ALCUNE NOTERELLE TANTO PER NON DIMENTICARE, di GLG

gianfranco

 

 

Qui

 

E’ una lettera pur sempre interessante, che in effetti non conoscevo. Si parla ad un certo punto di “ragioni tutte economiche” di un certo fatto delittuoso. Poi subito dopo sta però scritto:

“Fu Giorgio Napolitano,con il suo viaggio del 78 attraverso gli States, che convinse gli americani circa l’avvenuto traghettamento di tutto il suo partito dal Patto di Varsavia alla NATO. Era stato un processo lungo, quasi costato la vita a Enrico Berlinguer che sopravvisse miracolosamente all’attentato di Sofia del 73.”

Queste non sono ragioni economiche, ma eminentemente politiche (e di che portata). L’ho comunque scritto più volte in merito alla questione “rapimento e soppressione di Moro”, di cui qui non si parla. Inoltre, sbaglierò, ma non credo che Berlinguer sia miracolosamente scampato alla morte. Era in fondo un semplice avvertimento. Se fosse stato ucciso, si rischiavano “ricerche” più accurate del Pci sulla sua morte; poi tramite qualcuno (imbeccato dal partito, ma che certo a quell’epoca sarebbe stato ancora in silenzio) avrebbe cominciato a dire qualcosa e si rischiava grosso che saltassero fuori “cosette” imbarazzanti. Infatti, non è vero che tutto il partito fosse per il “traghettamento” di cui si parla e che era effettivamente in atto. Vi era una parte ancora filosovietica e la base – fra l’altro, in buona parte operaia a quell’epoca – poteva rimanere scossa da certe rivelazioni. Quindi era meglio, in quella fase, solo “avvertire” Berlinguer, non farlo fuori. Non a caso, nell’80, il segretario piciista fece ancora la commedia di andare ai cancelli della Fiat per parlare agli operai in sciopero. Sono convinto che tirò un grande sospiro di sollievo quando ci fu la “marcia dei 40.000” quadri e dirigenti che segnò in modo molto marcato la sconfitta della cosiddetta “classe operaia” (quella portata alle stelle nell’autunno del ’69, quando Berlinguer era appena stato nominato vicesegretario del Pci e che è grosso modo la data d’inizio dei contatti tra il partito e “ambienti di riserva” americani per il passaggio di campo). Del resto, non penso che sia stata scritta bene la storia della “mitizzata” marcia dei 40.000. Quanto influirono (forse, è un sospetto) vertici piciisti, in accordo con ambiti dirigenziali della Fiat, nel “favorire” la marcia?

Almeno dagli anni ’70 (dall’inizio del decennio e soprattutto dopo il colpo di Stato in Cile con i tre articoli su Rinascita del segretario), il Pci è la vera “mela marcia” che ha portato all’imputridimento progressivo dell’intero sistema politico italiano, con – ovviamente – il passaggio allo scoperto dopo il “crollo” del campo socialista e dell’Urss, il cambio di nome e “mani pulite”, il “grande tentativo” di investitura del partito quale autentico rappresentante degli interessi Usa in Italia (cioè, insomma, quale migliore accolita di servi di quel paese). Nessuno si decide a scrivere la storia quale essa è stata ed è!

IL GRANDE PENTOLAIO

SudItaliabordello

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Così fu anche all’indomani del terremoto di Mani Pulite che avrebbe dovuto spianare la strada alla gioiosa macchina da guerra occhettiana, pronta a prendere in mano le redini del primo Governo della II Repubblica. Washington, che intendeva modificare gli equilibri internazionali col venire meno dell’Urss, diede il via all’operazione tirando i fili da dietro le quinte e impartendo suggerimenti ai vari ingaggiati. Lo scopo era quello di scardinare un sistema politico ritenuto inadatto al nuovo quadro dei rapporti di forza mondiali, privato del blocco antagonista ad Est, con l’entrata nella fase unipolare.
Quando tutto sembrava già fatto un’astuzia della Storia ci mise lo zampino ed il programma degli ex comunisti, salvati dalla mannaia giudiziaria insieme ai democristiani di sinistra, andò a sbattere contro il fenomeno Berlusconi. Più che il piano destabilizzante furono le aspirazioni dei suoi architetti ad andare a ritrecine poiché, in ogni modo, una transizione era comunque avvenuta. L’intera classe dirigente del periodo precedente veniva messa da parte a favore di mediocri piazzisti, moralisti della domenica e ipocriti incalliti il cui unico compito era quello di svendere la sovranità nazionale e consegnare le chiavi della città al Signore assoluto del pianeta.
Il Cavaliere di Arcore, che fu costretto a scendere in campo dal naufragio dei suoi appoggi politici, temendo (e non sbagliando in tal senso) di subire vendette, rallentò, non facendo parte del giro dei traditori della patria, la liquidazione del patrimonio pubblico ed il rovesciamento istituzionale. Che, comunque, avvenne con modalità e tempi differenti, sottoponendo il Paese ad un’agonia che dura tutt’ora. Il consenso popolare gli permise a lungo di rintuzzare gli attacchi alla sua persona e alle sue imprese ma alla fine, circondato da ogni parte, ha dovuto barattare la sopravvivenza, economica ed elettorale, con i suoi nemici, interni ed esterni. Oggi è una staffa integrata del panorama politico, responsabile come i suoi oppositori (adesso al governo con gli infiltrati della sua combriccola), ed anche più di questi, della decadenza italiana. E’ ancora lui l’anomalia del teatro politico ma ormai solo in senso negativo. Se agli esordi della sua carriera parlamentare si è trovato a sbarrare il passo ai cattocomunisti in ascesa, i quali non avrebbero avuto nessuna remora a vendere madri e padri per scalare il Palazzo, ora costituisce, come scrive La Grassa, il vero elemento “badogliano”. Afferma il professore veneto: “Bisogna mettersi finalmente in testa che questo “badogliano” è l’autentico intralcio di chi vuole un minimo di rinnovamento in Italia. Renzi si presenta per quello che è, costui è invece un vigliacco, un mestatore, uno che sta preparando l’appoggio non tanto al Pd (partito anch’esso ormai superato nei fatti), bensì proprio a coloro (ambienti politici ed economici) che intendono creare un regime soffocante e prendi tutto. Un regime ancora peggiore di quello democristiano, senza poi considerare che non ci saranno uomini di un qualche valore (come ce n’erano nella prima Repubblica), ma solo nanetti cattivi e pericolosi del tipo di Renzi e le sue Ministre e viscidi intriganti come il vegliardo che paga le giovanette per prestazioni varie”.
Tra qualche settimana gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale voluto dal Premier, non scelto dal popolo, per autolegittimarsi. I diversi fronti, schierati per il sì o per il no (alcuni, come FI, soltanto fintamente), attendono l’evento per capire come ricollocarsi. La sedicente riforma è solo un pretesto per coinvolgere la gente in decisioni che saranno prese sulla sua testa e contro i suoi interessi. In realtà, tutti i protagonisti sono alla ricerca di una formula per perpetrare l’attuale pantomima. Se Renzi la spunta non avrà più rivali nel partito e potrà percuotere pesantemente correnti e singoli che si sono contrapposti al suo dominio. Poi occuperà, con i suoi addetti, tutte le cariche strategiche nei posti di comando statali ed extrastatali, lasciando agli altri di azzuffarsi per le briciole. Inoltre, concederà ancora qualcosa alla pattuglia dei berlusconiani affinché questi possano continuare a svolgere quel minimo ruolo di opposizione “testimoniale”, utile a confondere la testa agli sciocchi che credono nella democrazia. Tutto ciò accadrà senza che venga mai messa in discussione la subordinazione dell’Italia a quegli organismi sovranazionali occidentali di cui il Premier è garante. Del resto, si trova lì, innanzitutto, per questo.
Se, invece, vince il No, e mi ripeto in quanto ho già affermato in un altro articolo, si dovrà ricorrere a più larghe intese (con o senza Renzi al timone), nell’immutata prospettiva di tenere ancorato il Paese alle sue solite zavorre e pastoie, procedendo con più cautela al suo smembramento, tra una mancia e l’altra. L’intento ultimo è quello di impedire ad ogni costo che si creino quegli spazi politici in cui si andrebbero ad infilare forze autenticamente antisistema (altro che Movimento 5 Stelle!), capaci di raccogliere ed incanalare il malcontento generale che si sta paurosamente accumulando nei corpi intermedi della nostra società. Non sia mai che a qualcuno, con in testa idee di sovranità e rinascita nazionale, venga in mente di marciare su Roma per ripulirla dal suo pattume, perché incontrerebbe, quasi certamente, il favore di una maggioranza popolare stanca di farsi angariare da questi burattini e cantafrottole. In mancanza d’altro, speriamo almeno nel Grande Pentolaio.

