CHE IMMANE DISASTRO (MENTALE), di GLG

gianfranco

Come immaginavo, la frase sullo “spezzare il braccio” era inserita in un discorso di irritazione e perfino d’un certo pericolo nell’ambito di scontri in cui gli “altri” usavano sassi, bottiglie e perfino qualche bombola. Manca sempre un’analisi minimamente lucida, fredda, oggettiva, dei fatti. Come del resto avvenne anche per il grave evento di Genova nel 2001. Non m’interessa né sono capace di portare solidarietà alla polizia e nemmeno di piangere per morti che non sono eroi o di indignarmi per frasi estratte da un contesto di caos, violenza, conflitto, non provocato da una parte sola. Noto solo che il “duro” ministro Minniti, tanto elogiato perfino dall’opposizione (da una sua parte almeno) ha mostrato la corda non appena si è trattato di essere veramente coerente con una linea di intransigenza. Ciò conferma che è stato messo a quel posto per placare un po’ l’indignazione crescente di buona parte della popolazione, che ancora non afferra però la vera posta in gioco in questi ultimi anni di autentica fogna che viene ancora chiamata politica.
Questo individuo è sempre stato uno dei più decisi filo-atlantici, cioè filo-americani; e servile sostenitore proprio delle Amministrazioni Clinton-Bush-Obama, caratteristiche di un paese potente militarmente ma in relativo declino di popolarità e influenza (di pura immagine da sempre). Ed è stata soprattutto quella di Obama, la peggiore e più truffaldina, subdola, ma sostanzialmente delinquenziale, a provocare quei fenomeni di selvaggia e incontrollata migrazione e di terrorismo “diffuso”; il Califfato era semplicemente una parentesi non destinata a durare nemmeno per i progetti della presidenza statunitense, la vera sostenitrice dell’Isis, pur se in forma mascherata come fanno sempre i gangster. Adesso, alcuni centri USA stanno cercando – almeno questa è la sensazione – di rimediare al caos eccessivo provocato dalla strategia obamiana. Trump non insegue nessun obiettivo veramente diverso da quelli che non può non porsi il paese predominante da oltre settant’anni (malgrado il periodo del bipolarismo USA-URSS). E’ però assurto alla direzione del paese inaspettatamente e forse quando non era ancora arrivato al capolinea l’establishment rappresentatosi in Obama e in Hillary. Il conflitto è perciò assai forte, obbliga l’attuale presidenza a continui dietro-front, a mutamenti di linea improvvisi e spiazzanti; resta comunque l’orientamento decisamente filo-Israele per un certo controllo dell’area mediorientale, l’opposizione netta all’Iran (e sembra pure all’Egitto, ma qui gli USA saranno forse un po’ camaleontici), l’atteggiamento anguillescamente benevolo verso la Russia di Putin (con la speranza che possano avanzare forze interne più legate a Medvedev o comunque a settori che si spingano in senso filo-occidentale).
La nostra povera Italia è sempre priva di una forza che spazzi via tutti. L’imbecillità e l’arroganza della “sinistra” sembra il risultato della marcescenza di vecchi ideali – mal digeriti anche all’epoca in cui furono esaltati – risalenti al ’68 e, fenomeno tipicamente nostrano, al ’77. Buona parte dei politicanti e intellettuali del piffero sono o gli stessi o gli ancor peggiori derivati di quelle ideologie, che condussero comunque alla miserabile fine degli “ultrarivoluzionari” in apologeti dei peggiori poteri dominanti che abbia mai avuto l’Italia o in finti antagonisti di questi ultimi. Come recita un canzone di Gaber, che cito all’ingrosso, erano marxisti-leninisti e sono divenuti catto-comunisti. Ma Gaber è morto tempo fa; ora i catto-comunisti sono divenuti semplici buonisti, ipocriti ricchissimi radical-chic che vogliono tutta la benemerenza versata a piene mani sui “diversi”, affinché questi ultimi li difendano dalla fine che si meritano e che faranno. Solo che devono farla presto, altrimenti finiremo tutti nella merda.
Questi farabutti verminosi sono ormai arrivati a livelli di idiozia talmente incredibile da provocare reazioni di stampo antico e che non credo siano positive. Fanno gli antifascisti; ma se tanto mi dà tanto, è facile predire che favoriranno la rinascita di sentimenti fascisti o simil-tali. Ricordo sempre Salvemini che nel 1923, pur essendo sicuramente non fascista, di fronte al disgusto provocato (giustamente) in lui dal maleodorante coacervo allora rappresentato da Giolitti-Turati, augurava lunga vita e successo pieno a Mussolini. Torneremo a quei sentimenti; e non saranno gli ambigui, gli ambivalenti, alla Minniti ad impedirlo. E’ indispensabile compiere uno sforzo, che capisco complicato e difficoltoso, per giungere ad afferrare la nuova fase storica che avanza, non voltando la testa indietro verso impianti ideologico-politici che hanno troppo il sapore dell’“ormai passato e defunto”.
E’ ormai impellente – questione di vita o di morte – eliminare tutti i “marxisti-leninisti” (falsi) divenuti catto-comunisti (falsi) divenuti infine buonisti (ipocriti). E addosso ai cretini patentati che fanno da contorno a questi mascalzoni da una vita (dagli anni ’70 almeno).

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QUANDO SI ATTUERA’ LA GIUSTA SOLUZIONE?, di GLG

gianfranco

 

QUI
[metto anche l’articolo dello stesso autore contro i vermi detti “di sinistra” che hanno appoggiato tutte le “rivoluzioni colorate” e in particolare quella ucraina e il massacro di Gheddafi: QUI].
La più sostanziale obiezione che mi sentirei di fare a questo articolo è la dimenticanza di come ha in realtà agito Berlusconi proprio a partire dal 2011. Si è “inginocchiato” davanti a Obama, ricevendo da questi assicurazioni di non essere proprio annientato (anche nei suoi interessi e forse nella sua stessa vita). Ho raccontato mille volte l’episodio di Deauville. Ha tradito poi Gheddafi vergognosamente. E non si deve solo parlare delle trame di Napolitano e compagnia varia. Berlusconi era in pieno accordo (certo ben mascherato) con costoro per essere sostituito da Monti (ci si ricorda cosa disse il “badogliano” di quest’ultimo e come votò F.I. per quel governo sedicente tecnico e invece fortemente politico e di transizione al peggio?).
Oggi si compie un altro passo del “voltagabbanismo” (scusate il termine) del “nano d’Arcore”. Su “Il Giornale” appare in anteprima, per gentile concessione, un pezzo del libro di Renzi in cui si critica la Magistratura per i suoi interventi in politica. Lungi da me voler difendere i magistrati, ma l’atteggiamento del “nano” appare chiaro. E non ci si ferma qui. Sempre sullo stesso quotidiano, oggi, appare un articolo di fatto a sostegno delle tesi di Boeri, l’inetto e pericoloso presidente dell’Inps. Si sostiene che i pensionati del settore pubblico sono privilegiati perché andati in pensione con il retributivo (come se i privati, andati in pensione fino alla stessa data, non fossero nell’identica situazione). Si parla di ingiustizia e di scusa sollevata tirando in ballo i “diritti acquisiti”. Evidentemente chi ha utilizzato la legge, vigente quando è maturata la sua età pensionabile (che ovviamente non era allora di 67 anni, anche questo è un improprio diritto acquisito?), ha commesso un illecito. E adesso, dopo tanti anni e a età vegliarda (se non sono morti com’è nelle speranze di questi menagrami), i pensionati statali dovrebbero subire un taglio della pensione. Idea di questi sporcaccioni di “destra” come di quelli di “sinistra”. Con simili personaggi in campo, d’ogni schieramento, è impossibile salvarsi. Come ripulirsi di questo ciarpame subumano?

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QUI

Renzi parla e sparla, dice una cosa e poi un’altra (alla fin fine vedremo come si comporterà). Al momento, sembra adeguarsi alla tattica di un Trump, che procede con colpi al cerchio e alla botte. In Polonia (e non solo) costui sostiene che la Russia è un minaccia per la “civile” Europa e l’“occidente” in genere; poi incontra cordialmente Putin e stabilisce possibili accordi sulla Siria (vedremo in seguito come li attuerà).
Idem per il “Matteo bamboccione”. Nel 2014 , ormai lo sappiamo, ha fatto accordi con la UE per accogliere in Italia tutti i migranti in fuga per la politica del caos obamiana, supinamente accettata dai servi europei. Adesso sostiene un’idea meno grama, anche se dubito che sia un dovere aiutare a casa loro quegli africani abbienti, che hanno migliaia di dollari o euro per pagarsi il trasbordo in Italia. In ogni caso, diciamo che il malcontento sempre più evidente degli italiani ha convinto il “maneggione” a rendere meno disastrosa la sua politica di aiuto ai falsi perseguitati e affamati.
E cosa accade allora? Quelli alla sua “sinistra” si sbracano e piangono sulla miseria dei poveri “privilegiati” (quelli in grado di pagarsi l’imbarco) e affermano che aiutare a casa loro i (presunti) diseredati, invece di accoglierli in Italia a centinaia di migliaia, non è “idea di sinistra”. Questi scialbi politicanti sono ormai all’ultimo stadio della “discesa” verso la “pietosa ipocrisia”. Fanno concorrenza a Bergoglio, che però dirige una Chiesa ultramillenaria e basa il suo “buonismo” sulla promessa di un’altra vita per tutta l’eternità. Questi “spompati”, situati “a sinistra” del “sinistro” Renzi (in sotterraneo accordo con il voltagabbana già citato), non hanno nulla da offrire; sono solo dei confusionari, ormai senza più prospettive. Sono seguiti da sempre più ristrette “masse” di persone spesso illuse, orfani di tutte le sperate rivoluzioni: quella “proletaria”, poi quella dei “dannati” del terzo mondo, ecc. Posso anche (solo in parte) capirli, perfino per certi versi scusarli date le delusioni provate in tanti decenni di “caduta agli inferi”. Tuttavia devono infine svegliarsi e smetterla di arrampicarsi sugli specchi. Continuando così, scivoleranno giù e si romperanno la testa.

TRUMP E OBAMA-CLINTON, NEMICI FRA LORO E NEMICI NOSTRI, di GLG

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/…/stati-uniti-avvertono-corea-nord…

“pezo el tacon del sbrego” di dice in veneto. La “pazienza di Obama” è quella che ha portato al massacro di Gheddafi, al tentativo di rovesciare Assad, al finanziamento dell’Isis (per poi anche bombardarla in modo da non mai sconfiggerla fin quando non sono intervenuti i russi). Diciamo solo che Obama ha agito spesso per “interposta persona” (tipo Inghilterra e Francia con Gheddafi o il “Califfato” in Irak e, tutto sommato, in Siria). Ma gli Usa restano quello che sono sempre stati dalla fine della seconda guerra mondiale (in cui hanno commesso crimini di ogni genere con bombardamenti, compresi quelli atomici, sui civili, ecc.). E ammetto che non mi dispiace che Trump mostri quello che veramente è, restando però contrapposto all’establishment favorevole ai Clinton e mettendo nel panico quello europeo formatosi alla servitù delle precedenti Amministrazioni statunitensi. Bene, mi pare che ciò vada nella “direzione giusta” per smascherare questi cialtroni emeriti, tutti in blocco.

PS E a nessuno venga in testa che io ami la Corea del Nord o la ritenga un paese “socialista” o altre cazzate di certi “ritardati mentali”, nostalgici di un passato ormai marcio e da seppellire. Non però certo appoggiando la criminale aggressività Usa che ha tutt’altri scopi.

 

ATTENZIONE, PERICOLO IMMINENTE, di GLG

gianfranco

 

Mi sbaglierò, ma non credo vi siano stati altri neopresidenti degli Usa così osteggiati e trattati addirittura quali nemici da eliminare. Gli americani sono abituati a far fuori i loro presidenti, ma dopo magari averli riveriti per un bel po’ di tempo; e con cospirazioni molto contorte, talvolta fatte passare per iniziativa di singoli un po’ folli, ecc. Qui, abbiamo addirittura un presidente ormai decaduto e che se ne va fra pochi giorni, alimentando una fronda, anzi un vero odio, nei confronti del suo successore; e tenta di mettergli dei begli ostacoli per il futuro. Espelle decine di diplomatici russi per una inventata campagna di quel paese a favore di Trump. La Cia trova le prove di questo fatto, esattamente come le si trovò per le armi di distruzione di massa di Saddam al fine di aggredirlo e poi condannarlo a morte. Quanti anni ci sono voluti perché infine risultasse chiara la falsità della notizia (criminale, vogliamo dirlo visto che è servita a massacrare migliaia di iracheni oltre che ad assassinare il loro leader)? In questi giorni tale presidente ormai ex ha inviato truppe in Polonia e paesi baltici in chiara funzione antirussa; ed è stato seguito dalla Germania, che ha dimostrato con estrema chiarezza da quale governo servile è retta (e servile verso la passata Amministrazione, quella che finora ha mostrato il massimo disprezzo verso i suoi servi europei).

