Nobel screditato, di GLG

gianfranco

Dando il Nobel alla “Gretina”, sancirebbero il degrado di questo premio; scenderebbero ancora più in basso di quando diedero quello per la Letteratura a Dario Fo. E allora ci dobbiamo fidare di quelli per la Fisica, Matematica, Biologia e quant’altro? Ci sono oggi veri scienziati, privi di boria e non saccenti, capaci di formulare acute ipotesi per la conoscenza del mondo in cui viviamo? Mi sembra che ci siano solo ottimi “tecnici”, ma che sono un’altra cosa. Mi sembra siano anche in liquefazione le grandi religioni dei tempi passati. E le masse – un po’ sciocche, ma non solo per colpa loro – si danno a credenze e pratiche che sembrano tornare ai primordi del genere umano. Del resto, pur senza negare in toto alcuni gravi guasti che il progresso tecnico può provocare al mondo in cui viviamo (e che vanno corretti per quanto si può), mi sembrano veri “sbandati” e un po’ coglioni i vari “verdi”, quelli dei cibi “biologici” (le più grandi bufale mai propalate) e anche i vegetariani e affini. Io amo gli animali, ma mi rendo conto che i vegetali sono vita esattamente come loro. E in questo mondo la vita non fa altro che mangiare vita per potersi protrarre e sopravvivere. Nessun essere vitale può perpetuarsi nutrendosi di rocce e terra e simili. Noi esseri umani abbiamo scoperto la medicina per curarci e cercare di riparare dati “guasti”. Ma una cura provoca altri guai, che vengono corretti iniziando una bella catena di effetti detti “collaterali”. Diamoci certo da fare per quanto possibile, ma cercando di non far guadagnare i criminali dell’ambientalismo e del cibo “biologico”. E rendiamoci conto che faremo certo di tutto per restare a lungo su questa Terra (o magari spostandoci anche altrove), ma ogni cosa vivente alla fine muore; anzi alla fin fine si “spegnerà” anche l’Universo intero. Cerchiamo di avere il senso delle cose; e soprattutto si torni anche alle vere grandi ipotesi scientifiche; e a chiederci – senza mai successo pieno e definitivo – chi siamo, perché viviamo, che cos’è tutta questa “cosa strana” (le specie vitali di grande complessità), che per il momento sappiamo esistere su un pianeta di uno dei cento miliardi di stelle della nostra galassia; e ci sono miliardi di galassie. Smettetela di credervi chissà chi perché manovrate computer, telefonini e mandate razzi e satelliti artificiali in minuscole parti dell’“universo mondo”. Ricominciate a pensare a quelle cose che in passato hanno dato lo spunto a grandi opere nell’arte, nella letteratura, nella filosofia (oggi in mano a filosofessi). E anche nella scienza, appunto, tornate alle penetranti ipotesi e non sentitevi delle specie di Dei perché state creando artificialmente la vita. I veri grandi avvertivano un tempo la loro piccolezza in questo mondo.

