LA VERA NATURA DELLA CRISI MONDIALE

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Sono passati ormai undici anni dall’esplosione della bolla immobiliare americana del 2007 che diede avvio al lungo periodo di crisi giunto sino ai nostri giorni. Fummo tra i primi a dire che la débâcle economico-finanziaria non si sarebbe risolta molto presto perché la sua natura era eminentemente (geo)politica. Mentre i grandi sapienti delle varie scuole della triste scienza minimizzavano (assicurando che la tempesta sarebbe stata superata con i dovuti correttivi regolativi, comprese iniezioni di moralità a operatori e mercati) o allarmavano (prevedendo l’ennesimo crollo del sistema) noi ipotizzammo l’avvento di un non breve periodo di stagnazione, molto simile a quello principiato nel 1873 e conclusosi solo nel 1896, senza però che i più gravi problemi strutturali degli assetti mondiali fossero definitivamente sciolti. A quello provvidero le guerre mondiali del secolo successivo che misero fine al predominio inglese sul mondo e ci restituirono dei rapporti di forza polarizzati tra due campi contrapposti: con la supremazia Usa nel quadrante occidentale e dell’Urss in quello orientale. Tutti gli scienziati che sbagliarono allora continuano a dispensare consigli oggi, sicuri che siano le loro ricette tecniche a poterci portare fuori dal guado. Ma la insormontabile diatriba tra sostenitori delle politiche “dell’offerta”, sponsor della mano invisibile, ed oppositori “della domanda”, sostenuta dall’interventismo statale, continua a non portare a nulla poiché questa crisi non è da offerta e nemmeno da domanda. Gianfranco La Grassa lo scriveva già nel 2009:

“Chi si atterrà solo al dato economico, credo capirà poco o nulla dell’epoca in corso…Dobbiamo lasciar perdere le prime (e primitive) impressioni che si ricavano dai dati economici. Oggi, per esempio, la crisi si riflette ovviamente in una caduta dei redditi di una buona parte della popolazione. Si tenga intanto presente che si tratta certo della maggioranza d’essa, ma ce n’è una quota non indifferente (io credo almeno un quinto se non un quarto) che della crisi in atto non soffrirà troppo; e ne uscirà non dico indenne, ma sempre con un tenore di vita elevato e con consumi “opulenti”. La maggioranza andrà però incontro a forti disagi. Per ragioni di equità e per opportuna strategia politica (che richiede anche quella delle “alleanze” o “blocchi sociali”), è lecito venir incontro al malessere di questa gran parte della popolazione; sapendo che non è però composta di soli lavoratori dipendenti. C’è invece chi chiede puramente e semplicemente l’aumento salariale, e soprattutto per ragioni economiche, perché aumentando i consumi si combatterebbe la crisi. Mi dispiace ma questo è un errore; i consumi, se eccessivi e dediti solo ai beni di prima necessità, indeboliscono un sistema-paese e lo fanno uscire dalla crisi – che è inevitabile e ci si deve rassegnare a passarla – in condizioni assai peggiori rispetto ad altri. La crisi sarà in definitiva per tale paese più lunga, più spossante, lo lascerà in balia di quelli capaci di sfuggire al banale populismo di simili proposte. Un certo aiuto ai ceti bassi e medio-bassi è doveroso e utile per impedire scollamenti e lacerazioni del tessuto sociale che lascino un paese in balia del caos e disordine, con accentuazione della sua caduta “in basso” e la possibile ascesa di “avventuristi” che potrebbero condurlo al disastro (non economico, bensì proprio sociale e politico) totale…va lasciata da parte la solita diatriba tra liberisti e keynesiani. Il libero mercato è una esiziale ideologia di distorsione della realtà; ma non certo migliore è quella grossa mistificazione dei fondamentalisti keynesiani, secondo cui il New Deal rooseveltiano ha fatto uscire dalla crisi del ’29. La crisi non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (in Keynes almeno si tiene conto dell’investimento nella domanda effettiva). Nessuno sostiene che l’immissione di potere d’acquisto in una situazione di crisi non produca effetto alcuno; ma è come prendere un febbrifugo, che dà un po’ di sollievo, e credere di stare annientando il germe della malattia che ci ha colpiti. E’ bene usare anche il febbrifugo, ma poi, in assenza dell’effettivo germicida (che non esiste nella strutturazione sociale del capitalismo), si deve rinforzare l’organismo con appropriati ricostituenti onde trovarsi in non pessime condizioni quando si uscirà dal letto alla fine del “normale” decorso della malattia. I ricostituenti vengono “comprati” con strumenti finanziari, ma il mero ragionamento economico non consente affatto di individuare quali siano i migliori da usare e il come usarli; simili scelte spettano all’agire strategico che non rispetta i troppo elementari criteri economici dell’efficienza, bensì quelli dell’efficacia ai fini della potenza”.

La crisi economica è una specie di terremoto superficiale che nasce da scontri più profondi sotto la roccia sociale. Nel nostro caso va molto in profondità perché attiene all’impatto tra masse geopolitiche in ristrutturazione, dopo i relativi sfaldamenti della zona occidentale che hanno rimesso in moto le placche globali. “Per questo diventa essenziale distinguere una vera crisi da quelle che talvolta passano per tali, ad esempio l’estrema labilità delle Borse valori, soggette a continue e talvolta assai ampie oscillazioni; per non parlare dello spread (differenziale tra gli interessi pagati sui titoli del Debito pubblico dai vari Stati, di cui si è preso ossessivamente in considerazione quello tra Germania e Italia), che è diventato la “moda corrente” nell’attuale crisi; iniziata nel 2008 senza che in pratica nessun “esperto” di problemi economici l’avesse prevista e pressoché tutti l’abbiano per un bel po’ sottovalutata. Le “crisi” dell’ultimo tipo citato dipendono da fenomeni speculativi sul denaro e i titoli; inoltre possono essere con un certo successo manovrate in senso politico per conseguire dati obiettivi, ad esempio il cambio di un governo o comunque una serie di operazioni che conducono dati paesi ad una maggiore dipendenza da altri; dipendenza comunque già in atto per ben altri motivi più cogenti. Le vere crisi economiche – caratterizzate da crolli improvvisi e catastrofici (tipo 1929) o invece da un lungo periodo di sostanziale stagnazione (tipo quella di fine secolo XIX, 1873-96, cui tende sempre più ad assomigliare la recente crisi generale di sistema del 2008) – non sono affatto controllabili e manovrabili da nessuna forza economica e politica”.

In una società dominata dalla forma merce è normale che i primi sconquassi appaiano a livello finanziario. “E’ ovvio che la parte finanziaria, legata all’uso della moneta e dei segni d’essa, sia il primo fenomeno critico a presentarsi, data la generalizzazione della forma di merce nel capitalismo e il conseguente uso necessario del denaro nel ciclo continuo M-D-M. Quando questo viene ad interrompersi – per motivi vari studiati da tutti gli economisti e sottoposti ad interpretazioni diverse; non inutili, sia chiaro, poiché nessuno nega l’importanza di certi fenomeni se vengono studiati e analizzati come tali e non come il processo più fondamentale caratterizzante la crisi, la causa insomma della stessa – il primo scombussolamento è subito dai mercati in cui circola lo “strumento” che ormai, da semplice intermediario nello scambio di merci, è divenuto pure accumulazione di ricchezza, mezzo di investimento, garanzia (del tutto parziale e insicura, in verità) contro gli imprevisti del futuro, ecc. ecc. Al disordine nei mercati monetari, finanziari – se esso non è legato a semplici giochi speculativi, in genere suscettibili di reciproca compensazione tra operazioni di segno contrario (si pensi alle continue oscillazioni di Borsa) – segue quello ben più grave nei mercati dei beni (e servizi) prodotti, nei mercati detti “reali”.
Ma occorre capire la direzionalità delle generali dinamiche storico-sociali generanti disequilibri diversi (in epoche differenti) a livello economico particolare. Quando le prime sono abbastanza stabili è possibile trovare, entro la stessa sfera economico-finanziaria, delle contromisure di riaggiustamento, operando con gli strumenti normalmente a disposizione. In frangenti come questi vale anche anche la cosiddetta fiducia (si dice, infatti, rassicurare consumatori e imprenditori) che si concretizza in messe a punto da parte delle istituzioni che sortiscono buoni risultati (può bastare un minor carico fiscale sulle aziende o qualche privilegio concesso alle famiglie). Invece, se ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro per le sfere d’influenza, tra Stati in ripristino di sovranità o in recupero di potenza, il ricorso ai soliti correttivi economici diventa un rimedio inessenziale. Non a caso, la crisi perdura e si aggrava, anche più del dovuto se si prosegue sulla strada degli errori economicistici, blaterando di cooperazioni e di interventi sempre più ideologici che, infine, non hanno più nulla a che vedere né con la politica e nemmeno con l’economia, sulle quali non incidono quasi per niente. E noi ci troviamo esattamente in una fase in cui la strategia (geo)politica conta più dell’economia e dei suoi circoli viziosi di uomini incapaci e di teoresi sballate. Chi non lo ha compreso sarà spazzato via dagli eventi. Per questo mettiamo tra i nostri nemici, al pari di liberisti e keynesiani d’antan, anche coloro che, credendo di essere contestatori del sistema, riversano tutte le responsabilità su un inesistente predominio della finanza senza patria, celando di fatto, la reale consistenza delle attuali problematiche. A breve pubblicheremo un libro che si occuperà di queste questioni meglio sistematizzate.