Risulta ormai evidente che, dopo il crollo dell’Urss, gli Usa hanno comandato con ancora maggiore brutalità; e gli europei sono giunti al punto più basso della loro vigliacca subordinazione. Adesso questi abominevoli dirigenti dei vari organismi UE, coadiuvati dalla stragrande maggioranza delle forze al governo nel nostro continente, hanno preso paura per certe intenzioni di Trump. Mi permetto di dubitare che costui, con dietro di sé sicuramente alcuni centri di potere statunitensi, abbia intenzione di mollare la presa per una preminenza mondiale degli Stati Uniti. Tuttavia, le apparenze sono per una svolta nella strategia (da noi non ancora ben afferrata) che evidentemente, se attuata realmente, richiederà un cambio radicale non soltanto di dirigenti negli Usa (come sembra stia avvenendo, constatando le nomine fatte da Trump), ma anche del servitorame europeo. Per questo motivo i miserabili e infami sono terrorizzati e si smascherano con particolare virulenza. Non parliamo del ceto dei viscidi intellettuali (con al seguito anche alcuni finti “ultrarivoluzionari” dei tempi che furono). Sono come impazziti; alcuni addirittura dicono apertamente che Trump andrebbe assassinato.

Stiamo attenti perché la situazione è molto delicata. Può essere che alla fine Trump – cioè i centri di potere che rappresenta in modo particolarmente coperto, almeno così ci sembra poiché li conosciamo poco – decidano di smorzare molte loro pretese e si accordino in qualche modo con gli “altri”. Se però così non sarà, vedremo presentarsi a noi – gruppi di non servi, che hanno urlato in solitudine, e ignorati dai media, contro tutti i criminali americani e i loro segugi europei – nuovi personaggi, anche d’oltreatlantico, che si diranno pronti ad aiutarci nelle nostre aspirazioni di autonomia. Affermeranno pure d’essere disposti a presentarci elementi, perfino appartenenti agli apparati militari e di sicurezza europei (e italiani in specie, per quanto riguarda noi abitanti di questo “bel paese”), pronti ad agire onde favorire tali aspirazioni. E finanzieranno tutta una serie di conventicole che in questi anni hanno mantenuto posizioni di polemica anti-UE, a volte anche radicale; e insistendo per l’uscita dall’euro. Sempre però, guarda caso, slittando su posizioni fin troppo economicistiche e cercando di convincerci che il vero nemico sarebbero i poteri finanziari sovranazionali. Questo è solitamente un buon sintomo della falsità e dell’inganno perpetrati da simili organizzazioni. Non tutti sono in malafede; tuttavia, di fronte al manifestarsi di certe posizioni è bene stare in allerta.

Non dobbiamo aver paura di farci contattare da questi nuovi “servizi” Usa, ma con molta vigilanza e sapendo quali sono gli effettivi rapporti di forza ancor oggi esistenti. Altrimenti, si farà la fine della BR e organizzazioni similari dei passati anni post-sessantotteschi. Questi “rivoluzionari” crederono – e spesso in perfetta buona fede, convinti che ci sarebbe stata una nuova guerra mondiale con scontro Usa-Urss, non avendo capito ciò che perfino io scrissi ancora all’inizio degli anni ’70, sempre bellamente ignorato, sul fatto che l’Urss era ormai in fase calante – di poter giocare sulle contraddizioni esistenti tra i nemici (Usa e Urss erano entrambi nemici per queste organizzazioni che si richiamavano alla Cina maoista). In un certo senso, quei “rivoluzionari” pensarono di poter agire alla guisa di Lenin, che si prese i soldi e l’appoggio dei tedeschi per rientrare in Russia nel 1917 e fare quello che fece, data la situazione esistente in Russia in quegli anni di guerra e di sfacelo dello zarismo. Avendo sbagliato analisi, tali organismi usciti dal ‘68 si ritrovarono infiltrati da tutte le parti e divennero, loro, strumento delle contraddizioni tra i nemici.

Tanto per fare un solo esempio (non proprio irrilevante), seguirono ciò che gli era stato offerto su un piatto d’argento: rapirono Moro e l’accopparono, senza rendersi conto che con ciò favorivano tutte le mene degli ambienti che avevano messo in contatto gli Usa con il Pci e l’eurocomunismo voltagabbana. Nel ’73, a Sofia, i Servizi sovietici (o chi per essi) tentarono di far fuori Berlinguer (appena diventato Segretario del Pci nel ’72; ma comandava già dal ’69 quale vicesegretario). Secondo la mia tesi, non volevano eliminarlo, ma solo “avvertirlo”; in fondo eravamo solo agli inizi dei contatti tra ambienti americani e settori del Pci. Nel ’78, tali contatti erano molto avanzati e ormai era organizzato il viaggio “culturale” di un alto piciista negli Usa. Molte carte erano nella borsa che Moro portava sempre con sé e che erano, credo, compromettenti per “qualcuno”. E questa volta non ci fu semplice “avvertimento” da parte degli Usa e dei servi che anche allora questi contavano, numerosissimi, nel nostro paese.

Teniamo ancora presente che, data la situazione esistente, l’attuale dirigenza russa starà in allerta ma certamente mostrando benevola attesa di un miglioramento dei rapporti con gli Usa (temporaneo ma importante per quel paese, che ancora non è l’Urss dopo aver subito le “angherie” di trucidi personaggi quali Gorbaciov ed Eltsin). Sarà quindi ritardato – sempre se Trump non cederà a netti compromessi con gli avversari – il possibile rapporto tra forze europee e la Russia; parlo delle forze europee sinceramente “sovraniste”, non quelle che da anni blaterano dei poteri di Soros, del Bilderberg e di altre varie cosette che ci sviano dalla realtà, quella realmente reale. Stiamo in guardia, con la consapevolezza che vi sarà un qualche cambiamento di fase. Molto pericoloso e scivoloso; facciamo attenzione, anche se dovremo comunque rischiare. Mai con la stupidaggine dei contatti segreti, clandestini, delle azioni del tutto improvvide e sciagurate come quelle compiute nei cosiddetti “anni di piombo”. E ancora una volta pretendo di ricordare quanto fui allora facile “profeta di sventure”, sempre del tutto snobbato e silenziato. Indovinai quasi tutto; fui solo in ritardo, perché ho subito qualche sviamento, nel capire le porcherie che stava combinando in quegli anni il Pci con gli Stati Uniti. Adesso, metto ancora sull’avviso per il prossimo futuro.

Attendiamo comunque cosa accadrà dopo il 20 gennaio. Immagino che ci vorrà un po’ di tempo prima di appurare se la nuova strategia statunitense verrà portata avanti con decisione. E dovremo meglio comprendere che cosa questo comporterà eventualmente. Alziamo le orecchie e spalanchiamo gli occhi!

IPOTESI DIVERSE E CONSEGUENTI PROSPETTIVE POLITICHE

gianfranco

 

L’ultimo discorso tenuto da Obama è stato ovviamente autoelogiativo. Secondo lui negli ultimi otto anni gli Usa si sono rafforzati. E’ logico che abbia detto così; in realtà, è avvenuto il contrario se non altro per quanto riguarda la credibilità di quel paese che ha aiutato in tutta evidenza i “terroristi” Isis e poi li ha (forse) scaricati dopo aver creato una serie di disordini, provocando l’intervento russo in Siria con, alla fine, un qualche suo successo che ha indebolito le posizioni americane in Medioriente; mentre l’Arabia Saudita, ottimo alleato degli Usa, ha subito forti ridimensionamenti della sua influenza e capacità di intervento nella zona. E gli ultimi avvenimenti di Ankara e Berlino non cambiano questa situazione più complessiva. Del resto, anche in Ucraina la situazione è sempre in fase di stallo e non si è al momento risolta minimamente a favore del governo di Kiev. Per il resto il discorso, pur con toni apparentemente più morbidi del passato, ha ribadito le linee direttrici della strategia Usa della presidenza Obama (che si voleva proseguire con la Clinton) e ha ribadito le presunte interferenze russe nell’elezioni di Trump.

Anche l’Fbi ha ultimamente sostenuto, con la Cia, l’influsso russo in questa elezione. Qualche tempo fa, alcuni membri del Congresso avevano invece riferito che l’Fbi smentiva le chiacchiere della Cia a tal proposito. Di recente, i capi delle due organizzazioni si sono dichiarati d’accordo. Piuttosto incredibili le dichiarazioni dei due Servizi detti segreti, che hanno rivelato notizie atte a screditare il nuovo presidente del paese. E’ facile prevedere che la campagna contro Trump non finirà nemmeno dopo il suo definitivo insediamento (20 gennaio) e dobbiamo attenderci ulteriori puntate di tale “commedia”; impossibile invece prevederne con precisione l’esito. Meglio attendere l’avvio della presidenza Trump e quanto verrà messo in cantiere dagli Usa in politica estera (e anche interna in parte) nel prossimo anno.

La decisione della UE di rinnovare, pari pari, le sanzioni alla Russia per il suo comportamento in Ucraina dimostra che comunque quest’organismo, ormai in fase di crescente sputtanamento presso quote rilevanti delle popolazioni europee, continua a sposare le tesi dell’amministrazione Obama (e Clinton). E’ ormai assai chiaro quale deve essere l’orientamento delle opposizioni ai governi europei in carica; e ciò vale in modo particolare per l’Italia. Addosso alla UE; nessuna accettazione di proposte di sua riforma, mera misura difensiva degli europeisti incalliti, ormai i nostri principali nemici. E’ indispensabile sciogliere questo tipo di unione, che andrà semmai poi rifatta a partire dal coordinamento tra alcuni paesi europei principali (Germania e Francia in testa). Il programma di ogni serio partito d’opposizione ai governi servi degli Stati Uniti (da ben 70 anni, e in modo ancora più smaccato dopo il crollo del “socialismo reale”) deve porsi tale compito quale prioritario.

Fra l’altro, una seria politica anti-UE delle varie opposizioni in molti paesi europei importanti (soprattutto quelli appena citati, e possibilmente pure l’Italia) aiuterebbe Trump contro tutte le manovre che verranno svolte nel suo paese per rovesciarlo, “farlo fuori” in qualche modo o, quanto meno, costringerlo ad un mutamento rilevante dei propositi da lui fin qui manifestati. Occorre insomma una radicale svolta in politica estera di alcuni decisivi paesi europei. Questa svolta non potrà essere effettuata senza una completa revisione degli intenti che hanno retto il comportamento europeo in seguito alla sconfitta subita nella seconda guerra mondiale; perché non sono state battute solo Germania e Italia, ma pure Francia e Inghilterra. L’intera Europa ha perso e subìto un ridimensionamento radicale del suo effettivo peso nella politica internazionale (da ciò la vecchia ben nota battuta: Europa gigante economico e nano politico). E’ ora che essa torni un’area importante nel mondo, lasciando da parte l’Inghilterra se vorrà comportarsi da “stelletta” della bandiera Usa.

 

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E’ indispensabile non attenersi più alle vecchie definizioni della sinistra (progressista) e della destra (conservatrice). Malgrado tutte le giuste considerazioni circa il superamento di questa distinzione, non siamo riusciti a trovare nuove loro “etichette”. Indubbiamente, pensare che siano la stessa cosa – magari soltanto perché ampi settori della sinistra, detta un tempo riformista, sono divenuti liberisti come gran parte della destra – non è esatto, poiché ci sono settori sia di sinistra che di destra in fondo statalisti o qualcosa di simile. Eppure, su questioni di costume e per quanto riguarda certe concezioni “ultramoderne” in fatto di “genere sessuale” (e di pratiche dello stesso), permangono notevoli differenze. Temo sia sbagliato, quindi, insistere sul fatto che non esistano più la destra e la sinistra, che sarebbero indistinguibili. Il vero fatto è che quello schieramento politico denominato sinistra non è più quello di un tempo.

Fino agli anni ’70 (e, sempre più confusamente, per alcuni anni successivi) la sinistra si divideva in socialisti (o socialdemocratici) e comunisti. I primi propugnavano una convivenza con le forze capitalistiche, proprio quelle che si rappresentavano nella proprietà privata dei mezzi di produzione, proponendo misure di riforma, qualche nazionalizzazione di imprese, una politica economica vagamente keynesiana e, in generale, una riforma dell’amministrazione pubblica che avrebbe dovuto dotarsi di alcuni settori di spesa a favore dei meno abbienti (stiamo parlando insomma del cosiddetto Stato sociale). Per inciso ricordo che, all’inizio, la sanità pubblica (quindi con larghi margini di gratuità), era prevista fino a certi livelli di reddito; poi divenne generale. Rammento bene i comunisti scandalizzati perché perfino Agnelli sarebbe potuto andare a curarsi senza spendere. I quali comunisti erano inoltre, più in generale, per la trasformazione radicale della società capitalistica; con il grave errore (in termini di teoria marxista cui aderivano) di ritenere che la proprietà statale (e quindi l’espropriazione di quella privata e la sua “nazionalizzazione”) fosse già per l’essenziale un avviarsi alla società socialista (quella comunista non fu mai ritenuta realizzabile in tempi ravvicinati da nessun serio appartenente ai partiti di quell’orientamento; l’attribuzione ad essi di simile credenza è dovuta all’ignoranza e ottusità degli anticomunisti viscerali, ancor oggi maggioritari nelle componenti di destra).

