delle riserve di cui disponeva il capitalismo italiano, delle condizioni, internazionali ed interne, che potevano dar luogo a un periodo di intenso, tumultuoso sviluppo economico in Italia. Ci sfuggì, così- parlo della prima metà degli anni Cinquanta- la fase di incubazione del “ miracolo economico” >> (6).
Giorgio Napolitano, uomo del PCI che voleva cambiare la società capitalistica, come presidente della Repubblica, ha portato l’Italia nella piena servitù americana ( nella fase di inizio del declino del suo impero ) trasformandola in nazione-giardino, per il riposo e il ristoro degli agenti strategici dominanti mondiali, con l’aggravante che le istituzioni non sono in grado di amministrare e gestire il territorio ( inteso come natura, ambiente e paesaggio) in pieno degrado. Il degrado del territorio è conseguenza del degrado politico, economico, sociale e culturale della società italiana. Va da sé che questi passaggi decisivi sulla via del declino del Paese sono i risultati di processi storici ( da indagare e approfondire con le lenti Lagrassiane del conflitto strategico) che hanno avuto una accelerazione nelle privatizzazioni italiane – iniziate nel 1992 ( governi Amato, Ciampi, Dini e Prodi) con la famosa convocazione sullo yacht di Sua maestà la regina d’ Inghilterra, il Britannia, degli esecutori materiali ( Mario Draghi, Luigi Spaventa, Innocenzo Cipolletta, Giovanni Bazoli, eccetera) – che hanno portato alla svendita e alla riduzione del potere strategico delle imprese più significative per lo sviluppo del Paese ( gruppo Sme, Telecom, Ina, Imi, Enel, Eni, eccetera) (7).
Quali sono gli atti decisivi, in tal senso, del Presidente Napolitano? :
Primo. Ha traghettato l’Italia – oltre il PCI-PDS-DS-PD quando dichiarò, versò la metà degli anni 80 del secolo scorso ( anche se formalmente le relazioni con gli USA sono datate a partire dalla prima metà degli anni settanta con le conferenze nelle università americane e con il famoso viaggio ufficiale del 1978 ), “piena e leale” solidarietà agli USA e alla NATO – verso la piena sudditanza agli USA ( agli agenti strategici egemoni in questa fase) garantendo l’aggressione contro la Libia (8) perdendo il ruolo di principale interlocutore attraverso l’ENI e le altre imprese del settore delle infrastrutture.
Secondo. Ha rafforzato la completa subordinazione alla nuova strategia USA, nel Mediterraneo e nel Medioriente, di accerchiamento della Russia e di contrasto alla espansione della Cina (paesi della primavera araba, Iran, Siria, eccetera) (9), tant’è che il ministro degli esteri, Giulio Terzi, ambasciatore negli USA, e il ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della NATO, sono stati “direttamente” indicati da Barack Obama per garantire l’assoluta fedeltà dell’Italia agli USA (10).
Terzo. Ha sostituito “ … palese violazione dei principi democratici sanciti nella Costituzione repubblicana” il governo di Silvio Berlusconi con il governo di Mario Monti con palese accordo ai principi di dominio degli agenti strategici del capitale finanziario soprattutto USA nel conflitto strategico della decollata fase multipolare dello scontro tra potenze per l’egemonia mondiale.
Quarto. Ha creato il governo di Mario Monti per smantellare definitivamente le imprese strategiche (ENI, Finmeccanica, Enel, banche ) che sono in grado di competere e di avere un peso importante nello sviluppo del Paese. L’attacco è già partito con Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, i vertici della UE ( Van Rompuy e Barroso) imponendo a Mario Monti l’abrogazione della “golden share” che è lo strumento privilegiato con il quale il Tesoro controlla Enel, Snam rete gas, Eni e Telecom. Il primo ministro Mario Monti, in stretto coordinamento con il Presidente Giorgio Napolitano (11), da europeista convinto di una Europa che non esiste se non come spazio geografico occupato dalle basi militari degli USA e della NATO (12), aderirà sicuramente ai desiderata dei sub dominanti europei ( rispetto ai dominanti USA) perché dovrà completare il lavoro delle privatizzazioni, iniziate nel 1992 in nome della libera concorrenza del mercato, con la eliminazione dell’ultimo strumento di difesa delle nostre imprese strategiche ( golden share). E’ preoccupante che il governo di Mario Monti creda che lo sviluppo dell’Italia stia non tanto nella difesa delle nostre imprese strategiche, così come fanno tutti i Paesi sviluppati (USA, Germania, Inghilterra, Francia, eccetera) quanto nella liberalizzazione dei taxisti, delle farmacie, delle libere professioni, ecc.(13). A meno che non sia una tattica per creare confusione e caos, così come l’attacco selvaggio all’impoverimento della stragrande maggioranza della popolazione, per meglio realizzare con fermezza autoritaria i veri obiettivi reali di smantellamento delle nostre imprese strategiche e avviare il Paese verso un pericoloso declino.
Quinto. Ha aperto la transizione da una Repubblica democratica ad una Repubblica presidenziale mettendo in campo tutte le armi politiche classiche ( tutto torna ma in maniera diversa) proprie delle fasi di passaggio (14); colgono il problema gli editorialisti del “Corriere della sera” ( Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia) quando chiedono l’adeguamento della forma alla sostanza e cioè il passaggio da un Repubblica parlamentare a una Repubblica presidenziale.

