IL GIOCO CONTINUA, di GLG

gianfranco

 

 

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord. Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”. Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina). E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area. Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing. Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione. Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele. Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest. Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco. D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre capaci certo di violenze paragonabili a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania, ma con intendimenti del tutto diversi. In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale. Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne. La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

 

SIAMO QUASI ALL’ULTIMA SPIAGGIA, di GLG

gianfranco

http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_11/tv-irachena-isis-pronta-ad-annunciare-morte-al-baghdadi-f8c2c3de-661b-11e7-99cd-8ba21567bad4.shtml

questa volta la notizia sembra vera. In ogni caso, è chiaro che è già finita una fase dell’Isis, così come era finita da tempo quella di Al Qaeda quando si decise di assassinare Bin Laden in Pakistan. Con quell’assassinio – visto (per finta) in diretta TV dai vertici statunitensi, con la Clinton (brava attrice in questo caso) che lanciò un “wow” quando vide (sempre per finta) sparare addosso al vero o presunto capo dell’organizzazione terroristica, alimentata tramite i soliti paesi arabi nell’“era” George Bush – detta organizzazione non ha cessato le sue attività, ma le svolge in modo, diciamo così, endemico, senza più azioni dotate di clamore del tipo di quella dell’11 settembre 2001 contro le “due Torri” (anche tale azione ha destato e continua a tenere vivi molti dubbi). Dopo Al Qaeda, viene lanciata in “era” Obama l’Isis (sempre tramite Arabia Saudita e Qatar e altri), che serve alla nuova strategia del caos statunitense, praticata in grande stile a partire dal 2011 con la “primavera araba”, una delle massime vergogne dell’“occidente” e della “sinistra” europea (con al seguito perfino i comici e disgustosi residui dei gruppetti “comunisti”), inneggianti al massacro di Gheddafi e all’evoluzione “democratica” (sic!) dei paesi del Nord Africa e del Medioriente. Adesso – che sia morto o meno il Califfo, che i gruppi “obamian-clintoniani” riescano o meno ad aver ragione di Trump – quella strategia è di fatto morta; entreremo nella fase “endemica” anche dell’Isis.
Cosa s’inventerà di nuovo, per rallentare il multipolarismo in avanzata e l’evidente difficoltà degli Stati Uniti (e dei vertici di questa abominevole UE), non è facile al momento immaginare. Comunque, non è finita la fase “terroristica” e probabilmente altri fenomeni tipici della stessa (attentati in Europa, migrazioni massicce e destabilizzanti, ecc.) continueranno a manifestarsi. Tuttavia, vivremo pur sempre la fase di declino (non si sa quanto lunga) di questo establishment “occidentale”, ormai catastrofico per le sorti dell’intera società mondiale. Speriamo si riesca ad eliminarlo (nel senso più letterale del termine) in tempi relativamente brevi; altrimenti conosceremo un’epoca di disfacimento di questa “civiltà” ormai vetusta e odorante di stantio. Speriamo nella rinascita, che non potrà però avvenire senza violenze assai accentuate nei confronti di una “classe dirigente” (sia politica che economica) veramente marcia e maleodorante. Lo ripeto: devono essere eliminati tutti questi decrepiti gruppi politico-economici. Ci si sbrighi; sennò pazienza, ci sarà un passaggio d’epoca che vedrà spostarsi altrove il “faro” di una nuova umanità. Care nuove generazioni “occidentali”, che dai sondaggi risultate sempre essere le più favorevoli agli imbroglioni, avete voglia di rimettervi in carreggiata? Muovetevi allora, spazzate via tutta la melma accumulatasi in quest’area negli ultimi decenni. Oppure dormite e godetevi i vostri sogni dorati; avrete la vostra terribile punizione e la vostra baldanza giovanile non vi salverà da altri massacri e orrori vari.

