Il baratto umano, mossa tattica israeliana


 

Se le parole sono macigni, i numeri acquisiscono spesso un peso ulteriore e di sicuro maggiormente significativo.

Il fatto che Tel Aviv abbia accettato di scambiare il sergente Gilad Shalit tenuto in ostaggio da Hamas con ben 1.027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è indice, infatti, dell’asimmetria che domina qualsiasi rapporto di forza tra israeliani e palestinesi, con i primi che dal 1957 ad oggi hanno rilasciato 13.509 prigionieri per ottenere la liberazione di 16 soldati da parte dei secondi.

Benjamin Netanyahu ha dimostrato di essere talmente consapevole di questa sproporzione da essersi permesso di rifiutare seccamente qualsiasi richiesta da parte di Hamas relativa alla liberazione del militare sequestrato nel giugno 2006, in attesa che giungesse il momento propizio.

Le autorità israeliane hanno infatti atteso che Abu Mazen presentasse alle Nazioni Unite la richiesta relativa al riconoscimento della Palestina entro i confini del 1967 (violati da Israele nel corso della Guerra dei Sei Giorni) per effettuare questa operazione tattica.

La pluridecennale strategia israeliana è infatti orientata a scongiurare l’internazionalizzazione di quella che viene eufemisticamente definita “questione palestinese” e al suo contenimento entro lo squilibrato ambito bilaterale sotto la faziosa supervisione statunitense.

Lo scambio di prigionieri concordato tra Israele ed Hamas potrebbe essere considerato l’altra faccia (diplomatica) della medaglia rispetto all’operazione “Cast Lead” (“Piombo Fuso”) sferrata il 27 dicembre 2008, poiché l’obiettivo strategico comune ad entrambe consiste nello sventare o quantomeno nell’indebolire l’asse Al Fatah – Hamas, al fine di dividere i palestinesi per evitare la formazione di una solida classe dirigente che tuteli gli interessi della popolazione rivolgendosi al più ampio scenario internazionale.

Intanto, Netanyahu getta una seria ipoteca sulla propria carriera politica effettuando un’operazione condivisa dalla stragrande maggioranza degli israeliani, ma ribadisce soprattutto, seppur implicitamente, il concetto espresso a suo tempo dall’influente funzionario Dov Weisglass, secondo cui la pace si otterrà “Quando i palestinesi diverranno finlandesi”.

Il mantenimento della situazione attuale, in altre parole, rientra perfettamente nei piani del Primo Ministro, dal momento che egli stesso ma soprattutto il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman nutrono una infima considerazione degli arabi, che secondo il loro parere non sarebbero altro che una mandria di tribù bellicose con cui non potrà mai essere ottenuta la pace per via diplomatica.

Lo dimostra la reazione di Tel Aviv dinnanzi alle potenti scosse telluriche che hanno scosso l’intero mondo arabo, che hanno gettato Israele in un profondo isolamento regionale e mondiale, aggravato in primo luogo dalla brusca inversione di rotta innestata dalla Turchia di Recep Tayyp Erdogan e dal radicale peggioramento dei rapporti con l’Egitto dopo la caduta del prezioso alleato Hosni Mubarak.

La mediazione egiziana aveva infatti contribuito nel 2008 ad ingannare la dirigenza di Hamas sfruttando la docile remissività di Al Fatah, e a provocare un’escalation di violenza che è poi deflagrata con “Piombo Fuso” e il blocco totale della Striscia di Gaza.

Non è da sottovalutare la possibilità che la terra bruciata che circonda Israele finisca per forzare la mano al governo di Tel Aviv, il quale con questa operazione ha accumulato un notevole consenso che secondo alcuni analisti potrebbe essere sfruttato per sferrare un attacco diretto all’Iran, considerato da molti una follia.

Difficile sapere se Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman la pensino allo stesso modo.

 

 

L’anacronismo di Israele


 

 

Mentre i paesi europei si accingevano a chiudere la lunga parentesi coloniale ritirando progressivamente i propri vessilli dai paesi dell’Africa e dell’Asia, un gruppo di ebrei d’Europa si apprestava a dar vita a un impero coloniale nel cuore del mondo arabo, a ridosso delle città sante dell’Islam.

Nel momento in cui i coloni originari del Vecchio Continente si vedevano costretti, volenti o nolenti che fossero, ad abbandonare il mondo arabo, una cospicua schiera di essi occupava progressivamente la Palestina, spingendo coercitivamente quasi 1 milione di indigeni a lasciare le proprie abitazioni al fine di favorire, in fortissima opposizione rispetto alle tendenze dell’epoca, la formazione di uno Stato etnicamente e confessionalmente monolitico.

Mentre il multiculturalismo stava soppiantando, in Europa ed America, la concezione etnica dello Stato, quel nucleo di europei erigeva una nazione etnico – religiosa di cui era possibile divenire cittadini a pieno titolo solo dimostrando la “purezza” originaria della propria stirpe.

Le straordinarie ragioni politiche che produssero questa inedita anomalia storica furono principalmente il declino dell’Impero Britannico, il peso esercitato dalla potente lobby ebraica sulle scelte politiche degli Stati Uniti e la strategia geopolitica dell’Unione Sovietica.

Le Gran Bretagna profuse enormi sforzi nel tentativo di assolvere degnamente ai compiti del mandato e placare la conflittualità tra arabi ed ebrei, nutrita minoranza soggetta però a un forte incremento demografico.

In quello specifico contesto maturarono le condizioni che portarono alla nascita di vari gruppi paramilitari sionisti che innescarono una campagna terroristica finalizzata ad accelerare la fine del protettorato britannico.

Haganah, Palmach, Irgun e banda Stern scatenarono un’efferata offensiva che destrutturò le forze britanniche e annichilì la popolazione palestinese.

Particolare sgomento, tra i tanti attentati commessi, fu suscitato dall’attentato all’hotel King David del 22 luglio 1946 eseguito dall’Irgun (comandato dal futuro Primo Ministro israeliano e Premio Nobel per la Pace Menachem Begin), che provocò la morte di circa un centinaio di persone e spinse la società civile in patria ad esercitare forti pressioni sul governo affinché ritirasse definitivamente la presenza britannica – che ammontava a circa un decimo delle forze armate stanziate all’estero – dalla Palestina.

Dissanguata dagli sforzi bellici profusi durante la Seconda Guerra Mondiale, mal sostentata da un’economia anemica ed incapace di spezzare l’inerzia negativa legata al proprio declinante status imperiale, la Gran Bretagna si rivolse alle Nazioni Unite perché si esprimessero in merito alla questione ebraica.

Nel novembre del 1947 venne approvata la risoluzione 181, che prevedeva la creazione di due Stati e l’applicazione di un regime internazionale su Gerusalemme.

Tale risoluzione intendeva dar vita a uno stato ebraico composto da un nucleo di circa 500.000 ebrei e 325.000 arabi, e a uno arabo formato da circa 800.000 arabi e 10.000 ebrei.

Gerusalemme avrebbe contenuto circa 100.000 ebrei e 100.000 arabi.

Gran Bretagna e i paesi arabi mal digerirono tale verdetto, mentre sia Josif Stalin che Harry Truman videro soddisfatti i propri progetti per quella regione.

Stalin, persuaso di aver colto negli ebrei una sorta di inclinazione culturale favorevole al socialismo, ritenne che appoggiando il progetto finalizzato alla creazione di un’entità sionista nel cuore del Levante avrebbe assestato un duro colpo ai residui imperialistici inglesi.

Truman intendeva invece assicurarsi il sostegno della vasta comunità ebraica degli Stati Uniti in vista delle imminenti elezioni.

Significativo a tal riguardo è il fatto che nel maggio del 1942 all’hotel Biltmore di New York si era tenuto un cruciale convegno che culminò con l’approvazione da parte di circa 600 influenti ebrei americani del “Zionist Biltmore Program”  proposto da Chaim Weizmann e David Ben Gurion.

Il programma in questione traeva ispirazione dal progetto imperiale escogitato all’inizio del’900 da Theodor Herzl finalizzato all’instaurazione di uno Stato ebraico in Palestina e fu adottato dal Consiglio generale dell’organizzazione sionista di Gerusalemme.

All’epoca il movimento sionista degli Stati Uniti era guidato dal rabbino Stephen Wise, il quale seppe raggruppare l’intera comunità ebraica del paese – la più grande del mondo per numero e peso economico – sotto la propria egida al fine di esercitare pressioni politiche sul Congresso e sull’esecutivo statunitense.

Il 30% circa dei senatori, 143 deputati e più di mille eminenti personalità della politica, dell’economia e della cultura degli Stati Uniti accettarono congiuntamente di sottoscrivere un documento a supporto della formazione di un esercito regolare ebraico, mentre mozioni di sostegno al disegno sionista furono sottoposte al voto in ben 33 Stati.

Non stupisce quindi l’accondiscendenza di Truman – e più in generale degli Stati Uniti, pur tra notevoli alti e bassi, fino al giorno d’oggi (e non solo per quanto riguarda i famosi 3 miliardi di dollari che Washington versa annualmente nelle casse israeliane) – nei riguardi del sionismo e della creazione dello Stato di Israele.

Nell’arco di pochi giorni dalla nascita del nuovo Stato la tensione si acuì costantemente finché la Palestina non si trasformò nel principale campo di battaglia del Vicino Oriente.