E’ però indubbio che dopo la seconda guerra mondiale, negli anni ’50 e ’60, si ebbe comunque una negativa trasformazione dei vari partiti comunisti, la cui base si comportò in modo tale da trasformarli in una sorta di “chiesa”. La fede principale fu però quella nel “capo”, una sorta di Papa, e nel suo contorno di alti “prelati”, di “cardinali”. Era impossibile criticare i vertici di tali partiti; la base trattava subito da eretico chi si accingeva a tale impresa. I regolamenti di conti avvenivano appunto solo tra gli alti dirigenti, soprattutto per ordine del “Papa”, che faceva decadere (magari talvolta anche morire) alcuni “cardinali” e ne nominava altri. In rari casi poteva cadere in disgrazia pure il Papa; in genere dopo la sua morte, come accadde a Stalin (Krusciov, invece, fu destituito in vita dalla carica e da ogni organismo del partito). Anche nel Pci, inutile tentare di mettere in discussione quanto sosteneva Togliatti e, più tardi, Berlinguer. Quando quest’ultimo, sia pure in modo coperto, cominciò a intavolare trattative con gli Usa e con l’atlantismo in genere, non fu mai veramente disturbato nel suo partito. Non ci si poteva opporre al “Papa”, i credenti della base si infuriavano e lo difendevano con tutta la loro fede. E così il Pci mutò gradualmente, ma infine a 180°, la sua posizione internazionale; e la base (in specie quella operaia), considerata ancora per qualche tempo (ma ormai in aperta malafede) il “soggetto” della trasformazione anticapitalistica, seguì sempre il “capo” e il suo contorno “cardinalizio”, salvo più che esigue minoranze. Dove si sarebbe necessariamente arrivati, mi sembra fin troppo chiaro.

 

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Già a partire dagli ’80, malgrado ci siano sempre stati strascichi di vario genere, si può considerare del tutto esaurita la credenza che la “classe operaia” (per alcuni, Classe per eccellenza) fosse il soggetto trasformatore della società capitalistica in altra detta socialista o, dai più “incolti”, comunista. Ho già mille volte chiarito l’equivoco di chiamare “classe” un raggruppamento sociale che, nella società ormai da tempo per l’essenziale capitalistica, si scontra in senso nettamente antagonistico con un altro raggruppamento già a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Classe è un concetto e come tutti i concetti esige una precisione definitoria che i marxisti hanno via via perso. Per Marx la classe operaia – in quella fase che lui pensava caratterizzata dalla formazione, nella “base economica” del capitalismo (cioè nel sistema dei rapporti di produzione), della condizione fondamentale per la transizione al socialismo, primo “gradino” della società che sarebbe dovuta in seguito divenire comunista – era in definitiva pensata quale insieme dei “produttori associati” (dal “primo dirigente all’ultimo giornaliero”, cioè al più basso livello esecutivo); mentre nel XX secolo tale classe divenne, per i marxisti, soltanto quella degli operai di fabbrica, dei lavoratori salariati esecutivi nella sfera produttiva, non invece in quella del commercio, del sistema bancario, ecc.

Detta “classe” non fu mai tale, secondo il suo concetto; divenne semplicemente un raggruppamento sociale che, completandosi via via il passaggio delle diverse società (nei vari paesi) da agricole a pienamente industriali, combatteva (giustamente) per migliori condizioni di vita e di lavoro; cioè, secondo l’impostazione marxiana, per il mutamento dei rapporti di distribuzione (del reddito prodotto) e non per la trasformazione (rivoluzionaria) dei rapporti di produzione (da capitalisti a socialisti per l’appunto). Dopo cent’anni e più di fraintendimenti e di sempre rinnovate speranze di rivoluzione, negli ultimi decenni del secolo scorso si esaurì finalmente l’illusione circa il carattere rivoluzionario dei ceti operai (in senso stretto), divenuti fra l’altro sempre meno consistenti mentre andava ingrossandosi il cosiddetto “terziario” nello sviluppo dei paesi capitalistici. Anche i ceti dominanti di questi ultimi sono decisamente cambiati durante tale sviluppo.

I “sognatori” della “rivoluzione” anticapitalistica si attestarono allora, ma già in numero decrescente rispetto a chi nutriva le fantasie della “rivoluzione proletaria” guidata dagli operai, sulla speranza riposta nella rivolta del cosiddetto “terzo mondo” (i paesi detti “sottosviluppati” e “arretrati”); si ripiegò insomma sull’altra fantasia, d’origine maoista (diciamo che si attribuì tale concezione a Mao come molte altre pur esse poco sensate), delle “campagne” (i paesi del terzo mondo appunto) che accerchiavano le “città” (i paesi capitalistici avanzati con tutta la loro classe operaia, che al massimo avrebbe nutrito qualche solidarietà da diseredati a diseredati; anche se “diseredati” di ben diverso livello di benessere). Il terzomondismo (cui mai aderii né in teoria né in pratica) era chiaramente l’ultima spiaggia di chi sognava la rivoluzione affrancatrice dell’intera umanità, ineluttabilmente proiettata verso le “meraviglie” dell’eguaglianza e della fratellanza fra tutti gli “oppressi”. Un corollario, del tutto errato, fu che i paesi capitalistici vivevano dello sfruttamento dei paesi di questo terzo mondo; senza di essi, il capitalismo sarebbe morto soffocato, d’asfissia, per l’impossibilità di realizzare il plusvalore prodotto dai suoi operai (anche questi, quindi, sempre più impoveriti, si sarebbero infine rivoltati).

Una speranza (in realtà, una disperazione) dietro l’altra; il terzo mondo, nei suoi più popolosi paesi (Cina, India, Brasile, ecc.), deluse di nuovo i sognatori del “riscatto umano”. Pur con tutte le difficoltà e l’accentuarsi – tipico di ogni processo di sviluppo – delle differenze tra vari strati sociali, il terzo mondo si è dissolto e ha dato origine ad altre fantasticherie tipo il BRICS quale motore di una nuova trasformazione (rivoluzionaria, manco a dirlo), pur essa in via di ineluttabile avvitamento su se stessa. Che cosa hanno escogitato a questo punto i sognatori di tutte le rivoluzioni fallite miseramente, dopo aver perso ogni possibilità di guidare masse proletarie e/o contadine verso i luminosi destini dell’“emancipazione umana universale”? Si sono bellamente trasformati in rappresentanti di un “mondo nuovo”, scintillante di idee che rivoluzionano ogni vecchio e tradizionale costume, la vecchia morale, ecc. Il tutto però facendosi ben finanziare da vecchi e nuovi settori capitalistici, abbastanza furbi da capire come anche le “rivoluzioni” – basta che non intacchino il loro effettivo potere, situato nelle sfere sociali della politica e dell’economia, e si limitino appunto a portare avanti nuove “ideologie libertarie”, puramente ispirate al “fai tutti i c…. che ti piace fare” – si possono indirizzare verso il rafforzamento di questo loro potere.

E la sinistra, oggi, questo è diventata. Si è fatta portatrice di “nuove idee”, che non hanno più nessuna base nello “sfruttamento”, cioè nell’estorsione di pluslavoro/plusvalore dagli operai, dai “dannati della terra” (i popoli dei paesi sottosviluppati). L’idea del “fai che c…. ti piace di più fare” si è ricongiunta con la vecchia idea del “sii pietoso con i miseri”, concedi loro tutto quello che puoi concedere. Naturalmente sotto l’attenta supervisione dei poteri effettivi, sempre vigili, che sanno ben orientare queste vecchie ubbie (in veste parzialmente nuova) al fine di rinsaldare la loro preminenza.

 

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Questa è ormai quella che chiamiamo sinistra e che continueremo stancamente a definire così senza accorgerci che non si tratta più, nemmeno per l’1%, della vecchia forza politica durata fino a circa mezzo secolo fa e tramontata con il ’68, travisato pur esso in svolta dell’“umano” sentire, di un nuovo rivolgersi “fraterno” verso i propri simili; mentre si è in realtà trasformato nel peggiore dei mondi possibili, dove ogni vera umanità – che deve riconoscere i suoi limiti, anche il “male” che l’attanaglia e la rende densa di significati effettivamente evolutivi, avviandola verso “profondità” da accettare e sondare, non da ignorare con irresponsabile superficialità – è stata travolta e resa conforme ai reali poteri, che dominano il mondo e di cui torme di insensati chiamati intellettuali sono dei propagandisti ormai fuori di cervello. Tuttavia è così: l’assennatezza è retrò. Spesso lo è veramente, ci si limita ad arretrare verso il vecchio mondo. Questo è a volte il comportamento della cosiddetta destra, che semplicemente ripiega su quelle posizioni dette, con una certa acutezza, “antitetico-polari”, mirabilmente utili a far risaltare la falsa brillantezza delle infinite porcherie che s’inventa la sinistra post-sessantottesca.

Prendiamo ad esempio l’ultima “scoperta” di quest’ultima: l’accoglimento indiscriminato dei provenienti da altri mondi, completamente diversi dai nostri, che fuggono da “laggiù” per venire dove credono di trovare salvezza e benessere. Sia chiaro che questo fuggi fuggi è stato provocato – e per certi versi anche in modo consapevole – da quella strategia degli Usa (di Obama-Clinton), che ha creato il massimo caos con le sue operazioni dirette non più al vecchio neocolonialismo. Faccio un inciso per spiegare questo bisticcio di termini. Il vecchio colonialismo (anglo-francese soprattutto) occupava realmente i paesi colonizzati. Quello americano del dopoguerra (che ha scalzato del tutto il precedente) si è basato sul sostegno a forze locali, perfino elette “democraticamente” (sovente, invero, con qualche aiuto “extra”), le quali detengono il potere favorendo la penetrazione degli Usa in tutti i sensi (non solo economicamente, ma in quanto autentica “sfera d’influenza”). Con la dissoluzione del cristallizzato bipolarismo (Usa-Urss), dopo un primo assai breve periodo in cui sembrava che ci si avviasse al monocentrismo statunitense, si è pian piano venuto delineando un ben diverso mondo tendente al multipolarismo. La nuova strategia americana ha pensato bene di creare, almeno per un discreto periodo di tempo, una vasta zona di continuo disordine, delle vere “paludi melmose”, con poteri “in carica” deboli, anche se costretti, proprio per questo, a usare metodi “d’amministrazione” assai duri e violenti, solo capaci di accrescere i disordini, che al “team” dirigente statunitense degli ultimi mandati presidenziali è sembrato il più conveniente per intervenire in modi svariati. Uno di questi è la creazione del “Male” (ad es. quello “terroristico” e islamico, tipo Al Qaeda e poi Isis e via dicendo) al fine di intervenire per combatterlo, ma in modo da favorire comunque l’avvento alla direzione di dati paesi di forze politiche assai deboli, orientate dai centri americani in questione.

Il disordine creato in vaste aree, soprattutto dell’Africa e del Medioriente, ha favorito la massiccia fuga di quote consistenti della locale popolazione, che si è riversata verso l’Europa e dunque pure l’Italia. Ho avuto la sensazione che questo “effetto collaterale” della strategia americana del caos fosse proprio voluto da oltreoceano per meglio controllarci visto che, dopo settant’anni di “liberazione”, stanno sorgendo in Europa determinati gruppi contrari all’attuale sua organizzazione pensata in funzione della nostra servitù agli Usa. Tuttavia, mi sembra che ora si possa anche constatare un’ulteriore conseguenza di tale fenomeno. Le odierne dirigenze europee intendono sfruttarlo per trovare appoggio nel reprimere le insorgenze autonomistiche (accusate, chissà perché, di populismo, in molti casi direttamente di fascismo o perfino nazismo). La vittoria di Trump ha creato disorientamento in simili dirigenze. Innanzitutto, bisognerà vedere se il neoeletto manterrà certi suoi propositi, che indubbiamente mettono un po’ in crisi la piatta subordinazione della UE. In ogni caso, quest’ultima si prepara al peggio e accentua le sue posizioni; come dimostra l’insensata proroga delle sanzioni anti-russe.

Quali le finalità di simili “bravi figli” dei “padri dell’Europa”, che la svendettero agli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale? A più lungo termine, influenzare una vasta massa elettorale riconoscente per l’accoglimento. In tempi più brevi, se fosse necessario, il reclutamento di bande di violenti – così divenuti in seguito allo sradicamento dalla propria cultura e terra e alle difficili condizioni qui incontrate – per sostituire una polizia e apparati di sicurezza, che saranno sempre più demotivati e magari incerti nel reprimere le proprie popolazioni, al fine di ridurre al silenzio (perfino “tombale”) le voci di dissenso via via più numerose. Il mutamento, sopra accennato, della “sinistra” – che ormai non ha più alcun seguito specifico in una “classe” (operaia) nient’affatto rivoluzionaria né nei “dannati della terra”, che avrebbero dovuto combattere l’imperialismo e “accerchiare” le “città capitalistiche” – ha creato alcuni vasti settori di “rimbecilliti” pronti al “volemose bene”; ma tanto bene che, non appena si accorgono del rifiuto del loro “credo” misericordioso da parte di molti gruppi sociali e politici europei, diventano acidi e intolleranti.