QUALCHE RICORDO PERSONALE, di GLG

gianfranco

 

 

Quando mi diplomai in enologia, per ben cinque anni lavorai nell’industria paterna del settore del vermut, marsala, aperitivi e poi prosecco, ecc. Solo dopo realizzai il mio desiderio di seguire una carriera che mi consentisse di studiare ed esprimere le mie effettive predisposizioni: teoriche più che del sapere pratico. Così da ricco (molto ricco) imprenditore diventai un appena discretamente agiato prof. universitario. Non è però questo l’interessante. Nei cinque anni di lavoro nell’industria seguii spesso mio padre, rimasto sempre coerente con il suo passato di seguace dell’“infausto ventennio”, a Roma nei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Industria e Commercio per motivi attinenti alla sua attività di industriale in un settore attinente all’agricoltura. Frequentai così personaggi dell’amministrazione statale a livelli gerarchici piuttosto elevati. Molti conoscevano mio padre dagli anni ’30, lo salutavano e abbracciavano come “camerata”. Poi a cena con loro, in quelle belle dimore romane in cui abitavano, dovevo assistere ai loro ricordi di un “tempo felice”. Ed io già dal 1953 (un anno prima di diplomarmi) mi ero avvicinato al Pci; non avevo la tessera, ma frequentavo gli organi dirigenti provinciali, partecipavo ai congressi (senza diritto di voto ovviamente) e alle loro discussioni (altro che le cretinate dei dirigenti piddini che leggo oggi). A livello provinciale del Pci di allora incontravi cervelli che oggi non trovi nel Pd nemmeno a Roma!

Beh, in definitiva, più tardi, rivolgendomi ad un esponente Pci piuttosto importante (anche facente parte a suo tempo dei governi di unità nazionale dell’immediato dopoguerra), gli chiesi come mai, una volta caduto un regime e avendo creato ben altri governi, non avessero imposto, fin da subito, un cambiamento dei personaggi occupanti le poltrone direzionali negli apparati statali afferenti ai vari Ministeri. Mi guardò con un sorrisetto ironico e mi rispose (non ricordo le esatte parole, ma il senso era precisamente questo): “se li avessimo cambiati con i ‘nostri’, sarebbe accaduto un bel disastro. Quelli erano assai capaci e sapevano il loro mestiere. Ne hanno approfittato, si sono fatti bei gruzzoli, ecc. (ed infatti ricordavo bene, lo ripeto, le loro abitazioni nei magnifici palazzi romani), ma facevano funzionare bene gli organi da loro diretti”.

Posso assicurare che sapevo già questa risposta, volevo solo assicurarmi di aver visto giusto quando andavo a Roma con mio padre. Perché avevo conosciuto certi dirigenti ministeriali di cui ti rendevi conto facilmente di quanto sapessero fare. Appena più tardi, conobbi anche personaggi del Pcus (comunisti sovietici) che erano assai giovani all’epoca della rivoluzione d’ottobre e degli anni immediatamente successivi. E dalle discussioni con loro (più complicate, magari con interpreti, ma alcuni masticavano un po’ d’italiano), imparai che anche i bolscevichi (Lenin in testa) avevano compiuto una vera rivoluzione, distrutto tutto il vecchio sistema politico, eppure mantenuto in servizio (certo con i “fucili degli operai alle spalle” secondo la vulgata di allora) molti burocrati dei vecchi apparati zaristi; appunto perché sapevano come si dirigono certi servizi che la “grande rivoluzione” non può cambiare in un fiat senza combinare disastri immani e provocare un disfunzionamento mortificatore dei migliori propositi rivoluzionari. Ho imparato così come si fa politica; non secondo le chiacchiere insulse che leggo da alcuni anni in questo demenziale internet, dove alcuni scemarelli pensano si cambi il mondo solo con le idee.

FUORI DA OGNI AMBIGUITA’

 

E’ bene chiarire per sommi capi qualcosa che è venuto in evidenza in alcuni ultimi commenti. Dirò poche cose, e molto frettolosamente, poiché mi è al momento impossibile (sto lavorando ad un pesante pezzo teorico) affrontare certi discorsi “storici”. Li riaffronterò più avanti.

Le BR – fondate da persone per null’affatto delinquenziali, che avevano intenzioni chiare, pur se gravemente inficiate da un’analisi errata della situazione nazionale e internazionale – furono sballottate tra l’“eurocomunismo” e coloro che vi si opponevano per svariati (e talvolta opposti) motivi (a “ovest” come ad “est”). Ricordo in questo breve pezzo, per il momento, solo la menzogna, ancor oggi in voga, secondo cui Moro fu rapito e ucciso per intervento (infiltrazioni nelle BR o altro) dei Servizi americani perché voleva aprire al “comunisti” (i piciisti detti appunto “eurocomunisti”). Tutto questo proprio mentre gli ambienti democratici Usa aprivano al Pci e, nello stesso periodo del rapimento Moro, l’“ambasciatore” di tale partito andava negli Stati Uniti (sotto la copertura del viaggio nelle Università), viaggio non certo improvvisato, ma preparato da anni di contatti (e da viaggi precedenti di un altro personaggio).

Il problema era opposto. Moro – coadiuvato da Fanfani e anche da Craxi (che infatti voleva salvare lui e le “sue carte”), con Andreotti a mezza strada (e fu lui ad aver dato vita due anni prima al governo di “unità nazionale”, pur con il Pci all’esterno per via di vari obblighi, non solo quelli legati all’appartenenza dell’Italia alla Nato), e con Cossiga molto probabilmente schierato invece con gli Usa e i loro approcci verso l’“eurocomunismo” – era ben consapevole degli intrallazzi in corso, e temeva quel che, in realtà, accadde solo più tardi (1989-91) all’indomani del “crollo socialistico”: distruzione del vecchio “regime” DC-PSI e tentativo (sventato, ma non certo con intendimenti politicamente chiari e netti, da Berlusconi che agì in pratica solo per se stesso) di creare un altro “regime” fondato sui fu eurocomunisti, ormai completamente passati di campo.

Moro conosceva già allora le linee generali della faccenda; soprattutto per l’esperienza del colpo di Stato in Cile e del tradimento filoamericano di Frei (suo alleato nella seconda metà degli anni ’60) dopo la sconfitta subita ad opera di Allende. Moro, io credo, comprese la lezione che da questo evento trasse Berlinguer; egli rizzò bene le orecchie e immagino sia stato confortato nelle sue “impressioni” dalla raccolta di informazioni tramite una rete (non di soli servizi, ma di ambienti giornalistici e politici, ecc.), che egli non poteva non avere data la sua eminente posizione politica.

La sera precedente la sua uccisione, Fanfani aveva indetto una riunione ristretta e molto segreta, in cui, poi si seppe, venne decisa la liberazione di un paio di brigatisti per dare quell’offa che le BR ormai chiedevano e di cui si sarebbero accontentate, data l’eccessiva lunghezza della vicenda (55 giorni di rapimento) e con il loro nascondiglio in via Gradoli non certo ignoto (il cui nome era stato rivelato da La Pira nella “seduta spiritica” comicamente riferita da Prodi, che non disse più nulla quando si diede l’ordine di depistaggio facendo dragare il lago di Gradoli; azione diversiva compiuta forse per evitare precipitazioni improvvise della faccenda, o forse anche per altri motivi più oscuri e di lotta tra fazioni interne all’establishment politico). Bene, qualcuno soffiò alle BR che in quella riunione segreta si era invece deciso di irrompere nel loro nascondiglio la mattina dopo; per cui era bene che fuggissero, “liberandosi” dello statista Dc. La loro fuga fu evidentemente facilitata, dato che erano sorvegliati; pur se poi li presero, ma più tardi, quando “tutto” era stato evidentemente sistemato per non far capire più nulla e raccontare quello che si voleva far credere a noi poveri gonzi. Anche le carte, quelle importanti, sono state messe al sicuro.

Fate uno sforzo di immaginazione circa i possibili “soffiatori”: forse coloro che volevano impedire a Moro di far entrare al governo i piciisti, già di fatto entrati nel 1976 con Andreotti e in “viaggio culturale” negli Usa? Dai, si è ben capito quali ambienti di maggioranza e (ormai finta) opposizione fossero contrari a che Moro uscisse vivo con quel che aveva ulteriormente acquisito di “esperienza” attraverso quella prigionia. Non avrebbe parlato “al popolo”, ma agito sì, eccome, e l’avrebbe fatta “scontare” ai “due cugini” (bel film di Chabrol).

Oggi, il tentativo, sventato senza alcuna coscienza vera da Berlusconi, è ripreso in pieno con l’attuale governo, i cui membri (ed elementi ad esso vicini e correi) fanno parte delle grandi massonerie internazionali (Bilderberg, Trilateral, ecc.), ma il cui “input” parte nuovamente dagli ambienti democratici statunitensi che si servono dei fu piciisti (oggi certo oltre ogni rinnegamento, ormai nel pieno flusso della corrente atlantista più torbida e fangosa). Con quest’operazione governativa di apparente rispetto della legalità – corrosa invece alla base da un parlamentarismo che non rappresenta minimamente la volontà, pur pienamente coartata, dei cittadini – siamo al completamento effettivo delle oscure manovre iniziate negli anni ’70, dopo il colpo di Stato in Cile, manovre le cui tappe successive in quegli anni cruciali furono il patto Agnelli-Lama (1975), con inizio della concertazione, e il governo Andreotti di unità nazionale (1976), sia coronamento che apertura della fase più critica del “compromesso storico”. Fu così dato autentico impulso al “debito pubblico” poi servito sempre come elemento “terroristico” per pestarci, come sta facendo adesso l’attuale governo anti-nazionale, invece di liquidare la vera base sociale della “sinistra di tradimento”, il ceto medio semicolto per grandissima parte alimentato tramite il “pubblico”, direttamente o indirettamente.