Sugli eventi che si verificarono negli anni seguenti è stata scritta una vasta bibliografia quasi interamente incardinata sulle tesi che il “popolo senza terra” degli ebrei europei sopravvissuto al genocidio nazista avrebbe individuato nella Palestina quella “terra senza popolo” adatta ad ospitare il nuovo Stato ebraico e che le poche comunità autoctone stanziate nella regione avrebbero abbandonato le proprie case assecondando le esortazioni delle autorità arabe.

Nell’ultimo ventennio è nata però una corrente storiografica revisionista formata da un gruppo di accademici israeliani che hanno usufruito dell’ampia documentazione dell’epoca gradualmente desecretata per smentire questo infondato assunto di base.

Storici come Ilan Pappé, Zeev Sternhell, Tom Segev salirono agli onori della cronaca per aver sostenuto la tesi che nell’arco del triennio 1947 – 1950 sia avvenuta in Palestina una massiccia pulizia etnica delle popolazioni indigene realizzata dalle forze israeliane.

Un’operazione perfettamente organizzata che violò la risoluzione ONU 181 consacrando il carattere ebraico a cemento della neonata nazione di Israele.

L’episodio fondamentale che segnò la nascita della tattica del terrore ebbe luogo il 9 aprile del 1948.

Allora l’Haganah conquistò il villaggio palestinese di Deir Yassin per poi ritirarsi e lasciare che l’Irgun massacrasse tutti i 254 palestinesi che vi abitavano senza badare a sottigliezze come il sesso o l’età anagrafica delle vittime.

“Il massacro non solo fu giustificato, ma non ci sarebbe stato Israele senza la vittoria di Deir Yassin”, affermò Menachem Begin.

Le modalità con cui avvenne la “vittoria” di Deir Yassin furono poi diffuse per radio affinché i palestinesi comprendessero quale destino si celava dietro l’eventuale, malaugurata scelta di resistere alla prorompente avanzata sionista.

Dopo Deir Yassin massacri e stermini svolsero un ruolo cruciale nella diffusione del terrore in seno alla popolazione autoctona e all’induzione della stessa all’esodo.

Nell’arco di pochi anni 474 villaggi arabi furono occupati dalle forze sioniste e 385 di essi furono rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche.

Stando alle statistiche britanniche, al 31 dicembre del 1947 vivevano in Palestina 589.341 ebrei a fronte di una popolazione totale di 1.908.775 persone.

Un censimento realizzato nel novembre del 1948 rivelò che la popolazione araba di Israele ammontava a non più di 130.000 persone.

Gli analisti sono concordi nello stimare in un minimo di 890.000 e un massimo di 904.000 il totale delle persone vittime della pulizia etnica realizzata dalle forze sioniste.

All’inizio degli anni ’50 la popolazione contenuta all’interno dei confini armistiziali era composta da 1.509.000 ebrei, 118.500 arabi, 39.000 cristiani e 15.000 drusi.

L’enorme squilibrio demografico favorito dalle scelte del Primo Ministro David Ben Gurion e dai suoi successori consolidò politicamente, economicamente, socialmente e militarmente il paese.

In sostanza, lo Stato di Israele si affermò sul piano internazionale cacciando gli indigeni dalle loro terre e rifacendosi a motivazioni di carattere biblico – religioso per adottare nei confronti degli arabi una prassi analoga a quella impiegata in altre epoche dai puritani anglosassoni nei confronti dei Pellerossa, dai cecoslovacchi e dai polacchi nei confronti dei tedeschi dei Sudeti e della Polonia occidentale, degli jugoslavi verso gli italiani d’Istria e di Dalmazia e dei croati a danno dei serbi della Kraijna.

A differenza degli altri casi, tuttavia, era la filosofia che aveva animato pochi anni prima la pulizia etnica eseguita dai nazisti nei primi territori occupati a presentare analogie con quella perpetrata dai sionisti contro le popolazioni indigene, i cui tratti comuni furono delineati efficacemente dal Ministro degli Esteri del primo governo israeliano guidato dal padre della patria David Ben Gurion.

Si tratta di Moshe Sharett, il quale affermò che:

“I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale, certi resisteranno, altri no. La maggioranza diventerà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo”.

I palestinesi espulsi furono costretti a rifugiarsi lungo la striscia di Gaza, in Giordania, Siria e Libano, dove vennero confinati in numerosi campi profughi appositamente creati affinché non alterassero i fragili equilibri demografici e politici della regione.

Il nazionalismo palestinese incarnato dalla figura di Yasser Arafat trasse linfa vitale proprio dalla rabbia per i torti subiti – oltre che dall’orgoglio connaturato alla religione islamica  – e dalle precarie condizioni in cui versava la popolazione dislocata nei campi profughi.

La volontà di riscatto palestinese favorì poi la formazione delle classi dirigenti imbevute di religione musulmana come la Jihad islamica e soprattutto Hamas, movimento politico di grande diffusione popolare dotato di una struttura portante simile a quella di Hezbollah e capace di adempiere ai compiti militari, economici e assistenziali.

Fu nella miseria e nel disagio che maturarono le condizioni per la reazione palestinese, che si dispiegò mediante numerosi sommovimenti popolari che innescarono una colossale concatenazione di eventi.

Settembre Nero, invasione israeliana del Libano, attentato a Bashir Gemayel, efferata ritorsione di Sabra e Chatila, Prima Intifada,  seconda guerra del Libano, provocazione di Ariel Sharon lungo la Spianata delle Moschee, Seconda Intifada, omicidio di Rafik Hariri, Rivoluzione dei Cedri, ascesa di Hezbollah, terza guerra del Libano, Piombo Fuso, allontanamento della Turchia; tutti eventi connessi direttamente o indirettamente alle tensioni israelo – palestinesi.

L’altra ripercussione sortita dalla nascita e (soprattutto) dalle modalità in cui si affermò Israele fu l’endemico sentimento di frustrazione e subalternità che opprime ancora oggi le popolazioni arabe dovuto all’atteggiamento tenuto dagli israeliani nei loro riguardi.

Dalla pulizia etnica della Palestina, alla relegazione degli arabi a cittadini di secondo livello si è giunti all’innalzamento di una “barriera di separazione”, un muro suscettibile di produrre l’annessione israeliana di Gerusalemme Est oltre a parte dei territori occupati della Cisgiordania e di garantire una segregazione forzata sospingendo verso est le popolazioni arabe stanziate nell’area.

La costruzione della barriera in questione iniziata nel 2003 avvenne a più di un decennio dal significativo abbattimento del Muro di Berlino e dalla liberazione di Nelson Mandela che preluse alla fine dell’Apartheid, il regime di segregazione razziale che gli afrikaner sudafricani avevano applicato per mantenere una separazione forzata dai cittadini autoctoni di pelle nera.

Si tratta di un anacronismo che alla prova dei fatti tende a minare le ambizioni palestinesi relative al riconoscimento di uno Stato nazionale.

Abu Mazen ha annunciato pubblicamente che a settembre si rivolgerà alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese imperniato sulla centralità indiscutibile di Gerusalemme, città che non a caso Israele sta accingendosi ad accorpare per mezzo del muro.

Molti paesi – specialmente dell’America Indiolatina – hanno già riconosciuto lo Stato palestinese ed altri – come la Norvegia – attenderanno il voto di settembre per fare altrettanto.

Israele, per bocca del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha pubblicamente invitato i paesi europei a guardarsi dall’accogliere le richieste avanzate unilateralmente da Abu Mazen, laddove riconoscere uno Stato per i palestinesi è una necessità che solo un numero assai contenuto di paesi e uomini politici ha osato mettere in discussione.

I governanti di Tel Aviv, tuttavia, perseverano nel far ricorso ai medesimi, logori e stereotipati clichés impiegati negli anni passati per edulcorare l’immagine di Israele.

L’opinione pubblica internazionale, infatti, non accetta più che vengano rievocati gli orrori del nazismo per giustificare i coprifuoco, i check – point, le esecuzioni selettive, le umiliazioni pubbliche di cui le autorità israeliane si sono ripetutamente rese responsabili.

Esiste, beninteso, una sparuta minoranza che si ostina a considerare gli israeliani delle vittime, laddove sono però incontestabilmente i palestinesi – vessati, umiliati e privi di uno Stato – ad aver sostituito gli ebrei nell’immaginario collettivo.

“Le contraddizioni – scrive lo storico Tony Judt – insite nel modo in cui Israele si presenta – “siamo molto forti/siamo molto vulnerabili”; “decidiamo del nostro destino/siamo noi le vittime”; “siamo uno Stato normale/pretendiamo un trattamento speciale” – non sono nuove: fanno parte dell’identità distintiva del paese quasi dall’inizio. E l’insistente enfasi sull’isolamento e sulla unicità che lo caratterizzano, oltre alla pretesa di essere allo stesso tempo eroe e vittima, un tempo formavano parte del vecchio fascino alla Davide contro Golia”.

L’assiduità ossessiva con cui viene impiegato l’antisemitismo per trasferire il terreno della discussione dal politico all’irrazionale e per trasformare gli imputati in giudici è indice del fatto che rimangono ben pochi argomenti per giustificare le mosse di Tel Aviv.

Si tratta dell’ultimo, logoro asso nella manica che i sostenitori acritici di Israele utilizzano per fregiare di nobili crismi legittimatori i colpi di coda di una nazione che non comprende di aver perso da tempo ogni diritto alla solidarietà internazionale, che si ostina ad ignorare il fatto che gli Stati Uniti non si mostreranno sempre accondiscendenti (Zbigniew Brzezinski non lo è stato mentre John Mearsheimer e Stephen Walt hanno documentato ampiamente i danni provocati agli interessi statunitensi dall’appoggio a Israele, subendo pesanti attacchi dalla lobby ebraica e delle sue influenti ramificazioni) che muri e fortezze non preserveranno il paese più di quanto abbiano fatto con la Repubblica Democratica Tedesca e il Sud Africa, con Troia e Sebastopoli, con Atene e Yorktown.