L’instabilità indo – pakistana dai primordi all’attacco all’heartland

La nazione del Pakistan vide la luce il 14 agosto 1947 grazie soprattutto agli enormi sforzi profusi da Ali Mohammed Jinnah e dalla Lega Musulmana di cui fu a lungo leader incontrastato.

La decisione di dar vita ad una nazione indipendente dall’India, di cui era stata parte integrante durante i decenni di predominio britannico, fu stimolata dall’esigenza di tutelare la componente islamica che si temeva non potesse vivere in armonica compenetrazione con la preponderante maggioranza indù di cui Mohandas “Mahatma” (grande spirito, appellativo affibbiatogli dal poeta Rabindranath Tagore) Gandhi era l’indiscusso leader spirituale.

Ben presto però i vertici della Lega Musulmana (Ulema) che erano indubbiamente stati i principali artefici dell’indipendenza pakistana entrarono in conflitto con le élites moderniste che intendevano porre l’accento sul carattere laico della nazione, gettando così le basi per l’endemica instabilità politica che ancora oggi attanaglia il paese.

Fu proprio il sentimento panislamico che aveva cementato la base popolare musulmana a conferire peso politico alla tormentata regione del Kashmir, oggetto delle storiche contese con l’India che innescarono tre guerre particolarmente sanguinose accompagnate dalla ben nota corsa al riarmo nucleare che ha reso e continua ancora oggi a rendere incandescente la situazione.

Il Kashmir era una regione connotata da una forte maggioranza musulmana governata però dal Maraja indù Hari Singh, che nei mesi successivi all’indipendenza di India e Pakistan era stato chiamato a scegliere se confederarsi alla prima o aderire seconda.

Costui comprese la difficoltà della scelta e tergiversò di proposito nella speranza di ottenere a sua volta l’indipendenza per il proprio paese.

Se avesse infatti scelto di unirsi all’India avrebbe fomentato forti dissidi in seno alla maggioranza musulmana che avrebbero potuto portare a un colpo di stato.

Se, di converso, avesse optato per l’annessione al Pakistan avrebbe perso molti privilegi legati allo status di governante di una regione autonoma e per giunta musulmana.

Tuttavia il Pakistan, nato dai presupposti descritti in precedenza, non poteva ignorare la causa della maggioranza musulmana del Kashmir ed accettare che questo finisse per gravitare attorno all’orbita indiana.

In tale contesto maturò l’invasione del Kashmir (22 ottobre 1947) operata da alcuni gruppi guerriglieri pashtun inviati dal governo pakistano, i quali espugnarono la città di Poonch e spinsero così nell’angolo il Maraja Hari Singh che firmò immediatamente l’atto di accessione all’India in cambio del quale ottenne dal governo di Nuova Delhi i rifornimenti militari necessari per respingere l’invasione.

Il contenzioso terminò con l’applicazione di una linea di cessate il fuoco provvisoria (Cease Fire Line) approvata dalle Nazioni Unite l’1 gennaio 1949, da mantenere in vigore finché un plebiscito non avrebbe rivelato le reali intenzioni della popolazione del Kashmir al riguardo.

Il Pakistan si è continuamente appellato alla risoluzione ONU numero 47 del 1948 per supportare il proprio appoggio al plebiscito, mentre l’India ha costantemente ribadito i termini dell’accordo stipulato con il Maraja comprendenti lo strumento di accessione per fare in modo che esso non venisse indetto.

Rinunciando al controllo del Kashmir, il governo di Nuova Delhi avrebbe infatti rafforzato implicitamente le spinte centrifughe delle molte fazioni etniche e religiose che costituiscono la variegata società indiana, e accettò così di buon grado i confini tracciati dalla linea di cessate il fuoco, che da provvisoria poteva effettivamente esser considerata permanente dal momento che nessun plebiscito era stato indetto nel frattempo.