CONTRO LA RUSSIA?

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Membri dell’Unione Europea e Usa cacciano diplomatici russi dalle ambasciate per solidarietà al Regno Unito, dopo il caso dell’avvelenamento a Salisbury di un’ex spia doppiogiochista del Gru, rifugiatasi tra le braccia della Regina. Anche l’Italia, col governo dimissionario, si accoda alla baracca espellendo due funzionari di Putin. Questi i numeri: Stati Uniti 60 persone, Germania 4, Lituania 3, Francia 4, Danimarca 2, Estonia 1, Lettonia 1 persona, Repubblica Ceca 3, Paesi Bassi 2, Italia 2, Polonia 4 e quel regime fantoccio dell’Ucraina 13. Non ci sono prove che ci siano i russi dietro l’episodio ma l’occasione è stata sfruttata per colpire un Paese ritenuto troppo concorrenziale sullo scacchiere geopolitico. Mosca è ormai da qualche anno sotto regime sanzionatorio dell’Occidente con risultati di scarso rilievo. Quest’ennesimo capitolo ritorsivo non muterà di un’acca la situazione di peggioramento delle relazioni internazionali che va avanti da quando la Russia ha rialzato la testa contro l’ordine Atlantico. Piuttosto, l’evento rappresenta una verifica interna alla “coalizione” a guida Usa, spiazzata da alcuni fatti. Il Regno Unito, alter ego di Washington sul Vecchio Continente, ha potuto incassare il sostegno di quell’Ue dalla quale è uscita sbattendo la porta ma tenendo spalancata la finestra per proseguire con i dovuti condizionamenti. Inoltre, può anche darsi che quest’azione eclatante sia stata caldeggiata dagli establishment europei, sempre più in difficoltà a causa dei cambiamenti in corso oltreoceano, per coinvolgere la nuova amministrazione Trump nei loro problemi, quelli creati dalle scelte obamiane e aggravatisi con la successiva perdita della sponda democratica, nonché con il mutamento strategico che i nuovi arrivati sembrano voler imporre scaricando i precedenti servitori. Tolto ciò le cose proseguiranno come prima. I più solidali con Londra in questo momento saranno quelli che sottobanco continueranno a fare affari con la Russia domani, cercando di fare le scarpe ai più deboli e sciocchi. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. In pubblico la russofobia salirà alle stelle ma dietro le quinte seguiteranno i giochi e gli intrighi per avvantaggiarsi degli arretramenti e delle debolezze altrui verso questo Stato in un rafforzamento, divenuto un’alternativa mondiale. L’infedeltà e i sotterfugi saranno la cifra dell’epoca storica quanto più aumenteranno le apparenze amicali e collaborative. È un fatto oggettivo e nessuno vi si sottrarrà, soprattutto se coltiva buone intenzioni, quelle di cui è lastricata la strada dell’inferno. Ad un certo punto gli schieramenti verranno allo scoperto e saranno molto diversi da quello che ora possiamo immaginare. Si saranno tanto amati ma più che altro armati, uno contro l’altro per sfuggire alle rovine degli equilibri passati. Per intanto la “verifica” sembra riuscita, ma per quanto?

L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti – intervista a Francesco Mazzuoli

cartina elezioni Usa

Di Francesco De Maria

Ticinolive

Francesco Mazzuoli, laureato in psicologia, grande comunicatore, sceneggiatore, regista, scrittore. Lo abbiamo intervistato per voi su temi geopolitici fondamentali. Vi accorgerete presto che Mazzuoli – su America e UE – ha idee molto, molto chiare!

Un’intervista di Francesco De Maria.

Francesco De Maria Fantapolitica. Se avesse vinto Hillary, quanto diversa sarebbe stata la politica degli USA nel 2017 ?

Francesco Mazzuoli Per comprendere il quadro generale della politica americana, il punto essenziale è il declino inarrestabile e sempre più accelerato degli Stati Uniti, o, meglio, dell’impero americano.

Dopo aver vinto la cosiddetta “guerra fredda”, gli USA non sono stati in grado di assestare alla Russia il colpo definitivo: la conquista dell’Eurasia, lo heartland o cuore del mondo secondo lo schema geopolitico di Mackinder, è fallita e il “Grande gioco” per il controllo del globo è ripreso.

C’è, infatti, un filo rosso nel pensiero geostrategico anglosassone: è sulla scacchiera eurasiatica che si gioca l’avvenire del mondo e gli Stati Uniti devono controllarla al fine di mantenere la loro supremazia globale. Come ha scritto Zbigniev Brzezinski ne La grande scacchiera: “È imperativo che nessuna potenza eurasiatica concorrente capace di dominare l’Eurasia possa emergere e così sfidare l’America”.

Le azioni di Washington ispirate da questa concezione geopolitica, e, in risposta, le reazioni dei rivali russi – e più recentemente cinesi – spiegano in buona parte gli avvenimenti mondiali degli ultimi venti anni.

L’unipolarismo americano, glorificato dai media, accompagnato dall’ideologia della globalizzazione, che avrebbe condotto ad un mondo prospero per tutti ed alla “fine della storia” sono stati una grande illusione e una immensa bugia.

Il periodo che attraversiamo ha delle analogie con gli ultimi decenni dell’800, quando un altro impero dalla vocazione universale, quello britannico, volgeva al tramonto e assisteva alla contemporanea ascesa di contendenti: Stati Uniti, Germania, Giappone. Stiamo vivendo, quindi, le turbolenze legate allo sfaldarsi dell’ordine americano e all’emergere di potenze antagoniste: su tutte Russia e Cina.

Il flusso storico pare irreversibile e in questo senso – e per rispondere alla Sua domanda – chiunque si trovi a capo dell’impero americano non può fare molto, se non tentare di ritardare questo inesorabile declino: possono cambiare forse i modi, ma non il fine.

A questo riguardo, è palese come all’interno degli Usa ci siano forze che non riescono ad accettare questa realtà, con reazioni che sfociano addirittura nello psicodramma – del resto per gli Usa la prospettiva del declino è assolutamente inedita, per cui probabilmente non ci sono né risorse culturali, né psicologiche per affrontarla, in un Paese eternamente adolescente, che si percepisce popolo eletto e portatore di una missione universale. Sono tali forze che premono per un affrontamento militare con la Russia, per il famoso first strike, il primo gigantesco colpo atomico che metterebbe al tappeto l’avversario.

Tuttavia, vista ormai la quantità e qualità della dotazione militare dei contendenti ( e la recente uscita di Putin sulle armi in possesso della Russia, impossibili da intercettare, non è certamente casuale), l’opzione di questo attacco appare soltanto una fantasia puerile, una compensazione psicologica in effige di una frustrazione reale.

Concludendo, la politica americana, chiunque sia in sella, non può mutare e, infatti, vediamo una sostanziale continuità con le amministrazioni precedenti: la russofobia è per caso diminuita, come aveva promesso Trump in campagna elettorale? È diminuita la presa sull’Europa e la politica che tende ad ogni costo ad allontanarla e isolarla dalla Russia?

Come ho già detto, tutto ciò è inutile; si consideri questo breve elenco: nascita della “nuova via della seta” cinese, rafforzamento ed espansione della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, avvicinamento e sinergie russo-cinesi, de-dollarizzazione, scacco in Siria, avvisaglie di una possibile unificazione delle due Coree, aumento della fornitura di gas russo all’Europa e in particolare alla Germania con la partenza dei lavori per il gasdotto North Stream 2.

L’impero americano è una barca che fa acqua da tutte le parti; direi di più: è incagliata sugli scogli e non può che affondare.

L’elezione di Trump ha dimostrato, a mio avviso, che i media NON sono onnipotenti. Lei è d’accordo con me?

Indubbiamente, la propaganda ha subito due sconfitte, prima con la Brexit e poi con l’elezione di Donald Trump. Le ragioni si trovano in una divaricazione ormai troppo accentuata tra la rappresentazione che il sistema dei media costruisce della realtà e la realtà che è sperimentata dalla gente.

La “realtà” è sempre una costruzione sociale ed è in larga misura convenzionale, ma evidentemente c’è un limite, un nocciolo di oggettività, che non è ulteriormente manipolabile. La divaricazione realtà-rappresentazione apre delle falle nel sistema di propaganda e, soprattutto, mina la credibilità e l’autorevolezza degli stessi media.

Al contempo, cresce l’influenza di internet, dove lentamente, ma con un effetto cumulativo implacabile, ha agito e agisce quello che in psicologia sociale è chiamato sleeper effect, effetto per il quale informazioni, idee, punti di vista si diffondono nel tempo, proprio in virtù della bassa credibilità della fonte.

La crociata contro le cosiddette fake news – che, in verità, sono proprio quelle ammannite dai media dominanti- è soltanto un pretesto per arginare tale fenomeno e arrivare ad istituire un orwelliano “Ministero della Verità”, che, in nome di una presunta autorevolezza – ma legalmente riconosciuta – istituirebbe formalmente una nuova censura nel mondo della “libera informazione”.

Ahimè, queste falle nel sistema di propaganda non rendono la situazione meno spaventosa, anzi.

Si rafforza la funzione di controllo dell’apparato mediatico, che è enormemente asimmetrico, proprio perché questa è la sua funzione principale.

L’agenda è ancora dettata dai media di propaganda – il noto effetto di agenda setting – ed internet – come ho scritto altrove – è un sistema di controllo nato in ambito militare e diffuso a partire dagli anni novanta per accompagnare la globalizzazione a trazione americana.