Attualmente l’immane tragedia costituita dalla nascita di Israele e dalle modalità che segnarono la sua graduale affermazione internazionale sono tappe storiche di quella viene eufemisticamente definita come “questione palestinese”.

A differenza di ciò che accade oggi in Israele e ovunque si trovino gli entusiasti difensori del sionismo, l’ipocrisia che sta alla base di tale espressione non avrebbe presumibilmente trovato l’approvazione di David Ben Gurion stesso, principale artefice e ideatore della pulizia etnica della Palestina che descrisse la natura intrinseca del colossale problema nei seguenti termini:

“Se fossi un arabo non firmerei mai la pace con Israele. E’ ovvio: abbiamo preso il loro paese. Ci era stato promesso da Dio, certo, ma perché ciò dovrebbe interessarli? Il nostro Dio non è il loro. E’ vero che siamo originari di Israele, ma è un fatto che risale a duemila anni fa. In che modo può riguardarli? Ci sono stati l’antisemitismo, il nazismo, Hitler, Auschwitz. Ma è stata forse colpa loro? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo preso la loro terra”.

 

IL TIRO AL PICCIONE PALESTINESE

Gli israeliani sono i più bravi bracconieri democratici del medio-oriente, dei provetti tiratori scelti della libertà che trattano tutto ciò che si muove intorno a loro come uccellagione. Secondo l’informazione del pollame ammaestrato occidentale, che mostra una bizzarra solidarietà venatoria con i cacciatori di frodo, ieri l’esercito ebraico avrebbe sparato in aria per allontanare i palestinesi i quali manifestavano lungo il confine in occasione della Naqsa, la débâcle araba nella guerra dei sei giorni del 1967. Costoro colpendo in alto sarebbero riusciti ad uccidere alcuni palestinesi e a ferirne 220. Quest’ultimi evidentemente non sono bipedi come noi ma piumati che svolazzano a mezz’aria e che si fanno abbattere come piccioni. Poi sparano alle gambe e fanno fuori altri sventurati. Tra palestinesi e pigmei non c’è differenza di centimetri ed un colpo mirato agli arti inferiori equivale ad una ferita al cuore. Questo a parere della nostra stampa che tenta di giustificare l’ingiustificabile, cioè le schioppettate sulla folla scesa in strada per rivendicare un trattamento più umano da parte di un governo che vuol risolvere i suoi problemi di vicinato con le cattive maniere. La Primavera evidentemente non arriva dappertutto e ci sono popoli condannati ad essere decimati dalle tempeste in piena estate. Ma Netanyahu non è Gheddafi e nemmeno Assad, non è Ben Ali e tanto meno Mubarak, non è un dittatore del deserto ma un predatore civile del mondo libero. Nessuna coalizione di volenterosi fermerà la mano degli assassini i quali benché siano stati più volte condannati dall’Onu non vedranno mai applicata una risoluzione contro di loro. Prima dei disordini il leader israeliano aveva dichiarato di aver istruito le sue forze di sicurezza “ad agire con risolutezza, con moderazione ma con determinazione per salvaguardare la nostra sovranità, i nostri confini, le nostre comunità e i nostri cittadini". Il beccaio chiede moderazione mentre torce la testa alla selvaggina e gli tira tutte le penne. Gli israeliani sono così ossessionati dal loro passato concentrazionario da averlo riprodotto su più grande scala, hanno eretto muraglie ciclopiche e disteso chilometri filo spinato rivendicando il diritto di fare agli altri ciò che loro hanno subito. E’ così sobrio e moderato questo popolo benedetto dal Signore che quando non trova miscredenti da fustigare se la prende pure coi cani ai quale infligge la punizione biblica della lapidazione. Ma l’estremismo essendo una prerogativa islamica, non può essere descrittivo del comportamento oltranzistico degli ebrei i quali al più sono degli eccentrici che alzandosi ringraziano l'altissimo di non essere nati femmine e coricandosi sognano il giorno del giudizio universale contro gli infedeli. Sia che maltrattino gli animali  o che trattino da cani tutti quelli che non la pensano come loro sono sempre dalla parte della ragione. Loro sono il popolo eletto poco democraticamente dal paradiso mentre tutti gli altri non sono un cazzo.

Incontro regionale dei partiti comunisti del Medio Oriente

(fonte IPS, tradotto dallo spagnolo da G.P.)

 

Lo scorso 5 gennaio 2008, e sotto il titolo "Gli ultimi eventi recenti nella regione. I piani per il “grande Medio Oriente” e la risposta del movimento comunista ed Antimperialista", ha avuto luogo ad Atene un “conclave” dei partiti comunisti ed operai dei paesi che appartengono all’area geografica del sud e del Mediterraneo, come anche al Mar Rosso e alla zona del golfo Persico.

A Questa riunione hanno preso parte i rappresentanti della Tribuna democratica progressista del Bahrein, AKEL (di Cipro), il Partito Comunista della Grecia (KKE), il Partito Tudeh (Iran), il Partito Comunista d’Israele, il Partito Comunista Giordano, il Partito Comunista Libanese, il Partito del Popolo palestinese, il Partito Comunista sudanese, il Partito Comunista siriano e il Partito Comunista della Turchia. Inoltre, ha preso parte Kyriakos Triantafillidis, europarlamentare di AKEL e presidente della Commissione del Parlamento europeo per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese; ed il suo collega europarlamentare del partito KKE Giorgos Toussas, membro del comitato precedentemente citato. A assistito ed ha dato il suo saluto a tutti i riuniti anche una delegazione del Partito Comunista Cubano. La riunione, che si è incaricata di organizzare e di patrocinare ad Atene la KKE, costituisce il prolungamento di un’altra riunione precedente, a carattere straordinario, che si è svolta nell’agosto 2006 a seguito dell’invasione ingiusta da parte d’Israele del Libano e all’aggressione continua che è perpetrata contro il popolo palestinese. I partiti della regione hanno discusso dell’escalation che in questa zona sta imprimendo l’intervento imperialista ed i gravi problemi per popoli ivi presenti determinati dal piano USA-NATO per la formazione di un "Grande Medio Oriente", come pure l’ingerenza delle forze reazionarie che ha propiziato la  "guerra contro il terrorismo", agendo su una area molto vasta del territorio. La conferenza di Annapolis, tenutasi recentemente, concepita per adeguarsi alle linee maestre tracciate da piani americani di portata più generale, ha determinato un peggioramento ed un aggravamento della situazione. I partecipanti hanno segnalato che i comunisti si pongono all’avanguardia nella lotta per la democrazia e per gli interessi dei popoli; all’avanguardia anche nella lotta politica ed ideologica segnata dall’ obiettivo di smascherare e di dare battaglia all’azione di quelle forze politiche che aspirano a trarre vantaggio dalla situazione e che allo stesso tempo si presentano come "difensori" dei popoli, quando, effettivamente, vegliano soltanto sui propri interessi particolari e per accreditarsi presso gli Stati Uniti. Si è sottolineata la necessità che occorre dotare la lotta dei popoli di una forte unitarietà, sia di classe che politica.

Si è espressa, analogamente, preoccupazione di fronte all’aizzamento delle divisioni e dei conflitti di natura religiosa, settaria o etnica. Molti dei partecipanti hanno denunciato i piani imperialisti per dividere e smantellare i paesi, come anche l’aggressività di cui il sionismo si serve nella regione. I partecipanti hanno sottolineato la necessità di lavorare attivamente in funzione della creazione di un fronte politico e sociale unito nella regione con un più vasto appoggio internazionale di partiti, movimenti ed organizzazioni, per lottare contro il piano imperialista che contempla la formazione di un "Grande Medio Oriente" e la sua supposta "democratizzazione".

Alla luce dell’evoluzione recente degli eventi, i partecipanti hanno espresso la loro preoccupazione dinanzi alla possibilità di un’escalation virulenta degli attacchi imperialisti contro i popoli in Libano, Palestina, Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan. Dinanzi a questa situazione, i partecipanti pensano che si debba rafforzare il movimento di solidarietà internazionale con i popoli della regione, dando appoggio alla lotta delle forze democratiche e progressiste della regione per la democrazia, la libertà e la giustizia sociale; ad un’azione libera, sindacale e politica, da lacci ed ostacoli delle forze che combattono contro l’ imperialismo; allo sviluppo di un’attività in condizioni piena libertà e di legalità dei movimenti e dei partiti progressisti. Hanno sottolineato, allo stesso modo, la necessità di intensificare ancora di più la lotta per difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale di ogni paese di fronte a qualsiasi intervento imperialista che è condotto sotto qualsiasi pretesto.

E’ stato rimarcato il fatto che la lotta e la resistenza dei popoli non è terrorismo, ma che è diritto di ogni popolo scegliere i modi che caratterizzano la propria lotta. Concludendo, i presenti alla riunione si sono impegnati ad intensificare la lotta in difesa del diritto inalienabile di tutti i popoli a decidere in proprio e a decidere in modo sovrano il futuro della propria terra. I partecipanti hanno espresso la loro solidarietà alla Cuba socialista, esigendo la rimozione dell’embargo americano.