Questi falsi “democratici” che ho definito semicolti – perché hanno particolare seguito in dati settori di ceto medio, e soprattutto di quello che si “arrangia” nella sfera “pubblica” – sono la “base” manovrata da autentici farabutti e, lasciatemelo dire, effettivi delinquenti che non credono minimamente ai predicozzi “buonisti”, soltanto utili ai loro sporchissimi affaracci e a quelli degli imprenditori “cotonieri” ormai dilaganti dopo l’affossamento di quella che fu l’IRI (vera gloria italiana del tutto infangata dai giornalacci di questi banditi che giocano al liberalismo) e il resto dell’industria di tipologia pubblica; che andava invece difesa non tanto per questo suo carattere, ma perché, per ragioni storiche nostre peculiari, essa ha riguardato settori strategici (tipo l’energia) e di rinforzo di una nostra almeno parziale autonomia, mentre quella privata, in linea generale, è sempre stata pronta ai più bassi servizi allo straniero (ben anticipò l’8 settembre ’43, trattando segretamente con gli “alleati” continuamente).

Si tratta di un insieme di sostanziali traditori. Essi sono stati contrastati dal settore industriale “pubblico” per circa tre decenni dopo la guerra, ma poi hanno prevalso a grado a grado fino alla vergogna e infamia attuali delle loro scelte politiche ed economiche. Detto per inciso, affermo decisamente che credo assai poco ad un Mattei fatto fuori dalle “sette sorelle”. Dati ambienti Usa erano probabilmente d’accordo con la sua eliminazione; tuttavia, certe mene sono state condotte pure (e soprattutto) all’interno del nostro paese da settori politici e industriali ben precisi, che hanno sempre tradito e che ben più tardi furono pienamente favoriti dall’operazione “mani pulite”, mediante la quale fu annientata la prima Repubblica salvando Pci e sinistra Dc quali servitori ancora più abietti della potenza preminente. Lo stesso dicasi per l’eliminazione (non fisica) di Felice Ippolito, pur se questi si era persino iscritto al Pci (ma non gli fu sufficiente per salvarsi dall’estromissione con annessa galera).

Tornando al discorso principale, è chiaro che avere a disposizione masse di “diseredati” – strappati al loro mondo e sbattuti in uno, come il nostro, tanto diverso – è considerato una manna del cielo. Dobbiamo aspettarci che, in un certo senso, diminuirà (forse) l’appoggio americano agli “sradicati”, che saranno invece accolti, nutriti, remunerati dai nostri gruppi “dirigenti” felloni per impedirci, con le loro azioni violente e tese ad intimorirci, di liberarci di loro. Se ancora qualcuno crede – e le “opposizioni” nel nostro paese (e non solo) ci credono – di prevalere con il voto, si accorgerà di aver favorito i giochi di questi opportunisti e “brutti ceffi”, assai pericolosi per le nostre sorti.

 

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Per quanto mi riguarda, ritengo ormai finita definitivamente l’epoca in cui si poteva quanto meno illudersi sulla rivoluzione proletaria e sulla lotta dei popoli del terzo mondo. Chi ancora sostiene simili tesi è un sopravvissuto, ma in via di scomparsa. E’ da un pezzo che la pretesa lotta di classe si era ridotta a semplice lotta sindacale per migliori condizioni di vita e di lavoro, per opporsi ai licenziamenti, ecc. Nulla di rivoluzionario e nemmeno di riforma sostanziale del sistema detto capitalistico. I mutamenti che questo ha subito sono stati provocati dal conflitto tra gruppi dominanti. Quanto alla lotta antimperialista dei popoli del terzo mondo, è pur essa finita da un pezzo. Siamo arrivati al punto che pretesi antimperialisti e addirittura comunisti hanno appoggiato rivolte tipo quella che ha abbattuto Gheddafi e altre del genere, assolutamente organizzate e dirette proprio dai centri di potere detti imperialisti; e soprattutto proprio quelli della potenza ancora predominante. Quindi i comunisti e gli antimperialisti sono o dei farabutti venduti a chi sostengono di combattere o dei perfetti decerebrati resi ottusi da tutte le disillusioni sofferte. Gente da buttare al macero e dalla quale guardarsi; anch’essi, come quote degli immigrati, potrebbero essere reclutati dai gruppi dominanti per azioni violente e assassine contro chi comunque comincia almeno ad essere malcontento della nuova fase storica che avanza.

Borghesia e proletariato (classe operaia sostanzialmente) – che hanno per tanto tempo illuso circa la possibilità di un loro conflitto antagonistico in grado di trasformare il capitalismo in socialismo – si sono evidenziate per decantazione del “Terzo Stato” in seguito a processi sociali successivi soprattutto alla rivoluzione francese del 1789 e a quella detta “industriale”, sfociati nel ben noto “quarantotto” (del XIX secolo), sommovimento soffocato in breve tempo ma con esiti pur sempre di passaggio d’epoca e di lungo periodo. Per troppo tempo, proprio i marxisti (e il movimento operaio in specie nella sua componente divenuta poi rete dei partiti comunisti con la III Internazionale) hanno continuato a pensare a questo tipo di lotta credendo alla messa in moto – soprattutto dopo la rivoluzione d’ottobre in Russia – della “costruzione del socialismo” (la prima fase della società comunista).

I gruppi che hanno preso il potere in tale paese hanno infine messo in moto un intenso processo di industrializzazione – e per merito del nucleo staliniano privo delle “manie” di certi comunisti di promuovere la rivoluzione internazionale, intenzione che avrebbe solo portato all’indebolimento e poi dissoluzione dell’URSS già prima della seconda guerra mondiale – senza tuttavia comprendere che tale processo comportava, superato un certo livello di sviluppo, la riduzione relativa della classe operaia di fabbrica e l’ingrossamento dei cosiddetti “ceti medi”, assimilabili in senso molto lato a una sorta di nuovo “Terzo Stato”, in cui non si sono ancor oggi affermati autentici processi di decantazione. Questo tipo di sviluppo – nel dopoguerra già con Stalin, ma in modo accentuato nel periodo successivo – è stato uno dei motivi delle difficoltà crescenti dell’Urss seguite poi dalla sua dissoluzione (assieme al “campo socialista”); altro che le sciocchezze raccontate sui meriti di Reagan, che avrebbe annientato l’Urss costringendola ad eccessive e insostenibili spese militari.

Indubbiamente, nei paesi del capitalismo (non quello borghese, ma “all’americana”), si è avuta una molto maggiore elasticità e si è assicurata la crescita e la trasformazione del sistema dei rapporti tra gruppi sociali, dando libero sfogo all’ampliamento di tali ceti medi; con il formarsi di quella conformazione “a botte” della distribuzione del reddito, che vede appunto una bella rotonda “pancia” nei suoi strati centrali. Da alcuni anni – e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss e l’inizio di una crisi di stagnazione di lungo periodo (da me assimilata a quella di fine ‘800), non semplicemente economica bensì soprattutto legata alla sregolazione del sistema complessivo – si sta assistendo ad una qualche decantazione di questo ceto medio; che tuttavia viene solo studiata sul piano della distribuzione del reddito (non più “a botte” bensì tendente alla forma piramidale) mentre non viene affatto capito quale possibile conformazione assumerà la stratificazione sociale e la differenziazione, forse un giorno nettamente conflittuale, tra i diversi ceti oggi ricompresi in quello medio.

I soliti sopravvissuti marxisti e comunisti, in anni relativamente recenti, hanno voluto interpretare tale processo ancora in termini di proletarizzazione dei tecnici e specialisti, soprattutto quelli dei settori produttivi. Basta con queste vecchie e svianti tesi. Vogliamo riconsiderare attentamente i fenomeni di fine XIX secolo e primi anni del XX? La crescita del cosiddetto “movimento operaio” e la non ben intesa accentuazione della separazione e conflitto tra borghesia e, appunto, classe operaia (sempre usata come sinonimo di proletariato), ha causato errori grossolani. Non ci si è accorti che le rivoluzioni “proletarie” del XX secolo sono state eminentemente contadine; i gruppi dirigenti (prima in Urss e poi in Cina e altri paesi sempre più sottosviluppati tipo Cuba e Vietnam, ecc.) hanno continuato a credere che, in definitiva, lo spirito rivoluzionario albergasse pur sempre negli operai (le cui fila crebbero dopo la rivoluzione e l’industrializzazione; e dove fu possibile promuovere quest’ultima, non certo a Cuba ad esempio).

Invece, le masse che seguivano le élites rivoluzionarie erano contadine e non minimamente interessate al comunismo (non a caso, a pochi anni dalla rivoluzione d’ottobre si dovette dar vita alla NEP). Dopo un buon decennio vi fu la svolta dell’industrializzazione accelerata, credendo che la forte crescita della “classe operaia” (sempre pensata quale autentico “soggetto rivoluzionario”) avrebbe consentito ai gruppi dirigenti, arroccatisi nel controllo del partito/Stato, di svolgere infine la loro funzione di guidare la transizione verso il socialismo e infine comunismo. Accadde invece che, superata la prima fase del processo di sviluppo industriale, si formarono ampi ceti medi conculcati nelle loro aspirazioni di crescita sociale (e di reddito). A questo punto quei gruppi dirigenti assunsero una conformazione rigida, fortemente centralizzata, priva di veri processi di ricambio che non fossero segrete lotte intestine con esiti micidiali, sempre con il complesso dell’accerchiamento e dell’attacco da parte dei nemici. Ci fu malgrado tutto e per un discreto periodo di tempo la capacità di incrementare soprattutto i settori della potenza militare con gli annessi processi di ricerca tecnologica, soprattutto diretti però al fine del rafforzamento belico. In definitiva, venne a mancare la capacità di dirigere una società via via più complessa e differenziata, con gli esiti cui abbiamo infine assistito.

 

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In definitiva, il movimento operaio – una volta prodottasi la precipitazione e decantazione del Terzo Stato – ebbe il suo periodo di maggior vigore con la II Internazionale, tra il 1889 e il 1914, cioè nel periodo in cui si ebbe la sregolazione mondiale con crescita del multipolarismo, cioè con l’enuclearsi di potenze quali Usa, Germania e, appena più tardi, il Giappone, che entrarono in sempre più accentuato conflitto tra loro e con l’Inghilterra, la potenza preminente a lungo nel XIX secolo. Assieme alle potenze maggiori continuarono a sussistere quelle minori (per certi versi subpotenze) tipo Francia e Russia. In ogni caso, il policentrismo acutamente conflittuale durò fino alla seconda guerra mondiale. Già nella prima, però, a ben considerare oggi gli andamenti di allora, il movimento operaio aveva esaurito la, fra l’altro presunta, sua funzione rivoluzionaria nell’ambito della formazione sociale detta capitalistica. Si svilupparono invece rivoluzioni a base contadina (pur guidate da élites ancorate al comunismo e marxismo) che, come già detto, hanno fallito nei compiti postisi pur provocando nel mondo ampi mutamenti, ma non in direzione del socialismo. La precedente società capitalistica (pensata sul modello inglese così come aveva fatto Marx, che non poté ovviamente vedere gli sviluppi successivi) fu trasformata dagli Stati Uniti, divenuti la potenza predominante in più di mezzo mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Durante il periodo di progressiva affermazione del multipolarismo a partire da fine ottocento, si ebbe appunto la sregolazione del sistema internazionale, la stagnazione del 1873-96 (non generale e non priva di momenti di qualche ripresa), il prodursi della seconda rivoluzione industriale, infine la progressiva diminuzione relativa (in percentuale di lavoratori complessivi) degli operai e lo sviluppo del ceto medio, che mise in crisi il vecchio modello capitalistico (e non fu, come già detto, ben affrontato nei vari paesi in cui si è verificò la presa del potere da parte di movimenti definitisi comunisti); fu il capitalismo americano ad affermarsi e ad avere successo nell’“assorbire” e rendere vitale questa modificazione sociale. In effetti, qualcosa di simile, in relazione ai ceti medi, fu tentato dal movimento detto fascista; e bisognerà afferrare meglio come mai fu sconfitto e non soltanto, credo, secondo le modalità belliche.

L’importante è tenere conto che le trasformazioni delle strutture dei rapporti sociali, accompagnate da fenomeni economici quali stagnazione e crisi, si produssero soprattutto nell’ambito dell’acutizzarsi dei conflitti legati alla nascita di nuove potenze, subpotenze, accompagnata dalla subordinazione (più o meno accentuata) di molti paesi situati nelle loro sfere d’influenza. Si trattò di quei fenomeni tipici del cosiddetto imperialismo; e anche Lenin – proprio in polemica con marxisti “invecchiati” quali Kautsky e altri secondinternazionalisti – definì l’imperialismo non come colonialismo bensì come conflitto tra potenze per le sfere d’influenza. Da questo punto di vita, il “terzomondismo” della seconda metà del secolo scorso fu proprio una tarda degenerazione della visione sostanzialmente kautskiana, pur facendo riferimento al neocolonialismo di impronta americana invece che a quello di più antica tradizione (anglo-francese).