Oggi, chi aveva creato ostacoli al primo tentativo americo-confindustriale (“mani pulite” con l’appoggio del pentito Buscetta, pedina “d’oltreoceano” ecc.), cioè l’ex premier, si è dimostrato un perfetto coniglio ed è complice a tutti gli effetti. Dobbiamo stare attenti, la situazione è peggiore di quella degli anni ’70; nemmeno esistono più i Moro (non a caso eliminato abbastanza prestamente), i Fanfani, i Craxi (liquidato un po’ più tardi senza mezzi termini). Siamo in mano ai successori degli ex piciisti dell’eurocomunismo (addirittura con la continuità personale ai più alti livelli), con alle spalle uno dei peggiori democratici americani e usando come esecutori gli appartenenti alle massonerie sedicenti internazionali, quando sono totalmente finanziate e sorrette dagli Usa. Quindi attenzione. Non facciamo gli errori delle BR; non facciamoci invischiare in giochi ambigui e oscuri. Oggi la situazione si sta facendo abbastanza chiara; e non sussiste nemmeno più quella che poi si rivelò realtà assai debole: la presenza dei “due campi”, di cui uno detto “socialista”, uno dei sostanziali e maggiori inganni del XX secolo.

I disadattati, gli ambigui, i pescatori nel torbido sono di nuovo in azione. Nessun contatto con loro; chiarezza di intenti e di analisi. E chi vuol assolvere una funzione, almeno minima, di carattere nazionale dovrebbe sapere con chi schierarsi. In campana!   

SEMPRE COPERTURE PER INGANNARE

Indubbiamente, c’è un punto su cui Berlusconi non aveva tutti i torti. Era sciocco a sostenere che c’erano ancora i comunisti quando ormai questi si erano da molto tempo spostati in senso filo-atlantico, cioè quali futuri scherani degli Usa, così come infatti lo divennero dopo il crollo dell’Urss. Tuttavia, l’ometto aveva ragione su un punto. Da quelli di tradizione comunista – non da tutti ben s’intende – sono originati dei veri mostriciattoli, individui che fanno parere quasi vera la credenza di una “mutazione genetica”. Immaginare individui più nefasti di questi non credo sia possibile. Certamente, da quelle fila sono emersi anche personaggi di grande rilievo e coraggio, di coerenza nella lotta e di grande capacità di sacrificio. Quando, però, in quel settore politico è iniziato il rinnegamento della propria storia e il passaggio “al nemico”, è indubbio che i fu comunisti hanno dato prova di essere i peggiori di tutti.

Si è cominciato con “mani pulite” che ha finto d’essere un’operazione di giustizia, mentre era una mossa già pronta da tempo, e attuata soltanto quando il grande avversario degli Stati Uniti era scomparso dalla scena, per eliminare Dc e Psi, vecchia macchina ormai troppo usata, e sostituirla con una nuova, che a bordo aveva individui senza il minimo di moralità, privi di ogni idealità, adusi ad obbedire ai predominanti centrali pur di avere in mano il governo d’Italia, per conto di una “classe economica” di filibustieri e parassiti sempre sussidiati dallo Stato, ma affamati come prima non mai. Sappiamo cosa ne seguì; in questo blog abbiamo analizzato i comportamenti dei farabutti, sia economici che politici, per filo e per segno.

Adesso siamo alle solite. Si spara ad un obiettivo, apparentemente giusto (almeno per il ceto medio semicolto, orrenda e marcia base sociale di quelli che si dicono di sinistra e, udite udite, progressisti), mentre il bersaglio celato è ben altro e ben più esiziale per il nostro paese. In un momento di estrema gravità della crisi che sarà ancora lunga – perché non è semplicemente economica bensì di profondo rivolgimento dei rapporti di forza internazionali – e nel mentre un ridicolo governo di finti tecnici, di scarso valore sia professionale sia soprattutto umano, fa melina, terrorizza ulteriormente il “poppolo” nel tentativo di “passarlo a tabacco” (poi vedremo cosa “partorirà la montagna”), il presdelarep si lancia a sostenere i poveri immigrati, i cui figli devono essere, ipso facto, cittadini italiani. Per ragioni di principio e di cultura sono per lo “ius soli”; anche se, per la verità, penso che esso sarebbe abbastanza ben difeso fissando un congruo periodo di inserimento (stabile e “normale”) nella nostra società, fino a prova contraria basata su una lingua ed una certa non proprio breve epoca di “civilizzazione”, per divenirne parte costitutiva con tutti i diritti annessi.

Tanto per fare un semplicissimo esempio, ritengo demenziale la norma secondo cui in ogni specializzazione medica, ormai a numero chiuso di ammissione, una quota fissa deve essere assegnata ad extracomunitari. Per quanto ne so, tale quota nemmeno viene raggiunta e quelli ammessi spesso non conoscono gran che la nostra lingua. Tra quote per extracomunitari, quote rosa, ecc., ormai la stupidità dei “politicamente corretti” (sempre i falsi sinistri, il cancro ormai intollerabile della nostra società “occidentale”, che prima o poi troveranno la giusta lezione, perché stanno superando ogni limite di tollerabilità, venendo fra l’altro imitati dai fessi del “centrodestra”) è oltre il livello di guardia, anzi ha inondato il tessuto sociale disgregandolo abbondantemente.

Comunque, questa è una semplice notazione introduttiva, perché non è affatto mia intenzione discutere di questi “principi”. Tanto più che si tratta di semplice copertura, di un “obiettivo spostato”, esattamente come lo fu quello della “giustizia” nei primi anni ’90, solo mirante ad attribuire il governo ai voltagabbana piciisti, ormai in “odore di santità” presso i banditi statunitensi con i loro accoliti della GFeID italiana. Il preselarep spara la sua “fucilata” semplicemente per acuire il contrasto con la Lega – sapendo che ormai il Berlusca è divenuto docile docile e ha tanto in simpatia il “bell’abbronzato” – e stabilizzare un governo di mediocri e inetti, che deve tuttavia adempiere il suo compito di servitù. Inoltre, il bersaglio è plurimo, non è esclusivamente rappresentato dallo “spirito leghista”; si acuisce il dissidio nord-sud, si spacca il ceto lavoratore che non è soltanto il lavoro subordinato. Tuttavia, perfino se ci si limitasse a quest’ultimo, potrebbero sorgere contrasti al suo interno (la cosiddetta “guerra tra poveri”), soprattutto in una fase storica che sarà sicuramente quella delle “vacche magre”.

Il presdelarep è difeso dalla legge contro la libera espressione del giudizio da dare su queste sue “uscite”. Quindi, ben consapevole che chi mi legge sa quello che penso di lui (del resto da quando lo incontrai 2-3 volte esattamente quarant’anni fa alle Botteghe Oscure, quinto piano, quello della segreteria del partito; lui non può ricordarsi di un tapino come me, ma io ricordo bene lui), eviterò di parlarne; lo farò semmai fra un paio d’anni. Del resto, è il “viaggiatore” del 1978; e questo basti. Invece, preoccupante è che le sue parole siano dirette contro una parte politica di notevole rozzezza culturale; però furbacchiona e tutto sommato contenta dell’assist fornitole per conquistare un po’ di voti in più tra nordici (e nordestini) abbastanza fessacchiotti.

Ci manca solo che, dopo la nebbia diffusa dal corpo giudiziario su precise scelte politiche, cominciamo adesso con la diatriba intorno allo “ius soli” o “sanguinis”. E’ ora di guardare alla sostanza del problema. Mi sposto d’oggetto, semplicemente per farmi capire meglio. E’ di questi giorni la polemica tra Bossi e Berlusconi; ti sei ritirato perché ricattato per le tue aziende (ero presente quando vennero a trovarti i dirigenti d’esse); no, mi sono ritirato per il bene del paese. La balla più grossa è senza dubbio quest’ultima; pure la prima affermazione è però una mezza verità che, come ben si sa, può essere sviante quanto una menzogna. Berlusconi ha retto il gioco americano (con i suoi rappresentanti ben noti in Italia, sia nell’economia che nella politica) da almeno un anno; platealmente si è fatto dire da Obama: o non caschi o caschi in piedi (ovviamente se sarai obbediente e premuroso). Entrambi hanno finora mantenuto l’accordo: servilismo contro trattamento non troppo “ruvido”. Le aziende sono un complemento, un supporto, soprattutto un reiterato messaggio affinché l’obbediente non dimentichi i suoi obblighi. Il fulcro della questione è tuttavia un altro.

Ed è il medesimo fulcro per cui Napolitano se ne esce anche con lo “ius soli”. Non gli interessano gli immigrati e i loro diritti, ma il diritto di questo governo a fare gli interessi fondamentali della GFeID, i cui membri sono i “cotonieri” legati alla potenza americana, sono quelli che vogliono eliminare i settori strategici, “fastidiosi” per quest’ultima, al fine di rendere il nostro sistema del tutto complementare a quello statunitense. Se poi fosse possibile ridurci a turismo e ancora discreta “cucina”, sarebbe una pacchia per gli obesi d’oltreoceano; ci trasformeremmo in un paese di perfetti camerieri sempre intorno ai loro tavoli con portate succulente. Insomma, ci siamo capiti.