I partecipanti hanno detto inoltre di esigere:

 

          Il ritorno della sovranità del popolo in Libano e la cessazione di qualsiasi tipo controllo e blocco aereo, marittimo e frontaliero, come pure delle violazioni quotidiane israeliane. È necessario effettuare riforme per resistere alla divisione del Libano su basi etniche e religiose.

          Il ritiro dell’esercito israeliano dei territori palestinesi, libanesi e siriani occupati dal 1967, lo smantellamento totale degli insediamenti e la demolizione del muro israeliano. La creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale. La soluzione dell’affare dei profughi ed il ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’assemblea dell’ONU, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU relative alla questione.

          La liberazione immediata da parte di Israele di tutti i prigionieri politici libanesi, palestinesi e degli altri paesi arabi.

          Un Medio Oriente libero dalle armi nucleari, a cominciare dall’eliminazione dell’arsenale nucleare d’Israele.

          La fine delle minacce e degli atti d’intimidazione da parte degli USA e di altre forze imperialiste contro il popolo della Siria e la liberazione delle alture del Golán.

          La cessazione di tutte le minacce di attacco militare o imposizione di sanzioni economiche contro l’Iran, come pure solidarietà con la lotta del popolo iraniano per la pace, la democrazia, i diritti umani e la giustizia sociale.

          Il ritiro immediato delle truppe imperialiste d’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan, ed il diritto dei popoli di decidere da sè il proprio.

          La cessazione immediata delle operazioni militari turche contro i kurdi nel nord dell’Iraq, che sono causa di nuovi interventi imperialisti.

          Il ritiro delle forze turche d’occupazione da Cipro e la soluzione del problema di Cipro in accordo con le risoluzioni ONU, il diritto internazionale e gli accordi di alto livello che puntano ad una soluzione federativa bizonale e bicomunale

          Lo smantellamento di tutte le basi militari straniere dai paesi della regione. I partecipanti si sono detti contro l’installazione di nuove basi.

 

Nella riunione si sono esaminate varie proposte di iniziative ed azioni congiunte, tra cui:

          Visite di delegazioni congiunte dei partiti comunisti e operai nei paesi della regione (specialmente in Libano, Palestina, Siria ed Israele).

          Coordinamento nel Parlamento europeo e nell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Inviti ai partiti comunisti ed operai della regione, specialmente del Libano, della Palestina, della Siria e d’Israele, a prendere parte alle sessioni del Parlamento europeo.

          Continuare con le azioni congiunte e la mobilizzazione di tutti i partiti durante il presente anno. Approfittare degli atti di massa e delle iniziative come festival, cortei, ecc., per il rafforzamento della solidarietà.

          Sostenere le mobilitazioni di protesta contro i piani imperialisti per un "Nuovo Medio Oriente" in occasione della visita di Bush in Medio Oriente nel gennaio 2008.

          Fare pressione sui governi che accettano o non reagiscono contro il piano per un "nuovo Medio Oriente" e non condannano l’aggressività israeliana verso i popoli della regione, gli insediamenti, il muro ed il genocidio contro il popolo palestinese.

Atene, 5 gennaio 2008.

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E’ IN USCITA:

copertinars9

 

Indice

Editoriale

L. Dorato
Comunismo e Comunità. Individuo e Comunità
nella dialettica tra intimo e comune, p. 4

C. Preve
Comunismo e Comunità, p. 28

M. Neri
Razionalità, populismo e trasgressione, p. 40

L. Dorato
Riflessioni sul comunismo e sulla comunità umana:
libertà, doverediritto, proprietà e lavoro, p. 44

G. Petrosillo
Ideologia, Stato, Geopolitica, p. 51

A. Catalano
Hic Rhodus, hic salta. O della necessità di impostare
la questione dell’immigrazione oltre ogni luogo comune, p. 60

G. La Grassa
Povero Marx! Rispettiamo ciò che ha detto, poi ridiscutiamolo, p. 67

M. Tozzato
Abbozzo di una critica del concetto di sostanza di valore in Marx, p. 74

G. Paciello
L’irresistibile discesa di Benny Morris. Un “nuovo” storico
diventato vecchio, anzi razzista, p. 80


M. Brumini
1917-2007: Novanta anni dopo la Rivoluzione bolscevica.
Raccogliere l’eredità, per andare oltre, p. 99

C. Preve
Gianni Vattimo. Un comunista postmoderno?, p. 107

La rivista quadrimestrale Comunismo e Comunità consta di 124 pagine ed ha il prezzo consigliato di 7,50 euro

IL NUOVO MEDIO-ORIENTE, LA CONTINUAZIONE DEL PASSATO COLONIALE CON NUOVI “MANAGERS”

(fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

Professore all’università della California di Berkeley (UC Berkeley – Dipartimento di studi del Vicino-Oriente e di studi etnici), Hatem Bazian ritorna in questa intervista sulla conferenza di Annapolis sul Medio Oriente organizzata dall’amministrazione Bush.

Quale è la vostra opinione sulla conferenza sul Vicino-Oriente che è stata organizzata da Condoleeza Rice il 27 novembre ad Annapolis.

Questa conferenza di un giorno ha mostrato che non c’è molto da aspettarsi. I palestinesi e gli Israeliani si sono già incontrati almeno sette volte per provare a mettersi d’accordo sul comune linguaggio da tenere, senza che nulla di sostanziale si sia concretato per il momento. Condoleeza Rice ha fatto la spola per provare ad avvicinare le due parti, gli Israeliani ed i palestinesi. Perché tale urgenza nelle “ultime ore” dell’amministrazione Bush, mentre gli resta soltanto un anno di mandato? Perché quest’urgenza mentre nel corso degli ultimi sette anni, l’amministrazione Bush ha trattato i palestinesi piuttosto alla leggera e non li ha messi al centro di alcuna iniziativa in Medio Oriente. Se ci si ricorda, dopo il 9 settembre 2001, l‘amministrazione Bush ha creduto che la pace in Medio Oriente, ed in particolare in Palestina, passasse per Bagdad. Era il grande argomento dei neo-conservatori come l’American Entreprise Institute, Dick Cheney, Scura Libby, Donald Rumfeld o anche Paul Wolfowitz. Tutte queste personalità erano convinte che per avere una pace Israeliano-palestinese, occorresse andare in Iraq ed eliminare la minaccia Saddam Hussein. Perché era improvvisamente determinante eliminarlo per ottenere la pace Israeliano-palestinese? Perché con Saddam Hussein uscito di scena, i palestinesi non avrebbero avuto più padrini. Non avrebbero avuto più questa base di sostegno offerta dalle ultime vestigia del nazionalismo arabo, anche se deformato e diluito come era quello di Saddam Hussein. Così i palestinesi sarebbero stati forzati ad accettare la pax americana, américano-Israeliana per il Medio Oriente, accettando di vivere in un territorio palestinese somigliante ad un Bantustan come quelli in Pakistan o in Sudafrica. Ecco dove quest’idea li ha condotti: ad un fallimento totale per quanto riguarda la pace per i palestinesi o nel "grande Medio Oriente". Ora, il nuovo progetto è il "contenimento" dell’Iran. Ricordiamo dell’amministrazione Reagan e della sua politica di doppio "contenimento": occorreva "contenere" il nazionalismo arabo da un lato e dell’altro, il fondamentalismo islamico nella sua forma iraniana, il fondamentalismo sciita. Sono questi i due obiettivi di politica estera dell’amministrazione Reagan che Bush padre e l’amministrazione Clinton hanno ereditato. C’era dunque uno sforzo costante di contenere questi due aspetti: il nazionalismo arabo ed il fondamentalismo islamico, l’insurrezione islamica in Medio Oriente, rappresentata dall’Iran. Oggi, il programma iracheno è a terra ed i neocon fanno "come back" sul tema: "i veri uomini" vanno a Teheran. Si agitano per ottenere un attacco all’Iran. Mirare sull’Iran, continuare il secondo obiettivo, cioè il "contenimento" del fondamentalismo islamico alla testa dello sciismo. In un’altra epoca, gli Stati Uniti sostenevano i taliban. All’inizio, volevano che i taliban riuscissero a creare un conflitto tra i sunniti e sciiti. Il fondamentalismo sunnita contro il fondamentalismo sciita per neutralizzarli, " contenerli" tutti e due. Ciò fa parte di ciò che si chiama la strategia del "contenimento", che consiste nel deviare sistematicamente le risorse del vostro nemico in conflitti secondari. Se il fondamentalismo sunnita affronta il fondamentalismo sciita, le loro energie potranno esaurirsi. Ora che la campagna in Iraq è fallita, occorre contenere l’Iran. Per ciò, occorre costituire una nuova coalizione sunnita. E dunque convincere elementi del mondo sunnita che l’Iran è una minaccia per loro affinché propaghino l’idea che "l’Iran è il nostro principale nemico". Ma per ciò, occorre occuparsi della questione palestinese. Gli Stati Uniti devono trovare il modo affinché l’Iran e le forze progressiste in Medio Oriente non possano ricongiungersi alla causa palestinese né denunciare il fatto che i progetti americani nella regione sono basati sul fallimento e su un’impresa coloniale che continua a svolgersi in Palestina. Allora perché tanto urgenza a proposito di questa conferenza del 27 novembre? Perché si deve chiamare a raccolta questa coalizione e uno degli elementi necessari per Sauditi, Egiziani, Marocchini ed Giordani che vogliono farne parte, è di riorientarsi affinché la questione palestinese sia sostituita nei giornali dal "contenimento" dell’Iran. Soltanto allora potranno fare traballare l’opinione pubblica araba e convincerla a sostenere l’invasione dell’Iran. È la loro ipotesi, la strategia che seguono. Questa conferenza è venuta in un momento critico per l’avanzamento del progetto Israeliano americano per la regione, che è anche quello delle elite arabe.