I confini corrispondenti alla linea di cessate il fuoco assegnavano al Pakistan un terzo del territorio conteso comprendente il Baltistan, la valle di Neelum e il distretto di Hunza e all’India i due terzi rimanenti, ovvero lo stato di Jammu e Kashmir e il Laddakh.

L’instabilità causata dalla guerra indo – pakistana ridimensionò drasticamente la portata dell’ambizioso progetto politico elaborato e sostenuto dal Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru improntato alla mediazione e spinse svariate potenze internazionali ad approfittare della situazione per insinuarsi tra le maglie della situazione.

La Cina colse la ghiotta occasione per mandare in fratumi l’asse antimperialista sino – indiano invadendo l’India per capitalizzare le proprie mire strategiche in Asia centrale.

Il governo di Pechino retto da Mao Tze Tung aveva disposto che venissero avviati i lavori per la costruzione di un anello stradale che congiungesse la Cina al Tibet e alla Mongolia, snodandosi attraverso lo Xinjiang e la catena di Karakorum, in risposta alla necessità di puntellare la presenza cinese nella patria dell’ostile Dalai Lama e in svariate aree limitrofe.

L’ultimazione di tale corridoio stradale era però impedita dal territorio indiano dell’Aksai Chin, che la Cina scelse di invadere nel 1962 in seguito a numerosi incidenti scatenati di proposito lungo la frontiera.

Scoppiò quindi la guerra sino – indiana che si risolse con il trionfo della Cina.

Intanto in Pakistan un colpo di stato militare (1958) aveva coronato l’ascesa al potere del generale Ayub Khan, il quale aveva istituito la legge marziale e spostato la capitale dal Karachi ad Islamabad in ragione della posizione geografica di vantaggio della seconda, protetta dalle colline di Margalla, rispetto alla prima.

Ayub Khan sfruttò immediatamente la debolezza indiana causata dalla batosta rifilata dalla Cina per stringere una salda alleanza militare con quest’ultima e gettare le fondamenta dell’ambizioso progetto militare meglio noto come Grande Slam finalizzato all’annessione dell’intero Kashmir rimasto sotto il controllo indiano.

L’1 settembre 1965 i carri armati americani in dotazione all’esercito pakistano raggiunsero ed occuparono l’unica via d’accesso che dal Punjab indiano conduce al Kashmir al fine di sbarrare la strada alle armate che sarebbero presumibilmente state inviate dal governo di Nuova Delhi.

La reazione non si fece però attendere, concretizzandosi in un’offensiva sferrata a sorpresa nel Punjab pakistano da parte delle forze armate indiane le quali, dopo aver travolto le difese pakistane presso Sialkot, penetrarono nel territorio fino a raggiungere Lahore.

Evidentemente Ayub Khan contava di attirare nella bagarre anche le forze armate cinesi che però se ne stettero in disparte in omaggio al tradizionale isolazionismo adottato dai governi di Pechino che si sono succeduti negli anni.

La mediazione sovietica portò alla ratifica degli accordi di Taskent del 10 gennaio 1966, che prevedevano il ritiro degli eserciti dai territori occupati e il ripristino dei confini sanciti con la linea di cessate il fuoco provvisoria.

L’effettiva disfatta pakistana nella seconda guerra contro l’India spaccò lo stato maggiore e preluse ad un ulteriore putsch militare che detronizzò il generale Ayub Khan e sancì la speculare ascesa al potere di Yahya Khan, che il 7 dicembre 1970 indisse le prime elezioni.

I pronunciamenti popolari rivelarono che il Pakistan occidentale si riconosceva massicciamente nella linea politica propugnata dal nazionalista Ali Bhutto, mentre quello orientale nell’indipendentismo bengalese guidato da Rahaman.

Il movimento di Rahaman si fece interprete del forte disagio popolare della popolazione bengalese, fortemente irritata dall’atteggiamento di un governo centrale egemonizzato dalle forze armate impegnate strenuamente nella difesa dei propri privilegi a discapito di una popolazione agricola lasciata a se stessa, in balia delle piene del Gange e tenuta fuori dalle decisioni politiche principali.

