La grande coalizione

italia_a_pezzi

 

Angelo Panebianco è un noto politologo  che ha probabilmente perso lo “smalto” necessario per essere ancora un saggista “alla moda” ma soprattutto è uno dei tanti corifei dei poteri dominanti che quando scrive su un quotidiano di grande diffusione e prestigio ha il preciso compito di raccontare alle masse, soprattutto quelle “semicolte”, ciò che è necessario in relazione alle finalità che certe elitè si prefiggono. Francamente, anche se a volte è inevitabile, risulta del tutto inutile prendersela con questi personaggi; essi fanno il loro mestiere, un mestiere servile ma ben remunerato. Riallacciandomi all’intervento di La Grassa di qualche giorno fa credo si possa senz’altro considerare, tra gli scenari che si possono prevedere per le elezioni politiche del 2018, quello che vede lo strutturarsi di quattro ( o molto difficilmente cinque) gruppi in lotta per accaparrarsi i voti e quindi i posti in parlamento. Berlusconi continua a tessere la tela per costruire una alleanza con FDI, la Lega ed eventuali forze similari di destra mentre il Movimento 5 Stelle continuerà a presentarsi da solo. Tutto ciò nella prospettiva, che possiamo dare per quasi certa, la quale prevede una nuova legge elettorale con la possibilità per i partiti di coalizzarsi ma senza premi di maggioranza per quella vincente. Nel “centrosinistra” il PD dovrà presentarsi da solo, anche se in questo modo alcune forze di centro ( Alfano, Casini e altri), che potrebbero risultare molto utili nel panorama postelettorale, rischiano di non raggiungere un quorum accettabile. Sicuramente Renzi e Berlusconi stanno cercando una soluzione per questo nonostante che anche l’alternativa di aggregare la lista di centro a quella di destra appaia poco praticabile perché risulterebbe inaccettabile per il “popolo” della Lega e di Fratelli d’Italia che già sentono, a livello immediato e quasi “di pancia”, che Berlusconi si sta preparando a “fregarli”.  Il Movimento dei Democratici Progressisti si presenterà assieme a (coalizzata con)  Sinistra Italiana che potrebbe inserire nelle sua lista anche qualche esponente di residuali gruppetti ormai in dissoluzione tra i quali spicca per “in-fauste glorie” passate Rifondazione Comunista. Questa alleanza di “sinistra” spera di assorbire almeno una parte dei voti “di protesta” che nelle passate tornate elettorali si sono orientati verso i pentastellati. Naturalmente le tre maggiori “forze” politiche: Movimento 5 stelle, Pd e coalizione di destra, durante la campagna elettorale digrigneranno i denti e cercheranno di differenziare, vendendo fumo, le loro proposte programmatiche il più possibile per far credere alla gente di avere delle “idee” e addirittura un progetto. Alla fine i vincitori diranno naturalmente che la situazione è difficile, anche se non disperata, e che bisognerà essere pragmatici e tener conto del contesto internazionale. E in un certo senso è proprio così perché un cambiamento di direzione nella politica italiana potrebbe essere causato solo da importanti nuove dinamiche globali e/o dall’accentuarsi della crisi europea e mondiale. Che cosa può scrivere  il professor Panebianco sul Corriere della Sera (12.03.2017) in un contesto simile ? Può soltanto negare ciò che ormai appare evidente a tanti, a troppi:

<< Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle. In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare>>.

Ma il Pd “renziano” o “orlandiano” si presenta come un partito “moderato” che pensa di poter aiutare l’Italia dando prima di tutto supporto alle imprese e chiedendo sacrifici ai lavoratori e ai pensionati perché nel “lungo periodo” (nel quale, come ricordava Keynes, alla fine siamo tutti morti) ne trarrebbero anche loro un giovamento. E Forza Italia ha ormai assunto un ruolo e una immagine che, nonostante le sceneggiate elettorali che verranno presentate ai “grulli”, rende assolutamente non-innaturale   la “grande coalizione”. Lasciamo perdere poi la fregnaccia che per governare ci vorrebbe il settanta-ottanta per cento mentre ci sembra che si possa aggiungere anche un’altra bella considerazione. Il Mov. Dem. Progressisti  in cambio di qualche piccolo contentino, tipo dei provvedimenti di sostegno “vagamente” sociale per i meno abbienti,  potrebbe diventare un utile supporto “esterno” per un “grande centro” alla cui guida ci fosse saldamente il PD. E per quanto riguarda le presunte differenze programmatiche persino il sociologo Giuseppe De Rita in un articolo (Corriere – 13.03.2017) si dimostra piuttosto scettico:

<<In primo luogo perché anche il termine «programma» è invecchiato quasi quanto «riforma». In secondo luogo perché i programmi si riducono spesso ad elenchi di parole programmatiche, avvertite ormai dai più come stanche ed inerti. In terzo luogo perché i cittadini non amano più i grandi quadri di sintesi del presente e di previsioni di futuro, perché ne vedono i rischi di retorica intenzionalità a lungo termine, mentre avvertono la diffusa esigenza di interventi specifici. E infine perché non disponiamo di una generale interpretazione politica del periodo che stiamo attraversando, cui obbligatoriamente ogni programma deve ispirarsi. Chi ha visto e scritto i tanti, troppi piani del passato (per la ricostruzione post-bellica, per il riscatto del Mezzogiorno, per la crescita del sistema scolastico, per lo sviluppo dell’agricoltura, per il sostegno alla competitività dell’industria, ecc.) sa che ognuno di essi poggiava su una valutazione politica della dinamica socioeconomica del periodo in cui venivano redatti e pubblicati. Come si declina oggi quel riferimento? Un po’ tutti, da sinistra a destra e viceversa, sembrano affascinati dal riferimento alla centralità della lotta alla povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; così tutti si lanciano a definire la platea dei potenziali destinatari di tale lotta: selezionandone i livelli e i territori; inventando formule mediaticamente prensili (salario o lavoro di cittadinanza); stendendo tabelle e infografiche per far capire cosa si intende fare; mettendo a fuoco le risorse finanziarie e le strutture organizzative necessarie >>.

In un quadro generale comune di ricerca delle condizioni per sostenere il tenore di vita della “gran massa” della popolazione si tratterà quindi, per ogni forza politica, di cercare di accattivarsi la “benevolenza” di alcuni gruppi sociali rispetto a altri e quindi di rafforzare e incrementare le proprie quote politico-elettorali di mercato.

POLITICA, MERCATO E NEOREPUBBLICANESIMO. OSSERVAZIONI SU UN ARTICOLO DI A. PANEBIANCO

 

Sul Corriere della Sera del 25.09.2011 Angelo Panebianco parla del problema del rapporto tra economia di mercato e potere politico dopo l’esplosione della crisi globale nel 2008. A tale proposito così si esprime il politologo:

<<La crisi globale ha favorito il ritorno di antichi pregiudizi ostili al capitalismo: in nome di una democrazia «virtuosa» e «partecipativa» si punta a restaurare la gerarchia del comando pianificato per mettere sotto controllo i «vizi privati» della società civile. È pertanto preoccupante ciò che la crisi economico-finanziaria sta provocando: le sempre più numerose invocazioni di un ritorno alla Politica con la p maiuscola, del recupero di un comando politico pienamente sovrano contro quella «anarchia dei mercati internazionali» che avrebbe dominato e permeato il mondo, le nostre vite e le nostre menti nell’ ultimo trentennio.>>

Panebianco osserva che – dopo il fallimento del comunismo storico e del modello dell’economia pianificata – i critici del capitalismo si stanno orientando in buona parte verso una antica e illustre tradizione del pensiero occidentale nota agli studiosi come «repubblicanesimo». Egli aggiunge anche che

<<il neorepubblicanesimo trae le sue fonti di ispirazione e i suoi modelli da precedenti storici (idealizzati) quali la repubblica romana, i comuni medievali, le repubbliche italiane rinascimentali>>.