A proposito del conflitto tra Hamas e Fatah, come avete analizzato questo vertice sul Medio Oriente ed il sostegno reso pubblico ad Abbas contro Hamas? Come Abbas può negoziare la questione palestinese mentre non controlla la metà dei territori e non dispone della legittimità necessaria? Come si è giocato questo conflitto in nella conferenza?

Questo conferenza contiene molti elementi. Uno degli obiettivi è di dare credibilità a Abbas. Gli americani vogliono concedergli un’aria presidenziale. Per ciò, occorre circondarlo di un gruppo di gente importante e fare fotografie. Tutto l’aspetto cerimoniale è là. È per questo hanno auspicato che i principali paesi fossero presenti, come l’Arabia Saudita. Dunque ciò che ho visto, è che provano a costruire un’immagine di Abbas ed allo stesso tempo mettono Hamas sotto pressione nella striscia di Gaza. Come metterle pressione? Riducendo le risorse che entrano. Ma senza tagliare completamente i prodotti alimentari, perché altrimenti la gente finirà per morire di fame. Simultaneamente, bisogna fare in modo che l’Iran non possa approfittarne per aumentare il suo aiuto ai palestinesi, perché altrimenti non ci sarebbero più i mezzi di pressione nei territori. In breve, gli obiettivi della conferenza erano: 1) dare ad Abbas un’aria presidenziale, creare la sua credibilità, dare l’impressione che la Comunità internazionale, questa cosa nuova che si chiama "Comunità internazionale", credesse in Abbas. 2) Garantire risorse per l’autorità palestinese.

I membri del G8 ed i 10 paesi industrializzati sono chiamati a fornire aiuti. La scommessa Israeliano-americana, è che i palestinesi votino in funzione dei loro interessi ed è per questo che sempre più risorse andranno all’autorità palestinese di Abbas mentre si affama l’autorità palestinese di Hamas nella striscia di Gaza. Dopo il vertice, quando Abbas sarà rientrato, gli daranno le chiavi della società palestinese con le risorse e la credibilità. Allora si stringerà ancora il cerchio sui palestinesi di Gaza perché comprendano chi è il capo e come devono comportarsi. Ma ecco, tutto ciò funzionerebbe magnificamente se non esistesse una Comunità di coloni israeliani con le loro idee ed i loro progetti. Per i coloni, lo stesso Abbas, con tutto ciò che rappresenta, è inaccettabile, perché non hanno rinunciato al "grande Israele", cioè una terra senza popolo nel senso letterale del termine. È per ciò che Abigail Lieberman, il vice primo ministro israeliano, pensa che i palestinesi devono tutti "essere trasferiti" dai territori occupati e che esiste già uno Stato palestinese che si chiama Giordania. È il numero due del governo di Olmert. Israele non è dunque pronto ad affrontare i suoi coloni. Ed anche se domani Abbas vendesse i diritti della sua propria madre risponderebbero: "Non è sufficiente." Ciò che vogliamo è che ed i vostri cugini, zii, sorelle, fratelli e tutti prendano le loro borse e che partano per l’altro lato del Giordano. Allora, avremo una soluzione accettabile. Ci sono 530.000 coloni nei territori occupati e sono molto armati. Molti fanno parte delle sorveglianze frontaliere, cioè dell’elite militare israeliana. La società israeliana in generale, ed ancora meno il governo, non possono opporsi a loro perché sarebbe negare l’idea storica del sionismo, del ritorno sulla terra data da dio. È l’aspetto principale della società israeliana, ed anche se i palestinesi scaricassero Hamas e rinunciassero a tutti i loro diritti, resterebbe questo problema al centro della scena.

A proposito della recente manifestazione organizzata in memoria di Yasser Arafat a Gaza, i mass media designavano Hamas quale responsabile delle violenze e riportavano che membri di Fatah gridavano ai militanti di Hamas "sciiti!" Siete sciiti! "Non c’è un modo di trasporre nella politica locale il conflitto sunniti-sciiti che l’impero prova a creare nella regione?"

Prima di rispondere a questa domanda, voglio precisare questo: nel mondo sunnita, in Egitto ad esempio che è sunnita al 99 %, in Giordania, in Arabia Saudita, nello Yemen, in Marocco, in Algeria, in Tunisia ed anche in Malesia e nell’Indonesia, la personalità più popolare è Hassan Nasrallah, il dirigente di Hezbollah, il gruppo sciita libanese. È seguito, in termini di popolarità, dal presidente dell’Iran. Nel mondo sunnita! Negli ambienti popolari si intende, non fra i dirigenti politici. Eccetto il linguaggio problematico che utilizza Ahmadinejad, le sue opinioni sull’olocausto ad esempio sono inaccettabili. Se volesse realmente parlarne, allora avrebbe dovuto organizzare una cerimonia alla memoria delle vittime ed invitare gli ambasciatori europei a presentare le loro condoglianze ed anche iniziare a scusarsi per le crociate. Penso che negando elementi storici dell’olocausto, abbia giocato a favore degli europei anziché sfidarli e distinguere il mondo musulmano dalla storia europea. Penso che sia molto problematico e che sia un errore strategico da parte sua. Ma dopo avere detto ciò, Hassan Nasrallah e Mahmoud Ahmadinejad sono i più popolari per una ragione: sono stati capaci di articolare la sensazione popolare, della strada, del mondo musulmano ed arabo. Denunciano le contraddizioni nelle quali si trovano gli Stati Uniti e l’Europa, ricordano ogni volta che si parla di libertà che c’è un insieme che si chiama Israele che si basa sull’occupazione dei territori palestinesi. Rifiutano di accettare le richieste degli Stati Uniti di riconoscere il diritto di Israele ad avere un potere incontestato nella regione. Denunciano il fatto che, pur proseguendo i loro programmi nucleari, gli Stati Uniti e gli europei chiedono all’Iran di fermare il suo con il pretesto che Israele è molto vicino, e tuttavia nessuno parla di ciò che prepara Israele. Inoltre, Nasrallah ha vinto la guerra dell’estate scorsa. Eccetto forse agli occhi di alcuni a Washington e di alcuni commentatori di Fox News incapaci di riconoscere la realtà quando la vedono, Hezbollah ha inflitto una sconfitta nel Sud del Libano, i cui effetti psicologici sono molto più importanti della sconfitta limitata sul terreno. Israele non è più incontrastato nella sua capacità di infliggere il dolore. Il potere di Israele era incontrastato prima dell’estate 2006 nel senso in cui l’esercito israeliano poteva attaccare dovunque con i suoi aerei senza dovere soffrire alcuna perdita sul suo territorio. Lo sviluppo dei missili a breve e media portata di Hezbollah ha permesso di fare un uguale gioco in termini di capacità ad infliggere il dolore. In una parola, la gravità dei danni psicologici di questa battaglia ha trasformato Hezbollah in una forza più grande, un simbolo della sfida ad Israele nel mondo arabo e musulmano. Hassan Nasrallah è dunque la persona più popolare del mondo arabo e musulmano, sunnita e sciita. Per quanto riguarda le relazioni tra Fatah ed Hamas, è interessante notare che rappresentano in piccola scala la dinamica nel Medio Oriente ed a livello mondiale. Da un lato, Fatah rappresenta l’ "ancien régime" per i palestinesi. Gli ex dirigenti corrotti che lavorano all’interno del quadro delle elite del mondo arabo. Hanno assunto impegni all’interno del quadro israelo-americano-arabo sui conflitti e sul modo in cui la regione deve essere governata e diretta. Sono pronti ad accettare ogni aiuto finanziario per mantenere lo status quo. Di fronte, avete Hamas, che deve anche essere considerato in termini di classe. La forza di Hamas è nei campi profughi, negli strati più bassi della società. I dirigenti di Hamas vengono per lo più dalla striscia di Gaza che non possiede alcuna risorsa. Fanno parte della giovane generazione che vive sotto occupazione, non dei dirigenti della Tunisia come quelli di Fatah. Sono cresciuti chiamando ad un cambiamento nell’ambiente strategico.

Cosa pensate del "nuovo Medio Oriente" che propone l’amministrazione Bush e quale effetto ha ciò sul conflitto tra Hamas e Fatah?