Oggi sembra che ci si stia effettivamente avviando a una nuova fase multipolare con alcuni fenomeni già visti in passato quali la sregolazione mondiale con fase di stagnazione in molti paesi (e specialmente in Europa al momento). Siamo pure in forte mutamento tecnologico nell’ambito di quella che viene definita quarta rivoluzione industriale (forse è soltanto una accentuazione della terza, ma non cambia molto la sostanza del problema). Stanno forse verificandosi parziali fenomeni di decomposizione e decantazione (precipitazione) all’interno dei ceti sociali definiti medi. Per il momento constatiamo, economicisticamente, la modificazione del “modello a botte” nella distribuzione del reddito (nei paesi a capitalismo più avanzato, di tipologia americana). Non è escluso che infine un “novello Marx” individui la nuova stratificazione in atto; così come egli vide e teorizzò quella tra borghesia e proletariato, cioè tra ceti di proprietari capitalistici e ceti operai dei settori industriali.

E’ quindi rilevante al momento – dopo aver dato un calcione definitivo a tutte le vecchie ciance sulla lotta di classe, sulle “meraviglie” o i “crimini” del comunismo e, ovviamente, del fascismo; a seconda del particolare orientamento di superficiali e degradati ideologi e politicanti che ancora pullulano nei media dove possono parlare solo loro – seguire l’andamento dei conflitti tra i vari paesi nel nuovo multipolarismo in fase di crescita. Si dovranno afferrare bene quali saranno le effettive potenze e subpotenze in conflitto tra loro e con gli Usa; e come andranno configurandosi le sfere d’influenza, in cui sono posizionati i vari paesi soggetti a più o meno accentuata subordinazione a quelli più forti.

Marx commise l’errore (e noi con lui) di pensare un solo modello di capitalismo che si sarebbe diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo; nutrì inoltre la ferma convinzione che la causa del definitivo affermarsi della nuova formazione sociale fosse la divisione del Terzo Stato in borghesia e proletariato, che si sarebbero affrontati in vista della sua trasformazione rivoluzionaria in socialismo e comunismo ad opera del secondo. Egli sostenne inoltre che la lotta tra classi dominanti e dominate aveva caratterizzato l’intera storia dell’umanità. Sembra forse più convincente un rapporto causa-effetto inverso a quello da lui considerato. Il conflitto tra gruppi dominanti – che si sono serviti di quello che chiamiamo Stato, però assai diverso in tempi diversi – ha provocato, in dati periodi cruciali dello stesso, radicali rivolgimenti sociali con l’emergere di nuovi gruppi e ceti dominanti e dominati e il decadere dei precedenti. Nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, ad esempio, tale conflitto condusse infine alla decadenza dei ceti nobiliari e nel contempo, ovviamente, anche a quella della servitù della gleba. Sono emersi altri raggruppamenti sociali che sono andati poi differenziandosi al loro interno; e date minoranze – quelle effettivamente dimostratesi in grado di dirigere i processi di trasformazione – hanno preso il potere, subordinando altri strati sociali.

Dobbiamo quindi oggi seguire con attenzione il conflitto tra gruppi dominanti, che si servono degli Stati nella loro versione moderna. E’ per questo che nel momento presente risalta con tutta la sua evidenza, dato l’accentuarsi del multipolarismo, il conflitto tra Stati. In seguito a quest’ultimo andrà accentuandosi quello tra gruppi sociali, rappresentati dai loro nuclei dirigenti di tipo politico che si battono in base alle varie mosse strategiche poste in atto. E sono essi, in definitiva, a perdere o vincere, assegnando la supremazia ad alcuni di questi gruppi sociali e assoggettandone altri. Dobbiamo favorire l’accentuarsi del multipolarismo e quindi volgerci a quei nuclei politici intenzionati a perseguire tale finalità. Vanno in particolare appoggiati quelli che si pongono in antagonismo netto con chi si adopera per far restare il nostro paese nettamente subordinato nella sfera d’influenza di altre potenze.

Certamente, così comportandoci, dobbiamo pure restare vigili di fronte ai fenomeni sociali (riguardanti insomma la struttura dei rapporti tra gruppi sociali) per cogliere, non appena possibile, quale decantazione avverrà in quelli che oggi indichiamo genericamente come ceti medi. Alla fine emergeranno delle divisioni più nette e conflittuali; si vedrà allora quali strati sociali favoriranno mutamenti da potersi ritenere un avanzamento progressivo e quali invece difenderanno quanto verrà considerato un mero ancoraggio a vecchi sistemi di rapporti, pericolosi perché apportatori di degrado e disfacimento della nostra società.

Qui però mi fermo, avendo, credo, individuato qualche idea atta ad orientarci nell’analisi dei nuovi fenomeni in fase di svolgimento. Tuttavia, spero anche di aver fatto comprendere quanto siamo indietro in tale analisi e come siamo impediti in essa dalla presenza di gruppi (sub)dominanti asserviti alla potenza ancora predominante; gruppi che fanno parlare solo i “loro” intellettuali, di grande presunzione e incapaci di pensare senza stereotipi di sconfortante banalità. Mettiamoci in marcia!

Usa e Russia ai ferri corti (di A. Terrenzio)

europa

 

Vladimir Putin fa sapere, tramite il Dipartimento Esteri del Cremlino, di non fidarsi piu’ degli Stati Uniti.

Il 17 settembre scorso, le forze dell’aviazione militare Usa hanno colpito postazioni dell’esercito siriano nei pressi di Deir ez Zour, nel nord-est della Siria, causando la morte di 90 soldati e ferendone altri cento.

Tale attacco ha favorito l’avanzata delle milizie jihadiste che grazie all’ incursione dell’esercito americano hanno potuto guadagnare terreno, arrivando ad occupare i territori presso l’aeroporto dell’omonima localita’.

Di seguito, una nota del Dipartimento della difesa statunitense, ha spiegato che l’attacco sarebbe avvenuto per errore per uno scambio di soldati siriani con i miliziani dell’Isis.

Non si e’ fatta attendere la reazione del Cremlino che ha dichiarato, tramite il suo ambasciatore presso le Nazioni Unite, Vitaly Churkin, che i raid americani sono stati lanciati intenzionalmente, con l’obiettivo di sabotare l’accordo di collaborazione tra Mosca e Washington sulla Siria.

La tregua in Siria e’ quindi saltata e ad Aleppo sono riprese le ostilita’.

L’Osservatorio Siriano per I Diritti Umani ha accusato l’aviazione russa e siriana di aver bersagliato un convoglio umanitario dell’ONU, causando la morte di decine di civili.

Le fonti diffuse da tale Osservatorio rimangono poco credibili, data la faziosita’ e l’attivita’ espressamente anti-governativa svolta da tale organismo.

Durante la riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Ban ki Moon, ha ammonito il Presidente Bashar al Assad, di essere il principale responsabile della morte dei civili siriani, sostenendo che:”il futuro della Siria non puo’ dipendere da un solo uomo”.

Anche in questo caso, l’ONU ha svolto il ruolo di megafono della propaganda occidentale, rivelandosi inadeguato nel monitorare in maniera imparziale i conflitti internazionali.

Martedi’ scorso, intanto, il segretario di Stato americano John Carry ha annunciato la rottura dei colloqui con la Russia e la fine del coordinamento con Mosca delle operazioni militari sul fronte siriano.

In risposta, Putin ha congelato gli accordi del 2000 per la distruzione reciproca delle scorte di plutonio destinate agli armamenti nucleari. Il Cremlino ha inoltre accusato gli Usa di aggirare a sua volta tali accordi, immagazzinando plutonio, anziché’ usarlo come combustile nucleare.

Ad alimentare le cause della rottura diplomatica tra i due paesi ci sarebbe anche la disposizione del sistema missilistico di difesa S-300 presso la base navale di Tartus e la decisione del Cremlino di implementare il suo programma nucleare.

Il teatro siriano, rischia di compromettere irreversibilmente i rapporti tra Usa e Russia, con quest’ultima oramai riluttante ad abbassare la testa in tale confronto.

A far degenerare lo scontro è stato il “Nobel per la pace”, Barak Obama, che, come sottolinea Gian Micalessin: “dopo due mandati presidenziali, si prepara a lasciare in eredita’, al proprio successore e al resto dell’umanita’, un mondo restituito agli incubi della ‘Guerra Fredda”.

Dopo aver gettato in fiamme Nord-Africa e Medio-Oriente, la sua amministrazione, con complicita’ di Cia e Pentagono, ha favorito l’ascesa dello Stato Islamico e dei gruppi Jihadisti, attraverso il finanziamento di stati fiancheggiatori del terrorismo, come l’Arabia Saudita.

Anche in Europa le pressioni degli americani,non accennano a diminuire.

Nell’Est e nel Baltico, la Nato continua ad inviare convogli militari e uomini alzando il livello di tensione ai confini con la Federazione Russa.

Come andiamo sostenendo da tempo su questo sito, gli sforzi degli Usa sono concentrati nel tenere piu’ lontane possibili Russia ed Europa. A tale riguardo, l’Occidente non han esitato ad incendiare l’Ucraina e ad imporre sanzioni a Mosca.

La Germania resta l’ “osservato speciale” degli americani, pronti a prevenire tutti i sui possibili spostamenti verso Est.

Non bisogna dimenticare che gli Usa non hanno esitato a colpire i tedeschi, con lo scandalo Volkswagen, per aver dimostrato troppa morbidezza con la Russia, dopo gli accordi di Minsk.

Alla maxi-multa che ha colpito la principale casa automobilistica teutonica ne ha fatto seguito un’altra.

Negli scorsi giorni, gli Usa hanno hanno attaccato la Deutch Bank comminandole una multa di 14 miliardi di Euro, a causa della scarsa trasparenza riscontrata nella transazione sui mutui subprime ad alto rischio, oltre alla manipolazione dei tassi di interesse.

Tale sanzione corrisponde ai 3/4 degli attuali valori di mercato della banca.

Il colpo inferto dagli americani al gia’ fragile sistema finanziario tedesco, sembra essere stata la vendetta americana per l’affossamento del TTIP e rappresenta l’ennesimo segnale di una ‘guerra sotterranea’ tra Berlino e la Casa Bianca.

Qualche settimana fa il ministro dell’economia tedesco Gabriel aveva rifiutato in blocco l’applicazione di tale trattato commerciale che avrebbe suggellato la definitiva sudditanza europea all’egemonia Atlantica.

Ritornando allo scontro in atto tra le due superpotenze, Russia e Usa, siamo ben lontani dall’affermare, come i vari media vanno ripetendo, di essere di fronte ad una nuova edizione della Guerra Fredda.Lo ha già spiegato La Grassa.

Tuttavia, Russia ed Usa rimangono i principali contendenti della fase e Bruexelles, presa in mezzo alla diatriba, è incapace di prendere decisioni che la liberino dal giogo americano facendola volgere verso Est.

La Germania resta, come detto, il paese ‘pivot” per gli equilibri strategici continentali e sappiamo che alcuni ambienti governativi, legati a figure come il ministro Gabriel e Stainmahier, mal tollerano le ingerenze di Washington, pertanto sembrano più consapevoli delle grandi opportunità’ che aperture verso l’Eurasia potrebbero dare.

D’altro canto, non si possono minimizzare errori ed indecisioni di personaggi come la Merkel, responsabile del disastro migratorio e dell’austerità economica, scaricata sugli altri membri europei. I risultati elettorali delle ultime elezioni hanno punito la cancelliera, in calo ovunque.

L’ambiguita’ della politica estera tedesca rimane una delle cause principali dello stato di subordinazione europea nei confronti degli Usa. Le posizioni antirusse, manifestate dalla Merkel riguardo sullo scenario siriano ne hanno dato ulteriore conferma.

L’Europa attuale sembra ridotta ad avamposto statunitense nello scontro in atto con la Russia e non riesce ad esprimere posizioni e personalita’ politiche in grado di proiettarla responsabilmente nel futuro modello “multipolare”.

Intanto, l’appuntamento delle elezioni di novembre negli Stati Uniti, qualora si confermasse la sorpresa Trump, potrebbero rappresentare un cambio di corso decisivo, nei rapporti tra Usa, Europa e Russia.

Il pittoresco leader repubblicano, almeno a parole, vorrebbe ridimensionare il ruolo della Nato e riallacciare buoni rapporti con Vladimir Putin, congiungendo gli sforzi contro il terrorismo islamico.C’e’ da scommettere che gli ambienti neo-con, legati a Hillary Clinton, gli stessi che hanno provocato la rottura della tregua in Siria e foraggiato le varie formazioni jihadiste, faranno di tutto per evitarlo. Trump è avvisato o sarà “mezzo” ammazzato.

Se ad uscire vincitrice dal confronto elettorale sara’, invece, la guerrafondaia Clinton dovremo aspettarci un’amministrazione piu’ aggressiva di quella di Obama che aggravera’ lo scontro con la Russia, con conseguenze catastrofiche, soprattutto per il continente europeo.

