SI DIMENTICA TROPPO FACILMENTE, di GLG

gianfranco

QUI
Si leggano attentamente le dichiarazioni di Cossiga all’epoca dei vergognosi fatti relativi all’aggressione alla Serbia; e quanto riferisce il gen. Fabio Mini in merito alla stessa vicenda. Tutti dimenticano la vergogna e il servilismo di quella “sinistra”, originatasi dalla putrefazione del Pci, che cambiò sia nome sia campo d’appartenenza. Non ne ebbe il coraggio fin quando resistette l’Urss, perfino quella gorbacioviana ormai allo sbando. Dopo il “crollo del muro” nel 1989 i piciisti svelarono fino in fondo d’essere dei voltagabbana della peggiore specie e 10 anni dopo raggiunsero il loro vertice d’abiezione servendo a tutto campo i nuovi “padroni” americani, allora sotto la presidenza Clinton, che aggredirono appunto la Serbia con scuse da veri briganti, anzi gangster perché questo sono simili falsi “democratici” e “difensori della libertà”. E fu sottaciuto quanto invece fu palesato, ma sempre appunto in modo da farlo dimenticare assai presto, da chi voleva “fare la ruota” come i pavoni; e cioè che l’aviazione italiana fu seconda solo agli Usa in fatto di bombardamenti (e quindi di eccidi di civili serbi). Già allora la “sinistra” palesò le caratteristiche servili che oggi sono all’origine dell’irresponsabile massiccio accoglimento di migranti. Adesso una sua parte, un po’ più furba, corre ai ripari, ma possiamo essere sicuri che riprenderà appena possibile a operare distruttivamente sulle nostre strutture sociali, ormai ridotte a colabrodo.
Bisogna ricordare meglio la storia di anni passati. Il Pci, alfiere dell’eurocomunismo, iniziò il suo voltafaccia alla fine degli anni ‘60 e lo sviluppò via via, seppure in segreto, negli anni ’70. E verso la fine di quel decennio, in “strana” concomitanza con il caso Moro (su cui si nasconde ancor oggi, anzi si inverte addirittura, la verità), ci fu il viaggio “culturale” negli Usa del “comunista preferito” da Kissinger. Tutto era ormai deciso fin da allora, fin dal “compromesso storico” e dal governo Andreotti del ’76, non a caso considerato di “unità nazionale”. Certamente il Pci non poteva smascherarsi ancora; e nemmeno poteva essere ammesso ufficialmente al governo poiché avrebbe avuto accesso ad una parte della vita interna della Nato (quella parte che gli Usa permettono ai loro servi di conoscere). Soluzione perciò non accettata da alcuni ambienti statunitensi e del resto nemmeno voluta da quelli che invece trattavano con questo partito “badogliano”, che aveva ancora al suo interno settori filosovietici.
La scelta dell’“unità nazionale” fu contrabbandata alla “base” (soprattutto operaia) come necessità di fronte al pericolo del “terrorismo” (in quelli che furono enfaticamente denominati “anni di piombo”), nascondendo che, se in un primo tempo ci fu probabilmente un aiuto a determinati gruppi che lo praticavano da parte di paesi dell’est europeo (quelli detti “socialisti”), successivamente tali gruppi furono infiltrati da più parti e svolsero un ruolo ormai pasticciato e che non aveva più nulla a che vedere con gli intendimenti di chi aveva sbagliato gravemente nella scelta fatta, ma sicuramente in buona fede. Una buona fede, tuttavia, poi malamente guastata dal continuo appoggio ad azioni che ormai favorivano i poteri dominanti; e per di più quelli che appunto spingevano, come anche il Pci dell’“eurocomunismo”, verso il pieno servaggio nei confronti degli Stati Uniti. E la vicenda Moro è stato un evento molto importante nel far capire – per chi voleva capire – dove il “compromesso storico” stava spingendo. E quella parte della Dc (in primo luogo Andreotti) che lo accettò, pur magari perché sperava di controllare la situazione, fece il gioco dei piciisti “del tradimento” e della “sinistra diccì”.