Il "nuovo Medio Oriente" degli Stati Uniti è principalmente una continuazione del passato coloniale con nuovi "managers". Al contrario, Hamas rappresenta un’identità politica particolare. È a volte problematica, ma afferma che c’è un modo diverso, un atteggiamento diverso, una nozione diversa del Medio Oriente che dovrebbe appartenere al suo popolo. Ciò che è avvenuto in occasione della recente manifestazione alla memoria di Arafat a Gaza è sempre incline a varie interpretazioni. Ciò che è sicuro, è che c’è stato un tentativo di modificare il corso delle cose. La conquista del potere da parte di Hamas nella striscia di Gaza è stata considerata come un fallimento da Fatah che voleva riportare la striscia di Gaza sotto le sue insegne. Ma ciò non bastava: occorreva anche che il fallimento di Hamas fosse totale, per non lasciare che il nemico registrasse un successo. E questa necessità di vedere Hamas fallire nel suo governo ha una dimensione più ampia in Medio Oriente. L’Egitto fa fronte ad un forte movimento musulmano. Tutto segnala che se ci fossero elezioni oggi in Egitto, i fratelli musulmani guadagnerebbero voti senza dovere scendere nelle strade. In Giordania, elezioni si terranno l’anno prossimo ed ogni specie di manovre è stata già fatta per assicurarsi che la scelta della gente non sia rispettata. In Africa del Nord, quasi tutti questi i regimi fanno fronte ad una forte identità musulmana e se elezioni libere avessero luogo, l’islam politico vincerebbe. Hamas rappresenta la possibilità di vincere. Senza parlare del loro programma sociale o economico, sono riusciti a farsi eleggere in occasione di elezioni libere e democratiche. Nessuna violenza, non un solo morto durante le elezioni. E se avessero la possibilità di governare, romperebbero con l’apriorismo eurocentrico: improvvisamente, potrebbero pregare e governare. Nel pensiero europeo dal 17° secolo, il problema nel mondo musulmano è che continuano ad essere musulmani e che si aggrappano ad un testo, il corano, che non ha alcun valore. Dunque devono abbandonare il loro pensiero islamico e recuperare il loro ritardo rispetto al pensiero europeo. Il problema, è che non si può mai recuperare, perchè tutto ciò che si fa in questo caso, è trasformarsi in una cattiva imitazione del padrone. E creare una sensazione d’inferiorità nel mondo musulmano. Il conflitto tra Hamas e Fatah mostra ciò che potrebbe avvenire nel Medio Oriente in futuro. Anche l’impiego del termine Medio Oriente è molto problematico. È un termine fabbricato. Nessun abitante del Medio Oriente dice che è del Medio Oriente. Il termine è apparso nella letteratura negli anni cinquanta e sessanta. Prima, si poteva fare parte del mondo musulmano, di ciò che si chiama la penisola siriana o dell’ Africa-del-Nord. Anche l’identità che deriva da un termine politico è incline ad una contestazione tra Hamas e Fatah. Fatah ha scelto la definizione degli americani, degli Israeliani e dei dirigenti politici arabi. Hamas prova ad affermarsi o di riconfigurarsi, in risonanza con la strada, contro il colonialismo, denuncia il "nuovo Medio Oriente", contro i progetti americani nella regione. E quando Fatah utilizza il termine "sciiti" o "iraniani" contro Hamas, è per provare a privare Hamas della sua legittimità affermando che sono gli agenti di poteri esterni. Ma è altresì interessante notare che dicendo che i membri di Hamas sono "sciiti", cosa che non è peggiorativa – gli sciiti sono parte dei 1400 anni di tradizione islamica – provano ad utilizzare ancora una volta gli iraniani contro gli Arabi. C’è una vecchia rivalità tra gli Arabi ed i persiani. Dunque dicono "voi siete gli agenti degli iraniani", gli agenti di quelli che sono considerati come Hawari, cosa che nella terminologia storica islamica significa "coloro che si ribellano contro l’autorità religiosa". Dire "siete sciiti", è dire "voi avete fatto parte di quelli che si sono rivoltati contro i dirigenti legittimi del terzo califfato di Oman, come del quarto califfato di Ali." Dunque provano a mescolare il contesto politico attuale con commenti storici, teologici e religiosi per togliere ad Hamas i suoi riferimenti religiosi. Hamas è un movimento sunnita e non sciita e ciò che Fatah prova a fare è delegittimarli completamente dicendo che non sono più i custodi della rivoluzione ma soltanto gli agenti dell’Iran nella regione. E’ questo pone una questione: in Medio Oriente, di chi è meglio essere l’agente, degli Stati Uniti e di Israele o dell’Iran? Fatah dovrà rispondere.

A proposito della rivalità tra Hamas e Fatah, si sono viste migliaia di persone nelle strade per onorare la memoria di Arafat in un luogo in cui Hamas ha vinto le elezioni. Come possono allo stesso tempo manifestare il loro attaccamento ad Arafat e riconoscere Hamas come la nuova forza politica?

Penso che Yasser Arafat sia un simbolo nazionale. Attraversa le frontiere politiche. Poca gente sa che ha mosso i suoi primi passi presso i fratelli musulmani in Palestina. È stato membro dal 1947 fino alla fondazione del suo movimento, nel 1956 (alcuni lo situano nel 1958). L’essenziale dell’appoggio che ha ricevuto all’inizio proveniva da al-Lkhwan, il movimento dei fratelli musulmani. Più tardi, ha preso le distanze. Ma conservava un legame storico con i fratelli musulmani ed è forse ciò che gli permetteva di giocare sui due lati simultaneamente. Era padrone dell’equilibrio dei poteri. È una figura nazionale. Si può dire che è il padre della società politica palestinese, con i problemi che pone, e ci sarebbe di che parlarne. Gente di ogni affiliazione politica è uscita per onorare la sua memoria perché rappresenta quest’identità nazionale ed ha lavorato duro per essa. Avrebbe potuto diventare uno degli individui più ricchi del golfo. Era ingegnere, lavorava nel golfo in un’epoca dove nessuno aveva lavoro. Ciò andava già bene per lui. Ha lasciato ciò per lanciare il movimento rivoluzionario palestinese. Ha lottato durante una cinquantina di anni. Non è stupefacente che un grande numero di gente sia uscito per rendere omaggio a lui. Abbas e Fatah vogliono utilizzare la sua memoria dicendo: "difendiamo la sua memoria e la sua rivoluzione". Penso che Abbas si troverà in una situazione molto difficile perché Arafat ha detto "no" a Camp David. Dunque la memoria di Arafat è anche una memoria politica perché dicendo "no", ha stabilito un limite massimo e uno minimo. Abbas non può accettare ciò che Arafat ha rifiutato senza avere l’aria di vendere la sua memoria. Penso che Abbas sia pronto a firmare qualsiasi tipo d’accordo che gli garantisca il salvataggio politico a lui e a quelli che lo circondano. Fatah prova a rigenerarsi utilizzando Yasser Arafat come punto d’adesione. Mahmoud Abbas non può neppure raccogliere 10 membri della sua famiglia attorno a lui, ma se utilizza Yasser Arafat, potrebbe forse giungervi. La realtà politica che deve affrontare Fatah in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, è che il cambiamento politico nella società palestinese ha già avuto luogo. Se si va a vedere tutte le elezioni nei territori occupati dal 1991 in poi e forse anche prima del 1988, con le prime elezioni, (si trattava d’elezioni di studenti e locali), ciò che si scopre è un movimento regolare che va dall’ OLP verso Hamas. A volte, Hamas era in coalizione con la FPLP e la FDLP contro Fatah. Questo cambiamento nella classe politica palestinese ha già avuto luogo. Ciò che Fatah prova a fare, è di impedirne la trasformazione completa. Ma è una battaglia persa, perché si sono posti a rimorchio degli Stati Uniti ed d’Israele. Ma gli Stati Uniti li scaricheranno alla prima occasione. Quanto agli Israeliani, la sola cosa che interessa loro, è un capo di piantagione, e non il membro di un movimento di liberazione. Infine, si sono messi anche a rimorchio dei Giordani, degli Egiziani e dei Sauditi. E così si installano in una struttura a livello locale ed internazionale che è già screditata. Direi che se gli Stati Uniti sono incapaci di proporre loro una soluzione giudiziosa il 27 novembre, i giorni politici di Fatah sono contati. Se non propongono nulla sul diritto al ritorno, sugli 11.000 prigionieri politici, su Gerusalemme per i palestinesi e sulle frontiere del 1967, non potranno ritornare ai palestinesi e dire: "sapete che, abbiamo firmato un accordo che somiglia ad una piantagione. Potete avere patenti di taxi, avrete il diritto a raccogliere le vostre immondizie, e nulla più”. Scommetto che gli Israeliani e gli americani non sono pronti a cedere su nulla. Gli Israeliani certamente non faranno concessioni per George Bush. È un’anatra zoppa che lascerà tra 11 o 12 mesi. Perché scommettere su di lui? Ciò che Bush vuole forse, riguardo ai suoi fallimenti, è entrare nella storia con un successo, qualunque esso sia. E se vuole attaccare l’Iran, ha bisogno di ciò. Non penso che gli Israeliani abbiano intenzione di offrire una strategia d’uscita agli USA, anche nella questione Israeliano-palestinese.

Note

Intervista di Claire Liénart (giornalista indipendente) e Ramon Grosfoguel (professore a Uc-Berkeley).

Hatem Bazian è un universitario palestino-americano. È professore nei dipartimenti di studi del Vicino-Oriente e di studi etnici all’università della California di Berkeley (UC Berkeley). Insegna al Boalt Hall School of Law, ed anche al UC Berkeley. Istruisce corsi sulla legge e la società islamiche, l’islam negli Stati Uniti, gli studi religiosi e gli studi del Medio Oriente. Oltre a Berkeley, il professore Bazian insegna anche studi religiosi al Saint Mary’s college della California ed è consulente del centro di religione, politica e mondializzazione del UC Berkeley e Zaytuna Institute. Originario di Naplouse, nella Palestina storica, è immigrato negli Stati Uniti per proseguire studi superiori dopo avere terminato l’istituto universitario ad Amman, in Giordania. Ha ottenuto una doppia licenza in relazioni internazionali ed in comunicazione nell’università dello Stato di San Francisco (San Francisco State University) pur preparando un corso in relazioni internazionali prima di installarsi al UC Berkeley per completare un dottorato in filosofia e studi islamici. L’editorialista conservatore David Horowitz considera il professore Hatem Bazian come uno dei professori più pericolosi degli Stati Uniti a causa di ciò che ritiene essere opinioni antiamericane

Fonte: Oumma.com

 

IL VERTICE DI ANNAPOLIS PER COMPENSARE LA SCONFITTA ISRAELIANA IN LIBANO

(fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

 

Intervista ad Abu Imad Al-Rifai, rappresentante del movimento della Jihad islamica in Libano

Cirepal: Oggi, si completa il vertice organizzato dagli Stati Uniti ad Annapolis. Come giudicate questa riunione?