VOGLIAMO DIRLO FUORI DAI DENTI? di GLG

gianfranco

Qui

La verità non è quella raccontata da questo sfegatato liberista filo-USA. Nella primavera del 2011 il vile “nano” ufficializzò al G8 il suo totale asservimento ad Obama, tradì Gheddafi, accettò in pieno l’aggressione già in atto alla Libia e si prestò poi a tutte le mene americane e del loro rappresentante italiano (il “viaggiatore” del 1978 negli Stati Uniti), che iniziarono proprio in quella primavera-estate per sostituirlo comunque al più presto (ci si ricordi che sappiamo ormai da tempo come Monti fu a quel tempo contattato e di fatto convinto per il successivo premierato verso fine anno). Evidentemente la Germania era al corrente di queste trame e cercò di indebolire l’Italia. Lo fece senza logicamente chiarire gli effettivi motivi per cui assumeva quell’atteggiamento; usò un metodo non direttamente politico, bensì economico. In effetti, era ormai chiaro fin da allora che il nostro paese, pur se da sempre vassallo degli Stati Uniti, ha superato negli ultimi anni ogni record di servilismo. La Germania della CDU e SPD non brilla certo per autonomia, ma l’Italia è una spina nel fianco per qualsiasi paese che non sia una vera colonia americana. E così la Germania ci dà ogni tanto delle belle stilettate, non chiarendo però mai i reali motivi di tale atteggiamento; il che è negativo, crea sentimenti antitedeschi e basta.

Tuttavia, per chi capisce un po’ la questione, quel paese cerca in realtà di indebolire tutti quei paesi (anche con la Grecia fu così) che sono suscettibili d’essere pure basi operative degli Usa. Così, lo ripeto, la Germania ci mise in difficoltà usando quel sistema, che senza dubbio non fa capire i reali motivi politici dell’ostilità tedesca. Noi dobbiamo però invece comprenderli; non per giustificare i tedeschi, semplicemente per mutare del tutto la nostra politica di asservimento agli USA. Adesso questi ultimi usano gli stessi metodi economici utilizzati allora dai tedeschi contro di noi – montagne di titoli tossici e in pratica inesigibili – per mettere in difficoltà la Deutsche Bank e, tramite essa, il governo. Malgrado le apparenze – e la supina politica della Merkel verso l’immigrazione, altra arma usata dagli Stati Uniti contro l’Europa – la Germania non è del tutto tranquilla come serva; è bene prendersi in anticipo e metterla sull’avviso con qualche crisi. Il paese teutonico usò quell’arma 5 anni fa contro l’accentuarsi del prostrarsi italiano davanti al predominio americano; adesso, la stessa arma viene usata per avvertirla che nessuno scherzo è ammesso e che ci si dia da fare onde fermare ogni movimento alternativo, subito accusato di populismo, revanscismo, perfino nazismo.

Personalmente, non manifesto “attuali” simpatie filo-tedesche poiché non viene presa alcuna posizione netta e chiara contro gli arroganti predoni statunitensi, che forse credono di avere ancora a che fare con la conquista del West e lo sterminio degli indiani. Tuttavia, mi disgustano i giornalisti (e giornali) di questo nostro paese, pieno zeppo di servi filo-statunitensi. La Germania dei diccì e “sinistra” (socialdemocratica) va denunciata per la sua incapacità di assumere finalmente in modo scoperto una diversa politica estera, aperta verso est. Ci sono incontri tra ambienti (anche grande-industriali) tedeschi e quelli russi, ma sempre contorti, in parte mascherati e depotenziati. Tuttavia, in Germania sono convinto che avverranno a medio periodo fatti rilevanti antistatunitensi. L’Italia è terribilmente indietro rispetto a simile prospettiva. Anche chi morde appena un poco il freno, si sfoga contro i tedeschi e, qualche rara volta, accenna assai timidamente agli atteggiamenti padronali americani. Adesso basta. Gli Usa siano dichiarati i più grandi nemici dell’intera umanità; bisogna coalizzarsi contro di loro, espellerli dall’Europa. E’ indispensabile iniziare a battersi per l’eliminazione di tutti i servi aperti degli USA, criticando aspramente anche quelli che mordono il freno, senza però azzannare; appunto gli attuali vertici tedeschi. Bisogna favorire, per quanto si può, il formarsi progressivo di un reale asse Berlino-Mosca e preparare la nostra adesione ad esso, spazzando via “sinistre” e “destre” berlusconiane. E chi fa il “timido” come Lega o FdI torni all’ovile a belare. Abbiamo bisogno di lupi.

N.B. Sarebbe molto utile ripensare, al di fuori della propaganda degli stupidi storici di questo dopoguerra, la per me balorda aggressione nazista dell’Urss (1941) invece di dedicarsi alla sconfitta totale dell’Inghilterra. Sarebbe stata resa vana l’invasione statunitense dell’Europa con l’occupazione della sua metà più avanzata nel 1945; e poi dell’intero continente dopo il crollo dell’Urss nel 1991. Forse in Asia le cose sarebbero andate egualmente come sono andate. Qui da noi no; e la presa tedesca sull’Europa non sarebbe stata così totale e non contrastata come quella che da settant’anni viviamo nei confronti degli Stati Uniti. Senza dubbio, la storia non si fa con i “se”. Non si tratta però di ripensare come sarebbero potute andare le vicende europee; è semplicemente necessario imparare dagli errori del passato per non ripeterli. Nessuna competizione tra Germania e Russia, anzi temporanea alleanza in funzione anti-USA. Non più l’asse Roma-Berlino-Tokio, bensì Berlino-Mosca (senza tanto stravedere per Pechino, cercando comunque di neutralizzare la Cina o quanto meno di non farla alleare con gli Stati Uniti) e con successiva adesione Parigi-Roma. E Londra fuori dai piedi, se ne vada pure con i suoi “cugini”. Sì, so bene quanto sia difficile tutto ciò e di tempi non brevi; però si deve dire fuori dai denti.

La strategia e le tattiche di Obama

Il 12 novembre 2011, i leader dei nove paesi de Trans-Pacific Partnership – Australia, Brunei Darussalam, Cile, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti – hanno annunciato le grandi linee di un ambizioso accordo sul libero commercio (Trans-Pacific Partnership (TPP)”.

Così recita il preambolo del comunicato di quei paesi.

A margine del vertice dell’APEC, gli Stati Uniti annunciano un accordo con l’Australia in base al quale si incrementa sino a 2500 uomini il contingente di marines dislocato sull’isola e si concordano agevolazioni all’attracco e alla logistica delle navi militari americane nei porti australiani.

Sono bastate queste due notizie per proclamare l’ennesima svolta nella politica americana e, soprattutto, nei luoghi di “manifestazioni di interesse”.

Allo sforzo di individuare un filo conduttore si tende a sostituire, nell’esame della strategia statunitense da parte della stampa divulgativa, la tentazione di isolare i singoli eventi e giustapporli se non proprio a contrapporli tra di loro.

La tentazione dello scoop giornalistico applicato alla geopolitica è evidente, come pure la vacuità di memoria storica, tangibile anche sugli eventi più recenti, intimamenteconnessa a questo modo di informare.

Gli accordi sono ancora poco più di un annuncio cui devono seguire tutta una serie di concordati e protocolli da sottoscrivere tra i contraenti e in particolare tra essi e la potenza dominante.

Il diavolo si nasconde, come sappiamo, nei particolari.

La conferenza di Doha ed altri eventi simili, riconducibili all’attività dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), stanno ad indicare la laboriosità e l’incertezza di queste trattative.

Quello che conta osservare è, intanto che ciò che risulta di ostacolo a un paese (l’ingresso della Russia nell’OMC come singolo paese e non come aderente ad una zona di libero scambio di paesi ex-sovietici) per altri è del tutto ininfluente.

Ma riguardo a questo sappiamo che, specie in una fase di conflitto generale e focalizzato su tanti focolai, nell’arena internazionale un diritto e quantomeno un criterio comune di giustizia appartengono più alla propaganda partigiana dei contendenti che ad una prassi effettiva.

Quello che tende a sfuggire è, invece, il filo conduttore che lega la politica dell’amministrazione americana dal 2007 in poi ai vari avvenimenti.

Con l’amministrazione Bush-Rumsfeld si afferma una politica di intervento diretto e massiccio della potenza americana in alcune zone di crisi ritenute cruciali con il sostegno collaterale ma del tutto secondario degli alleati disponibili.

Era lo strascico residuo, contraddittorio rispetto all’enorme soft-power di cui disponevano gli Stati Uniti, con la caduta del muro di Berlino e che consentiva loro di gestire per via diplomatica l’assimilazione di decine di paesi nella propria sfera e la formazione di enormi alleanze mosse verso i pochi paesi riottosi o destabilizzanti, in realtà verso il potenziale avversario di sempre: la Russia.

L’Afghanistan, con le truppe americane che sbarcavano con la Bibbia in mano da distribuire alle popolazioni mussulmane locali e la seconda guerra all’Iraq rappresentano gli eventi conclusivi di quella fase tesa ad affermare lo scontro di civiltà, compresa la presunta superiorità di una religione sulle altre, contestuale ad interventi dichiaratamente unilaterali e a facilitare involontariamente l’emersione esplicita di nuovi aspiranti concorrenti, politicamente più autonomi, specie nelle zone decentrate rispetto a quelle sede di conflitto aperto. In quelle due occasioni, l’amministrazione americana regnante ha riscoperto che il loro dominio non era poi così ben accolto sul posto ed nemmeno accettato sportivamente ed attendisticamente dagli altri attori mondiali.

Dall’insediamento del Segretario Gates parte e si afferma la nuova strategia americana, culminata mediaticamente nel discorso di Il Cairo che ha fruttato a Obama il premio Nobel per la Pace, tesa a sfruttare e alimentare le contraddizioni sul posto nei vari punti di crisi e di attacco. I diritti umani diventano il parametro utile a riconoscere, anche ai vassalli più improbabili, la patente necessaria a scalzare i regimi riottosi o più strettamente aggregati alle potenze potenzialmente alternative e a destabilizzare o neutralizzare quelli in grado di resistere.

Il rispetto delle religioni, il rispetto nemmeno formale ma solo dichiarato della democrazia formale o mediatica, servono a recuperare alla causa le fazioni, spesso le peggiori e raccogliticce, appena qualche settimana prima oggetto di attacchi e scomuniche; tutto questo con l’appoggio clamoroso del progressismo e dei paladini dei diritti.

Un miracolo mediatico il cui merito va riconosciuto al Profeta di Washington.

Non che Bush-Rumsfeld non si avvalessero di figure locali per garantire una parvenza di legittimità all’intervento militare. Ma Karzai ed il suo omologo iraqeno sembravano dei puri fantocci messi lì a tentare di scimmiottare le regole parlamentaristiche occidentali.

Con Obama la politica di istigazione tra le varie etnie, quella di frammentazione e ricomposizione di stati assumono un carattere sistematico e, soprattutto, godono di una copertura ideologica, compresa quella religiosa, più corrispondente agli interessi in conflitto; tende, inoltre a riconoscere e stabilire tra i paesi delle gerarchie, anche conflittuali, in base alla collocazione e alle ambizioni di potenza dei vari attori, purché subordinati, per una ragionevole fase storica, agli interessi strategici della potenza americana.

Una strategia del caos tesa a ricostituire un ordine più o meno stabile ancora a prevalenza unipolare.

Tale strategia mira a rompere i vari assi e poli alternativi in formazione nelle varie parti del mondo.

Si è iniziato a colpire quello incipiente russo con la Turchia, l’Italia, la Libia e l’Algeria non disdegnando, contestualmente, di ridimensionare la penetrazione più economica che politica della Cina, soprattutto in Africa e di stroncare sul nascere quelle alleanze in Africa (Libia-SudAfrica) suscettibili di profittare dei varchi offerti dall’ingresso di Cina e India nel continente; adesso prosegue nella ben più complicata area del Pacifico, con strumenti ancora più sofisticati, per proseguire in un prossimo futuro con l’America Latina dove il processo di isolamento del paese più riottoso, il Venezuela e di reintegrazione su nuove basi degli altri è già cominciato, anche se ancora in via preliminare e dall’esito incerto.

La tabella di marcia, ovviamente, è suscettibile di variazioni in base alle contingenze del momento, ai sussulti e alle aspirazioni risorgenti nel mondo, ai comportamenti degli altri gruppi strategici, in particolare quelli presenti negli altri paesi potenzialmente alternativi, in grado di esprimere una sufficiente potenza alternativa.

I clamori della cronaca politica del Pacifico nascondono il carattere di quegli avvenimenti come parte, come un quadrante di quella Grande Scacchiera, magistralmente disvelata da Brzezinsky.

In questa ottica vanno collocati avvenimenti apparentemente agli antipodi come l’annunciato, ma non ancora formalizzato, ingresso della Russia nell’OMT, dopo diciotto anni di anticamera e a condizioni ancora da rivelare, la prosecuzione spedita del gasdotto North-Stream tra Russia e Germania e i minori ostacoli frapposti a quello South-Stream, una volta distrutta la minima sovranità di Italia e Libia e addomesticate, almeno per il momento, alle esigenze americane le aspirazioni di potenza della Turchia.