Internet costituisce, infatti, il modello mentale della società globalizzata: una indistinta e virtuale rete mondiale (World Wide Web), abitata da un essere umano de-territorializzato, che esiste appunto in questo non luogo geografico e in un eterno presente, creato mediante la simultaneità degli scambi (tempo e spazio sono dimensioni collegate ed internet annulla l’una e l’altra).

Geniale come strumento di controllo totale: capace addirittura di dare al suo utente controllato l’illusione della libertà e di ottenere, spontaneamente, informazioni sensibili che una volta i servizi segreti dovevano sudare sette camice per carpire, nonché in grado di far esplicitare – sotto la spinta a manifestarsi, ad esistere attraverso la rete in un mondo che si vuole sempre più mediatizzato- quello che una volta poteva rimanere nascosto: il pensiero e le emozioni. Oggi le agenzie politiche e di controllo sanno davvero tutto di noi e possono catalogare e quantificare il dissenso, in modo da poterlo arginare e manipolare.

La digitalizzazione crescente è, in larga misura, un pretesto per rendere il controllo più efficace (nelle intenzioni addirittura totale) e il cyberspazio è ormai terreno di guerra e guerriglia di propaganda, in cui giocano un ruolo cospicuo i servizi segreti, spesso mascherati da agitatori o informatori “antisistema”.

Non si dimentichi che la guerra è un fenomeno ubiquitario e quotidiano e una delle battaglie principali è quella per la conquista delle menti.

Con quali argomenti specifici (e non genericamente) si può affermare che l’Europa è subordinata agli Stati Uniti?

Con la seconda Guerra mondiale, l’Europa occidentale è stata occupata e trasformata in un protettorato americano, come recentemente dichiarato anche da Steve Bannon.

Alla fine della “guerra fredda”, si sono aggiunti anche Paesi dell’est Europa, una volta appartenenti all’orbita di Mosca. Attualmente – nonostante la “guerra fredda” sia formalmente finita da un pezzo e la NATO fosse una struttura difensiva che avrebbe dovuto sciogliersi una volta finito il “pericolo rosso” – In Europa insistono centinaia di basi americane: ufficialmente 179 soltanto in Germania e 59 in Italia, Paese che ha visto triplicarsi la presenza militare americana negli ultimi venti anni – guarda caso in coincidenza con la Seconda Repubblica, nata con l’operazione Tangentopoli, attraverso la quale fu spazzata via una classe politica non accondiscendente alla marginalizzazione del Paese e al suo completo asservimento all’Unione Europea. A tal proposito, da ascoltare un illuminante passaggio di un’intervista a Bettino Craxi.

Oggi l’Italia, come può leggere sul sito della Treccani – non proprio un covo di rivoltosi – è una rampa di lancio per le missioni di guerra americane.

Il progetto dell’unificazione europea è stato costruito dagli strateghi americani per ruotare intorno al ruolo predominante (precisamente di sub-dominio rispetto agli USA) della Germania, conferendo ad essa un esorbitante vantaggio al fine di tenerla saldamente legata al carro atlantico e di distoglierla da tentazioni di liaisons con la Russia, esiziali per gli interessi geopolitici a stelle e strisce.

Per inciso, l’euro nasce appositamente per conferire alla Germania uno straordinario vantaggio economico ed è per questa ragione che non può essere smantellato.

In occasione del dibattito riguardo al referendum sulla Brexit, alcuni giornali fecero filtrare alcune rivelazioni e, di seguito, cito un articolo uscito il 23 Gennaio 2016 sul sito di ItaliaOggi:

“Nel 2000 un ricercatore della Georgetown university, Joshua Paul, ha trovato negli US national archives prove documentali molto chiare che il progetto per l’Unione europea nasce in non poca parte come una sofisticata iniziativa dell’intelligence americana.

“Tra gli altri documenti, un memorandum del 1950 dà istruzioni dettagliate sulla conduzione di una campagna per favorire la creazione di un parlamento europeo. È firmato dal generale William Donovan, il direttore nel corso della seconda guerra mondiale dell’Oss-Office of strategic services, diventato la Cia alla fine del conflitto. Il principale veicolo per il coordinamento e il finanziamento è stato l’American committee for a united Europe, l’Acue, fondato nel 1948. Donovan, nominalmente tornato a vita privata, ne era il presidente. Il vicepresidente era Allen Dulles, il fratello del segretario di stato John Foster Dulles e lui stesso il direttore della Cia negli anni Cinquanta. Il board era composto da numerose altre figure di primo piano nell’intelligence, sia di provenienza Cia che già attive nell’Oss.

“I documenti reperiti indicano che l’Acue è stato di gran lunga il principale finanziatore del Movimento europeo, la più importante organizzazione federalista europea del dopoguerra. Dimostrano, per esempio, che nel 1958 gli americani hanno fornito il 53,5% dei fondi del movimento, che contava tra i suoi «presidenti onorari» personaggi del calibro di Winston Churchill, Konrad Adenauer, Léon Blum e Alcide de Gasperi. Alcuni dei suoi rami operativi, come la European youth campaign, erano totalmente finanziati e diretti da Washington. Dalla documentazione emerge che i leader del Movimento europeo, Joseph Retinger, Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul-Henri Spaak, venivano a volte trattati alla stregua di «bassa manovalanza» dai loro sponsor americani, una fonte di comprensibile infelicità.

“Da parte americana, come in ogni operazione segreta come si deve, i fondi necessari giungevano a destinazione attraverso strade complesse. L’Acue era «pubblicamente» finanziato dalle Fondazioni Rockefeller e Ford, come anche da gruppi d’affari in rapporti stretti con il governo Usa. Con l’inizio degli anni 60 e l’entrata nella fase più calda della «guerra fredda», è scemato l’entusiasmo Usa per l’approccio «soft» e i fondi sono stati spostati verso altre priorità. L’attenzione però era lenta a passare. L’archivio scoperto da Paul contiene anche un memorandum datato 11 giugno 1965 in cui la sezione «affari europei» del dipartimento di stato Usa consiglia al vice-presidente dell’allora comunità economica europea, l’economista francese Robert Marjolin, di perseguire l’obiettivo dell’unificazione monetaria europea agendo sottotraccia: gli raccomanda di sopprimere il dibattito al riguardo fino al momento in cui «l’adozione di tali proposte diventerà virtualmente inevitabile».”

Il “fenomeno” Macron. Quali forze lo hanno “creato” e portato rapidissimamente al potere?

In Francia, ci sono state storicamente delle resistenze alla costruzione europea voluta dagli americani: pensiamo a de Gaulle. È interessante leggere le rivelatrici parole che François Mitterand affidò a Georges-Marc Benamou, nel suo libro testamento Le dernier Mitterrand:

“…La Francia non lo sa, ma noi siamo in guerra con l’America. Una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra in cui apparentemente non ci sono morti. Sì, gli americani sono molto duri, sono voraci, vogliono un potere assoluto sul mondo. È una guerra sconosciuta, una guerra permanente, apparentemente senza morte e, pertanto, una guerra alla morte”.

“…Io sono l’ultimo dei grandi presidenti… voglio dire l’ultimo nella linea di de Gaulle. Dopo di me, non ce ne saranno altri in Francia… a causa dell’Europa, a causa della mondializzazione…”

Il “fenomeno” Macron è stato costruito in fretta e furia, in pochi mesi, di fronte all’avanzata, che pareva inarrestabile, di Marine Le Pen e di un euroscetticismo che poteva far presa in un certo retroterra culturale francese.

Dietro il “fenomeno”, ovviamente, ci sono forze filoamericane che perseguono il progetto mondialistico. Non a caso la posizione di Macron è quella di un europeismo di ferro. Macron garantisce la prosecuzione dell’agenda del mondialismo, dal punto di vista sia politico, verso l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa; sia economico, con politiche neoliberistiche; sia dell’ingegneria sociale, proseguendo il processo di liquefazione della società per instaurare il nuovo ordine secondo il motto ordo ab chao.

Per raggiungere questo obiettivo di ingegneria sociale, è necessario passare attraverso lo “scongelamento” (leggi distruzione) delle strutture antropologico-culturali pre-esistenti (identità, per semplificare), per poi attuare il cambiamento desiderato e procedere, quindi, al suo “congelamento”, cioè alla calcificazione (istituzionalizzazione) della nuova struttura antropologica.

Il processo risponde, in scala ampliata, al modello di cambiamento psicosociale ideato per i gruppi dallo psicologo Kurt Lewin.

Mi consenta una digressione e un salto in avanti – ma non troppo.

Il sogno del potere, che è in essenza controllo, è appunto il controllo totale: delle risorse materiali, ideologiche (cioè delle credenze) e, in ultimo, dello stresso sostrato biologico. Ciò presuppone l’eliminazione della variabilità (e della connaturata imprevedibilità), in primis umana, e la creazione di un modello antropologico di uomo standardizzato transumano, interamente progettato in funzione dei bisogni dell’élite e del mantenimento del suo sistema di potere.

Il punto cruciale, per attuare questo progetto, è la diminuzione della popolazione, vera ossessione della superclasse.