Questi “sinistri”, approfittando di “destri” al di sotto della minima “intelligenza dei fatti”, provocano diatribe e tensioni del tutto svianti, cosicché ceti sociali di “media” cultura (in realtà bestioni di incredibile ignoranza politica, perfetti idioti annebbiati da intellettuali criminaloidi, che sarebbe necessario spazzare via integralmente) si schierino scandalizzati per la difesa dei poveri immigrati, mentre il governo della GFeID e degli Usa farà con tutta calma (perché non c’è proprio alcuna fretta, quella riguardava solo Berlusconi, affinché se ne andasse appena possibile) il suo nefasto lavoro onde renderci appunto complementari ai predominanti mondiali in una fase, in cui questi ultimi stanno accentuando le mene (criminali e sanguinose) tendenti a ritardare il più possibile il loro declino.

E’ inaccettabile che si stia a questo gioco; tuttavia, non si vede l’ombra di una intelligenza e comprensione di quanto sta accadendo. Gli obiettivi svianti ottengono sempre successo. Ci sono personaggi – e noi li abbiamo perfino valorizzati, abbiamo riportato loro articoli e prese di posizione che sembravano nette – in totale apnea; resto a bocca aperta davanti ai loro odierni articoli, salvo qualche eccezione più che lodevole, ma del tutto rara ormai. Siamo pochi, forse nemmeno noi lucidi come si dovrebbe; tuttavia, è necessario insistere, denunciando i “sinistri” che sviano versi falsi bersagli e i “destri” che continuano a caderci (in buona fede?). In questo paese dovrebbe sorgere una forza di “dignità nazionale” di una durezza (e anche ferocia in certi casi) tale da superare molte tradizioni (non proprio nostre, ché siamo “smollacchioni”) del passato. Le difficoltà attuali sono enormi, dato il quadro internazionale esistente. Di questo, però, dovremo parlare più spesso.

BREVE PRECISAZIONE UTILE AI LETTORI (2.10.2011)

di Giellegi, 2 ottobre ‘11

 

Desidero esplicitare ai lettori del nostro blog alcune povere informazioni che consentono di capire meglio quanto a volte scrivo (lasciando da parte le questioni teoriche che riguardano un altro ambito di discorso, un po’ negletto ultimamente). Non faccio storia in senso proprio e non mi metterei quindi a scrivere una storia del Pci e degli eventi in cui tale partito, o i critici “antirevisionisti” d’esso, hanno avuto parte attiva e rilevante. Ciò vale anche per la corretta lettura del mio “Panorama storico”, pubblicato in questo blog specificando non a caso che non era certo redatto da uno storico.

Lo storico lavora con molto materiale d’archivio, ha suoi strumenti e metodologie specifiche per l’interpretazione di ciò che va “scavando”. La mia misera storia si riferisce in genere ad avvenimenti su cui ho informazioni dirette o ricevute da chi vi ha partecipato; quindi con al massimo un solo passaggio dagli eventi alle mie orecchie. Si capirà perciò che il numero di questi ultimi, di cui posso avere tale tipo di conoscenza, è limitato rispetto alla mole di quelli che si trovano negli archivi, ecc. Inoltre, la “discontinuità” verificatasi mediante “mani pulite” ha comportato, per quanto mi riguarda, la sostanziale interruzione di informazioni di questo tipo. Sono comunque abituato ad usare il sapere indiziario (alla Sherlock Holmes); inoltre molti “fatti” rivelano il loro rapporto con quelli avvenuti nei decisivi anni ’70 (ma anche ’60 e ’80). Di conseguenza, cerco di arrangiarmi tuttora e credo di sapermi barcamenare a volte con discreto realismo. Tuttavia, i limiti sono evidenti e non credo ci sia bisogno di molte spiegazioni.

Vi è un problema ancora più importante. Non ho alcuna pezza d’appoggio scritta, i testimoni sono in buona parte morti, altri non li vedo da tempi immemorabili, spesso nemmeno so dove si trovino, di sicuro non mi sognerei mai di chiamarli in causa, farei una figura “da pinguino”. Ho però conosciuto alcuni personaggi di non poco rilievo; e non solo nel campo prettamente politico, ma anche in quello, diciamo così, amministrativo. Per questo non sapevo se ridere o incazzarmi quando la magistratura ha distrutto tutti i partiti per tangenti o altro del genere, salvo uno. Per questo ho potuto capire subito che cosa significava quell’operazione giudiziaria e ho grosso modo afferrato da chi era diretta (la “manina d’oltreoceano” che “Geronimo” non cita più da molto tempo). Non mi è stato quindi difficile scrivere la mia parte ne Il teatro dell’assurdo (uscito nel gennaio 1995 e scritto con Preve, che trattò la parte più culturale).

Nemmeno ho esitato a mandare “affanculo” i giustizialisti di una certa rivista che si dava la patina di ipercritica, mentre era riunione dei soliti intellettuali che non capiscono nulla; ma anche, lo concedo, che a volte nemmeno conoscono nulla perché della “realtà” non sanno che farsene, è qualcosa di noioso e grigio di fronte alle “meraviglie” che sgorgano dalla loro mente. Dalla mia mente non sgorgava nulla; semplicemente comprendevo che si stavano raccontando eventi a senso unico, affossando chi si doveva affossare e salvando chi si doveva salvare. Determinati “fatti” mi risultavano evidenti, in un certo senso quasi saputi, ma dovevo riferirli quali ipotesi e “intuizioni”; non era possibile produrre prove e affermarli con certezza avrebbe solo procurato guai. Mi sono limitato a fornire la mia “interpretazione”, conscio che con il tempo la realtà si sarebbe fatta strada, salvo che per politici di basso rango e intellettuali faziosi e in mala fede, per vari uomini di spettacolo, per comici incapaci di far ridere e di una presunzione senza eguali.

Sto parlando del disgustoso ceto medio semicolto (non “riflessivo”!), vera base sociale della falsa “sinistra” (dalla presunta moderata alla sedicente radicale o addirittura ai cialtroni dichiaratisi comunisti). Insomma, tutta la genia che si fa passare per l’esatto contrario di ciò che è, e per la quale ho potuto manifestare, con piena consapevolezza, il mio disgusto e disprezzo del tutto motivati, malgrado qualcuno non riesca a capire il mio atteggiamento. Sono il peggio che si trovi nella nostra società. Ed io lo so, non è una “mia idea”. Li ho provati, li conosco, so ciò che hanno fatto e che cosa hanno nascosto. Non posso provarlo agli altri, ma per la mia coscienza di prove ce ne sono in quantità perfino eccessiva. Sono mentitori ad oltranza, amorali quanto nessun altro ma moralisti, falsi e pronti ad accoltellarti per le loro miserabili ambizioni ma sempre tanto “buoni e umani” (come i fantozziani dirigenti megagalattici; anche loro siedono in poltrone “rivestite di pelle umana”).

In definitiva, non aspettatevi da me una storia del Pci (e degli anni che furono) nel vero senso del termine storia. Leggete e valutate il realismo o meno di quanto scrivo. Non credete mai a nessun politico e intellettuale che si dichiari di sinistra o comunista; mente sempre e sistematicamente, sparge inchiostro di seppia sugli eventi che pure lui ha vissuto con ambizione sfrenata, ma riducendosi poi a fare il lacchè di coloro che voleva abbattere. Egli nasconde semplicemente il proprio abominio, la sua viltà e continuo inganno e tradimento, iniziati già nel tempo in cui recitava la parte dell’ultrarivoluzionario; anche quando talvolta finiva in galera per un “incidente di percorso”. Si aveva a che fare solo con presuntuosi e ambiziosi, che per un breve periodo hanno creduto di fare le scarpe al Pci e di prenderne il posto. Errore; quel partito aveva ormai disposto le sue pedine, soprattutto internazionali, per fare fuori tutti gli altri o assorbirli come fece con molti sessantottardi e settantasettini.

Perfino Craxi – e ammetto che non riesco a spiegarmelo – fu esaltato dal crollo del “campo socialistico” e si convinse che il socialismo (socialdemocratico) avesse infine vinto sui piciisti. Incredibile; simili rinnegati non aspettavano altro che quel crollo per perfezionare il processo di atlantizzazione iniziato tanto tempo prima. Grosso modo lo capii io, già quando divenne segretario del Pcus Gorbaciov. Rimasi allibito nel vedere perfino gli althusseriani (e il mio Maestro francese) cadere nella trappola di quel cambiamento, prima dichiarazione fallimentare. Il Pci accelerò, ma aspettò il definitivo fallimento per portarsi in pole position. E Craxi (non Andreotti che comprese ed era nero) si entusiasmò. Finzione, gioco pokeristico sperando ancora in un bluff vincente? Non so. In ogni caso, non potevo ovviamente conoscere le mosse concrete – che furono “mani pulite” e la “manina d’oltreoceano”, ecc. – ma aspettavo qualcosa che avrebbe portato i rinnegati al governo. Poi ci fu l’inghippo di Berlusconi (la casualità storica), ecc. ecc.

Beh, capisco che non ho detto molto, ma spero sia sufficiente a leggere meglio quanto si scrive nel blog. Poi con il tempo, magari, qualche altro piccolo spezzone salterà fuori. Altrimenti, si aspetterà spero ancora un (bel) po’ di tempo; e, chissà, qualcuno troverà qualche piccola memoria con le poche cosette sapute e che tuttavia sono state sufficienti a orientarmi non del tutto male negli ultimi vent’anni. In ogni caso, non scherzo: la questione fondamentale è saper usare il sapere indiziario. Ci sono ad esempio fatti, accaduti tanti anni fa (40 o più), che mi sono stati illuminati in tempi assai più recenti grazie ad una serie di indizi lasciati dai falsi sinistri nel loro percorso di tradimento. Bisogna avere alcune informazioni, ma poi interpretare, anche alla luce di queste ultime, le tracce che vengono lasciate.