Sembra proprio che dall’individuo consumatore, produttore e “speculatore” si voglia passare (o ritornare) al cittadino “virtuoso” e in un gioco di schematiche contrapposizioni si confrontano tra loro – nel nome dell’ideologia repubblicana –  la democrazia e il mercato, il comando politico e l’ anarchia economica, la pubblica virtù e i vizi privati, il bene comune (così come è definito dalla politica)  e i gretti, egoistici, interessi individuali. Secondo Panebianco il neorepubblicanesimo avrebbe l’ambizione di sostituire, per certi aspetti, il  socialismo, ormai in declino,  riproponendo in maniera diversa pulsioni e miti anticapitalistici a cominciare dalla finanza-farina del Diavolo fino alla demonizzazione delle lobbies economiche-politiche  e della globalizzazione.  Ma, ribatte il politologo, non c’è

<<democrazia senza mercato (anche se ci può essere mercato, Cina docet, senza democrazia), la finanza è il lubrificatore necessario dell’ economia, la globalizzazione non è altro che la dinamica proiezione transcontinentale di legami economici, sociali, culturali e le lobbies, infine, sono l’ inevitabile anello di congiunzione fra gli interessi generati dal mercato e la politica democratica>>.

Le obiezioni di Panebianco sono realistiche ma fino ad un certo punto, nella sua impostazione c’è una certa sottovalutazione del primato – non proclamato ma “reale”, fattuale- della politica sull’economia. Egli considera le lobbies, i gruppi di pressioni, come emanazioni della sfera economica che fanno presa sulla politica; al contrario, i gruppi di pressione, risultano essere una derivazione di gruppi costituitesi nella sfera politica che “giocano” le loro partite e i loro conflitti con i mezzi dell’economia e con gli strumenti forniti dal sistema politico e dagli apparati dell’ideologia. Ha un senso, parziale, anche l’altra considerazione dell’editorialista riguardo al fatto che non sempre mercato risulta essere sinonimo di anarchia e disordine e il comando politico, invece, di ordine e gerarchia, ma questo dall’autore dell’articolo non viene spiegato perché la validità dell’assunto può essere intesa solo se si comprende il ruolo della razionalità strategica che viene applicata al conflitto per la supremazia. Così il disordine può essere il sintomo endemico di un conflitto che non trova sbocchi per l’incapacità di una parte di imporsi sulle altre, come anche il risultato di una determinata opzione strategica di una potenza che vuole mettere in difficoltà gli avversari alimentando il caos. E, comunque, lo stesso Panebianco è costretto ad ammettere, controvoglia, alcune evidenze quando scrive:

<<Uno dei drammi della democrazia è che la retorica democratica obbliga i governanti – se non vogliono perdere le elezioni – a fingere, di fronte al pubblico, sicurezze che non possiedono, a dare a intendere di avere risposte chiare, che non hanno affatto, per le sfide e i problemi che dobbiamo fronteggiare. Guardate alla crisi attuale. Non c’ è governante (da Obama alla Merkel, da Sarkozy a Cameron a Berlusconi) che non cerchi di fare credere ai propri elettori di sapere esattamente cosa sta facendo e quali conseguenze benefiche ne deriveranno. Il che significa, semplicemente, che le regole della politica obbligano i governanti a mentire>>.

Non si tratta per niente di un “dramma”, illustre professore, ma di una necessità che obbliga i gruppi governanti (dominanti) in una determinata fase a usare le tattiche che vengono ritenute più opportune per mantenere il potere nel regime politico chiamato democrazia che viene spacciato per  una oclocrazia (dal greco όχλος = moltitudine, massa e κρατία = potere)  mentre risulta essere, con tutta evidenza, una oligarchia (dal grecooligoi” (ὀλίγοι) = pochi e “archè” (ἀρχή) = potere, comando). In conclusione il “nostro” politologo condivide con molti suoi colleghi l’idea che i sistemi politico-economici chiusi  (imperiali) finiscano sempre per strangolare sia l’ economia sia la libertà, mentre i sistemi politico-economici aperti (che combinano mercati internazionali e pluralità di Stati), oltre che risultare assai più dinamici e vitali sul piano economico, garantirebbero le  libertà individuali e sbarrerebbero la strada all’autoritarismo; tutto questo, però, sempre secondo Panebianco, risulta valido a condizione che non prevalga – anche in quest’ultimo tipo di società – la “nefasta ideologia” del “primato della politica”. In un recente dattiloscritto non ancora completato La Grassa scrive:

<<Era mancata in Marx la consapevolezza di quelli che ho indicato quali strateghi del capitale; soggetti (non individuali in genere, anche se poi esprimono sempre un nome quale loro condottiero) che possono essere tranquillamente separati sia dalla proprietà sia dalla direzione (potenze mentali) dei processi produttivi in senso proprio.[…] Il problema centrale è rappresentato dal fatto che è la loro funzione ad essere separata e non derivata dalla proprietà o dalla direzione della produzione. E quando si tratti di personaggi (o di gruppi di individui) consci di qual è la funzione principale da esercitare per vincere nella competizione, si può essere sicuri che essi sanno mettere in secondo piano, se necessario, sia la funzione proprietaria (e i dividendi di cui godere in base ad essa) sia quella direttiva dei processi produttivi (lavorativi), cioè la stretta e rigorosa efficienza economica. Sono i loro ideologi[…] che elevano l’elegia al mercato come luogo in cui l’impresa è obbligata al conseguimento del minimo costo: con reciproco vantaggio per gli imprenditori (il profitto) e per i consumatori (la più alta utilità acquisita). Questi sono però gli intellettuali[…] che servono per irreggimentare il “volgo”; lo stratega sa bene ciò che deve fare per vincere veramente>>.

La supremazia, in ultima istanza di tipo politico, e il potere sociale sono l’obbiettivo dei gruppi dominanti – all’interno delle formazioni sociali particolari come anche della formazione sociale globale –  e per questo parlare di primato del “mercato” o del “comando politico” nel regime sociale definito con l’espressione   “società aperta” è in realtà privo di senso.

Mauro Tozzato           16.10.2011

 

Fibrillazioni

 

 

L’editoriale di Angelo Panebianco e la lettera di Valerio Onida sul Corriere di mercoledì 28 meritano qualche considerazione. Il primo sostiene la necessità del rientro della Magistratura in un ruolo istituzionale più equilibrato rispetto agli altri poteri; il secondo auspica  la formazione di partiti impegnati nella stesura di programmi, piuttosto che nella ricerca e nella proclamazione di un capo cui assoggettarsi, in questo facilitati dall’attuale legge elettorale.

Non sono esempi particolarmente brillanti e autorevoli di giornalismo, pur nella disarmante sciatteria dell’informazione quotidiana, sia negli argomenti, ormai ritriti e banali che nel pathos letterario; né, per altro, gli autori, nella fattispecie, sembrano avere l’intenzione di rappresentarlo.

Risulta paradossale, come condizione propedeutica di ogni possibilità di riforma, la richiesta, da parte di Panebianco, di dimissioni di Berlusconi, della principale vittima designata, cioè, di venti anni di inchieste più o meno fondate, ma sempre, comunque, mediaticamente enfatizzate ed orchestrate.

Il Cavaliere è certamente vittima soprattutto della propria incapacità e dell’ambiguità e limitatezza del proprio programma e schieramento politico; chiedergli di uscire di scena e offrirsi, quindi, come vittima sacrificale per placare la sete di sangue delle belve e consentire successivamente agli inservienti del circo di recintare meglio le gabbie sembra un insulto alla logica. Quegli stessi inservienti, infatti, vivono in quelle stesse gabbie e possono sopravvivere solo continuando ad offrire carne e sangue altrui alle fiere.

Berlusconi dovrebbe abbandonare il governo, con ogni sollecitudine, per ben altri motivi. L’uscita per cause giudiziarie non farebbe che accentuare l’ulteriore aggressività dei settori militanti della magistratura e la loro influenza tra i partiti, in una situazione ancora peggiore rispetto a quella dei primi anni ’90, l’epoca di Tangentopoli, dei governi tecnici e delle svendite e privatizzazioni.

Panebianco fa risalire al 1985, l’anno cruciale in cui Cossiga impedì al CSM di censurare l’operato del Governo Craxi, l’inizio dello scontro tra potere politico e giudiziario. In realtà, già da allora, la caratteristica non fu quella di uno scontro frontale tra i due poteri, ma lo stesso pervase all’interno entrambi. Già con la questione morale posta da Berlinguer si posero le premesse per un massiccio ingresso nella scena politica di un buon numero di magistrati. La stessa lotta al terrorismo e, successivamente, alla mafia spinse ad aumentare significativamente i poteri discrezionali di indagine e repressione dei magistrati; la continua riproposizione di emergenze servì a consolidarli e protrarli indefinitamente.