Paesi ricondotti alla ragione ed una gran parte del gas russo dirottato, quindi, verso le sponde europee.

A questo andrebbero aggiunte le vicende in Iran, compresa l’aggressione atlantica-saudita alla Siria, laddove risulta evidente, ivi compresa la facilità degli attentati nel paese, la permeabilità del paese dei Farsi all’influenza e all’infiltrazione occidentale ed israeliana dovuta a ragioni secolari antiarabe, ai legami delle comunità ebraiche e islamiche con alcune componenti occidentali e ad esigenze tattiche come quelle apparse evidenti in Libia e Iraq. Uno spostamento anche tattico di quel paese determinerebbe una situazione di particolare dipendenza della Cina e di isolamento della Russia.

In questa ottica va collocata la realtà del Pacifico, particolarmente complessa nel suo insieme. In essa operano tre paesi giganti e politicamente caratterizzati: ovviamente gli Stati Uniti, poi Russia e Cina; un gigante politicamente più informe ma tendenzialmente filoamericano: l’India; paesi economicamente e politicamente legati prevalentemente agli Stati Uniti, come il Vietnam, le Filippine ed il Giappone; paesi economicamente più dipendenti dalla Cina ma politicamente di fede americana come l’Australia, ma demograficamente fragili; altri legati alla Cina, come la Birmania; altri a metà strada, fragili ma importanti come l’Indonesia. A questo va aggiunta una variabile secondaria in grado di scatenare contraddizioni, come la presenza francese in Polinesia, fragile ma strategica, invisa all’Australia e nel mirino interessato degli americani.

In questo quadro, l’impegno alla creazione di una zona di libero scambio a predominanza americana, intanto sancito tra Stati Uniti, Perù, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Vietnam, Brunei, Singapore e Malesia (TPP), rappresenta il tentativo di ripristino del predominio commerciale e industriale americano in zone attualmente contese. È il tentativo di porre delle barriere precise, sotto forma di clausole di rispetto dell’equilibrio ambientale, di standard di sicurezza sociale, di riconoscimento dei brevetti industriali, di liberalizzazione della circolazione finanziaria e del sistema di fornitura dei servizi e di partecipazione agli appalti, alla penetrazione commerciale e all’influenza economica e in parte politica della Cina. Un prodromo degli accordi di Doha, di là da venire.

L’accentuata presenza militare americana, invocata dagli stessi paesi asiatici relativamente minori come l’Indonesia ed il Vietnam, è il frutto delle contraddizioni e delle contese territoriali presenti soprattutto nel mare della Cina tra i paesi rivieraschi oltre che delle necessità di controllo strategico di quelle zone da parte della superpotenza americana.

Probabilmente questa integrazione, se avverrà, si realizzerà in termini un po’ diversi rispetto alla vera e propria colonizzazione avvenuta negli anni ’90 nei paesi troppo accondiscendenti ai dettami del libero scambio incondizionato.

Alcuni di questi, per altro, in particolare Malesia, Vietnam e Indonesia, sono stati le principali vittime di quella crisi finanziaria del ’97 che innescò un primo fragile processo di polarizzazione degli schieramenti.

Gli stati cosiddetti “border line”, come il Vietnam e l’Indonesia, possono contrattare condizioni di adesione più favorevoli legate alla presenza di paesi outsiders degli Stati Uniti, con ambizioni di potenza alternative ad essi; corrono il rischio, però che, in determinati frangenti, possano cadere vittima delle politiche collusive tra di loro, così come accaduto purtroppo di recente alla Libia e assai più frequentemente, a fine ‘800, ai tanti paesi stritolati dalla competizione coloniale o di potenza.

Le stesse clausole del trattato TPP, infatti, sulla falsariga del WTO, prevedono la conduzione di trattative tra i singoli stati e l’istituzione rappresentativa, in pratica quella pilotata dal paese dominante.

Sarà curioso vedere come sarà possibile garantire, con un minimo di coerenza, l’introduzione di clausole di salvaguardia ambientale e sociale nell’accordo con paesi dagli standard attuali di gran lunga inferiori a quelli cinesi e, nel contempo, fomentare l’esclusione dei cinesi dallo stesso trattato.

Sta di fatto, comunque che le stesse teorie ultraliberiste degli anni ’90 si sono adeguate alle riviviscenze nazionaliste e al maggior multipolarismo ammettendo la possibilità di barriere, parziali e temporanee limitazioni nonché veri e propri interventi statali diretti tesi a sostenere le attività vocate dei vari paesi, presumibilmente quelle a carattere “cotoniero”.

Largo spazio, quindi, a trattative politiche e plateali discriminazioni secondo convenienza e obbiettivi strategici; alla legittimazione di interventi verso stati riottosi oppure instabili e facilmente destabilizzabili, in ultima analisi, come l’Indonesia.

Gli stati attratti economicamente dalla Cina, ma politicamente dagli Stati Uniti, come l’Australia, rischiano, comunque, le maggiori tensioni o di pagare pesantemente in termini economici la loro fedeltà politica.

L’esito dipende in gran parte dalle scelte della Cina, il grande oggetto del desiderio o la mela avvelenata degli americani a seconda degli esiti.

La Cina, infatti, con il prossimo piano quinquennale, mira a costruire una potenza militare parzialmente comparabile a quella americana, a organizzare un minimo di stato sociale e ad alimentare la domanda interna e una diffusione dello sviluppo economico. Vorrebbe, però che questa costruzione economica fosse alimentata dalla propria struttura imprenditoriale, sostenuta dal proprio bagaglio tecnologico ed organizzativo ancora relativamente acerbi. Gli Stati Uniti vorrebbero garanzie di ingresso nelle attività per le proprie imprese con minori vincoli e legami con le imprese locali, senza la cessione ulteriore di tecnologie, con il rispetto rigoroso dei diritti di brevetto e della libertà di movimento dei capitali, con la possibilità, quindi, di controllo almeno parziale delle capacità militari e logistiche del paese e di limitazione o condizionamento delle politiche di esportazione del paese orientale.

Un accerchiamento politico e un condizionamento economico capaci di integrare parzialmente la Cina nei disegni strategici americani e di orientarla in una posizione conflittuale verso la Russia.

Non a caso Hillary Clinton si affanna da anni a predicare che le ricchezze siberiane sono un bene dell’umanità, non una esclusività russa.

A differenza dell’Europa, dove le gerarchie per il momento si stanno profilando abbastanza chiaramente e senza troppi scossoni, in Asia gli attori di peso sono numerosi, la potenza subdominante politicamente fedele è troppo fragile demograficamente ed esposta economicamente, gli altri stati suscettibili di ambire a questo ruolo scossi da rivalità etniche e religiose. Una realtà, quindi, a dispetto della striminzita presenza di 2500 marines in Australia e a conforto degli oltre duecentomila americani presenti in Corea, Guam e Giappone, suscettibile di provocare scontri aperti e difficilmente controllabili.

Quello che appare incontestabile è la progressiva formazione di zone di influenza potenzialmente sempre più impermeabili tra loro e in conflitto; il che non significa che nel frattempo i traffici e le relazioni tra di esse si interrompano. Gli antefatti della prima guerra mondiale insegnano, invece, che possono godere di particolare intensità sino alla deflagrazione dei contenziosi.

La tattica di Obama sino ad ora ha dato ottimi frutti, ma con tantissimi rischi e tanti focolai di conflitto aperti contestualmente.

È come il flusso liquido che inonda e segue vie non completamente prevedibili; crea molti danni, affoga gli inermi, spinge alle invocazioni gli atterriti ma fa emergere e selezionare i più scaltri; nelle fasi di riflusso potrebbe sommergere lo stesso custode e regolatore delle dighe, specie se lungo il percorso ci sono ostruzioni capaci di riportare indietro l’ondata.

Il desiderio di Obama di tornare alle (sue) origini, almeno stando alle agiografie, da dominatore, potrebbe alla lunga costar caro.

http://www.ustr.gov/tpp

LA TOSATURA. Ma le pecore non stavano sui Monti? (di Jacopo Berlendis)

riceviamo e volentieri pubblichiamo



Un amministratore delegato di Intesa-San Paolo e super manager in CIR, un presidente del Comitato Militare della NATO, un membro del CDA di Telecom, un ex ambasciatore in Israele e ora negli USA, un ex consigliere della Banca Mondiale e membri di organizzazioni ecclesiali, il tutto coordinato da un advisor di Goldman Sachs, nonché presidente europeo della Commissione Trilaterale e membro del gruppo Bilderberg. Ecco il nuovo governo, insediatosi nell’euforia generale, per la soddisfazione di tutti, o quasi.

Obama è senz’altro il più soddisfatto. Il capo della servitù, divenuto tale dopo decenni di onorato servizio (si ricordi il celebre viaggio di Napolitano a Washington del 1978), ha fatto un ottimo lavoro con i sottoposti. Il cameriere di Arcore ha apparecchiato la tavola, mentre gli chef internazionali, o meglio ancora, europei, Draghi e Monti, hanno preparato succulente ricette (economiche) per il padrone, che, insieme al suo fido pastore tedesco, farà dei nostri settori strategici tanti prelibati Bocconi. Che io sappia, niente panfili questa volta. Poco male, quando si papperanno il porto di Genova come hanno fatto con il Pireo avranno tutto lo spazio per ogni festicciola che vorranno.

Cameron e la Merkel sono soddisfatti. Certo, la cancelliera avrebbe volentieri piazzato all’Economia un bel Giuliano Amato (che oggigiorno è senior advisor della Deutsche Bank), tuttavia si dovrà accontentare del solito uomo Goldman Sachs (il padrone non comanda certo per caso). Entrambi chiedono riforme: non ci vuole Nostradamus per capire dove vogliono andare a parare.

Sarkozy è soddisfatto: con il nuovo governo, parimenti ai suoi due colleghi anglo-tedeschi, i suoi referenti potranno papparsi altri pezzi delle nostre industrie. Oppure, si trova a dover benedire Monti perché sta facendo un lavoro simile a quello fatto da Berlusconi qui da noi e sa benissimo che il prossimo a lasciare la poltrona a qualche tirapiedi di Obama sarà proprio lui. – Insieme ce la faremo – dice rivolgendosi all’Italia. Se l’obiettivo è diventare un territorio semi- coloniale, allora sì, ce la faremo senz’altro.

Bersani e Cicchitto sono soddisfatti, ma ovviamente non pensano lontanamente a mettere piede nel governo, così come Casini e Di Pietro: partecipando direttamente alle manovre di smantellamento dello stato e tosatura dei soliti “pecoroni”, gli elettori nel 2013 potrebbero non essere troppo contenti di votarli. Si limiteranno ad un appoggio “passivo” ma compatto in parlamento. Perché siamo tutti d’accordo sul fatto che il poppolo abbia la memoria corta, ma quando il portafoglio si alleggerisce come non mai non ci sono santi che tengono, meglio defilarsi. Questo fatto, da solo, lascia presagire la portata di ciò a cui stiamo andando incontro.

Anche Bossi è soddisfatto: sapendo che il governo ha già un larghissimo appoggio parlamentare e la sua defezione non pregiudicherà in ogni caso la tenuta del governo stesso, può giocare a fare l’opposizione e riempire il vuoto di rappresentanza lasciato dal blocco PDL, diventando il (temporaneo) riferimento delle piccole e medie imprese e di quel ceto produttivo che Monti e i suoi sgherri si apprestano a smontare per bene. Troppo pericoloso sarebbe lasciare il motore del paese senza una rappresentanza, anche fasulla e provvisoria: dopo il 1994 e l’accidente storico berlusconiano devono aver imparato la lezione. In ogni caso, dovesse esserci bisogno dei voti nordisti per la più disparata ragione, i nostri Prodi legaioli (non nel senso di coraggiosi, ma nel senso di Romano; sì sì, proprio lui, quello che succederà a Napolitano) non si tireranno indietro: da una prima posizione di lotta senza quartiere al governo tecnocratico sono già passati ad un più mansueto “valuteremo caso per caso”.

Allo stesso modo anche la Camusso è soddisfatta: facendo un po’ di sano ed effimero can can contro le riforme che verranno (qualche dichiarazione roboante condita da qualche scioperetto) salvo poi scattare sull’attenti e penna in mano, potrà continuare a far finta che la CGIL sia un sindacato, almeno per quei beoni che ancora ci credono (con la vecchia ma efficace strategia di defilarsi apparentemente da CISL e UIL, le quali non hanno neppure provato a dissimulare propria la vena collaborativa verso il governo). Soprattutto, la CGIL potrà rafforzare il ruolo di “bacino di contenimento” di una parte consistente del lavoro dipendente, incanalandone il consenso e, così facendo, neutralizzandolo. Non che i nostri amici atlantisti siano intimoriti da quel ceto medio semicolto (come lo definisce La Grassa) che affolla le manifestazioni di piazza che si usa chiamare “pop(p)olo della sinistra”, ma si sa, meglio non correre il rischio di qualche instabilità.