Nel nuovo, meraviglioso mondo che ci aspetta – e che in parte è già qui – secondo il programma portato avanti da questi filantropi, ci saranno: robots per sostituire la forza lavoro; disoccupazione permanente e precarizzazione del lavoro e della stessa esistenza; stipendi da fame; eliminazione di qualunque tipo di welfare gratuito; reddito di cittadinanza che non consentirà neppure di riprodursi; diffusione dell’omosessualità e della sessualità parafiliaca e non riproduttiva; eutanasia, in particolare per eliminare un bel po’ di anziani indigenti; conflitto di classe sostituito dal conflitto identitario per scatenare una guerra tra poveri perpetua; controllo dell’uomo esteso fino al sostrato biologico – con il pretesto della salute o della sicurezza, perché l’instaurazione di una dittatura di tal fatta abbisogna di uno stato di emergenza permanente.

La Russia di Putin è accusata di avere interferito pesantemente nelle elezioni presidenziali USA, ovviamente in favore di Trump. Sono accuse fondate o pretestuose?

Dopo mesi e mesi non è stata ancora trovato uno straccio di prova e un’inchiesta del Congresso americano, appena conclusa, ha stabilito che non c’è stata alcuna ingerenza russa nelle elezioni del 2016.

Le accuse pretestuose sono un classico della propaganda: vediamo un altro caso eclatante con la storia dell’ avvelenamento in Gran Bretagna da gas nervino della spia Sergei Skripal, di cui sono accusati i russi.

Già il semplice porsi la banale domanda: a chi giova? sbugiarda la notizia: perché mai Putin dovrebbe ordire un attentato del genere in prossimità delle elezioni in Russia e a qualche mese dai campionati mondiali di calcio, ospitati proprio nel suo Paese?

Si nota anche un’inversione di un principio cardine della giurisprudenza: la presunzione di innocenza. Si è innocenti fino a prova contraria, ma la propaganda, in un tipico esempio di ribaltamento, stabilisce il principio opposto: si è presunti colpevoli e si deve dimostrare la propria innocenza.

Tra l’altro, le accuse muovono sempre in assenza di prove. È un ritorno indietro di secoli: siamo alla caccia alle streghe, ma se ci pensiamo, in America fu così anche durante il maccartismo, un’altra caccia alle streghe contro il malefico influsso russo…

La propaganda, quando la tensione geopolitica sale, accentua i suoi caratteri di ipersemplificazione, di polarizzazione e di irrazionalismo: sono i buoni contro i cattivi, come in un film americano (nel caso succitato – ha fatto notare Paul Craig Roberts – l’intera sceneggiatura, compreso l’uso del gas nervino, è copiata dalla serie televisiva angloamericana Strike back…).

E, nei film americani, coi cattivi non ci si accorda: ai cattivi si spara. Non si fece così anche con gli indiani d’America? Ho paura che non sia così facile fare la stessa cosa con i russi…

Appunto in relazione al Russiagate si moltiplicano le azioni legali e le pressioni su varie personalità dell’entourage presidenziale. C’è una probabilità che queste azioni mettano il presidente in seria difficoltà?

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro tra gruppi di potere. Tuttavia, per scrivere qualcosa di davvero sensato, bisognerebbe avere notizie di prima mano, o addirittura essere dentro alle “segrete cose”.

Quello che, dall’esterno, si può capire è che il cosiddetto deep state e la vecchia amministrazione non si aspettavano l’elezione di Trump ed erano convinti della continuità del potere attraverso Hillary Clinton.

Si è anche notato come i vassalli dei protettorati europei siano tutti rimasti fedeli alla vecchia amministrazione, pensando ad una rapida defenestrazione di Trump.

Nella convinzione della continuità del potere e della conseguente impunità, la vecchia amministrazione si è comportata con una certa leggerezza, non preoccupandosi troppo di coprire alcune – uso un termine improprio – “mancanze”, offrendo, così, a Trump e a chi lo sostiene, l’appiglio per difendere la propria posizione e dare il via ad una schermaglia di ricatti incrociati.

Queste schermaglie utilizzano anche operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica, attraverso il circuito mediatico principale (nelle mani del deep state), e i social media, in cui si è distinto Trump, sia dando vita ad un inedito colloquio diretto con la base (via Twitter), sia dando vita a gruppi di opinione e pressione su internet (come QAnon, o Release the memo), che, costantemente, minacciano presunte rivelazioni in grado di annientare la vecchia nomenklatura e i gruppi di potere sottostanti.

Al momento, però, sembrerebbe che la politica del presidente si stia piegando alle pressioni dei neocons.

Vedremo se le prossime evoluzioni chiariranno la situazione e se la guerra interna tra élites proseguirà.

I media occidentali ci parlano spesso di movimenti di opposizione a Putin e alla sua politica. Qual è la loro consistenza e quale possibilità hanno di assumere un ruolo di rilievo nelle prossime elezioni?

Nei media occidentali, sempre per ragioni di propaganda e di wishful thinking c’è una sovrastima della consistenza e dell’influenza di tali movimenti di opposizione. Attualmente, non paiono in grado di insinuare né il potere, né la popolarità di Putin, e la russofobia dilagante in occidente e l’aggressività verso la Russia non fanno che rafforzare la posizione del presidente e compattare il Paese attorno a lui, che -ricordiamo- ha risollevato la Russia dal baratro degli anni novanta e le sta restituendo, giorno dopo giorno, il ruolo di superpotenza. Questo i russi lo sanno e lo hanno confermato i risultati delle urne, un vero e proprio plebiscito per Vladimir Putin.

L’ultima domanda è obbligata. Come valuta l’elezione del 4 marzo in Italia e (richiesta di una previsione) a quale governo porterà?

In un Paese occupato, con 59 basi militari ufficiali, dalla superpotenza (gli Stati Uniti) che ha creato l’Unione Europea a suo uso e consumo, non sono possibili libere elezioni, per cui proseguirà l’agenda mondialistica che ultimerà la distruzione dell’Italia. Non mi pare che – al di là delle parole – esistano reali forze di opposizione a questo progetto.

Il Movimento 5 stelle è nato per intercettare il malcontento e sterilizzarlo. In realtà, il suo programma coincide con l’agenda mondialistica.

La Lega, portatrice, in teoria, di alcune istanze sovranistiche, al momento di proporsi come forza di governo, ha eliminato dal programma l’uscita dall’euro, che pure aveva strombazzato ai quattro venti, e Salvini ha dichiarato che la NATO non si mette in discussione.

I punti focali del programma leghista – sicurezza, frontiere, abbassamento delle tasse – sono gli stessi portati avanti da Donald Trump. Anche lo slogan: “Prima gli italiani” suona come uno scimmiottamento di “America first”. Questo per mostrare il livello di sudditanza anche culturale – non soltanto politica – cui si è giunti.

E’ necessario chiarire che L’Unione europea non è un progetto emendabile: il suo obiettivo è distruggere gli Stati nazionali e annullare ogni forma di potere democratico; un’agenda che, a partire dalla pubblicazione del documento della Commissione Trilaterale , Crisi della democrazia, datato 1975, è stata perseguita inesorabilmente.

Di conseguenza, chiunque non proponga un’uscita dall’Unione Europea, senza se e senza ma, è complice di questo progetto.

Nello specifico, il nuovo sistema elettorale è concepito per portare ad alleanze, che di fatto e come al solito, tradiscono le promesse elettorali e il mandato degli elettori.

Si sta lavorando per i soliti inciuci, tipici della politica italiana.

Il progetto iniziale della “regia” era quello di un’alleanza Renzi-Berlusconi, reso impossibile dal calo di consensi dell’uno e dell’altro.

Sicuramente, si farà di tutto per non votare di nuovo e – seppure già annacquato- per limitare ulteriormente Salvini e le istanze sovranistiche di cui è portatore.

Qualora non si arrivi ad un governo che soddisfi i poteri forti e i politici- camerieri al loro servizio (che un guiderdone devono pure averlo, dal momento che ci mettono la faccia), è sempre pronta l’eventualità di un governo “tecnico” (altro termine della neolingua). I pretesti non mancano: si può invocare il debito pubblico e agitare ad arte lo spauracchio dello spread, oppure la crisi delle banche italiane, che si vuole consegnare completamente in mani straniere.

E allora? Non resta che pregare tutti insieme? No, qui in Italia ognuno per proprio conto: nel nome del Padre, del Figlio, del cognato e dello zio…

Fonte: Ticinolive

Link: http://www.ticinolive.ch/2018/03/19/limpero-americano-barca-acqua-tutte-le-parti-intervista-francesco-mazzuoli/

 

BUTTIAMO FUORI L’OCCUPANTE AMERICANO E I SUOI LACCHE’