NOTE

1.    Giuseppe Casarrubea, Mario J. Cereghino, Lupara nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia 1943-1947, Bompiani, Milano, 2009.
2.    Nico Perrone, Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell’Eni, Gamberetti editrice, Roma, 1995, pag. 134.
3.    Nico Perrone, op.cit., pag.133.
4.    Nico Perrone sostiene che : << L’ammissione dell’Italia al G7, che dal 1974 riunì le massime potenze economiche mondiali, arrivò nel 1975. Nelle classifiche della Banca mondiale sulle principali economie del pianeta, l’Italia tenne allora una posizione oscillante fra la quinta e la sesta, preceduta da Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e, talvolta, dal Regno Unito. L’economia pubblica aveva avuto, in questo risultato, un peso determinante >> in Nico Perrone, Se l’America ci insegna le partecipazioni statali in “Limes” n.6/2011, pag. 102.
5.    Nico Perrone, Se l’America…, op.cit., pag. 102.
6.     Eric J. Hobsbawm, a cura di, Napolitano. Intervista sul PCI, Laterza, Roma-Bari, 1976, pag. 31.
7.     Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, a privatizzazioni ormai ultimate, la Corte dei Conti ha reso pubblica la propria analisi sull’efficacia di quei provvedimenti. Sottolineato un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato, ha ritenuto però che esso non sarebbe dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche e altri servizi, molto al di sopra dei livelli di altri paesi europei, senza che a ciò fosse corrisposto alcun progetto d’investimento [ corsivo mio] in Nico Perrone, op.cit., pag.103.
8.    Il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis ha dichiarato che le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale.
9.    Il governo Monti ha dichiarato che l’Italia sarebbe “ pronta a partecipare a tutte le nuove sanzioni imposte dall’Europa” all’Iran nonostante l’Italia importi da Teheran il 13 per cento del suo greggio ( oltre al danno già in atto dovuto al blocco dei pagamenti iraniani da parte delle banche occidentali). Si ricorda che l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2010 è stato pari a 7 miliardi di euro.
10.     Il ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha blindato le missioni all`estero con uno stanziamento da 1,4 miliardi di euro che coprirà il 2012 mettendole così al riparo da eventuali crisi dell`esecutivo. Nessuna riduzione delle truppe in Afghanistan e più soldati in Kosovo. Conti alla mano molto di più di quanto possiamo permetterci ma esattamente quello che vogliono da noi Nato e America. Si veda Gianandrea Gaiani, Così Monti promuove saldi di energia e difesa, il direttorio ringrazia, 10 gennaio 2012, in www.ilfoglio.it/.
11.    Per ulteriore conferma del ruolo preponderante del Presidente della Repubblica si veda l’articolo da non condividere in maniera decisa e forte di Alberto Asor Rosa apparso su “Il Manifesto” del 19 gennaio 2012 con il titolo “I sette pilastri della saggezza”.
12.     Si veda Costanzo Preve, Più Europa o meno Europa? Meno Europa, e perché ,16 gennaio 2012, in www.comunismoecomunita.org
13.    Si veda l’articolo di Francesco Forte sulle liberalizzazioni di Mario Monti apparso su www.ilgiornale.it del 22 gennaio 2012 con il titolo “Il grande inganno del PIL in aumento fino al 10%”.
14.    Per un’idea sulle armi della politica nelle fasi di passaggio rimando a Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di, Lidia Storoni Mazzolani, Rizzoli, Milano, 2009; Aristotele, La costituzione degli ateniesi, a cura di Mario Bruselli, Rizzoli, Milano, 2006; Luciano Canfora, La prima marcia su Roma, Laterza, Bari-Roma, 2007.