Non è solo un’invenzione dei “giallisti” che l’“assassino” lascia quasi sempre i segni del suo delitto. Ho conosciuto alcuni “assassini” piciisti di notevole livello; non possono ricordarsi di me, che ero “piccolo” e da trascurare, ma io li ho invece memorizzati e ho raccolto con minuzia molti particolari da persone che li frequentavano con una certa assiduità e vicinanza. Basta non credere che siano gli individui a fare la storia; essi agiscono però in modo che la storia si faccia e il loro modo di agire “segreto” è rivelatore della storia così come si sta facendo, mentre altri imbroglioni cercano di raccontarcela secondo intenti agiografici ed “edificanti”. Balle, ci hanno ingannato sistematicamente, nulla di quanto si è svolto nell’ultimo mezzo secolo è com’è stato riferito. Immagino che anche prima fosse lo stesso, ma lì le mie “intuizioni” diventano più incerte.

“GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO” (11 luglio 11)

1. “Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Così, all’incirca, recitava un “detto di Mao” all’epoca della Rivoluzione Culturale. L’ottimismo imperava, evidentemente. Qui da noi è pessima; ma forse perché il caos ha superato certi limiti e i gruppi in azione sono scadenti, incapaci di qualsiasi programma e progetto, di avere una minima idea purchessia. Inoltre, la Cina aveva la sua precisa autonomia e lo scontro avveniva tra fazioni e schieramenti politico-ideologici contrapposti in base ad un orientamento preciso e fortemente determinato. Parlare oggi di politica e ideologia in Italia è semplicemente comico; inoltre sempre più valido appare quanto sfuggito in un momento d’ira al sig. Guido Rossi pochi anni fa: siamo in piena guerra tra bande come nella Chicago anni ’20. Queste bande – oltre ad essere in fondo mosse da motivazioni più vicine a quelle gangsteristiche che ad un posizionamento in qualche modo avente a che fare con la politica – agiscono da subalterne rispetto ad altre straniere, al vertice delle quali stanno le cosche statunitensi.

Cominciando dal meno importante, fa ridere la dichiarazione di Bossi alla sentenza indubbiamente predatoria ai danni di Berlusconi: “speriamo non sia politica”. Capisco che ha avuto in passato una brutta malattia, ma non è certo un minorato. Il vero fatto è che la Lega ha sempre fatto finta di non capire bene il significato strettamente politico di “mani pulite”, poiché i misfatti di quell’operazione (messi subito in luce dal sottoscritto e da Preve ne Il teatro dell’assurdo all’epoca del loro compimento) l’hanno completamente avvantaggiata (solo al nord) con la distruzione della Dc soprattutto (meno rilevante quella del Psi). La Lega non potrà mai affrancarsi da quel “vizio d’origine” che la rende incapace di avere una visione nazionale. Ha spesso ragione nel protestare contro certi lamenti meridionalisti, restati all’epoca dell’assistenzialismo e clientelismo della prima Repubblica, ma non capisce per nulla che la risoluzione è nell’affrontare infine, con nuove coordinate sociali e politiche, i problemi del vecchio contrasto nord-sud (tipico dell’Italia pre-boom, ancora agrario/industriale) surclassato tuttavia, da ormai mezzo secolo, da un altro dualismo: tra classe operaia – che ha compiuto rapidamente la fase di transizione dalla sua originaria condizione contadina e di successivo adeguamento al “tradunionismo” con riduzione numerica e di peso sociale – e “ceto medio produttivo” (con il suo nucleo duro nei piccoli imprenditori e lavoratori “autonomi”, in gran parte anch’essi di origine contadina al nord), che è diventato strato sociale rilevante, ma senza mai veramente avere una effettiva rappresentanza politica, a parte le tante chiacchiere di un po’ tutti i partiti della prima Repubblica e poi di quelli del “pantano” attuale.

Lasciamo comunque perdere le finte titubanze della Lega, che mostra spesso la sua debolezza verso la magistratura, ma soprattutto verso il presdelarep (che le sventola sotto il naso l’acciughina del sedicente federalismo fiscale), rappresentante di una delle fazioni in lotta e di certi precisi ambienti statunitensi. Sarebbe deleterio addentrarsi di nuovo nella polemica tra Berlusconi, indubbiamente colpito dalla magistratura in quanto con lui si colpisce un certo schieramento, e l’altro schieramento spesso definito ridicolmente “comunista”, aiutato dalle “toghe rosse”, e via con questa meschina rappresentazione di uno spettacolo per dementi totali, come sembrano divenuti i nostri concittadini nella loro maggioranza.

Gravissima, e ancora non comprensibile in tutta la sua ampiezza, è l’aggressione al nostro paese per attuare politiche intese a ridurlo il 52° Stato federale degli Stati Uniti (il 51° è già da tempo l’Inghilterra, sia con i laburisti che con i conservatori). Con l’Inghilterra al nord e l’Italia al sud – magari concedendo un qualche statuto di subpotenze regionali, pur sempre amiche e ben predisposte a qualche servizio, alla Germania nella UE e alla Turchia (che sta rientrando dalle sue “bizze” degli ultimi due-tre anni) in Medio Oriente – gli Usa coronerebbero una buona operazione di costruzione della loro area “imperiale”, con redini più allentate verso i subalterni e una nuova strategia in direzione dell’Asia, strategia in fase di difficoltoso approntamento e che vorrebbe ovviare ai costi, forse non più sopportabili, di quella precedente (grosso modo 1991-2006). Tuttavia, non credo che abbiamo ancora capito bene questa nuova strategia; nemmeno è sicuro che essa vada a buon fine. Forse nemmeno la conoscono a menadito i suoi “operatori”. In fondo, era a mio avviso “più furba” quella nixoniana di quarant’anni fa; eppure anch’essa, pur avendo apportato in definitiva benefici nel lungo periodo, è andata “in aceto” per un bel po’ d’anni. Oggi, la nuova strategia viene applicata in una situazione diversa, che andrà seguita attentamente.

 

2. Venendo al nostro paese, è irritante vedere tutti contro tutti, ma con una regia di fondo – non so se ben interpretata dalle forze nostrane, assai più coerente da parte dei gruppi stranieri – che crea indignazione per tutte le menzogne raccontate senza pudore. Intanto, va valutato il cambio di politica estera. Continuo a credere che Berlusconi sia stato di fatto appoggiato da alcuni settori di resistenza del management dell’industria pubblica, sottoposta ad attacco (in gran parte riuscito) da parte della Confindustria agnelliana quale gruppo di pressione al servizio di ambienti statunitensi, che avevano come loro agenti in Italia vari personaggi, tutti andati “a sinistra” pur essendo reazionari al 100% (Amato, Ciampi, Prodi, e altri ancora) con l’aggiunta di presunti tecnici super partes tipo Draghi, ecc. (poi premiati variamente). Tuttavia, approfondirei l’esame della sostanziale congruità del premier con la vecchia strategia bushiana, su cui non posso qui soffermarmi. E’ comunque con Obama – diciamo con la nuova strategia, già iniziata prima dell’elezione di quest’ultimo – che egli viene messo alle corde, “con la pistola alla tempia”.

Non so di quale “pistola” si tratti. Spero tuttavia ci si ricorderà che alla fine dell’anno scorso (quando tutti vedevano ormai affondare tale personaggio) sostenni la forte probabilità della sua salvezza (momentanea), ma perché ormai si era appiattito sulla strategia statunitense, mostratasi infine dall’inizio di quest’anno in tutta la sua ferocia aggressiva, ma con modalità più subdole e di mascheramento (e affidando importanti compiti ai suoi sicari tipo Francia e Inghilterra). Più volte Berlusconi ha fatto capire che non era d’accordo con l’aggressione alla Libia (e nemmeno con quanto accaduto in Tunisia ed Egitto) mentre tutta la “sinistra”, compresa la finta antimperialista e alternativa, manifestava apertamente e sconciamente il suo atteggiamento di totale tradimento nazionale. Pochi giorni fa, ancora, Berlusconi ha affermato chiaramente (frase già nota ai nostri lettori) che non voleva intervenire in Libia, ma vi è stato costretto dalla “Risoluzione Onu” e, ancor più, dall’“intervento preciso del capo dello Stato”. Quale migliore prova definitiva della funzione svolta da costui e da noi messa in luce più volte, anche in merito al cambio di campo del Pci berlingueriano, al viaggio del 1978 negli Usa, ecc.?