ECONOMISTI IRRAZIONALI

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La banca centrale svedese ha attribuito il premio in memoria di Alfred Nobel all’economista Richard Thaler, fondatore della scuola comportamentale e propugnatore degli studi sulla razionalità limitata dell’uomo. Sono fioccate molte critiche per questa decisione, particolarmente dai colleghi liberisti (abituati a far man bassa del riconoscimento). Anche noi però, che non siamo sostenitori né delle teorie del libero mercato né di quelle opposte favorevoli all’interventismo statale, riteniamo che questa legittimazione sia stata dettata da motivazioni politiche piuttosto che scientifiche. Thaler ha ispirato gli indirizzi decisionali di Obama e di qualche governo alleato degli Usa. Accodarsi ai poteri dominanti, soprattutto se democratici, risulta alquanto proficuo di questi tempi per ottenere gloria e denari. Il “merito” di Thaler è di prendere in considerazione gli aspetti psicologici individuali che conducono alle scelte dei soggetti in ambito economico, al fine di confutare la teoria delle aspettative razionali (per questo si parla di razionalità limitata e ne parlava già Simon che nel 1978 ottenne ugualmente il Nobel). Il che è esattamente il contrario della prassi scientifica la quale deve isolare i fenomeni “in purezza” per addivenire a leggi valevoli in generale. Lo aveva capito anche Marx che nella prefazione a Il Capitale scrive: “Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. E lo stesso sistema verrà utilizzato dal pensatore tedesco per indagare “il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”. Per questo sarà subito chiaro al riguardo: “Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”. Marx, dunque, come ogni buon scienziato, astrae dagli individui in carne ed ossa, con le loro personalità, concentrandosi su ruoli e funzioni degli stessi per cogliere il funzionamento in “assenza di attrito” del modo di produzione nella sua forma storica capitalistica. La Grassa ha tante volte specificato questa questione criticando alcuni miti dell’economica dominante: “…L’odioso, micragnoso Robinson, sa già tutto. Non sente il bisogno di comunicare con nessuno. Solo gli farà comodo incontrare lo schiavetto cui darà il nome di Venerdì. A lui basta centellinare le sue forze per procurarsi il massimo possibile con il minimo sforzo possibile. L’economia neoclassica lo prende come l’emblema stesso del comportamento razionale in quanto puro portato, per lei, della singola individualità. Invece, Robinson si trova isolato per vicenda eccezionale, ma esce da un preciso contesto sociale, è un portato esclusivo di quel contesto. Non può esistere un Robinson se non come concentrato della mentalità e cultura formatasi con l’ormai avvenuta trasformazione integrale del feudalesimo in società capitalistica. Pensare al comportamento del Robinson, trarne tutte le presunte leggi del “consumatore” razionale che, con le sue scelte, mette in moto anche il procacciamento dei beni, cioè la loro produzione, è la più grossa banalità, vero supremo salto nell’assurdo della mentalità tipica di certa economia; una pretesa scienza, tutta intrisa di ideologia pesante e mistificatoria. A meno che non la si interpreti, molto più semplicemente (e allora con una sua precisa giustificazione) quale “teoria delle scelte”; di un individuo però, e già inserito in un preciso contesto rappresentato appunto dalla struttura dei rapporti della formazione sociale capitalistica.
Invece, è solo dopo aver tratto dal comportamento di questo “concentrato sociale”, preso per individuo, tutte le pretese leggi fondamentali dell’“homo oeconomicus”, che l’“economica” (un nome inteso a scimmiottare quello della fisica, della chimica, ecc.) fa il salto alla società in quanto incontro tra i vari Robinson, prima saldi nella loro individualità. Ed è solo allora che nella testa di simili scienziati si forma il mercato come interazione tra questi individui “razionali”. E l’unica imperfezione scoperta da un premio Nobel per l’economia (Simon) – sbagliando, a mio avviso, per scarsa attitudine all’astrazione teorica, cardine di ogni pensiero scientifico – è che la loro razionalità è limitata perché l’individuo non può conoscere adeguatamente tutte le variabili in gioco, da prendere in considerazione. E’ come se criticassimo Galilei per aver individuato le leggi del moto rettilineo uniforme, non tenendo conto degli attriti che sempre ci sono. Un bello scienziato! E una “giusta” attribuzione del Nobel! E del resto, pure altri come Coase e più tardi Williamson hanno considerato l’impresa – struttura organizzativa complessa – come se fosse in fondo riconducibile ad una rete mercantile. Un bell’uso della “Ragione”, non c’è che dire.
Tarzan no, ha un DNA (allora sconosciuto) diverso da quello della scimmia da cui spesso si dice derivi l’uomo. E’ però inserito in un mondo di scimmie; avverte la sua differenza, ma non si orienta, è a volte perplesso diremmo oggi. Impara quei segni scritti che trova nei libri e diari dei genitori, di cui non sa l’esistenza (si crede puro figlio di scimmie), ma non può parlare quel linguaggio perché manca il rapporto sociale di tipo umano. I ragionamenti che può fare sono proprio quelli del vero “primo uomo” da prendersi singolarmente, individualmente. E quindi il suo comportamento indica con precisione laddove l’individuo, del tipo homo sapiens sapiens, si distacca da quello degli altri animali. Da qui il liber(al)ismo, tanto innamorato dell’individualismo, della libertà di ogni singolo essere umano, avrebbe dovuto prendere le mosse. Non da Robinson, un risultato del più puro egoismo ed egocentrismo della società capitalistica.
Quello di Tarzan è dunque il vero salto in uno spazio diverso, con un differente senso della temporalità. E allora seguiamolo, pur solo per cenni, nella sua crescita. Per certi versi egli usa l’istinto animale (quello detto tale, non so se propriamente; non sono in grado di deciderlo). Quando insegue una preda – in genere pure lui, come ogni altro animale, per nutrirsi – procede avvertendo da dove tira il vento e posizionandosi in modo che il suo odore non arrivi ad essa, altrimenti quella fugge. Inoltre, spesso non tocca terra; procede per aria passando di albero in albero utilizzando le liane. Sa però tendere le trappole, sa attendere un tempo considerevole affinché maturino condizioni più favorevoli. Considera assai meglio i rispettivi rapporti di forza; affronta la prima volta la tigre in modo “ingenuo”, ne viene ferito e a momenti ci rimette la pelle, ma impara bene la lezione e poi si ritrae sempre da scontri troppo diretti fin quando questa non è invecchiata. A quel punto è lei che non tiene conto del suo indebolirsi e Tarzan, usando anche dello strumento coltello trovato anni prima nella capanna, la uccide. Insomma, fa uso dell’“istinto”, ma anche di un pensiero che si articola in modo nettamente più complesso rispetto agli altri animali.
Vi è pure un altro carattere, direi il più decisivo, che differenzia nettamente Tarzan dagli animali cui crede di appartenere. Quando caccia e uccide la preda, egli non lo fa solo per nutrirsi; non è pervaso dalla semplice soddisfazione di avere trovato di che alimentarsi. Viene afferrato da un impeto di trionfo, di vittoria, di prevalenza sull’altro. Nasce in lui l’embrionale consapevolezza di averlo sottomesso e perfino ammazzato anche grazie a quella che intuisce essere, pur senza ben saperlo, una superiore intelligenza; e l’astuzia, la capacità di trarre in inganno con tranelli vari, ecc. A volte s’insinua nel suo animo quella che potrebbe definirsi una vaga vergogna per questi sentimenti. Insomma, non caccia e uccide solo per bisogno, balza a volte in evidenza il piacere di tali azioni. In fondo, Tarzan capisce che gli altri animali non sentono né agiscono come lui. E’ diverso da loro, ha “qualcosa in più”.”