NAPOLITANO: IL GUF DELLA PATRIA

napolitano

Il nostro Capo dello Stato, uomo di forti prìncipi ma di volubili princìpi, incoronato sovrano con il nome di Re Giorgio Svendi Terra, sangue blu, faccia tosta ed ex testarossa, nel suo discorso pre-natalizio ci ha tenuto a ribadire che con l’esecutivo tecnico da lui fortemente voluto non c’è stata nessuna sospensione della democrazia, nessuna coercizione nei confronti del Parlamento, nessuna sovrapposizione di ruoli o impropria ingerenza nelle funzioni degli organi eletti dal popolo. Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano i latini. E’ giunto persino ad affermare, il marxista divenuto formalista, che “la Costituzione non prescrive che i membri del governo, a cominciare dai ministri, debbano essere parlamentari e rappresentanti ufficiali dei partiti, debbano essere, come si usa dire, dei politici e non dei tecnici. Ma non persuade l’uso di quest’ultimo termine. Più semplicemente sono state chiamate da qualche settimana a far parte del governo persone politicamente indipendenti, che hanno accettato di porre al servizio del paese le competenze e le esperienze di cui sono portatrici“. E non pago del turlupinamento generale ha aggiunto: “Intervenire per far sì che in Italia non ci fosse un immediato scioglimento delle Camere e il ricorso alle urne, era un mio preciso dovere istituzionale”. Ma come, ci rintronano con la teoria della democrazia che la tirannia scaccia via e poi, senti senti il Presidente, cosa tira fuori dalla mente, quello che risulterebbe un preciso dovere istituzionale, quasi un obbligo per il Quirinale, ovvero tappare la bocca ai cittadini che vogliono votare? “Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito“. E’ vero, nulla è stato scalfito perché non si può parlare di graffio quando il coltello entra nel corpo nazionale con tutto il manico. Così si esprime un vero garante delle ustioni, pardon delle istituzioni!

Ma Giorgio non è nuovo a queste stilettate. La democrazia non gli è mai piaciuta (e nemmeno a noi che non siamo ipocriti come lui ed abbiamo ben altre ragioni), ha sempre preferito la giustizia dei carrarmati al diritto dei popoli, oggi sapientemente celato dietro il dovere istituzionale di fare quello che gli pare. Ma si tratta, per lo più, di un invasamento degli ultimi decenni, di una infatuazione che da passeggera si è fatta stanziale a causa del crollo della casa famigliare, in via dei comunisti in fondo a sinistra, girando leggermente a destra, per vicolo dei miglioristi. Scorciatoia riconosciuta per una una rapida conversione. Un giorno Napolitano, tornando dagli States, capì che si trovava in una bottega oscura ché la diritta via era smarrita. Folgorato sulla via americana riparò sotto una quercia e decise di spogliarsi dei suoi consunti ideali appassiti come foglie. Così uccise il padre politico, rinnegò la madre ideologica e si ritrovò figliastro, insieme ad altri orfani, di un ramoscello d’ulivo. Non era tanto, ma dopo aver falciato per tutta la vita, si decise ad espiare seminando la zizzania di una diversa convinzione sociale più vicina al capitale. Tuttavia, non crediate che certe doti d’innesto e di trapianto di valori gli siano spuntate dal nulla come funghi, anche quando era comunista, nei momenti duri della lotta tra compagni, prendeva posizione soltanto quando era sicuro di non prenderle come gli altri, condendo i suoi ragionamenti di “luoghi comunisti”, più tardi divenuti semplicemente luoghi comuni. Fu il suo sodale di corrente, Napoleone Colajanni, ad incorniciarlo nella sua vera personalità descrivendolo come “un vile ed un cane da grembo”. Per la verità, prima ancora che cane da grembo Napolitano era stato Guf in fascio. Dopo il luglio ’43 però si aprì la caccia all’aquila imperiale e agli altri gufi reali. Giorgio afferrò la malaparata e si fece uccel di bosco rispuntando, fischiettando come un fringuello, nella foresta degli antifascisti dove diceva di essere sempre stato. Ad ogni modo, i vizi ornitologici sono duri a morire ed oggi il Presidente civetta con gli avvoltoi mondiali e fa il falco degli americani. In un Paese normale sarebbe stato già “cacciato”, invece, noi italiani allocchi, continuiamo a sorvolare. Finiremo impagliati e ce lo meritiamo.