Abu Imad: In nome di dio, molto clemente, molto misericordioso la riunione di Annapolis può inizialmente essere considerata come una tappa delle rinunce e delle concessioni arabe, ed una nuova fase di disimpegno del mondo arabo verso la questione palestinese, cosa che è del resto lo scopo degli Stati Uniti e dell’entità sionista. La riunione di Annapolis interviene in un nuovo clima vissuto dalla regione, dove la politica di Bush incontra difficoltà e fa fronte ad una crisi politica e militare, militare in Iraq ed in Afganistan, laddove è palese l’incapacità di trovare una soluzione o una formula per la questione palestinese. L’amministrazione americana, che fa fronte ad una crisi politica e militare nella regione, vuole trovare una scappatoia attraverso la questione palestinese, con una formula, che può imporre il nuovo Medio Oriente grazie allo smantellamento della regione, le guerre civili interne, etniche, religiose, nazionali e confessionali. Inoltre, l’amministrazione americana desidera trasmettere, alla fine del mandato di Bush, un dossier ai repubblicani a dimostrazione che le acquisizioni sono state realizzate, in particolare nel conflitto arabo-sionista. La cosa più grave, nel vertice di Annapolis, è che gli Stati Uniti vogliono ricompensare Olmert e risarcire la sua sconfitta nella guerra del luglio-agosto 2006, dove l’esercito israeliano ha subito una sconfitta importante in Libano. La politica israeliana e la politica americana hanno subito una sconfitta, in una battaglia in cui i popoli hanno provato, in particolare i resistenti, che sono capaci di assestare un duro colpo all’esercito israeliano, lontano dal ruolo o dalla forza ufficiale araba, sia a livello politico che militare. Il campo ufficiale arabo non è stato implicato, né militarmente né politicamente, nel sostegno alla resistenza. È ciò che segnala che la resistenza ed i popoli della regione possono realizzare successi contro il progetto américano-sionista. Bush vuole ripagare Olmert per questa sconfitta aprendogli le porte delle capitali arabe ed islamiche invitate a normalizzare le loro relazioni con l’entità sionista. È l’aspetto più grave del vertice di Annapolis: la mobilitazione araba, il decoro arabo ad Annapolis, falso timoniere di una concorrenza sleale sulla questione palestinese, diviene il corteo funebre della questione palestinese alla quale partecipano i regimi arabi ed islamici. Il vertice di Annapolis è un passo nella direzione della liquidazione della questione palestinese, un passo in direzione della normalizzazione delle relazioni, con l’ordine ufficiale arabo, con lo Stato sionista, un passo in direzione dell’accerchiamento della resistenza, in Palestina e nella regione, per consolidare ciò che chiamano la linea moderata, per fare fronte al progetto della resistenza nella regione, che si estende verso l’Iran, la Siria, la Palestina ed il Libano. Ma, a nostro parere, il vertice di Annapolis riguarda anche un altro obiettivo: mobilitare l’ordine arabo ufficiale, come è accaduto in occasione dell’aggressione contro il Iraq nel 1991, sotto il pretesto dell’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq. Oggi, si tratta di mobilitare l’ordine arabo ufficiale per coprire una nuova aggressione degli Stati Uniti e dello Stato sionista contro l’Iran. Sono i pericoli che si presentano con la conferenza di Annapolis.

Ma cosa essa è riuscita ad ottenere e cosa vogliono realmente gli Stati Uniti? Essa ha piuttosto rivelato la situazione dell’ordine arabo ufficiale dinanzi ai suoi popoli. Le proteste che hanno attraversato tutte le capitali arabe segnalano che i popoli vanno in una direzione, mentre i regimi ed i governatori vanno in un’altra, e che le pratiche dei regimi non hanno nulla a che vedere con le speranze dei popoli arabi e musulmani. Cirepal: La riunione di Annapolis non cerca anche di coprire un’aggressione contro la striscia di Gaza?

Abu Imad: Mahmoud Abbas, che ha completamente ignorato le sofferenze del nostro popolo ed il blocco imposto sulla striscia di Gaza, volendolo aggravare, parla di "oscurantisti" nella striscia di Gaza per dare semaforo verde all’aggressione contro la striscia di Gaza. L’istituzione militare israeliana prepara tale aggressione, tutti i dati la indicano, ma come gli Israeliani si lanceranno in questa direzione?

Penso che la posizione ufficiale del sig. Abbas sia in modo o in un altro, una copertura a quest’aggressione e la posizione araba ufficiale sarà di accordare una copertura a Olmert ed ad Israele per quest’aggressione, che mira ad eliminare i movimenti della resistenza nella striscia di Gaza, ed in particolare il movimento di Hamas, che è considerato da loro come un movimento oscurantista e putschista. C’è molta preoccupazione a proposito di una copertura palestinese ed araba ufficiale, per lanciare un’aggressione o un’invasione di grande portata sulla striscia di Gaza. Ma d’altra parte, gli Israeliani sanno perfettamente che un’avventura nella striscia di Gaza non è una passeggiata, c’è una resistenza e questa è decisa a scontrarsi con loro. La volontà popolare in Palestina, ed in particolare la volontà della resistenza nella striscia di Gaza, può ostacolare la forza militare, come è accaduto nel sud del Libano. Alla fine dei conti, cosa il vertice di Annapolis potrà realizzare di ciò che Bush desidera? “Ridorare” la sua immagine nella regione, imporre una nuova visione o una nuova sovranità sulla regione, smembrare il nuovo Medio Oriente, può ridargli lustro anche all’interno degli Stati Uniti, sarà così capace di lanciare un attacco, anche con l’allineamento arabo, contro l’Iran? A mio parere, la situazione non è così semplice. La conferenza di Annapolis è, dal nostro punto di vista, nata morta e lo resterà, la posizione israeliana sarà la prima a farla fallire, le dichiarazioni israeliane prima e dopo la conferenza segnalano che questa conferenza è un fallimento, i palestinesi non possono realizzare le loro speranze, anche dal punto di vista di Mahmoud Abbas. Penso che tutto quello che può raggiungere questa conferenza, è lo scambio di una stretta di mani tra alcune delegazioni arabe e gli Israeliani. Si tratta di un inizio per futuri contatti, è il massimo che può realizzare in questa conferenza. È per questo che, per noi, la conferenza è fallita poiché non è stata in grado di fare avanzare la rivendicazione del popolo palestinese. Inoltre, le colonie sono là e non sono state messe in discussione, né al-Quds, né le frontiere, né i profughi. Su cosa negozieranno? Dove va l’autorità palestinese? Cosa possiamo aspettarci in questa situazione di intestardimento americano, completamente allineato alla parte israeliana? Penso che Israele non regali nulla e non regalerà nulla. Né gli Stati Uniti, né l’Europa faranno pressione sugli Israeliani, Israele è nel grembo dell’amministrazione americana, che vuole, per il suo interesse, mantenere Israele come principale forza nella regione, come alleato strategico che aiuta gli Stati Uniti a predominare e ad accaparrarsi i beni e le risorse di questa regione araba ed islamica.

Cirepal: Di fronte ad Annapolis, l’Iran ha chiamato le organizzazioni palestinesi ad una riunione. D’altra parte riunioni sono in corso di preparazione. È utile rispondere alla conferenza di Annapolis o occorre prendere l’iniziativa e anticipare la questione di fondo, la riorganizzazione interna della situazione palestinese?

Abu Imad: Come ho detto, il fallimento della conferenza di Annapolis viene dall’atteggiamento israeliano, che non è pronto a dare nulla ai palestinesi. Israele non è pronto a discutere di questioni essenziali che sono costanti per i palestinesi. In realtà, lo scopo della conferenza di Annapolis non è di regolare la questione palestinese, ma aprire la via alla normalizzazione delle relazioni tra l’ordine arabo ufficiale e l’entità sionista. D’altra parte, l’opposizione alla conferenza di Annapolis è cominciato, secondo me, prima  ancora della sua tenuta, con il movimento della strada, le posizioni politiche espresse da tutte le forze ed organizzazioni palestinesi, le parti arabe, le istituzioni, associazioni o sindacati arabi che hanno suonato la campana d’allarme rifiutando le concessioni supplementari e l’arretramento di fronte all’entità sionista. D’altra parte, come popolo palestinese e movimenti di resistenza, faremo fronte a questo progetto, raccogliendo le nostre forze, sul piano politico o con la resistenza. La prosecuzione della resistenza è un diritto legittimo che non può essere rimesso in discussione, è la prosecuzione della resistenza che affermerà il diritto dei palestinesi sulla Palestina, essa svelerà anche gli accordi e coloro che li firmano, poiché la resistenza nel quadro dell’occupazione israeliana, è legittima, nell’ambito della spoliazione della terra, la costruzione del muro, la confisca delle terre ad al-Quds ed in Cisgiordania, la costruzione delle colonie, del mantenimento di 6 milioni di palestinesi esiliati lontano dalla loro patria, dispersi nei paesi del mondo, è questo diritto che la resistenza manterrà vivo perché ne ha le capacità. Per quanto riguarda la conferenza a Teheran, l’invito lanciato dalla repubblica islamica dell’Iran è un gesto importante nel momento in cui il sistema arabo corre verso Annapolis volendo tagliare i legami tra la questione palestinese e la questione araba. Interviene per rimettere la questione palestinese nella sua posizione normale, affermando che la questione è quella degli Arabi e dei musulmani. Quando l’Iran chiama ad una conferenza a Teheran, nonostante tutte le pressioni e le vessazioni sulla repubblica islamica, vuole significare che se i paesi Arabi abbandonano questa causa, il mondo musulmano si deve legare maggiormente ad essa poiché è la causa dei popoli arabi e dei musulmani. Questa causa non è soltanto sacra per i palestinesi, lo è anche per gli Arabi ed i musulmani, come pure per tutti gli uomini liberi di questo mondo. Così, il ritorno della questione nel suo posto naturale, il mondo musulmano, è ciò che abbiamo per ambizione.