Quando poi i separatisti bengalesi insorsero contro il governo di Islamabad che inviò l’esercito per riportare l’ordine, l’India non perse occasione per schierarsi al fianco dei rivoltosi.

Le forze armate indiane si congiunsero così ai ribelli dando vita a una coalizione soverchiante che costrinse l’esercito pakistano a deporre le armi in gesto di resa (16 dicembre 1971).

Nacque così l’odierna nazione del Bangladesh, mera costola orientale della vecchia nazione pakistana.

La sconfitta del Pakistan non fece tuttavia che rendere evidente la superiorità indiana nella regione.

In compenso, pose le basi per la caduta del generale Yahya Khan e per la simmetrica nascita del governo democratico di Ali Bhutto, che tuttavia fu a sua volta vittima di un colpo di stato portato avanti dal generale Zia Ul Haq operato a distanza di pochi anni (luglio del 1977) mosso dall’incapacità di Bhutto a far fronte alla crisi economica vigente e alle rivendicazioni etniche che agitavano le due regioni della North West Frontier Province e del Baluchistan.

Zia Ul Haq avviò una forte campagna di islamizzazione della società pakistana che cadde in concomitanza con la Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Ruollah Khomeini nel vicino Iran, vista con orrore dall’intero blocco Occidentale.

Il partito degli Ulema – protagonisti della fondazione del Pakistan – acquisì forte peso politico facendosi sponsor ideologico del governo di Zia Ul Haq ed ottenendo come contropartita la possibilità di entrare nei ranghi amministrativi di Islamabad oltre a quella di utilizzare i lauti aiuti economici forniti da Stati Uniti (rientranti nel sofisticato progetto di logoramento dell’Unione Sovietica elaborato da Zbigniew Brzezinski) e Arabia Saudita per l’addestramento dei mujahiddin islamici che avrebbero poi innescato la guerra civile in Afghanistan coinvolgendo l’Unione Sovietica fino a impantanare l’Armata Rossa e a costringerla infine (1989) al ritiro.

Negli undici anni in cui Zia Ul Haq rimase al potere, il Pakistan seppe approfittare degli sviluppi circostanti per acquisire peso e prestigio politico sufficiente per ovviare, seppur parzialmente, al netto divario che aveva separato Islamabad da Nuova Delhi per i decenni precedenti.

Alla Rivoluzione Islamica sciita portata avanti con successo da Khomeini andò infatti a sommarsi l’invasione dell’Armata Rossa in Afghanistan (1979) prima, e lo scoppio della guerra tra Iraq ed Iran poi (1980).

Tali eventi destabilizzanti rinsaldarono l’asse Washington – Islamabad, spinsero il Pakistan ad assurgere a bastione principale dell’Islam sunnita e orientarono l’attenzione del governo centrale vero si paesi mediorientali e del Golfo Persico.

Il Pakistan, soggetto ad un’esorbitante crescita demografica (il secondo paese più densamente abitato dell’universo islamico dopo l’Indonesia) e fattosi promotore della causa propugnata dai guerriglieri islamici afghani, assunse così enorme prestigio internazionale agli occhi dello sterminato mondo musulmano.

L’India, dal canto suo, adottò una linea più prudente in relazione all’aggressione dell’Afghanistan operata dall’Armata Rossa.

L’avvicinamento degli Stati Uniti al Pakistan spinse infatti l’allora Primo Ministro Indira Gandhi a rompere la storica neutralità indiana relativa al bipolarismo Stati Uniti – Unione Sovietica schierandosi di fatto al fianco di quest’ultima.

Intanto, il Pakistan traeva enormi vantaggi economici forniti da Washington in forza della propria posizione logisticamente cruciale di appoggio ai mujaheddin impegnati a combattere le armate sovietiche in Afghanistan.