Il vero punto critico di non ritorno fu raggiunto quando si saldarono le capacità di potere e l’esercizio fattone da alcuni settori con gli interessi corporativi dell’intera categoria.

L’anno cruciale, di svolta, fu il 1987, quello del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, sulla riforma delle competenze del CSM e sulla separazione delle carriere.

Fu il campanello di allarme, seguito alla gestione disastrosa e arbitraria di processi come quelli di Tortora e Valpreda, che indusse alla difesa corporativa autoreferenziale non solo delle competenze dei magistrati ma anche delle prerogative economiche, di incarichi collaterali, consulenze e sviluppo professionale.

La stessa Magistratura, più che una istituzione gerarchizzata, è un ordinamento che riconosce la responsabilità e l’autonomia operativa dei singoli magistrati, in ciò favorendo le possibilità di costruzione di legami individuali delle singole figure con esponenti di altri apparati e centri di potere nazionali ed esteri.

Un terreno di coltura ottimale, quindi, per avviare e gestire uno scontro all’interno dello stato e tra gruppi in competizione, specie in momenti di transizione.

Quel momento arrivò, per l’Italia, nei primi anni ’90, a seguito della caduta del muro di Berlino. Questo blog ne ha discusso ampiamente, collocandolo correttamente nel contesto internazionale e nelle caratteristiche originali assunte dall’interventismo americano rispetto alla fase bipolare.

L’attacco, allora, non fu condotto dalla magistratura nel suo insieme e nemmeno in maniera consapevole da tutti i singoli magistrati protagonisti, come la primitiva retorica complottista berlusconiana delle toghe rosse tende a presentare per ovvie ragioni.

Un giudice, per operare, deve essere raggiunto o cogliere in qualche maniera una prima informazione, deve disporre di un apparato informativo ed investigativo di carattere militare con una propria autonomia operativa, deve muoversi in un contesto politico, di informazione e sociale favorevole.

Negli anni ’90 erano presenti tutte le condizioni per sferrare gli attacchi e quello che in precedenza si dimostrò un conflitto sordo legato prevalentemente a motivi istituzionali e di difesa corporativa si trasformò nell’arma letale in grado di decapitare un intero ceto politico e destabilizzare continuamente la situazione del paese.

Non va dimenticato che se le attenzioni morbose erano rivolte costantemente verso le prodezze reali o millantate del Cavaliere, non si disdegnava, episodicamente, qualche puntatina in campo politico avverso e amico, giusto per ricordare su quali binari si dovesse correre.

Alcune condizioni, oggi, sono venute a cadere, soprattutto una opinione pubblica molto meno accondiscendente; altre continuano a perpetuarsi, soprattutto la fragilità di un ceto politico di scena, ancora più degradato rispetto a quindici anni fa e incapace di creare un qualsivoglia embrione di blocco sociale organizzato.

In queste condizioni, la difesa delle prerogative e degli interessi di un intero corpo dello stato può tranquillamente perpetuarsi in simbiosi con i programmi di rapina e asservimento del paese.

L’ultimo esempio di diffusione delle intercettazioni, iniziate con l’illustrazione analitica delle prodezze presidenziali, il parcheggio in penombra delle prodezze dei “politically correct” e proseguite con le rivelazioni delle attività, con tanto di nomi e cognomi di funzionari stranieri di primo piano, più o meno coperte delle nostre uniche due aziende strategiche, lascia letteralmente di stucco.

Non so se il gioco stia sfuggendo di mano, se l’obbiettivo di distruggere un personaggio ormai annichilito e consenziente a tutto debba comportare il sacrificio irresponsabile dei residui interessi strategici del paese o se su tutto prevalga una strategia in qualche maniera pianificata da registi hollywoodiani. Potrebbe essere un pot-pourri delle tre combinazioni.

Sta di fatto che il paese appare ormai sprofondato in una guerra per bande e in gruppi con nessuna capacità non dico egemonica, ma di una qualche autorevolezza.