PROFESSORI BEN VENDUTI

 “L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, [Professori] e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare [a noi, generazione più imbelle ed imbecille che sfortunata, invece, sì], perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, [forse all’epoca di chi scrive, mentre da vent’anni a questa parte l’eccezione si è fatta regola] ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati[aspettiamo impazientemente quel momento], aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. (Benedetto Croce).

Gli italiani, un tempo, indipendentemente dalle appartenenze politiche e dalle convinzioni ideologiche erano semplicemente uomini intelligenti, come dimostra il paragrafo citato e ripreso da un articolo di Benedetto Croce, intitolato “L’onestà politica”. Sapevano pensare con la propria testa e non si preoccupavano dei prezzi e delle oscillazioni della domanda sul mercato dei concetti. Offrivano al mondo quello che avevano e non quello che quest’ultimo si aspettava da loro per applaudirli, riverirli e neutralizzarli. Niente svendite, e pochi sconti nelle botteghe autonome del pensiero. Nessun mercimonio di idee per la fama ed il denaro che quando arrivavano (senza suscitare finto sdegno ma nemmeno ostentazione senza ritegno) era quasi sempre per coerenza, bravura e rigorosità scientifica. Allora i supermercati dei pennivendoli e i discount delle puttane che elucubravano a gettone non erano così affollati, scarseggiavano persino o, almeno, non mettevano insegne così iridescenti e spudorate come quelle odierne. Sono passati ottant’anni dalle parole del filosofo napoletano e smarrita la sua filosofia c’è rimasto soltanto Napolitano il quale, contraddicendo ogni singola locuzione della speculazione crociana, ha innalzato l’imbecillità a ragione sovrana e l’inettitudine con la laurea a formula di gabinetto perfetto. La tecnica, foderata di imparzialità, ha svestito la politica e si è santificata indossando non il saio ma un loden. Poi respingendo quello spiritello di uno spread ha stretto un patto col demonio obamiano ricevendo l’immeritata beatificazione internazionale anzichè un urgente esorcismo nazionale. Tali intelligentoni, che fino a qualche mese fa non vedevano né le piaghe della crisi né i presagi del default, si sono fatti Stato e, già che c’erano, si sono fatti pure lo Stato con tutte le sue istituzioni, chiamando la loro orgia professionale fisiologia della salvezza nazionale. Sulle nostre teste annaspanti a causa della dappocaggine di chi ci governava innanzi è piovuto un salvagente di pietra, lanciatoci proprio da questi illustri professori, i quali sono stati talmente servizievoli verso la patria da averle fatto il servizio completo. L’unica speme che ci resta è quella sentenziata da Croce, e cioè che la Storia li rovesci in poco tempo con disonore ed infamia . Tuttavia, non basta il desiderio e lo scongiuro per liberarsi di questi usurpatori eleganti e calcolatori, spalleggiati da troppi signori forestieri fedelmente seguiti da autoctoni arcieri. Bisogna buttarli giù dalla torre eburnea prima che facciano danni oltre ogni aspettativa. In ogni caso, è proprio il principio ad essere errato. Ci vogliono gli eserciti per respingere gli assalti dei nemici. Con i professori, fino a prova contraria, si tengono lezioni ma non si danno sonore lezioni a nessuno. Dunque gli imbecilli, di stato, di partito e di aula universitaria, vanno messi da parte che così facendo si assolve la loro parte e la nostra. Scavando loro la fossa.

PROVOCAZIONE CONTINUA

 

Il presdelarep ha preteso che operassimo contro la Libia, sostenendo tuttavia che non eravamo in guerra, dovendo soltanto assolvere un compito di pace ordinato dall’Onu. Tutti sanno bene che quella risoluzione, decisa ufficialmente (e ipocritamente) soltanto per istituire una no fly zone attorno a Bengasi, è stata fin da subito violata e superata, arrivando poi al bombardamento di Tripoli e altre città, al vero massacro del paese, all’uccisione di presunti mercenari pro Gheddafi di pelle nera e infine al selvaggio linciaggio e sodomizzazione del leader libico senza la minima dissociazione di chicchessia (nemmeno Russia e Cina, va detto con nettezza), neppure quando il capo del CNT ha rivelato pubblicamente che quell’uccisione era stata ordinata da una “potenza straniera”. Nulla ha eccepito il presdelarep, come nulla ha eccepito la Chiesa – sempre prodiga di inviti alla fratellanza e all’amore – che ha anzi obbligato Mons. Martinelli ad una inversione di posizioni a 180°. E’ stata quindi superata la posizione di D’Alema nel 1999, quando aggredì la Jugoslavia al seguito degli Usa di Clinton, con la scusa di un inesistente genocidio in Kosovo, ma almeno ammettendo che eravamo in guerra e non in missione di pace. Gli ex piciisti, già adusi ad appoggiare l’Urss in Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), si superano sempre l’un l’altro. Ed è il destino di tutti quelli che cambiano campo.