A ciò va aggiunto il nutritissimo traffico di droga e armi che attraversando le valli afghane giungeva fino ai terminali portuali di Karachi, da cui si diramava in tutte le direzioni.

Tuttavia la morte del generale Zia Ul Haq (17 agosto 1988) maturata in circostanze a dir poco controverse richiamò i cittadini pakistani alle urne, decretando il trionfo di Benazir Bhutto, figlia dell’ex presidente Ali Bhutto condannato nel frattempo all’impiccagione dalla corte marziale pakistana (1979).

Le endemiche acredini tra Primo Ministro o Presidente della Repubblica hanno però consentito ai partiti religiosi, a quelli oltranzisti e all’esercito di rafforzare le proprie posizioni a discapito delle istituzioni civili, continuando conciò a minare regolarmente ogni progetto di distensione verso l’India.

In un paese in cui lo stato maggiore è il più fido alleato dei vertici religiosi il governo non verrà mai posto nelle condizioni di agire sovranamente in ambito di politica estera.

Inoltre, lo stretto legame etnico con i pashtun ha portato l’esercito pakistano a rivolgere il proprio sguardo verso l’Afghanistan e di giocare sull’alleanza strategica con esso per ristabilire i rapporti di forza con l’India.

Nel 1990 le frizioni tra il Presidente della Repubblica Ishaq Khan e Benazir Bhutto culminarono con le dimissioni di quest’ultima dietro pesanti accuse di corruzione; al riguardo, significativo è il fatto che la Bhutto stesse portando avanti una riforma della costituzione finalizzata a ridurre i poteri del Presidente della Repubblica.

La momentanea uscita di scena di Benazir Bhutto combaciò comunque con l’ascesa al potere della Islamic Democratic Alliance guidata da Nawaz Sharif, che rimase in carica per soli tre anni, fino a quando la crisi politica dilagante non fu interrotta dall’intervento dell’esercito (18 luglio 1993) che costrinse alle dimissioni tanto il Presidente della Repubblica Ishaq Khan quanto il governo di Nawaz Sharif.

Fu allora che Benazir Bhutto risalì la china assieme al suo partito Pakistani Popular Party e fu eletta nuovamente Primo Ministro; Presidente della Repubblica fu invece nominato Farroq Leghari, uomo strettamente legato alla Bhutto e al suo partito.

Malgrado i presupposti per conferire un minimo di stabilità alla situazione politica interna non mancassero, Leghari mosse contro Benazir Bhutto accuse di corruzione costringendola alle dimissioni.

Le elezioni del 1997 consacrarono il ritorno di Nawaz Sharif al governo rivelando nel contempo un fortissimo calo di popolarità della Bhutto e del suo partito.

Alla fine dello stesso anno gli screzi tra Leghari e Sharif portarono alle dimissioni del primo e all’affermazione di Muhammar Rafiq Tarar – uomo di fiducia di Sharif – al rango di Presidente della Repubblica.

Il binomio Tarar – Sharif si mosse risolutamente verso una sfacciata politica di potenza che culminò con i test nucleari del 1998, i quali suscitarono un forte sdegno internazionale.

Ciò spinse i vertici pakistani ad abbassare i toni, a riaprire il dialogo relativamente alla questione del Kashmir e ad adottare una politica di appeasement verso l’India comprendente anche la ratifica dell’accordo sulle interdizioni degli esperimenti nucleari.

La sottoscrizione dell’accordo per la riduzione dell’attività militare nella regione siglata nel 1999 spinse però le forze armate a rovesciare ancora una volta le scelte del governo.

L’esercito era infatti intenzionato a portare avanti la contesa infinita con l’India e per farlo appoggiò il putsch militare che segnò l’entrata in scena del generale Pervez Musharraf (ottobre 1999), il quale dopo aver decretato lo stato di emergenza sospese Parlamento e Costituzione proclamandosi unilateralmente capo del governo.