Il Corriere sembra essere l’emblema di questa situazione.

Di fronte alla assoluta fedeltà atlantica e benpensante garantita nella maggior parte degli articoli, è affiorata qui e là, ad opera soprattutto di Mucchetti, la preoccupazione sul futuro del paese in uno scenario, guarda un po’, di conflittualità tra stati e di minaccia al residuo patrimonio industriale cui reagire con comportamenti, secondo i giornalisti, semplicemente un po’ più avveduti ed eticamente corretti.

È stata, però, una meteora illusoria.

Il rientro fedele nei ranghi è avvenuto rapidamente; forse perché l’odore di sangue della preda è più forte e la fiera sta per essere spinta nell’arena.

Dal giornale del conformismo borghese non ci si può attendere altro.

Quello che preoccupa è lo scoramento, la disperazione e la rabbia di quei ceti produttivi un tempo sostenitori attivi di Lega e PDL.

Si passa dal “faremo da soli”, al flirt disamorato con le componenti avverse al Cavaliere.

Si punta ai mercati, con la valigetta in mano, ma si chiede di sacrificare la residua grande industria, si accettano bellamente le compatibilità dettate da FMI, Comunità Europea, per conto di Francia e Germania e supervisione di Stati Uniti.

Si parla delle magnifiche sorti e progressive del mercato e si punta alle rendite delle privatizzazioni dei servizi pubblici. La gran parte non ha capito che la torta, se uscirà dal forno, è già stata spartita.

Siamo ancora agli inizi.

Quando, nei mesi prossimi, usciranno i piani dettagliati dei tagli di spesa e di ulteriore tassazione mascherata da eliminazione delle detrazioni il parossismo inconcludente e suicida giungerà al culmine.

Chi ha compreso meglio l’antifona è stata la Chiesa Cattolica, soprattutto la sua ala temporale, i vescovi.

Deboli nel consenso ideologico, si stanno ponendo il problema della formazione di un nuovo gruppo dirigente del paese e, nell’immediato, quello della salvaguardia massima possibile delle proprie fonti ricavate dalle attività del terzo settore, quello più abbarbicato alle pubbliche risorse; con ciò stanno condannando definitivamente il PD ai margini dello scenario e proponendosi come fedeli alleati della fazione americana di Obama.

Così, le risorse drenate con tre manovre consecutive, anziché essere dirottate nei settori strategici e verso i ceti produttivi sono finite, nella quasi totalità, nelle rendite speculative.

I prossimi passi saranno, probabilmente, i tagli indiscriminati agli stipendi pubblici e ai servizi alla persona e le soperchierie di natura fiscale.

Il mostro creato in quarant’anni, fatto di prebende ad personam, concesse spesso anche per finalità lodevoli, ma con modalità distorte, rimarrà appena intaccato nella sua struttura.

Altro che antitesi tra capi e programmi di partito.

Ci vogliono capi e programmi di partito che sappiano riprendere il filo dell’interesse e della sovranità nazionale, della costruzione della forza necessaria ad evitare di nascondersi dietro le scelte altrui e utile a costruire, soprattutto in Europa, le alleanze necessarie a reggere l’urto del multipolarismo incipiente e soprattutto della attuale potenza dominante.

Su quello, discriminare i consensi e le adesioni.

L’equipaggio della nave sgomita e si pesta per consegnare vele, carburante e munizioni alla filibusta; urla e si accapiglia per guadagnarsi la comprensione; i più temerari pensano di partire all’assalto sulle scialuppe.

Il Corriere, diligentemente, propone di correre in soccorso del vincitore, senza farsi spiazzare ingenuamente da Sarkozy e Cameron; ha capito che i posti riservati ai paggetti si riducono sempre più; non ha capito che si riducono perché il numero delle signorie e dei pretendenti al rango regale sta aumentando e lo spazio dell’impero è destinato ad assottigliarsi.

Abbagliato dalla stella più vicina, non scorge le altre in avvicinamento; la sua polvere servirà a costruire altri pianeti.

Il classico atteggiamento utile a scatenare gli istinti peggiori dei tiranni predoni e dei loro kapò.

C’è modo e modo anche di esser servi e satelliti.