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La larga vittoria di Putin alle ultime elezioni russe è stata accolta malissimo in Occidente. Nessun altro leader europeo o americano può vantare simili percentuali di gradimento elettorale. Sarà stata l’invidia o la bassa statura strategica ma i capi di Stato e di governo del primo mondo non si sono accalcati per congratularsi con lo “zar”. Solo poche ore fa è arrivata la telefonata di Trump, il quale, essendo a capo della superpotenza americana non deve guardarsi intorno, scrutando quello che fanno gli altri, prima di agire.
La vergognosa Europa dimostra ancora una volta di quale pessima stoffa è fatta e a quale volgarità diplomatica è ormai giunta nella sua totale decadenza. Il circo mediatico italiano, anche di fronte a risultati schiaccianti ed inequivocabili, ha voluto parlare di brogli o di bassa affluenza anziché mettere in evidenza l’unica realtà accertata, ovvero la superiorità indiscussa del Presidente uscente e rientrante a furor di popolo per la quarta volta in 20 anni. Lui amato dagli elettori, i nostri politici odiati e insultati perché hanno distrutto il Paese ed il continente. Non teme di cadere nel ridicolo la casta giornalistica nostrana criticando aspramente la classe dirigente russa mentre in patria ignora o minimizza i maneggi sulle schede provenienti dall’estero o la disaffezione crescente versi i partiti e le istituzioni che si traduce in sempre più scarsa partecipazione al rito democratico?
Evidentemente, l’impalcatura ideologica che pennivendoli e sedicenti commentatori si sono costruiti intorno, benché diroccata e traballante, sembra loro ancora un buon riparo dai mutamenti mondiali. Ma non è così. La gente non li sta più a sentire e nemmeno a leggere, hai voglia a parlare di Putinia, di aggressività di Mosca, di dittatura o di democratura e tante altre belle stronzate che speriamo vadano loro di traverso. Moriranno strozzati dalla loro stessa merda e non accadrà fra tantissimo tempo.
Di che cosa si accusa poi Putin? Di aver avvelenato una spia passata al nemico? Pure un bambino capisce che si tratta di “inside job” per gettare fango su un personaggio, non allineato e non gradito alla famigerata “comunità internazionale”, per un ennesimo successo politico scontato. Di aver creato instabilità globale? Di disprezzare la sovranità dei vicini e dei lontani? Di non rispettare le regole del diritto internazionale? Di boicottare la democrazia elettorale? Non si può incolpare Mosca per l’innescarsi fenomeni oggettivi che dipendono dal metamorfosarsi degli equilibri internazionali. Mosca agisce in questa situazione nella quale sono Usa (e alleati), in quanto campo predominante, sebbene in relativo declino, ad operare spregiudicatamente nel tentativo di frenare l’avanzante multipolarismo. La geopolitica del caos di Obama s’inseriva a pieno titolo in questo tentativo, solo in parte riuscito. Per l’Occidente a guida Usa si tratta di salvare la sostanza (il proprio predominio egemonico) modificando alcune forme, per gli sfidanti di rivoluzionare l’una e le altre al fine di stabilire nuovi rapporti di forza, approfittando dei vuoti che si aprono a causa della frantumazione delle sfere d’influenza che la fase storica impone a tutti gli attori. Ogni cosa declina su questa terra per dinamiche intrinseche e per risvolti di azioni soggettive (ma soprattutto per evoluzione di condizioni oggettive). Ma ribadiamo, non si tratta di malvagità di qualcuno, non esiste l’asse del male, non esisteva nemmeno in passato. Non sono cattivi gli americani e non lo sono i russi. Tanto meno possono essere buoni. Semmai, i primi sono molto più ipocriti dei secondi perché nascondono dietro grandi narrazioni libertarie i loro piani di dominazione del globo, accusando i nemici di nefandezze che essi sono i primi a commettere. Non entriamo nel merito delle guerre scatenate dagli yankees negli ultimi tempi perché non la finiremmo più. I russi, al momento, non possono eguagliarli ma se potessero non si tirerebbero indietro per salvaguardare loro “sicurezza” nazionale ed internazionale. Ci provano ma non sono ancora all’altezza di cotanta assertività ed anche spietatezza. E finché non lo saranno resteranno secondi a quelli ma non sottomessi come i lacchè dell’impero. Dunque, auguriamoci che i russi (e gli europei divincolatisi un giorno dal giogo di Washington) diventino presto come gli americani, affinché il monopolio della violenza possa distribuirsi meglio tra i competitori, fino all’affermarsi di un diverso ordine delle cose, in quanto quello in auge è divenuto sconveniente per troppi popoli, a partire dal nostro.
Piuttosto, evitiamo di cadere nell’errore dei cantori dell’american way of life, della democrazia, della società civile, del mercato e delle tante altre sciocchezze di diretta derivazione oltreoceanica, sentendoci moralmente superiori o costantemente nel giusto. Non importa essere nel giusto, bisogna indebolire la società statunitense perché il suo imperio ci è oltremodo svantaggioso oltre che ripugnante per le sue continue degradazioni culturali.
Ristabiliamo, inoltre, un minimo di verità storica. Per esempio. Quando l’Urss è collassata gli Usa sono arrivati fino alle porte della Russia. Hanno inglobato molti stati dell’ex patto di Varsavia nella Nato, poi sono passati ad inglobare o associare quelli dell’ex Unione Sovietica, l’Ue si è ugualmente allargata alla maggioranza di detti satelliti di Mosca riscrivendo le cartine geografiche. Sono vicende note. Inoltre, nonostante lo smantellamento degli arsenali sovietici hanno continuato ad armarsi violando o stracciando i trattati sui missili balistici e sugli ordigni nucleari. Hanno esagerato eppure non sono riusciti ad impedire che la Russia risorgesse dalle sue ceneri, oggi come media potenza ma domani, forse, come attrattore di un polo antagonistico e portatore di un diverso modello sociale. Dobbiamo augurarci che l’aggressività russa diventi veramente tale ma in alleanza con risorgenti protagonisti europei, stufi di sottostare agli ordini di un occupante che non vuole più sloggiare dalla fine della II Guerra mondiale.