Dopo aver “ordinato” che si seguisse la Nato in Libia, il presdelarep ha di fatto imposto a Berlusconi di fare melina per mesi e mesi ed infine gli ha “consigliato” di andarsene (e in 48 ore, non in un paio di settimane come sembrava aver deciso l’ex premier), ha nominato Monti, ha ricevuto le congratulazione degli ordinanti (posti in gerarchia discendente dagli Stati Uniti alla Germania alla Francia) ancor prima dell’effettiva nomina e della decisione del Parlamento che dovrebbe essere l’unico ad infine decidere chi deve essere il primo ministro (in altri paesi sarebbe il Primo Ministro, ma in un paese ormai “colonizzato” bisognerebbe addirittura parlare di maggiordomo o qualcosa di simile). Ha poi anche premuto sul governo (sempre in minuscolo) perché stangasse gli italiani e si arrivasse ad una sorta di Stato in cui sono sospese molte garanzie di libertà per i cittadini. Infine, pochi giorni fa, andando a Napoli, ha sostenuto di “avere notizie” che tale governo “servitore” avrebbe deciso nuovi stanziamenti per le disastrate ed effettivamente parassitarie regioni del sud. Insomma la più completa prevaricazione delle prerogative di un presdelarep italiano, una dietro l’altra, un qualcosa che assomiglia a provocazioni successive per dimostrare che ormai in Italia non esiste più la democrazia parlamentare.

Lungi da me difenderla, poiché ben si sa che preferisco altri regimi istituzionali, ma almeno sono per la caduta di ogni velo di ipocrisia, perché la chiarezza di intenti è sempre manifestazione di una certa ampiezza di vedute; mentre quando si usa dire una cosa (ad es. fingere la difesa della Costituzione presunta antifascista) e poi farne un’altra, è evidente che si è in presenza di manovre torbide con finalità nascoste, che non appartengono ad una politica magari dura ma effettivamente sovrana. Si nasconde la mano perché gli intenti non sono di propria decisione, ma maturati in altra sede a noi estranea e tutt’altro che amica. Credo non abbia senso dire che questo presdelarep è peggiore di altri. In Italia, in genere, non ricordo presidenti “migliori”. L’unico alla fine non del tutto inaccettabile fu forse Cossiga, ma soltanto perché meno ipocrita. Eppure si sollevò scandalo per il suo comportamento, mentre oggi lo scempio di ogni regola è accettato da tutte le forze politiche che dimostrano per ciò stesso la loro totale inettitudine.

Ripeto che non ha senso parlare di migliore o peggiore presidente. Si tratta invece di un vero tornante; non siamo mai stati, dal 1945 ad oggi, così dipendenti e privi di ogni autonomia; siamo totalmente eterodiretti. Nemmeno ha quindi senso ripetere, invertendo la direzione, le pantomime della “sinistra” (dei rinnegati) sul presunto fascismo di Berlusconi, poi ridottosi alla comica categoria del fascismo “mediatico”; ridicolo nella formula (le autentiche legnate che la sinistra si sarebbe meritate fanno più male delle notizie e sono più “educative”) e nella sostanza, con almeno 5-6 trasmissioni settimanali forsennatamente antiberlusconiane (ed una satira a senso unico, come dimostra l’attuale smarrimento della stessa venendo a mancare il suo esclusivo oggetto). Non siamo più oggi in un regime a (finta) democrazia parlamentare e nemmeno ad aperto regime d’eccezione, che sarebbe in effetti necessario proprio per neutralizzare questo quadro di servitù italiana.