Tuttavia, non siamo i soli a pensarla in questa maniera ed anche un economista come Francesco Forte su Il Giornale ha scritto: “Nella formidabile lista dei possibili candidati al premio Nobel dell’economia ha vinto una figura marginale sostenendo una tesi per nulla originale: ossia quella che la figura del soggetto economico, come soggetto razionale, che fa scelte utilitarie, puramente sulla base di valori misurabili in moneta, è un’astrazione…Thaler cerca di inficiare [la teoria delle aspettative razionali] con ragionamenti psicologici marginali”. E’ la nostra tesi. Forte ha sicuramente ragione sul punto, anche se la teoria delle aspettative razionali sconta gravi contraddizioni interne che i suoi sostenitori nascondono con atteggiamento sospettamente ideologico (come spiegato da La Grassa). Che Thaler non sia questo genio lo dimostrano anche alcune sue prese di posizioni politiche, per esempio sulla Brexit, come riportate da Davide Zamberlan: “Secondo il neo premio Nobel il voto è stato determinato da «scelte di pancia» che hanno condotto gli inglesi a votare a favore dell’uscita. Con ulteriori informazioni a disposizione, una nuova votazione potrebbe portare a un voto più razionale e a un ribaltamento del responso referendario. Da cui l’auspicio, disatteso, al governo inglese di non avere tanta fretta nell’applicare l’articolo 50 del trattato di Lisbona e avviare il processo di uscita dall’Ue”. Ricorrere al “panciutismo” dell’uomo comune per spiegare i fenomeni sociali non è da Nobel. Anzi, possiamo dire che le pance degli elettori spesso afferrano più delle teste di certi economisti sopravvalutati.