IL MULTIPOLARISMO E’ SEMPRE IN CRESCITA, di GLG

gianfranco

A quanto si può afferrare sinora, non sembra affatto che la Corea del Nord abbia manifestato, nel suo invitare ad un colloquio diretto gli Usa, l’accettazione di una “denuclearizzazione” come scrivono i nostri giornali e, mi sembra, anche quelli statunitensi. Kim sembra disposto ad eventualmente sospendere i test nucleari. Vedremo cosa chiederà in cambio; in ogni caso, sembra avere un certo numero di bombe atomiche, sufficienti alla “deterrenza”, oltre al fatto che credo abbia in mano tutti gli elementi per costruirne ancora. Al massimo può essere che esperimenti ulteriori fossero necessari ad accrescere la potenza delle bombe, ma non so se questo è proprio necessario e, in ogni caso, i nordcoreani sono arrivati fino alla bomba H (ad idrogeno); quella della “fusione” di atomi (un po’ come avviene nel Sole, dove quattro nuclei di H si fondono in uno di elio) e non della semplice “fissione” di nuclei d’atomi pesanti quali plutonio e uranio (la fissione serve semmai da innesco alla fusione della bomba H). Quest’ultima è molto più potente, libera energia anche migliaia di volte superiore a quella della bomba su Hiroshima. Inoltre, il Nord Corea ha recentemente sperimentato un missile a lunga gittata che può arrivare almeno alla parte degli Usa sul Pacifico (il famoso “West” di tanti film americani).
In definitiva, tenuto conto dei recenti approcci con la “rivale” Corea del Sud (il cui presidente sembra non avere nulla in contrario rispetto ai rapporti con il nord), possiamo ben dire che il “folle, feroce dittatore” Kim – un personaggio che dimostra d’avere più cervello di certi suoi antagonisti e detrattori – può ben consentirsi la “distensione”; anche perché la Cina non può certo abbandonarlo e veder accadere in quel paese qualcosa che possa condurre ad avere gli Stati Uniti ad un passo da casa con tutta la Corea sotto il loro tallone. Alla lunga, la Cina non sarà contentissima di avere accanto una Corea riunificata che sarà una subpotenza regionale di buon “rispetto” (economia florida del sud più potenza bellica del nord in un unico paese). Questo processo richiede però i suoi tempi e comunque non è come avere “addosso” fin d’ora la potenza statunitense in un’unica area territoriale a essa sottomessa. Credo che nei colloqui che inizieranno prossimamente (se va bene l’incontro tra Kim e Trump), saranno gli USA a porre più problemi, anche se le nostre fonti informative, abituate alla menzogna, farebbero cadere tutte le responsabilità di una possibile rottura sul suddetto “folle e feroce dittatore”.
E’ indubbio che gli Stati Uniti, con pedissequamente al seguito quella Unione Europea da loro patrocinata (e di cui hanno pagato tutti i “nobili padri fondatori” come dimostrato dal ricercatore americano Joshua Paul), non si aspettavano questa veloce avanzata del multipolarismo. Si è tanto cianciato di BRICS, ma è ovvio che, se Russia e Cina fossero state potenze come Brasile e Sudafrica e in fondo pure l’India, il monocentrismo statunitense – non perfetto come non lo può mai essere; e non lo era nemmeno quello inglese tra Congresso di Vienna e seconda metà dell’ottocento – sarebbe stato assicurato a lungo. Invece no, Russia e Cina si staccano da quel contesto e hanno mostrato una sorprendente ascesa. Non semplicemente economica come sempre la considerano i “limitati” cultori di tale settore “scientifico” (solo dei tecnici in realtà) perfettamente inconsapevoli dei problemi politici relativi alle “sfere d’influenza”.
La Cina ha fra l’altro molto ridotto il tasso di crescita del PIL (a due cifre), ma deve temere solo la rigidità della sua struttura sociale interna e di molti suoi apparati politici e amministrativi. La Russia, considerata il risultato disastroso di un crollo improvviso dell’Urss e del suo sedicente “impero” (che tale non era affatto, anzi è stato un motivo di debolezza appunto “strutturale” della sua sfera d’influenza), ha avuto un recupero inaspettato per tutti (ammetto che pure io, invischiato in una vecchia mentalità, sono rimasto sorpreso assai). Credo sia indispensabile ripensare bene il “17 sovietico”, ma ancor più la sedicente “costruzione del socialismo” (soprattutto negli anni ’30 con Stalin) che in realtà ha posto le basi di una notevole potenza capace di contrapporsi agli Usa (comunque superiori) per quasi mezzo secolo. Il suo “crollo” non ha significato la scomparsa di quanto effettivamente messo in piedi; semplicemente è venuto al pettine l’ostacolo impediente costituito dall’ideologia di quella presunta “costruzione” e della “classe operaia” come soggetto della stessa. Oggi la Russia marcia più spedita, libera dagli intralci politico-ideologici che ormai la imbrigliavano. Non tutto è a posto, forse, ma comunque negli ultimi anni ha mostrato capacità di reazione alle “sottili” (si fa per dire) aggressioni dell’occidente (di fatto gli Stati Uniti) di notevole rilievo. In particolare, la vicenda siriana è stata piuttosto significativa.
Incredibile è infatti quanto sta avvenendo proprio nella “nostra” parte di mondo (Usa ed Europa). Innanzitutto, mi riferisco all’elezione di Trump con forte avversione del vecchio establishment, che continua nel suo tentativo di destabilizzare la neopresidenza. Tutta la stampa “bene”, gran parte della TV continuano ad avversarla. E per far questo ci s’inventa perfino rapporti di quasi alleanza tra il nuovo vertice e la Russia, tesi che si sta rivelando sempre più demenziale. Il colmo è poi stato raggiunto con l’accusa a Putin di aver ordinato l’avvelenamento di una ex spia in Inghilterra, già scambiata da otto anni e che viveva tranquillamente da allora in un posto noto e senza alcun problema. A due settimane dal voto presidenziale in Russia, sarebbe stato dato l’ordine di avvelenamento; e senza nemmeno riuscire nell’intento. E i motivi addotti per dimostrare la diretta colpevolezza di Putin raggiungono il vertice della idiozia, incredibile da parte di coloro (inglesi) che sono stati dominatori del mondo e di quelli (americani) che lo vorrebbero essere adesso. Alla ex spia sarà magari stata somministrata – lui consenziente (per “obbligo”) con tutta probabilità – una dose minima di veleno da parte degli inglesi (forse pure avvertendo se non addirittura in accordo con gli statunitensi); finora non mi sembra che nessuno abbia potuto vederlo e visitarlo e si continua a dire che è in pericolo di vita senza che si possa appurare alcunché in tal senso.
E’ appunto la decadenza di questo “occidente” (asservito agli Usa) che lascia abbastanza sorpresi. Non si pensava si fosse arrivati così in basso. Dopo il crollo dell’Urss – ritenuto, appunto erroneamente, definitivo – gli Usa si sono sentiti in piena fase storica monocentrica. Sono passati dieci anni e poco più e si sono accorti che così non era. Ha iniziato Bush jr. con manovre aggressive, ma abbastanza “decentrate” (Afghanistan, Irak, poi Georgia e approntamento della crisi ucraina; e probabilmente “disturbi” nella zona caucasica). Poi Obama ha accentuato la strategia aggressiva, tentando quel caos che si credeva di poter utilizzare per mettere pienamente in “lista d’attesa” ogni futura pretesa russa. Si sono liquidati regimi “fedeli” (Egitto, Tunisia, ad es.) e anche quello di Gheddafi, tutt’altro che nemico come lo si voleva far passare. Non a caso era avverso ad Hamas e tutto sommato non proprio dalla parte dei palestinesi nei confronti di Israele; e non vedeva certo di buon occhio certi musulmani, come dimostra la soddisfazione con cui la sua caduta è stata salutata dall’ Iran e anche dalla Turchia, le due subpotenze regionali (musulmane, anche se una sciita e l’altra sunnita) in crescita nella zona.
Poi si è deciso di aggredire la Siria (qui incontrando la netta opposizione dell’Iran e l’appoggio della Turchia fino a tempi recenti, quando poi questa si è accorta del pericolo rappresentato da certi favoritismi statunitensi verso i curdi); si sono favorite e finanziate organizzazioni radicali, le cui “ricadute” terroristiche in Europa hanno creato al suo interno quell’iniziale scombinamento che dovrebbe andare accrescendosi. Si è anche cercato di mettere sciiti contro sunniti mostrando una qualche “apertura” con i patti sul nucleare tra Usa e Iran, con ciò provocando l’irritazione della Turchia. Tutto sommato, però, quella strategia aveva l’obiettivo principale di rinsaldare una struttura di potere in Europa (nella UE e nei governi dei vari paesi) tendenzialmente sempre più asservita agli Usa (anche tramite la rinnovata funzione fortemente aggressiva della Nato) e quindi pronta ad essere molto conflittuale nei confronti della Russia. Questo era lo scopo principale della politica statunitense, altrimenti non si capisce quell’aver creato una enorme confusione nel continente africano (in particolare con la “primavera araba”) e in medioriente (aggressione alla Siria), che appaiono abbastanza lontani dai confini russi.
Diciamo che il caos creato si è riversato sull’“occidente”, provocando il ripensamento di altri centri strategici statunitensi, che sembrano avere il loro portavoce in Bannon, un individuo per certi versi simile per lucidità a Kissinger, al vertice di altri “centri” favorevoli a Nixon e allora sconfitti con il watergate (di cui fu strumento Mark Felt, dirigente FBI e “gola profonda” ispiratrice di due miserabili giornalisti elevati al rango di “eroi delle libera stampa”, lo schifo “profondo” della falsa democrazia “all’americana”). E anche ora, almeno al momento, chi sta dietro Trump ha apparentemente liquidato Bannon (e altri, ma di “contrapposto sentire”) e fa scegliere al neopresidente un andamento ondivago, difficile da comprendere appieno. Intanto, però, egli sta subendo una serie di sconfitte pericolose (l’ultima in Pennsylvania) alternate ad alcuni successi. Tutt’altro che rassicurante mi sembra pure l’andamento dell’economia, per il momento fondamentalmente favorevole. Starei però attento a cantare vittoria; non dico di ricordare proprio Herbert Hoover, eletto presidente nel 1928 (ed entrato in carica, come al solito, nel gennaio del ’29) sull’onda di una esaltata prosperità propagandata come quasi secolare e che finì invece in un anno. Magari adesso non finirà così male, tuttavia ho la sensazione che in troppi (anche qui da noi) si sentano prossimi ad un completo rasserenarsi della situazione, ad un rilancio assai vivace “dopo” la grave crisi iniziata nel 2008; si stia attenti, questa non è affatto superata, è anzi più probabile che si resti almeno sul “grigio” (e speriamo non volga invece al nero).
Per non stancare il lettore, termino al momento qui, anche se si affollano le questioni sul “tappeto” (della storia) come nella mia testa. E’ impressionante il compito che dovremmo almeno iniziare ad assolvere, sia per il presente futuro immediato sia per il passato falsato da storici (ed economisti e politologi e sociologi) di una indecenza unica pur occupando ignobilmente le cattedre universitarie di tutti i paesi “occidentali”, da cui impartiscono lezioni di ignoranza ai giovani. E sono assunti e pagati proprio per compiere simile misfatto del tutto utile ai poteri dominanti di una bassezza mai prima riscontrata in questa parte di mondo. Mi rivolgo con insistenza a individui più giovani di me affinché si possano raggruppare alcuni nuclei di studiosi pronti al “riscatto” da simile vergogna, ma mi accorgo di continuare a predicare nel deserto. Guardate che il multipolarismo (come detto nel titolo) sembra proprio avanzare con una certa sicurezza; questo dovrebbe infonderci coraggio e determinazione. Invece si sta perdendo tempo.

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Si rafforza Putin di GLG

gianfranco

Vladimir Putin
Russia Unita
45.513.001 63,64
Gennadij Zjuganov
Partito Comunista della Federazione Russa
12.288.624 17,18
Michail Prochorov
Indipendente 5.680.558 7,94
Vladimir Žirinovskij
Partito Liberal-Democratico di Russia
4.448.959 6,22
Sergeij Mironov
Russia Giusta
2.755.642 3,85
Totale 70.686.784
Voti non validi 833.191 1,16
Totale 71.519.975
Aventi diritto/Affluenza 109.610.812 65,25

Questi i dati delle elezioni del 2012. Adesso tutti i vari giornalisti felloni insistono sul fatto che nelle elezioni attuali Putin contava sul 70% di votanti. “Il Giornale” (il cui padrone è il “grande amico” del presidente russo) parla di grande successo come voti, ma di flop della partecipazione. Aspettiamo certo i dati definitivi; comunque ci si attende circa il 75% di voti a Putin con un 63% di partecipazione elettorale. Lasciamo perdere le presunte aspettative del rieletto (plebiscitariamente); se i dati sono vicini al vero, con il 2% in meno di votanti, Putin avrebbe avuto il 12% in più di voti, il partito comunista 5-6 in meno e il terzo – che oggi è Žirinovskij (nazionalista estremo) – più o meno lo stesso risultato. Gli altri microscopici partitini (alcuni forse filo-occidentali) sono a risultati da “barboni”. La Russia è il punto di riferimento ormai solido dell’opposizione ai vertici politici delle nostre zone, tutti asserviti a quello statunitense (attraversato da uno scontro più forte di altre volte) e in pieno disfacimento, anche mentale (l’ultimo episodio della spia russa verrà alla fine ripreso in una pochade francese).