Cirepal: ciò vuol dire, d’altro canto, la conferma ed il consolidamento del campo della moderazione di fronte al campo dell’estremismo. Se l’Iran adotta una conferenza antitetica, sposa questa divisione. Sul piano palestinese, l’autorità palestinese ha iniziato ad agire secondo quest’equazione, e la sua enfasi può rappresentare una catastrofe per il popolo palestinese, in particolare nei territori occupati.

Abu Imad: Effettivamente, la posizione palestinese è divisa da Oslo, ed anche da prima. C’è una divisione chiara tra quelli che hanno scelto l’accordo di Oslo e coloro che hanno scelto la resistenza. Questa divisione è naturale, poiché i palestinesi sono interessati dal progetto di regolazione dei conflitti, ma altre forze ed organizzazioni hanno adottato la via della resistenza. È una realtà, ma il problema si pone quando questo conflitto politico si traduce in conflitti in loco, nello scontro armato, dovremmo fare in modo che questo conflitto politico non si traduca con un conflitto armato sul campo. Il conflitto politico esiste, e rimarrà poiché l’intesa tra le due correnti non è possibile, uno si proclama pronto a recuperare tutti i suoi diritti, anche per mezzo della resistenza, ed un altro afferma di essere pronto a fare concessioni per recuperare ciò che resta. È una logica che rifiutiamo. Dunque, il conflitto politico esiste, abbiamo dei punti di vista divergenti, la divisione tra palestinesi esiste, ma secondo me, di fronte agli Stati Uniti che provano a mostrare che nella regione, c’è una corrente della moderazione che occorre consolidare ed una corrente estremista da abbattere, chiediamo: dove sta il popolo? Chi sostiene il popolo, la corrente della moderazione nella regione o la corrente estremista? Penso che i popoli arabi e musulmani, in caso di sondaggio, affermeranno in più dell’80% che sono dalla parte della resistenza.

CIREPAL (Centre d’Information sur la Résistance au Liban)

28 novembre 2007

 

I RAPPORTI TRA IL GOVERNO AMERICANO E LA LOBBY ISRAELIANA

(FONTE: Geostrategie.com, trad. G.P.)

 

Abdel-Alim Mohamad, politologo e membro del centro studi politici e strategici (STOCK) di Al-Ahram, ritiene che le relazioni tra gli Stati Uniti e la lobby israeliana non saranno mai influenzate. Intervista.

Al-Ahram Hebdo: Innanzitutto, come definite la lobby sionista e quale è la sua importanza secondo voi?

Abdel-Alim Mohamad: la lobby sionista negli Stati Uniti è composta da organizzazioni e gruppi di pressione che esercitano un’influenza finanziaria, culturale, politica ed ideologica. Questa si manifesta soprattutto in tre ambiti fondamentali, cioè quello dell’ideologia, strategica e politica, quello della ricerca, scientifica e tecnologica, ed infine quello finanziario, banche ed affari. È da qui che deriva la sua importanza

E’ la lobby israeliana che influenza la politica estera americana o l’opposto?

A: Esistono due pareri diversi sulla questione. Per alcuni, è impossibile che una semplice rete come una lobby possa influenzare un paese così potente come gli Stati Uniti, soprattutto perché non è l’unica lobby esistente nel paese, ma ne ce ne sono molte altre, come quella ispanica. Allora perché questa avrebbe tutto questo potere? Per altri, la lobby sionista possiede realmente un grande potere attraverso il quale può influenzare la politica estera americana. Questi assicurano anche che la presenza di questa lobby negli Stati Uniti è una garanzia per la prosecuzione del flusso petrolifero e la sottomissione degli stati arabi.

E voi quale tra questi due punti di vista sostenete?

A: Penso che ciascuno dei due campi eserciti un’ influenza sull’altro. Senza alcun dubbio, gli Stati Uniti non sono uno Stato facile da trattare, ma allo stesso tempo, la lobby israeliana non è come tutte le altre. Poiché possiede caratteristiche specifiche diverse. Ha la possibilità di intervenire nelle tre sfere fondamentali che possono toccare facilmente la politica americana. Ciò che è sicuro, è che né gli Stati Uniti né gli israeliani sono degli ingenui. Ciascuno di questi due campi sa molto bene dove trovare il suo interesse e non accetterà mai che sia messo in discussione.

Per quale ragione gli Stati Uniti sostengono questa lobby contro gli Arabi? E’ nel loro interesse farlo?

A: La questione è sempre stata posta e tuttavia non ha mai trovato risposte. L’interesse degli Stati Uniti nei confronti degli arabi è ovvio, poiché rappresentano la più grande fonte d’energia del mondo. Forniscono all’America un petrolio di alta qualità ed a prezzi abbastanza bassi, senza certamente dimenticare i grandi investimenti arabi negli Stati Uniti. Questa lobby è quella che spinge per una guerra contro l’Iran e conduce anche una campagna contro Al-Baradei il quale ha dichiarato di non avere trovato prove per condannare questo Stato. La posizione degli Stati Uniti è realmente inspiegabile.

Questa relazione non può essere influenzata dai  recenti fatti di spionaggio?

A: La relazione tra i due è sempre stata eccellente e ben armonizzata. Fatti di questo tipo difficilmente possono modificarla, soprattutto dopo l’11 settembre, con le due parti che si sono raccolte attorno ad alcuni principi come lo spregio degli Arabi e dei musulmani guardati come fossero la fonte di ogni distruzione e del terrorismo sulla terra. Dunque, non occorre attendersi che questa relazione cambi anche leggermente. Sì, ma recentemente, molti intellettuali americani hanno criticato le azioni di questa lobby come Steven Walt e John Mearsheimer. Cosa ne pensate?

A: Penso che ciò sia dovuto a molti fattori. In primo luogo, l’opinione pubblica non sopporta l’influenza negativa di tale lobby sulla sua politica estera che è stata implicata in molte questioni. In secondo luogo ci sono i media che giocano un ruolo fondamentale e che aiutano a trasmettere al cittadino americano l’immagine reale di ciò che accade attorno a lui. È ciò che ha spinto questi due autori a criticare la lobby israeliana nel loro studio. C’è anche il ruolo che svolgono le reti internazionali di solidarietà con la Palestina che ha potuto dimostrare l’immagine reale degli Israeliani.

Si tratta dunque dell’inizio di una maggiore lucidità degli americani?

A: Sì, perché no? Ma non occorre neppure aspettarsi un effetto immediato. Occorre un grande sforzo, ed a lungo termine.

Fonte: Al-Ahram Hebdo Semaine dal 14 al 20  novembre 2007, numero 688

 

APPELLO PER GAZA (INOLTRE SUL SITO RIPENSAREMARX.IT UN LUNGO ARTICOLO DI G. PACIELLO SULLA QUESTIONE PALESTINESE)

www.gazavive.com

info@gazavive.com

Firma subito anche tu!


Con la pubblicazione di questo appello prende il via la campagna di solidarietà con il popolo palestinese, per la fine dell’embargo a Gaza.


La mostruosità dell’azione genocida di Israele diventa ogni giorno più evidente: soltanto due giorni fa il governo sionista ha fatto la sua dichiarazione di guerra definendo Gaza come “entità nemica”.

Finora la risposta a questa enormità è stata debole.


Con questo appello ci prefiggiamo di rompere il silenzio, di chiamare le cose con il loro nome, ma soprattutto di creare le condizioni per poter sviluppare una vera azione di solidarietà politica con il popolo palestinese in un frangente così grave.


L’appello vuole dunque essere solo il primo passo di una campagna, che ci auguriamo di riuscire a costruire insieme a tutti i soggetti disponibili.


La raccolta di firme che iniziamo da oggi è dunque estremamente importante: ogni firma non solo avrà un grande significato politico, ma sarà anche una spinta ad andare avanti con l’iniziativa per renderla più ampia ed incisiva.


Ci rivolgiamo quindi non solo a tutti quanti appoggiano la lotta di liberazione del popolo palestinese, ma a chiunque avverta l’insopportabilità dell’ingiustizia perpetrata nei confronti degli abitanti di Gaza.


La prima cosa da fare è sottoscrivere l’appello, la seconda è quella di diffonderlo con tutti i mezzi, la terza è quella di costruire insieme le prossime tappe della mobilitazione.


Tutte le firme devono essere inviate a info@gazavive.com


e verranno pubblicate su www.gazavive.com


Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario.

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GAZA VIVRA’

Appello per la fine di un embargo genocidi


Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione israeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.

 
Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell’esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali — ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l’annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.


Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l’Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.


Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.

Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.

Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l’illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.


Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.


Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!


Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.


Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:

  1. Rompa l’embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;
  2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza;
  3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;
  4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.