C’è solo un barlume di verità nell’affermare una certa continuità tra il filo-sovietismo del 1956 e il filo-americanismo odierno (che sussiste in realtà dagli anni ‘70, sia pure allora mascherato per motivi fin troppo ovvii). In effetti, un certo Pci era acriticamente filosovietico prima di quegli anni perché ciò corrispondeva alla “natura” operaio-contadina della sua base sociale (diciamo meglio: elettorale), mentre in seguito, e soprattutto negli ultimi vent’anni, quest’ultima è mutata profondamente (il ceto medio semicolto). Una dirigenza puramente opportunista come quella piciista (perché non fu mai comunista) non poteva che seguire una linea in grado di turlupinare, ingannare, far degenerare, questa sua base (in mutamento), perché solo così poteva conquistare posizioni di potere. Tutto questo è però un discorso complesso, che richiederà ampie riflessioni, e un ripensamento decisivo degli anni ’60 e ’70. Teniamo solo presente il carattere profondamente degenerativo del piciismo italiano, da sempre – sia pure con vari gradi, alcuni saliti di scatto – opportunista e codista, non interessato al gramsciano blocco sociale (se non come esteriorità formale del discorso falsificatore), bensì a seguire l’evoluzione della possibile base elettorale, di cui solleticare i peggiori istinti in modo da farla diventare quel terrificante e obbrobrioso ammasso di “ceti medi” parassitari che ha rappresentato l’infezione cancerogena di questa nostra società.

L’attuale funzione della presidenza della repubblica, prescindendo dalla personalità del suo titolare, si è andata formando in questo ormai lungo processo degenerativo del piciismo quale substrato particolarmente adeguato ad una mutazione quasi antropologica. In realtà sociale, sia chiaro; dico antropologica perché rappresenta una discontinuità rispetto al discorso sociale, che sempre è stato quello del marxismo cui i comunisti ingenui sono rimasti agganciati. Anche in questo senso si riscontra quanto sostengo da anni e anni: l’essenzialità della problematica marxiana (nel suo privilegiare i rapporti sociali rispetto alla semplice funzione di una personalità), ma anche il suo irrimediabile invecchiamento di fronte ad una società come quella occidentale (e italiana in particolare) effettivamente orrorifica. In fondo, le continue provocazioni presidenziali dell’ultimo anno restano incomprensibili se non si interpretano in base ad un’attenta analisi di che cosa è stato il piciismo quale portato del mutamento subito dalla società italiana negli anni ’60 e ’70; mutamento che noi abbiamo superficialmente interpretato nel suo aspetto di passaggio dal filo-sovietismo al filo-americanismo.

Tale comprensione sarà un compito arduo, da porsi per il futuro. Intanto voglio accennare semplicemente, se volete anche semplicisticamente, al probabile motivo dell’ultima provocazione: “so che il governo darà nuovi aiuti al sud”. E’ rivolta alla Lega. Se questa non reagisce, rischia di indebolire i suoi legami con l’elettorato; se cerca di essere all’altezza dell’indignazione che una simile provocazione suscita – e tanto più la suscita perché, una volta di più, si dice qualcosa che il governo non ha deciso o comunque non ha ancora rivelato, il che è di una scorrettezza macroscopica – si potrebbe invitare alla repressione in nome della mitica “unità d’Italia”, completamente stravolta e umiliata dai continui trasferimenti di risorse al sud senza reali scopi di crescita, soltanto per alimentare i ceti parassitari che laggiù allignano, prosperano, nel mentre la maggioranza della popolazione meridionale perde posizioni.

E’ una sorta di provocazione per produrre una specifica variante italiana del divide et impera. Napolitano come Petraeus? Divide anche lui “sunniti” e “sciiti”? Scherzo ovviamente, ma il significato di quanto dico mi sembra ovvio. Qui si cerca lo scontro tra bastonati, il livore reciproco tra coloro di cui si vuol impedire l’unione per “cacciare all’inferno” tutti questi bastonatori. E nel provocare questo scontro, probabilmente i “passeggiatori” tra filo-sovietismo e filo-americanismo sono fra i più indicati per la loro duttilità camaleontica. Dobbiamo cominciare a muoverci in “nuove dimensioni” d’analisi che, lo ammetto, non mi sono del tutto chiare; tuttavia, qualche “lampo” comincia a balenare. In fondo questi piciisti – molto mediocri intellettualmente – si muovono perché eterodiretti; la loro bravura è sempre, appunto, nel loro camaleontismo. Non hanno autonoma intelligenza politica; dobbiamo capire meglio chi li comanda e dirige. Hic Rhodus, hic salta!

1 2