Quanto all’Italia, come era evidente da tempo infinito, si precisa che il disegno era l’inciucio Renzusconi, con il sostegno dell’infido e subdolo Maroni nella Lega. I risultati elettorali hanno indubbiamente scompaginato tali progetti; ma fin dal giorno dopo il voto, ci si ricorderà che affermai non essere stati abbandonati quei disegni. Ed infatti, di fronte alle mosse di Salvini, il “nano” (con il nanetto detto Brunetta) non fa che lanciare sassate contro ogni possibile contatto tra Salvini e Di Maio con la scusa che il primo è solo il rappresentante della coalizione “unita” di centro-dx (ma quando mai è stata unita!); nel contempo, però, egli insiste che si può aprire al Pd. E Maroni ha rimesso fuori la testa per portare di fatto sostegno al “nano” sempre con la scusa della coalizione. A Salvini converrebbe lasciarli scoprire sempre più in modo da poter affibbiare a loro la rottura dell’“alleanza”; e ancor più dell’impossibilità di dare all’Italia un governo per poi rendere necessarie nuove elezioni assegnando un bel colpo definitivo al “vile maneggione” e al suo corrispondente toscan-piddino (nel contempo si libererebbe di Maroni e della fronda interna). Tuttavia, bisognerebbe avere molta determinazione; e poi sarebbe necessario avere piena fiducia in un Di Maio, che è andato negli Usa, in Inghilterra a “conversare” con ambienti economici, ha dichiarato fedeltà alla Nato, alla UE (pur dicendo che si aspetta maggiori aiuti e benevolenza), ecc. ecc.
Comunque un bel casino, tutto sommato positivo. E intanto, tornando a prima, si consolida la Russia e diventa fondamentale la nascita in Europa di forze decise a spostare le alleanze internazionali “ad est” (senza sottomissione alcuna ad altri padroni). Semplicemente addosso agli Usa, progressiva liberazione dalla loro dominazione e disfacimento dell’attuale organizzazione europea, da ripensare completamente a partire da nuovi rapporti, soprattutto tra Germania, Italia e magari Francia (ma con tutt’altre forze politiche al comando in questi paesi, proprio l’opposto di quelle attuali).

 

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Putin, il migliore di G.P.

Putin ha vinto ancora, i sedicenti esperti nostrani rosicano, livorosi e succubi del loro approccio ideologico, descrivono scenari che non esistono. Non sono in grado di vedere la realtà, non sono capaci di capirla e di andare oltre i suoi fenomeni estemporanei. Sono inutili e profferiscono mere banalità. Persino Il Giornale di Berlusconi oggi è contro Putin. È evidente che il capo è ormai pienamente all’allineato all’Ue dalla quale ha ricevuto appoggio prima delle elezioni. Diciamo allora qualcosa di ancor più chiaro. La Russia è l’unico antagonista dell’Occidente, lo è “geopoliticamente”, lo è militarmente, lo è psicologicamente e lo è storicamente. Chi tira fuori la “questione economica”, sostenendo che su questa base sia la Cina la vera sfidante dell’ordine americano, non ha compreso le dinamiche globali. L’economia russa, anche se apparentemente più debole di altre, è tesa ad alcuni scopi imprescindibili della fase: il multipolarismo, il recupero delle sfere d’influenza, il ripristino dell’egemonia regionale e l’intento di proiezione mondiale. L’economia non è mai il fine ma uno strumento al servizio della potenza. La Russia, sotto questi aspetti, è davanti a tutti, altro che Cina.

Ora godetevi questa intervista su Il Giornale a Parsi.

Costui si spaccia per un esperto di geopolitica ma non avevo mai sentito prima una tale sequela di banalità e luoghi comuni.
Vittorio Emanuele Parsi: “«Putin è l’uomo forte di un Paese debole.La Russia ha un’economia più piccola della Corea del Sud, una composizione economica come quella dell’Arabia saudita, con gli orsi invece dei cammelli. Un sistema in cui chi governa il Paese possiede le risorse del Paese».
Il leader di un’oligarchia? «Peggio di un’oligarchia, la Russia oggi non è diversa dalla Cina o dai Paesi del Golfo…ha vinto contro un’opposizione che non esiste. Che è stata squalificata, mandata in Siberia, eliminata col plutonio o col gas nervino. Si dice che Putin non abbia rivali, ma così è facile…sta schiantando la Russia. Putin non ha fatto bene alla Russia, è la Russia che ha fatto bene a lui, che oggi è l’uomo più ricco del Paese mentre prima di essere primo ministro era con le pezze al sedere…chi si oppone, muore. Facciamoci qualche domanda: nel mondo quali altri interessi potevano desiderare la morte di questa persona? Chi aveva la disponibilità di gas nervino? Chi poteva permettersi uno scandalo di questo tipo? È difficile che tre indizi non facciano una prova. La risposta è che non c’è un colpevole assoluto ma che il più probabile si chiama Vladimir Putin»…«Gran Bretagna, Francia e Germania hanno dato una risposta importantissima affermando che anche se il Regno Unito è uscito dalla Ue con la Brexit resta concettualmente in sintonia con l’Europa. Siamo i Paesi dell’Occidente e dell’Occidente europeo. Non puoi usare un gas illegale a casa di un altro membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Su questo Putin ha perso la sua scommessa».

Caos mediorientale di GLG

siria

Osservando la nuova crisi nel Medioriente, facciamo alcune semplici osservazioni (su una situazione per nulla semplice). I curdi – ben legati agli Usa, di ieri (Obama) come d’oggi (Trump) malgrado gli acuti dissidi tra i due gruppi di vertice statunitensi – hanno combattuto l’Isis, pur sempre finanziato (più di nascosto e tramite Qatar, Arabia Saudita che ha poi fatto finta di rompere con quest’ultimo proprio su tale questione) dagli Stati Uniti; stavolta direi soprattutto quelli di Obama mentre sembra che Trump sia contrario, anche perché ormai il tempo di quell’organizzazione “radicale” e fomentatrice di terrorismo è decaduto nella sostanza (magari ne inventeranno qualcuno di nuovo). Nello stesso tempo i curdi sono stati a fianco delle truppe che hanno cercato di abbattere Assad, tenuto in piedi dai russi. Nel combattimento contro l’Isis i curdi erano a fianco degli iracheni, poi sono stati attaccati da questi ultimi nelle zone che occupavano in Irak. Adesso sembra che ci siano contatti tra curdi e i siriani di Assad. In effetti mentre le truppe siriane si scatenano alla periferia di Damasco contro residui dell’islamismo radicale, al nord si oppongono all’offensiva turca contro i curdi Nel contempo la Turchia – anch’essa fornitrice un tempo di armi all’Isis – adesso ha rapporti apparentemente non di contrasto con i russi mentre attacca appunto con particolare decisione i curdi, con cui ha un ben lungo contenzioso per ragioni territoriali e altro. I russi hanno appoggiato senza esitazioni e giravolte Assad (difendendo le proprie posizioni nella zona), non hanno assunto posizioni nei confronti della questione turco-curda, ma hanno avuto contrasti con tutti quelli (compresi appunto, fino a poco tempo fa, i curdi) che, appoggiati dagli Usa, hanno cercato di spazzare via il regime siriano legittimo (cioè quello che per decenni ha guidato il paese). Ci sono state frizioni tra Russia e Turchia, per il momento calmatesi; mentre Russia e Iran (che appoggia pur esso Assad in Siria e, naturalmente, gli hezbollah in Libano) hanno sempre sostanzialmente mantenuto buoni rapporti. Iran e Turchia sono chiaramente subpotenze regionali in contrasto per la supremazia in quell’area, ma ultimamente hanno attenuato i contrasti con la mediazione della Russia. Mentre gli Usa di Obama avevano ad un certo punto tentato di dividere gli islamisti, con un’attenuazione dei contrasti con lo sciita Iran (trattato sul nucleare) e creando così attrito con la sunnita Turchia (che li ha accusati di aver favorito il tentativo di colpo di Stato contro Erdogan) e anche con Israele (sempre in forte attrito con gli iraniani), adesso i vertici trumpiani hanno assunto violenta contrapposizione all’Iran, ricreando un asse forte con gli israeliani, che hanno acuito in questi giorni la tensione con tale paese e per nulla favorevoli ad Assad; anche se sembrano mantenersi rapporti non eccessivamente tesi tra Israele e Russia. La Turchia non sembra per il momento riavvicinarsi troppo agli Stati Uniti della nuova strategia, preferisce regolare i conti con i curdi e sta sul chi va là, senza sbilanciarsi troppo, con Russia (e Siria) e perfino con l’Iran (ma sarà cosa temporanea); e in fondo anche con Israele, che tuttavia considera come concorrente per l’influenza nell’area in questione.