Bagnasco e Bertone saranno soddisfatti. Si sa che la CEI e la Segreteria di Stato vaticana sono ben lungi da costituire un blocco monolitico, ma quando si tratta di fiancheggiare il futuro vincitore tutta la Chiesa si muove all’unisono. Risulta ora chiara la funzione degli attacchi di Bagnasco al governo risalenti a qualche mese fa. Altro che “nuova DC”, o “I vescovi fanno un partito” (vero Sallusti?): stavano preparandosi ad assumere un ruolo rilevante nella cordata dei “badogliani”. Tra banche e assicurazioni, uomini UE e NATO, loro un posto lo trovano sempre. Oltre a svolgere una chiara funzione legittimante a favore del neo-governo, naturalmente la Santa Chiesa non vuole mancare alla svendita dello Stato. Inoltre per i simpatici prevosti e le loro organizzazioni si prospetta un periodo di prosperità: i tremendi tagli ai servizi, combinati al marcato impoverimento a cui stiamo andando incontro, lasceranno loro spazi d’azione ancor più immensi di quelli odierni, specialmente nel settore dell’assistenza sociale. Per qualsiasi cosa, giù il cappello di fronte a Sua Eminenza, ed egli ci darà una mano.

Zagrebelsky, Bocca e compagnia cantante sono soddisfatti. Strano, quando Berlusconi attaccava la costituzione tutti a levare gli scudi e a parlare di fascismo; quando invece è il compagno Napolitano detto “il migliorista” (e qui Amendola, pur con tutti i suoi limiti, si rivolta nella tomba) a stravolgere in maniera ben più grave la prassi (dimissionando il governo, imponendo di fatto il nuovo premier prima ancora di verificare l’esistenza di una maggioranza), ovviamente nessuno fiata.

Sartori non è del tutto soddisfatto, ma credo lo sarà presto. Certamente avrebbe preferito essere lui il Ministro delle Riforme, cosicché avrebbe potuto finalmente cambiare a suo piacimento la legge elettorale, dando all’Italia la tanto agognata governabilità. Ma sono certo che i principii sartoriani ispireranno il legislatore e, dopo il Mattarellum e il Porcellum, avremo finalmente il Sartorium, una legge elettorale chiara e semplice, composta da due soli articoli:

Art. 1. A tutte le liste o coalizioni in cui sia presente un candidato il cui cognome cominci per “B” e finisca per “erlusconi”, verrà assegnato automaticamente lo 0% dei seggi, qualsiasi sia il responso elettorale.

Art. 2. Alla lista o coalizione che ottenga la maggioranza relativa dei voti, verrà assegnato il 95% dei seggi, sia per la Camera che per il Senato, eccezion fatta per il caso previsto dall’articolo 1. Il restante 5% non sarà assegnato, così si starà meno stretti.

Se non è stata approvata subito è perché il governo è ancora troppo acerbo.

Anche la maggioranza del poppolo è soddisfatta. Almeno finché non si troverà con una pressione fiscale altissima, tasso di crescita del PIL in negativo, servizi dismessi, reddito ridotto, pensione a 70 anni con due spiccioli, senza parlare dei licenziamenti diretti di dipendenti statali in salsa greca, naturalmente diretti univocamente verso la base, senza intaccare minimamente il mastodontico impianto dirigenziale, se non per sistemare qua e là qualche figura poco gradita. Non cito nemmeno la svendita di Eni e Finmeccanica poiché vale il solito discorso: se non si tocca il portafoglio in maniera diretta allora non importa a nessuno. Già mi immagino certi geni identificare le nostre due aziende di punta come il fulcro degli sprechi, delle clientele di tutta l’italica penisola. Altri saranno felici perché… “diciamo no al petrolio e alle armi!” Altri ancora non saranno felici, ma diranno che, in fondo, è stata colpa di Berlusconi.

Io invece non sono soddisfatto, e non lo sarò nemmeno dopo che, del tutto o in parte, i fatti ci avranno dato ragione. Siamo in una di quelle situazioni in cui non c’è molto da rallegrarsi nell’averci azzeccato. Soprattutto se alla lunga il risultato sarà una reazione di stampo populistico-nazionalista. Intanto, nell’immediato, prepariamoci al prossimo inverno, perché senza la lana potrebbe essere molto freddo.

Il Profeta di Guerra


traduzione di Giuseppe Germinario

Quando iniziò l’invasione dell’Iraq, molti negli Stati Uniti e nel mondo, manifestarono indignazione per una guerra, a loro avviso, non giustificata. Sembrava che George W. Bush, con il pretesto del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, avesse utilizzato la guerra per regolare un vecchio conto tra la famiglia Bush e Saddam Hussein, oltre al motivo sopravvalutato e scontato della guerra per il petrolio. Anche con Saddam Hussein, catturato e giustiziato, la guerra continuò con decine di migliaia di vittime insieme al decollo vertiginoso del bilancio militare di miliardi di dollari. La maggior parte degli americani divenne sempre più contraria alla guerra, come pure alla politica estera e nazionale dell’amministrazione Bush.

Moltitudini di tutto il mondo si sono radunate in marcia in nome della pace e per denunciare Bush, il malvagio. Le bandiere della pace prese dagli scaffali e innalzate a gonfiarsi al vento. Scandendo slogan contro la guerra gridavono: “Abbasso Bush, no alle bombe,” “Uccidere innocenti è il problema – non la soluzione,” “Chi ha diretto i missili, ha fuorviato gli uomini,” ” le bombe intelligenti non giustificano un leader sciocco “” Il mio presidente è uno psicopatico, “ecc La lista era praticamente infinita; fino a quando è arrivata una luce a illuminare il buio intorno a noi. In un primo momento la luce era fioca, ma poi, alimentata da milioni e milioni di dollari, è diventata sempre più brillante, infondendo tra la gente un senso di “speranza e cambiamento.” La luce era Barack Hussein Obama. Nasce un profeta nuovo, metà nero e metà bianco, metà musulmano e metà cristiano. Giovane. Con una bella famiglia di gradevole aspetto. Questo profeta è diventato il nuovo missionario di una vera pura “democrazia”, ​​il salvatore della Costituzione americana. La folla si innamorò di Barack Obama. Gli slogan contro la guerra furono parzialmente sostituiti da grida di gioia. Ovunque andasse il profeta, il popolo si raccoglieva in massa per ascoltare il suo messaggio di pace e di giustizia per un futuro migliore per tutti. Non importa dove, da Washington a Berlino, la suggestione delle masse raggiungeva livelli alti di sublimazione. La retorica era forte e convincente. Il Profeta, aiutato dal Partito Repubblicano, in particolare dalla loro decisione di presentare un candidato debole, John McCain, percepito e per molti versi realmente un clone di George Bush, venne eletto. Appena il Profeta fu nominato presidente, la gente di tutto il mondo ritienne che una nuova era di pace e giustizia era pronta a imporsi. Con l’eccezione di alcuni rari scettici, i leader di tutto il mondo furono accomunati da un identico fremito accogliendo a braccia aperte il nuovo profeta. L’ascesa di Obama fu inarrestabile, culminata con il Nobel per la pace assegnato per un suo discorso “memorabile” a ​​Il Cairo, in Egitto.

Sono trascorsi tre anni dall’elezione di Obama alla Casa Bianca. Le guerre di Bush in Iraq e Afghanistan hanno proseguito, giusto con il recente annuncio di un ritiro dall’Iraq, che segue sostanzialmente lo stesso calendario fissato dall’amministrazione Bush, e con solo un parziale “ritiro” dall’Afghanistan. Inoltre, abbiamo operazioni militari e di intelligence statunitensi attive in Yemen, Somalia, Uganda, Pakistan, Libia, e molti altri paesi. Gli attacchi dei droni in Pakistan, che hanno ucciso insieme ai terroristi molti civili innocenti, sono iniziati con l’amministrazione Bush, ma hanno proseguito con sempre maggiore intensità sotto l’amministrazione Obama, anche durante una delle peggiori crisi umanitarie ( ampiamente ignorata dall’Occidente) : le pesanti piogge monsoniche con inondazioni che hanno colpito 20 milioni di cittadini pakistani in due anni, e distrutto più di 1,2 milioni di case. Le bombe del Profeta non hanno mostrato alcuna pietà anche in questo periodo di difficoltà per la popolazione indigena. A peggiorare le cose, abbiamo visto le immagini venute fuori della Libia, dove gran parte delle città, in particolare Sirte, sono state distrutte dai pesanti bombardamenti della NATO e dei ribelli, provocando lo sfollamento di migliaia di civili e l’uccisione di un numero imprecisato di civili innocenti. Il nostro Profeta vincitore del Premio Nobel per la Pace ha mostrato il suo vero volto: non è un profeta di pace, ma un profeta di guerra.

Ecco alcune statistiche riguardanti la guerra dei droni in Pakistan: tra il 2004-2007, si registrano nove attacchi dei droni. Nel 2008, il numero è salito a 33. Nel 2009, gli attacchi salgono a 53 per arrivare, nel 2010, a 118. Quest’anno, 2011, finora ci sono stati 68 attacchi di droni. Questi attacchi hanno ucciso in tutto da 1.500 – 3000 persone. Di queste morti, circa 300-450 cadono durante l’amministrazione Bush. Negli ultimi tre anni da solo, sotto il Profeta, il numero è salito a 1,300-2,100. Il numero dei feriti è di circa 1.500. Di tutte le persone uccise in Pakistan fino ad ora, circa 400 sono considerati civili innocenti, e tra questi ci sono oltre 100 bambini.

Il numero di sortite della Nato in Libia sono difficili da individuare. Da una stima cauta di 9.600 a una molto più grande di 20.000 attacchi in territorio libico. Il numero di vittime civili in Libia non sarà mai conosciuto, ma anche se consideriamo una stima restrittiva, è difficile immaginare che tutti i civili innocenti ne siano usciti illesi. Per curiosità, ho tentato una telefonata all’Ufficio del tenente generale Charles Bouchard, dell’Aeronautica Militare canadese (Questi pacifici Canadesi…), a capo della “Operation Unify Protector” della NATO in Libia (ricordate la dottrina della Responsabilità di Protezione? ). Ho chiamato per conoscere l’esatto numero di sortite NATO effettuate nell’operazione militare libica. Ad oggi, la mia telefonata non ha ancora ricevuto risposta. Forse, alcuni di voi potrebbero avere più fortuna provando al 081-721-31-11 . E ‘il numero del centro di comunicazioni riguardanti il conflitto libico, basato a Napoli. (Questo tanto per stigmatizzare il presidente Napolitano il quale va dicendo che l’Italia non è in guerra …)

L’unica cosa appurata al 100% è l’efficienza e la determinazione dell’amministrazione Obama nell’eliminazione sistematica di noti terroristi. Bush avrebbe potuto solo sognare di avere un tale successo. Negli anni di Bush, la caccia ai terroristi ha conseguito qualche successo con la cattura e l’esecuzione del “terrorista” Saddam Hussein e del vero e proprio terrorista Abu Al-Zarqawi; ma tutto ciò è risibile rispetto ai risultati del Profeta Obama. Da quando è arrivato al potere, ha eliminato Osama Bin Laden, Mohammad Kan, Abu Zaid, Ilyas Kashmiri, Saad Bin Laden (figlio di Osama Bin Laden), e Atiyah Al-Rahman. Anche Anwar Al-Awlari e Sahir Khan (due cittadini americani) sono stati uccisi in un attacco drone in Yemen. Quanto allo Yemen, questo paese della penisola arabica, insieme alla Somalia, ha visto, negli ultimi mesi, aumentare in modo esponenziale gli attacchi dei droni statunitensi. Nel perseguimento dei terroristi e l’attuazione della “democrazia occidentale”, Obama ha conseguito molti più successi di Bush. L’Amministrazione del Profeta è una ben oliata macchina militare assassina. Bush ha avuto bisogno di una vera e propria invasione militare per sbarazzarsi di Saddam Hussein. Bush è una recluta rispetto al Profeta il quale, con il minimo sforzo e il minimo coinvolgimento di uomini, semplicemente sfruttando al massimo la superiorità aerea e le capacità tecnologiche degli Stati Uniti , insieme alla diplomazia internazionale, è riuscito a sbarazzarsi di decine di terroristi e leader mondiali . Che dire delle vittime innocenti che sono stati uccisi perché coinvolte in questo processo? Non preoccupatevi, è solo un danno collaterale. Sono sicuro che il Profeta della Pace soffre per loro e che pregherà il suo Dio per accogliere le anime di queste vittime innocenti.

Allora cosa è successo a tutte quelle folle pro-pace ? Se ne sono andate. Si sono riciclate con il movimento Occupy Wall Street. Pochi ostinati militanti di pace sono ancora in lotta per la causa. Tanto di cappello a loro, soprattutto vedendo come le loro piccole folle di partecipanti si ostinano nei loro raduni. Anche se io non sono un pacifista, rispetto la loro coerenza e voglio inviare loro un messaggio: Non vi preoccupate. La folla oceanica tornerà a tenervi compagnia, se il Profeta di Pace sarà spodestato dal prossimo presidente repubblicano. Si tratta dell’infinito spettacolo nel teatro dell’ipocrisia.

 

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