Incredibile però quanto si sta svolgendo adesso. Non si sa ancora bene come far terminare la transizione italiana verso la completa subordinazione agli Usa. E’ chiaro che la soluzione – per non ripetere gli errori dell’epoca di “mani pulite”, quando non si pensò ai milioni di elettori che mai avrebbero votato per la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, malgrado l’investitura di Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra” – deve stavolta essere quella di un governo con pezzi del centro-destra, del centro-sinistra (perfino Di Pietro si mette ogni tanto nella posizione “moderata” per farvi parte) e del centro dei “casini”. Solo così si potrà impedire che si presenti qualche altra “anomalia” tipo quella del 1994. Tremonti agisce da agente scassatore del Governo (non da solo peraltro). La Lega di fatto garantisce che seguirà la transizione, ogni tanto con bruschi soprassalti, facendo quindi di tutto per disaffezionare gli elettori di Berlusconi, pagando però anch’essa “pedaggio” (calo dei voti) almeno fino a questo momento. Lo scopo della transizione è chiaro: logorare e cuocere a fuoco lento Berlusconi, accerchiandolo da tutte le parti, mettendo in luce la sua “naturale pirlaggine” (perché certo l’uomo non ha la stoffa del leader che gli hanno cucito addosso, prima di tutto da sinistra, perché ciò è servito a bloccarci per quasi vent’anni in una pantomima personalistica ignobile e nauseabonda), senza però farlo cadere fin quando non sia garantita la possibilità di un “ordinato” governo di “salvezza nazionale” (leggi: di totale e infame subalternità alla UE cioè alla Nato e agli Usa).

E’ stata condotta una campagna elettorale amministrativa e per i referendum del tutto autolesionistica. E stata messa nella “manovra” la clausola “salva-imprese” – sono certo che la conoscevano tutti o quasi, anche se poi hanno spudoratamente negato – per far fare al premier (ma anche a tutto il governo) la figuraccia che ha fatto, con ritirata ignominiosa, quando era sicura (e certi personaggi la conoscevano già) la sentenza di questi giorni. Ma il “capolavoro” è la manovra finanziaria, ben studiata da Tremonti per fare incazzare tutti, in modo del tutto particolare gli elettori del centro-destra. Una vera provocazione pelare pensioni (dai 1100-1200 netti al mese) e modesti risparmi (trattati anche dal centro-destra, come sempre dal centro-sinistra, quali capitali da rendita finanziaria). La levata di scudi è stata generale. Leggere i commenti nei giornali (compreso Il Giornale on line) era un piacere per la rabbia e la pressoché unanime “ispirazione”.

 

3. Come ha adombrato un Perna (sempre sul Giornale), le società di rating si sono forse mosse su istigazione del Ministro delle Finanze – o quanto meno in sospetta collusione con le forze che mirano ad aiutarlo nella sua subdola operazione relativa alla suddetta transizione – mettendo in dubbio la solidità dell’Italia. Da qualche anno non si sente che dire peste e corna di tali società (due americane e una inglese!); e tuttavia si continua a seguire quanto dicono perché i mercati “ci credono” e vanno al ribasso per i titoli italiani. Come non fosse evidente che i mercati sono quasi sempre la spia di manovre speculative: al rialzo o al ribasso a seconda di specifiche contingenze, e pure in base a collusioni e complicità dei vari “poteri forti” in azione. Dopo la Moody’s si è agitato Juncker (presidente dell’Eurogruppo) e altri personaggi europei, la Lagarde (arrivata al Fmi grazie alla ormai nota vicenda del presunto stupro di Strauss-Kahn), ecc. Si sono dati tutti da fare per salvare di fatto Tremonti e favorire la sua manovra di ulteriore affossamento degli attuali equilibri in modo da arrivare a realizzare tranquillamente la transizione in questione.

I vari politici (e giornalisti e conduttori TV, ecc.) all’unanimità – compresi quelli che mostrano antipatia per il ministro economico – si sono messi a sostenere che è meglio tenerselo, non contrariandolo troppo. Così si ottiene il duplice risultato di pelare la popolazione italiana esattamente come avrebbe voluto fare il centro-sinistra, terrorizzandola con la possibile “fine greca”. Il “gregge”, spaventato, deve accettare la tosatura, ma certo rimarrà scontento del governo attuale e in particolare di Berlusconi, che ormai sembra uno spettro, l’ombra di ciò che era stato creato ad arte in 17 anni di totale assenza della politica e di volgare contraffazione dello scontro tra “destra” e “sinistra” (il “gioco degli specchi” su cui ho già scritto un libro pochi anni fa). Veramente “due piccioni con una fava” (la manovra da ladri effettuata con totale arroganza e sfacciataggine).

Non credo ci sia alcun dissesto alla greca in vista, anche se le operazioni di questi guastatori e servi dello straniero Usa possono sfuggire di mano e prendere binari pericolosi. Poiché però questi “operatori per conto altrui” – dal presdelarep a Tremonti e via via a tutti gli altri che manovrano per portarci sotto l’“ala protettiva” americana – vogliono semplicemente eseguire certi “consigli” della nuova strategia statunitense (con al seguito i nostri industriali e finanzieri mignatte), non vi è dubbio che la soluzione più probabile, entro qualche tempo, dovrebbe essere il governo “trasversale”, questa volta con piena accettazione da parte della popolazione impaurita dalla prospettiva di un completo dissesto e, di conseguenza, evitando la sorpresa di nuove “anomalie” di tipo berlusconiano. Sia chiaro che l’Italia non è la Grecia, è troppo rilevante come pedina per gli Usa. Lo ripeto: Inghilterra al nord e Italia al sud rappresentano una bella tenaglia in Europa e sono quindi abbastanza decisive per la nuova strategia americana. Il disegno non è quindi il dissesto italiano, è molto diverso; se poi sfuggisse di mano, non farebbe piacere nemmeno a Obama & C. Dovrebbero rivedere un pezzo non indifferente della loro strategia, nel mentre c’è il malcontento del Pentagono, del Congresso in mano ai repubblicani, ecc.; un bel rebus per il “primo nero” presidente.

In questa operazione, da “bande a Chicago”, si è inserita la variante dell’attacco a Tremonti per le solite questioni abitative e altre. Vedrete che non porterà gravi conseguenze per il Ministro economico poiché sarà sempre protetto dalla sua indispensabilità (creata ad arte) al fine di evitare il (presunto) dissesto alla greca. Più che altro gli renderà difficile piazzare il “suo uomo”, Grilli, alla Banca d’Italia, cosa che non piace a Napolitano, più favorevole ad un fidato personaggio legato al “centro-sinistra”. Nemmeno credo piaccia a Draghi, il cui contenzioso con Tremonti (nel senso che sono due galli nello stesso pollaio filo-americano) si è appena appena attenuato con il passaggio del primo in “area europea”. Entrambi funzionano però probabilmente da valvassori degli Usa nel conseguimento del principale obiettivo della fase, che è rappresentato dalla subalternità italiana; e in questo compito ognuno dei due pretende d’essere “er mejo”.

Nelle ultime ore il quadro del caos si è arricchito dell’annuncio leghista che tre ministeri saranno spostati a Monza (i ministeri interi? Non credo, immagino solo delle “filiali”, visto che uno è proprio quello tremontiano). Non mancheranno in ogni caso reazioni. Difficile capire quanta stupidità vi sia in queste mosse oltre allo scopo di arrivare a sconcertare i cittadini italiani (in particolare di centro-destra) per facilitare la transizione di cui ho continuamente parlato in questo scritto. Per il momento, tutto l’insieme è talmente caotico che finisco qui, lasciando molto in sospeso; ma lo è assai probabilmente negli intendimenti degli stessi sconclusionati “programmatori dello sfascio” italiano. Nemmeno gli ambienti Usa della nuova strategia, se ben capisco, sono molto precisi e con le idee perfettamente chiare in merito ai processi che hanno innescato. Ho lanciato qui delle ipotesi, va da sé. Non posso essere sicuro al 100% di quanto non è forse nemmeno del tutto ben delineato nella testolina di chi sta mettendo a soqquadro mezzo mondo. Bisogna seguire, giorno dopo giorno.

 

PRENDIAMO UNA VACANZA (7 luglio ’11)

Per oggi è meglio che mi dedichi a certi ricordi (attualizzati ovviamente). La guerra di Libia procede creando disgusto per le menzogne, le arroganze e prepotenze con annessa ottusità; quella propria di assassini ottenebrati, solo pronti ad uccidere. L’hanno fatto con Bin Laden, adesso vorrebbero ripetere il colpo. I delinquenti da trivio del sedicente Consiglio di Bengasi, manichini mossi da criminali anglo-francesi al servizio di quelli ancor più truci al comando negli Usa, recitano la comica sceneggiata dell’apprestamento di squadre pronte a eseguire il compito, mentre è ormai noto (non alla “popolazione”, questo è chiaro) che vi sono gruppi di “assassini specializzati” inglesi e francesi già in territorio libico per studiare il colpaccio (non facile come quello effettuato in Pakistan dai loro simili statunitensi).

Non parliamo della manovra finanziaria da dementi totali in preda al cupio dissolvi, che colpiscono a man bassa salvo che la cosiddetta casta. Il governo è ormai in stato agonico e se ne dovrebbe andare il più velocemente possibile. Quanto al premier, è ormai spento e senza un’idea purchessia dal dicembre dell’anno scorso (quando non si avviò verso elezioni anticipate per non irritare i suoi “amici”/padroni statunitensi e il loro principale rappresentante in Italia). Il problema grave è che l’alternativa è comunque quella di un governo di piena e totale subordinazione agli Usa, alla Ue, alla Nato e a chiunque abbia bisogno di calpestarci e tenerci sotto stretta sudditanza. Tuttavia, ormai questo governo di sbandati totali, portati al precipizio da Tremonti (che sa bene quel che vogliono i suoi “mandanti”), è votato alla morte. Evidentemente, se il decesso viene ancora rinviato è perché gli stessi Usa (e il loro rappresentante italiano) manovrano per orientare nel modo “migliore” (per loro e malissimo per noi) la transizione al pieno servaggio del paese e all’impoverimento, io credo, di circa tre quarti della popolazione. La preoccupazione (loro) è che qualcosa sfugga di mano e si crei un caos eccessivo, con ingovernabilità accentuata e conseguente necessità di un intervento d’ordine che si vorrebbe invece evitare (affinché non si corrano gli stessi rischi esistenti al momento in Egitto, dove la situazione non è per nulla sotto pieno controllo).