Ho cercato – e chiaramente a malapena e con difficoltà, dato il guazzabuglio esistente – di dare un’idea della situazione creata chiaramente dal multipolarismo in crescita (pur non ancora decisa come dovrebbe), che ricorda, lo ripeterò sempre, quanto si verificò negli ultimi decenni dell’800, con l’Inghilterra ancora prima potenza mondiale ma in declino (in quel momento lento, poi si accelerò), con crescita degli Usa (dopo che il nord spazzò via i cotonieri del sud) e della Germania, nata nel 1871 proprio alla fine della guerra che mise definitivamente fine alle velleità francesi. Ho sentito in TV 2-3 giorni fa un “grande” economista (di cui non m’interessa nemmeno ricordare il nome) affermare, con fare solenne e molto pensoso, che ormai la crisi, iniziata nel 2008, è sostanzialmente alle spalle. Ci si si scorda che la “grande stagnazione” di fine ‘800 aveva paesi che crescevano ancora fino al 2-3%, ma con ritmi nettamente inferiori a quelli del trentennio precedente. Ed eravamo in piena seconda rivoluzione industriale: elettricità, chimica (in specie in Germania) e, un po’ più tardi, il motore a scoppio che diede vita a quel settore successivamente facente parte del cosiddetto metalmeccanico (creatore della gran parte dei mezzi bellici usati nelle guerre novecentesche), in cui si sviluppò l’organizzazione lavorativa passata alla storia come taylorismo-fordismo, che alcuni “teorici” e “storici” (anche molti “marxisti”) considerarono – ed è storia più recente – la causa principale della vittoria degli Usa nella seconda guerra mondiale. Magari una volta parleremo di queste tesi sempre semplicistiche, del tipo delle ultime ossessionate dall’onnipotenza della finanza, confondendo tra l’altro quella che era correttamente considerata (ad es. un secolo fa da Hilferding e Lenin) l’intreccio (“simbiosi” per Lenin) tra banca e industria con il semplice capitale in forma liquida o facilmente così trasformabile. Tornando a quella più lontana crisi, ricordiamo che pure allora l’intenso sviluppo tecnologico creò gravi difficoltà nell’occupazione della forza-lavoro e rese obsolete molte capacità lavorative, già fortemente investite a anche azzerate dalla prima rivoluzione industriale (1760-1830/40) con distruzione dei saperi ancora artigianali in vigore nella manifattura, pur già capitalistica. Le crisi economiche – quelle tipiche del modo di produzione capitalistico, così differenti dalle carestie delle precedenti forme di società – sono sempre, con varie modalità, sintomo ed effetto dell’“eterna” lotta, acuta o meno acuta, per le sfere d’influenza. E’ meglio ricordarsi queste poche e scarne, ma fondamentali, notizie storiche. Altrimenti continueremo a non capire l’inevitabilità dell’acuirsi dei conflitti estremamente confusi e con continui mutamenti di alleanze, conseguenza tipica del lento affermarsi di altre potenze che rendono impossibile una relativa regolazione del sistema globale da parte di una potenza predominante. Non ci sarà più nulla di regolato fino al prossimo (non ancora vicinissimo) scontro decisivo per una nuova supremazia.

PRIMA L’AMERICA

Mr. Trump- Yellow Tie

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, con poche parole chiare, spiegò, qualche tempo fa, come stavano le cose tra gli Usa e gli alleati: “In questo momento quello che mi preoccupa è che troppi dei nostri alleati sono dei protettorati, la NATO e l’Unione Europea, so che a molti non piace, ma sono protettorati degli Stati Uniti. La Corea del Sud è un protettorato degli Stati Uniti, il Giappone è un protettorato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non si possono permettere più questo”. Basterebbe ciò a far tacere quei politicanti di casa nostra (ma è un refrain che si ascolta ovunque sul Vecchio Continente) che reclamano “più Europa”. Chiedere più Europa significa semplicemente incrementare uno stato di servitù volontaria, ormai inaccettabile, nell’incipiente fase multipolare. E’ vero che ci sono i missili delle basi americane sul suolo europeo, puntati minacciosamente alle nostre spalle, ma si dovrebbe denunciare questa situazione, e fare qualcosa per limitare i danni, piuttosto che chinare preventivamente il capo e interpretare il ruolo di Quisling di Washington, rinunciando a qualsiasi aspirazione autonomistica. Chi invoca più Europa, in una fase storica di grandi trasformazioni geopolitiche, come quella in corso, è un traditore dei popoli europei e come tale dovrebbe essere trattato. Sappiamo che l’Ue è nata per favorire la supremazia americana sul globo e non per unire i cittadini degli stati membri, contrariamente a quanto dichiarato da certi tromboni filoeuropeisti, pagati e allevati dal nemico. Ma i tempi sono cambiati e non è più possibile sentir ripetere questa menzogna che sta devastando la società europea. Per questo, anche definirci “alleati” degli Stati Uniti è termine fuorviante. Siamo subordinati (come nel caso di nazioni avanzate, vedi Germania e Francia) o letteralmente assoggettati (come nel caso dell’Italia e di altri paesi deboli). Questa condizione di minorità ci espone, privi di idee in testa e di strumenti di difesa, ai conflitti tra attori internazionali che hanno ripristinato la loro sovranità e che puntano a creare nuove sfere d’influenza, regionali e mondiali, in concorrenza con gli Usa.
Le frasi di Bannon dimostrano però che alcuni gruppi emergenti statunitensi hanno compreso la necessità di un cambiamento nelle relazioni con i vassalli, perché i rapporti di forza globali stanno lentamente metamorfosando. Perseverare con i precedenti schemi unipolari espone gli Usa a dei pericoli gravi, laddove venissero a mancare energie e programmi, per la conservazione ostinata dello statu quo. I democratici e i necon, soprattutto, non vogliono accettare la realtà e si preparano a schiantarsi contro il muro delle loro sicumere. Prevenire le mosse altrui, invece, riconfigurando il proprio spazio egemonico, in funzione dei mutamenti storici e sociali, può allungare il predominio statunitense sull’area occidentale, scongiurando conflitti aperti che hanno esiti imprevedibili e non incanalabili a proprio piacimento. Fare qualche concessione agli avversari, costringendoli ad “espandersi” dove fanno meno male o, persino, coinvolgendoli su emergenze comuni è, invece, una sistema meno impegnativo e faticoso, rispetto ad uno scontro frontale, in attesa di riorganizzarsi. In questo consiste l’America First, forma di ripensamento, ma non di ripiegamento, della strategia globale Usa in un clima di multipolarismo inarrestabile. Quando non si può prendere di petto o afferrare interamente un problema politico lo si deve riformulare in termini diversi per coglierne almeno gli aspetti principali e dirimenti. L’establishment democratico statunitense va come un treno e non riesce ad accettare questo minimo ma indispensabile ridimensionamento che consentirebbe agli Usa di riorganizzarsi su basi più confacenti all’epoca storica, anziché proseguire con la medesima strategia inconcludente che favorisce l’interposizione degli avversari (pensate alla funzione russa in Siria). C’è da pensare che continuando su questi presupposti gli Usa perderanno altro terreno, molto più di quello a cui rinuncerebbero con un arretramento ragionato e volontario, di “puntellamento” razionale del proprio predominio. A meno che i drappelli di rinnovamento non riescano a primeggiare su quelli precedenti, ormai fuori corso storico. Su questa sfida intradominanti, prima ancora che avverso i competitori,  l’America gioca i suoi destini. L’Europa, che dovrebbe approfittare di questo Zeitgeist, guardando con interesse all’azione delle potenze revisionistiche (ma anche alle emergenti élite americane antidemocratiche), si ritrova governata dalla peggiore classe dirigente di sempre. Periremo senza nemmeno provare a combattere.

La politica energetica UE … terremotata di Piergiorgio Rosso

gas

L’estrazione di gas naturale a Loppersum (Groningen – Paesi Bassi) è stata interrotta con effetto immediato a seguito dell’ordinanza dell’ente statale supervisore delle miniere olandesi (SoDM). L’ordinanza subito accolta dal Ministro degli Affari Economici Eric Wiebes, seguiva un forte terremoto – scala 3.6 Richter – avvertito in tutta la città di Groningen, il sesto in ordine di tempo ed il più forte in un solo mese. Da tempo l’attività sismica in quella zona è sotto osservazione da parte degli enti preposti ed è condivisa l’opinione secondo cui essi sono causati dall’attività di estrazione del gas naturale che ha raggiunto un livello tale da abbassare la pressione nei giacimenti al di là dei livelli di guardia per la stabilità geologica. Il SoDM ha anche scritto che l’estrazione di gas naturale dovrà necessariamente dimezzarsi nel prossimo futuro da un livello di 22 Miliardi di m3 (BCM) ad un livello di 12 BCM all’anno: “ .. sarà una tremenda questione sociale” ha detto il Ministro Wiebes. Il gas naturale serve più di 7 milioni di famiglie olandesi, il sistema industriale e la rete elettrica dell’intero paese. Non solo, l’Olanda è esportatrice netta di gas naturale tramite contratti a lungo termine con Belgio, Francia, Germania ed Inghilterra. Il mantenimento degli impegni sarà costoso per le casse dell’erario olandese che vedrà ribaltarsi la posizione commerciale/finanziaria del settore da esportatore ad importatore netto. Uno scenario da incubo. Una transizione accelerata alle rinnovabili come vorrebbero Verdi e organizzazioni non governative, sarebbe estremamente costosa per lo Stato e per le famiglie. L’unica alternativa realistica a breve termine (5-10 anni) è importare gas naturale da paesi come Norvegia, Qatar o Russia. Un nuovo gasdotto dalla Norvegia richiede tempo così come un nuovo ri-gassificatore per l’LNG dal Qatar, mentre i gasdotti dalla Russia già ci sono (via Germania) e aumenteranno la loro capacità con la costruzione del North Stream-2.
Accettare questa realtà sarebbe come ricevere uno schiaffo in faccia per il governo olandese e per l’Unione Europea il cui impegno per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas naturale è sinonimo di diminuzione della quota di mercato di Gazprom. La Russia, minacciata da nuove sanzioni dalla UE ed in rotta di collisione col governo olandese sulla questione dell’abbattimento del volo MH17 in Ucraina, si porrà come l’unica àncora di salvezza dell’intera economia dell’Europa nord-occidentale.
Il terremoto di Groningen aprirà un vaso di Pandora: si tornerà a discutere di North Steam-2 e di dipendenza europea dal gas russo nel prossimo futuro, ma in uno scenario completamente diverso da prima.

(libere citazioni da: https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Dutch-Gas-Goals-Rocked-By-Earthquakes.html)

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