La continua interferenza dell’esercito nelle attività comunemente affidate del governo rispecchia fedelmente la struttura sociale di un paese che conta una sparuta oligarchia di ricchissimi proprietari terrieri lontanamente lambiti dalle attenzioni degli agenti tributari, in cui le forze armate hanno storicamente preferito adottare un basso profilo in ragione dell’arrendevolezza con cui i governi e le altre istituzioni civili si sono posti dinnanzi al loro cospetto.

Una situazione affine si è presentata per svariati decenni in Turchia (fino all’ascesa al potere di Recep Erdogan), paese in cui l’esercito si è fatto garante del laicismo e dell’atlantismo intervenendo ogni qualvolta si sia profilata la possibilità di un allontanamento del governo di Ankara dalla NATO o uno slittamento politico verso l’Islam.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la conseguente ritorsione degli Stati Uniti contro l’Afghanistan talebano ritenuto il covo del presunto responsabile Osama Bin Laden hanno conferito ancora una volta un peso strategicamente fondamentale al Pakistan, che ha fornito appoggio logistico alle operazioni militari delle forze armate statunitensi in cambio di forti aiuti economici e ampi riconoscimenti politici.

L’esercito e soprattutto i servizi segreti (ISI) pakistani si sono mantenuti però con i piedi in due staffe, fornendo appoggio agli Stati Uniti da un lato ma non disdegnando di concedere aiuti ai vicini talebani dall’altro; i fatti relativi all’assedio di Kunduz appaiono assai eloquenti al riguardo.

In ogni caso, il rinsaldamento dell’asse Washington – Islamabad ha destato forti preoccupazioni al governo di Nuova Delhi, che non ha esitato ad acuire la tensione nel Kashmir.

L’India non ha intenzione di perdere l’egemonia sul subcontinente indiano, specie dopo il collasso dell’Unione Sovietica che ha prodotto la formazione di una miriade di nazioni in Asia centrale fortemente intrise di Islam e, di conseguenza, naturalmente orientate verso il Pakistan.

L’occupazione militare dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti si iscrive poi nell’ambito di una strategia di penetrazione di Washington in Asia centrale, verso quel reticolato di rotte petrolifere e gasifere che innervano l’heartland, il cui controllo (come sottolineò a suo tempo il geografo britannico Halford Mackinder) consente di porre una seria ipoteca sul cuore dell’Eurasia e di conseguenza sul resto del mondo.

Ciò si è ripercosso pesantemente sull’instabilità politica del Pakistan e non a caso lo stesso omicidio di Benazir Bhutto pare inserirsi alla perfezione in questo quadro specifico.

Nel 2007 la Bhutto era impegnata in una serie di comizi a sostegno dell’intesa tra il presidente Musharraf e il suo dirimpettaio afghano Hamid Karzai relativa all’intensificazione congiunta della lotta contro i talebani.

L’attentato che costò la vita alla Bhutto ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi al raggiungimento dell’accordo tra i due presidenti ed è certamente inquadrabile come un messaggio piuttosto diretto che talune frange “deviate” avrebbero inteso inviare a Musharraf.

Molti ritengono che tali frange corrispondessero in realtà all’ISI, che mediante l’attentato contava di lanciare un serio monito al presidente invitandolo a portare avanti la classica linea politica improntata alla più subdola ambiguità e a guardarsi bene dal tendere eccessivamente la corda nella lotta i talebani.

Tuttavia la guerra all’Afghanistan ha sortito non solo e non tanto forti contraccolpi sulla stabilità interna del Pakistan, quanto sulle prospettive di convivenza pacifica con l’India, che paiono affievolirsi costantemente.

Ciò è aggravato inoltre dal non secondario fatto che entrambi i paesi sono dotati di arsenali nucleari talmente poderosi da rendere spaventosamente grave il rischio escalation, che sortirebbe inevitabilmente pesanti ripercussioni sull’intero scenario internazionale.