Comunque passiamo alla “vacanza”.

 

1. Quando divenni comunista nei primissimi anni ’50, i “compagni” che incontrai erano pienamente innamorati di qualsiasi processo riguardasse la modernizzazione del paese, il suo sviluppo, il progresso scientifico e tecnologico. Si commettevano anzi molte ingenuità in proposito. Non ci si scordi che erano ancora gli anni del lissenkismo, anni in cui si credeva di poter abolire certe leggi genetiche tramite la semplice selezione di specie adattabili a qualsiasi evenienza (i famosi aranceti che avrebbero dovuto crescere in Siberia). Si trattava solo del caso estremo di una troppo ingenua fede nel progresso e nel dominio incontrastato della ragione (scientifica).

Dall’altra parte, vi era comunque l’attacco dei settori più retrivi degli “organismi” (Chiesa in primo luogo) che “amministrano” la(e) religione(i), tesi a diffondere timori per ogni forma di modernizzazione e sviluppo; perché quest’ultimo stava conducendo alla fine della società agraria (e di quello che Marx definiva “idiotismo rurale”), all’industrialismo e all’inurbamento con i vasti fenomeni di trasformazione della struttura sociale che si accompagnavano al completo rivoluzionamento della mentalità e dei costumi abituali, ecc. Già in quegli anni iniziò però l’opera più sottile di settori strettamente legati al “grande capitale monopolistico” (come si diceva allora): ad es. il Club di Roma, emanazione della Trilateral (che è come dire oggi Gruppo Bilderberg). Questi si ubriacavano di modernizzazione, soprattutto in tema di costumi, diffondendo però timori per i “limiti dello sviluppo”, per le distruzioni ambientali, il poco rispetto per la Natura (pronta a “ribellarsi”). Non fu difficile mettere in luce che si trattava di gruppi manovrati dagli Usa, i quali predicavano bene (e razzolavano male); diffondevano solo ciò che era utile al loro predominio. Tutti gli altri paesi sarebbero dovuti restare legati alle produzioni più moderne americane senza alcun intento di effettiva competizione (salvo che negli inganni ideologici relativi al “libero mercato”).

In fondo cambiano le forme, ma la sostanza di quanto sostengono i predominanti è sempre la stessa. Nel XIX secolo – quello della ragione positivistica tutto sommato trionfante, malgrado le varie reazioni “romantiche” – la teoria ricardiana del commercio internazionale “dimostrava”, in nome della competizione globale mercantile con reciproco vantaggio di tutti i concorrenti, che al “Portogallo” conveniva specializzarsi in produzione di vino mentre i manufatti tessili (industriali) dovevano rimanere appannaggio dell’Inghilterra. Non poteva a quell’epoca venire in mente alcun esaurimento di fonti naturali (salvo forse sporadici accenni), catastrofi o altro; meglio spingere i beoti all’adorazione delle oggettive leggi del mercato per sostenere la convenienza “globale” di un accentuato sviluppo industriale del paese mondialmente predominante in quell’epoca.

Nel XX secolo – in particolare dopo la seconda guerra mondiale con un ormai piuttosto numeroso insieme di paesi industrializzati e dediti allo sviluppo (sia capitalistico sia, in competizione non solo economica, “socialistico”) – alla “dimostrazione” di una convenienza reciproca a specializzarsi in settori diversi (quelli più avanzati e strategici in mano agli Usa, ovviamente) si è ritenuto utile aggiungere la paura delle catastrofi procurate dall’“eccesso” di industrialismo e di progresso scientifico-tecnico, dall’esaurimento delle fonti naturali, ecc. Il Pci fu all’avanguardia nel rintuzzare simili tesi, mettendone con una certa energia in luce, negli anni ’50 e primi ’60, la radice statunitense. Non era però il solo; tutto sommato, i socialisti (socialdemocratici in senso proprio), e più in generale quella che era la reale sinistra progressista, agirono di complemento, salvo eccezioni relativamente rare, fino agli anni ’70. Dal punto di vista editoriale, alle Edizioni Rinascita e poi Editori Riuniti (del Pci) si affiancavano quelle di Comunità (finanziate dal grande industriale illuminato Adriano Olivetti), che erano di tradizione appunto socialdemocratica.

La polemica, certo aspra e senza tante mediazioni, tra comunisti e sinistra progressista verteva soprattutto sul significato della “democrazia” (limitatamente “borghese” per noi comunisti) e sulla conseguente necessità di differenti metodi di accumulazione delle forze al fine di rovesciare gli assetti di potere instaurati in Italia con il predominio statunitense (e la Nato, ecc.). La “via italiana al socialismo” fu non a caso presa per un escamotage togliattiano (il “regime di doppia verità”) per ingannare il “popolo” sulle reali intenzioni dei comunisti protesi alla conquista “violenta” del potere. Per inciso, dico che fui sempre contro il togliattismo, che mai lo presi per un mascheramento considerandolo invece una pretta deriva “revisionista”; a partire dal 1956 ero quindi già “maturo” per aderire più tardi (1963) alle posizioni denominate filocinesi, quando la rottura interna al sedicente comunismo si manifestò apertamente. Ma questo non ha adesso importanza.

 

2. Non è qui possibile, per ragioni di tempo e di spazio necessari ad un’ampia riflessione, indicare (almeno iniziare a farlo) i motivi “strutturali” (relativi alla formazione dei gruppi sociali e della loro articolazione interattiva, formazione e interazione interessate da tumultuose modificazioni) di quanto avvenuto con il famoso ’68, preso per un fenomeno fortemente progressivo, ma che lo fu invece solo parzialmente conducendo ad un processo di sdoppiamento tra il conflitto per la modernizzazione dei costumi, da una parte, e il progressivo annullamento della capacità di analisi sociale, accompagnatosi all’appiattimento della riflessione teorica e alla deriva della lotta politica. Quest’ultima era prima piuttosto netta e ben definita nelle sue diversità progettuali, programmatiche, mentre poi procedette verso l’annebbiamento personalistico e al massimo moralistico, in cui si sono enucleate, proprio solo in base alla differenziazione di mentalità e modernizzazione dei costumi (in specie, e quasi esclusivamente, sessuali), le due etichettature di “destra” e “sinistra”.

Prima del ’68, la sinistra era considerata dai comunisti solo una corrente della politica borghese, quella appunto più modernizzatrice, detta “riformista”; ma non certo esclusivamente sul piano dei costumi e della mentalità “corrente”, bensì con riguardo a mutamenti dei rapporti di forza interni a settori politici (in quanto centri strategici) in stretta connessione con quelli economici, dove la lotta si accentrava sul diverso peso da dare alle nuove e più decisive branche industriali o invece a quelle “mature” e “ritardatarie”. Nel mondo bipolare, all’interno del campo detto “capitalistico” la predominanza statunitense era tale che non era nemmeno possibile accennare a reali affrancamenti dei paesi capitalisticamente “avanzati”. Senza tensione effettiva al multipolarismo – come quello affermatosi a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo in concomitanza con il lento declino della centralità inglese – non aveva più senso una reale distinzione tra la corrente riformista e quella conservatrice, interne al predominio delle classi borghesi capitalistiche. Destra e sinistra, rimanendo fenomeni detti “culturali” (come se la cultura si limitasse ai costumi, soprattutto sessuali), perdevano viepiù di significato.

E’ venuto più generalmente a cadere ogni riferimento al riformismo progressista e al conservatorismo in merito alla trasformazione complessiva delle economie dei paesi a maggior sviluppo capitalistico con crescente predominanza dell’industria e dei servizi ad essa connessi. Nel secondo dopoguerra, nel campo detto capitalistico, l’industria era generalmente affermata, salvo il caso italiano dove la reale trasformazione da paese agrario/industriale in industriale/agrario si è avuta con il boom (1958-63); da lì è poi partito l’ulteriore sviluppo dei servizi che ha posto infine su un piano “moderno” la posizione dell’agricoltura, ormai sempre più una sorta di branca dell’industria. Nel campo specificamente capitalistico non vi è però mai stata in tutto il periodo una lotta del tipo di quella tra neoricardiani e listiani nel XIX secolo. Anche sotto il predominio “keynesiano”, che valeva soprattutto sul piano interno, il commercio internazionale è stato fondamentalmente liberista; al vertice gli Usa, con molto maggiori possibilità di sviluppare i settori strategici dell’ultima fase dell’industrializzazione (la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”); mentre in Europa e in Giappone (in Italia non ne parliamo) tali settori rimanevano relativamente asfittici (comunque sempre legati al predominante “carro americano”), mentre conoscevano maggiore rigoglio i settori “maturi”, quelli delle passate fasi dell’industrializzazione (ma “nuovi” soprattutto per il nostro paese).

E’ del tutto evidente la necessità che in Italia, dato il suo abituale ritardo, venga condotta un’indagine particolare per capirne i mutamenti di struttura sociale (quella che un tempo si definiva “analisi di classe”) e la particolare arretratezza culturale, che rende il paese sempre debole in fatto di penetrazione di una mentalità e cultura scientifiche. In un certo senso, va ripreso, in una fase di industrializzazione ormai predominante, il programma di ripensamento critico che fu di Gramsci nell’Italia pre-guerra. In ogni caso, siamo dentro un’area più vasta (l’“occidente” capitalistico), in cui ancor oggi – in una situazione internazionale comunque in netto mutamento – prevale una specie di neoricardismo, l’idea che si debba restare entro l’ambito della “libera competitività globale” (puramente economica). Il sistema produttivo assume perciò aspetto piramidale, ha un carattere simile a quello tradizionalmente definito, almeno in campo marxista, “ultraimperialistico” o di “capitalismo organizzato”.

In realtà, non si tratta affatto di organizzazione, come l’attuale crisi sta dimostrando, ma solo di subordinazione politica al centro statunitense che decide – utilizzando organismi vari fra cui quelli comunitari europei (e la BCE, in cui è ormai ben piazzato un suo “agente”) – come deve “disporsi” la presunta competitività: i settori nuovi e strategici negli Usa e solo subordinatamente in Europa e Giappone; quelli “maturi” soprattutto verso le “periferie” (dell’area capitalistica avanzata, ovviamente). Le apparenti “eccezioni” – ad es. Chrysler-Fiat – appartengono a questo quadro complessivo poiché la loro funzione è diversa; si tratta di industrie “mature” fatte crescere al “centro” (ma assai ben “decentrate”) con altre finalità (non tutte scoperte e chiare).

Non mi lancio adesso in analisi piuttosto lunghe e difficili. Dico solo che la cultura risente di simile situazione, venutasi a creare per complessi percorsi storici post seconda guerra mondiale, ma in parte orientati dai predominanti. Essa è poi del tutto specifica in Italia, dove esiste una struttura del cosiddetto “ceto medio” diversa che altrove. Il passaggio “ritardatario” alla fase di avanzata industrializzazione, tutta compiuta nell’ambito del sistema unipolare dominato dagli Usa – ben diverso il processo negli altri paesi avanzati europei, che divennero prevalentemente industriali nel periodo del conflitto policentrico – ha comportato la formazione della (sedicente) “classe” operaia secondo modalità differenti: la trasformazione è stata accelerata, ma l’assimilazione di detta “classe” alla riproduzione capitalistica è stata meno “perfetta”. E tuttavia, essa è stata nel complesso sconfitta prima dell’assimilazione in questione, il che comporta modificazioni non indifferenti per quanto riguarda il problema del “riformismo” (socialdemocrazia).

Qualcosa di analogo riguarda gli altrettanto sedicenti “ceti medi produttivi” (come sappiamo, un concetto-ripostiglio). Mentre l’industrializzazione (il boom) portava contadini dal sud al nord per formare le “avanguardie” operaie, essa provocava nelle aree del nord la trasformazione del contadino in “artigiano” (piccolo produttore industriale). Si è venuta quindi creando una sorta di “dualismo” (economico e ancor più sociale) del tutto differente da quello tradizionale nord-sud. Un dualismo non riconosciuto, non risolto dalla politica dei “ceti medi” che fu l’“ossessione” di tutti i partiti della prima Repubblica, con il Pci buon ultimo arrivato a prenderli in considerazione. La crisi “dualistica” – in piena sconfitta sostanziale della “classe” operaia – ha provocato poi il fenomeno leghista, con tutte le sue ristrettezze di visione, la sua incultura strategica, la mancanza di senso nazionale.

Intendiamoci bene; un certo risentimento antimeridionale non è del tutto ingiustificato. Ma doveva essere superato da una forza politica nazionale con capacità di sintesi, in grado quindi di capire veramente sia la sconfitta della “classe” operaia prima della sua assimilazione nella riproduzione capitalistica (assimilazione ormai avvenuta, sia chiaro, ma appunto sulla base di una sconfitta), sia la particolare formazione dei “ceti medi produttivi” al nord (sempre dalla massa contadina), anch’essi in definitiva non vincitori malgrado l’arricchimento e un certo potere conquistato. Appunto, però, senza una visione politica complessiva, con l’illusione di un’integrazione verso il nord Europa, mai avvenuta e che rende i nostri “piccoli imprenditori” i lavoranti per conto di chi ha una più ampia visione dei problemi mondiali, pur essendo comunque, come tutti gli europei, ormai succube della predominanza “centrale”, sempre più pericolosa per le nostre sorti di medio-lungo periodo.

 

3. Questo sostanziale fallimento delle “classi” decisive nel sistema produttivo ha lasciato intero spazio alle bande grande-capitalistiche del tipo più parassitario, di carattere vetero-industriale e finanziario (iugulatorio, vessatorio). Le quali non possono, per ragioni “strutturali”, avere una visione complessiva nazionale. Per questo le ho sempre paragonate agli Junker prussiani, ma soprattutto ai “cotonieri” del sud degli Usa a metà ‘800. Abbiamo sulle spalle gruppi di sanguisughe, dotati però di grandi mezzi a causa dei loro legami “servili” (da servi di lusso) con il capitalismo statunitense. Con questi mezzi, “succhiati” agli sconfitti o non vincitori (operai e ceti medi produttivi), hanno totalmente disfatto e infine controllato i deboli conati (molto appariscenti, ma privi di reale sostanza) del ’68 e movimenti successivi: in Europa, ma in modo appunto del tutto specifico e molto più “penetrante” nel nostro paese.

Così si è formato questo ceto intellettuale mostruoso, capace di assorbire – alla guisa della Cosa di Carpenter – ogni corrente culturale (perfino il marxismo, con la sola difficoltà di “digerire” il leninismo), “ricacandole” tutte in un tripudio di “libertà sessuali” e di “costume” e di arretratezza scientifica e produttiva. Una cultura che è improprio definire “umanistica”, poiché l’Uomo è ridotto ad ombra di un “androide” (non però simpatico come quello di “Guerre stellari”). Si tratta di un “primitivo”, che si spaventa alla “caduta del fulmine”, che fugge a gambe levate, che abdica alla conoscenza. Siamo così passati dall’ingenuità ultrapositivistica dei primordi del movimento operaio – che, nella ritardataria Italia, significano partito comunista degli anni ’50 e ’60, dove però si svilupparono fin da subito anche le correnti promosse dai Galvano Della Volpe, dai Cesare Luporini, dai Ludovico Geymonat, ecc. nient’affatto “ingenui positivisti” – al sentimento pregalileiano dei “raffinati” intellettuali da “salotto”, pagati dall’industria e finanza sanguisughe già ricordate, che sanno bene dove vogliono arrivare, chi vogliono continuare a servire per godere dei riconoscimenti dei predominanti centrali.

Si sarà notato che non sono intervenuto sul nucleare, che non interverrei sugli OGM e altri argomenti del genere. Quello che mi ha respinto non è semplicemente il cupo antiscientismo dei critici – tutti mossi da interessi precisi esattamente come i sostenitori del nucleare o delle altre innovazioni energetiche, biotecnologiche, ecc. – ma appunto lo spirito complessivo di crociata contro tutto ciò che è nuovo, che provoca nella sua novità errori o deviazioni. Mi ha disgustato sentire cianciare nello stesso modo in cui si discuteva dei “disastri” aerei negli anni ’50 (si pensava a quel mezzo di trasporto come al più pericoloso perché gli incidenti avevano molto maggiore risonanza, ma sappiamo ormai che è il più sicuro). Ho vissuto tutta la vita sentendo annunciare catastrofi, glaciazioni secolari e poi subito dopo surriscaldamenti e crescita del livello dei mari altrettanto secolari; e via con tutte le altre “maledizioni” terrene e divine. Ho addirittura sperimentato personalmente l’oscurantismo. Nel 1950 già si trovava la penicillina. Ma se ne aveva timore; quindi fui curato per la mia broncopolmonite ancora con i sulfamidici che, da allora, hanno provocato l’indebolimento dell’apparato intestinale, il mio punto debole.

Quindi, mando al diavolo tutti quelli che manifestano fisime da trogloditi e scimmioni. Non voglio prendere in modo preconcetto posizione a favore di ogni (a volte presunto) progresso tecnico. Tuttavia, disprezzo nel modo più completo coloro che, in modo altrettanto preconcetto e irragionevole, urlano contro le innovazioni non appena accade un incidente, magari a volte una catastrofe. Sono particolarmente sensibile a tale problema poiché è il sintomo della terribile, autentica, catastrofe culturale legata all’unipolarismo dell’“occidente” capitalistico e al solito ritardo delle trasformazioni sociali in Italia; ritardo accompagnato da una insipienza sesquipedale delle “classi” dirigenti – perpetuamente mignatte e al servizio altrui – le quali corrompono il tessuto politico e culturale creando escrescenze e bubboni pestilenziali paurosi.

Non c’è altro da fare che reimpostare, “gramscianamente”, il lavoro teorico-storico-sociale relativamente alla nuova epoca che sta attraversando questo disgraziato “stivale”; almeno servisse a prendere a calci i coglioni che imperversano nel paese, impestandolo da Colfrancui a Zagarolo a Canicattì!

1 2