Crollati il “socialismo” e l’Urss, tutto esplose nella sua verità, tuttora incredibilmente misconosciuta da una popolazione ormai dimentica della più recente nostra storia. I piciisti voltagabbana divennero il fulcro di quella “sinistra”, che si tentò, tramite “mani pulite” (operazione ben nascostamente guidata da oltreoceano), di rendere fulcro di un nuovo regime permanente e mille volte più servile verso gli Usa, che ormai sembravano poter puntare ad un nuovo monocentrismo mondiale. L’ Urss era distrutta e sotto la presa, pur essa servile verso il paese ormai predominante, di quella parte politica espressasi in Gorbaciov, poi liquidato e sostituito con Eltsin. Sembrava avere qualche velleità (ma blanda) la Germania, che approfittava del crollo socialistico per espandersi verso est, in specie in Polonia e ancor più verso i paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare Croazia e credo anche Serbia. Non dico che la mossa Usa del ’99 fosse motivata principalmente da tale fatto. Comunque, il paese preminente decise che era bene porre saldamente nelle sue mani quell’area (la base militare poi creata proprio in Kosovo credo sia fra le principali statunitensi). Fu ben istruito Thaci e il suo gruppo di criminali fatti passare per forza di liberazione del proprio paese. Un individuo che una commissione europea ha indicato quale trafficante in organi umani (di serbi uccisi) e oggi presidente del Kosovo: qui
L’aggressione alla Serbia portò tuttavia una sorpresa spiacevole per gli Usa. Iniziò la rinascita russa. Primakov, allora primo ministro, si schierò nettamente contro l’azione statunitense (venne a sua conoscenza durante il volo che lo stava portando a Washington e diede ordine di tornare indietro, annullando l’incontro). Eltsin lo fece allora dimettere, ma il suo posto venne preso da Putin e alla fine del ’99 il vile presidente russo si dimise a sua volta. Da lì prende avvio l’“era” putiniana che, a partire dall’inizio del secolo, vede la continua crescita di potenza della Russia, certo territorialmente “amputata” rispetto all’Urss e non ancora così potente come quel paese. Tuttavia, certe speranze americane di far cadere Putin (e il gruppo che detiene il potere) sembrano in fase di delusione e, malgrado l’economia lasci ancora a desiderare, la situazione interna russa appare migliore di quella sovietica sia per una più elastica struttura sociale sia per una politica estera finora abbastanza avveduta.
La vittoria presidenziale di Trump – forse perfino in anticipo rispetto ai calcoli della parte che lo supporta – ha creato problemi agli Usa nel corso del tentativo di apportare decisi mutamenti rispetto alle strategie seguite dalle precedenti presidenze. Per il momento, tuttavia, il neopresidente è obbligato a numerosi retromarcia; e ancora non si comprende se ciò sia un vero cedimento al vecchio establishment o soltanto un necessario adattamento tattico alle difficoltà create dall’acuto conflitto per il cambiamento strategico. In ogni caso, sia chiaro che Trump – anche se alla fine riuscisse a stabilizzarsi, realizzando il rivolgimento richiesto dal multipolarismo in avanzata, pur non linearmente ma attraverso continui “cambiamenti di fronte”, che rendono sempre più complicata l’interpretazione e previsione delle mosse dei vari “attori” – perseguirà pur sempre il fine del predominio Usa. Non può certo fare diversamente; ridicolo è solo pensarlo. Cambiano i metodi – e modificarli significa dover sostituire certi gruppi dominanti ad altri; ecco il motivo del conflitto veemente tra Trump e gli “altri” – ma non gli obiettivi cui si mira. Un paese che domina deve continuare a farlo, pena un crescere impetuoso dei suoi conflitti sociali, interni, che possono farlo regredire in modo assai pericoloso.
Questa situazione americana ha riflessi importanti su una serie di contraddizioni che sembrano in via di sviluppo anche in sede europea; e che interessano attualmente con nettezza il nostro paese. La questione dell’immigrazione (in Italia praticamente selvaggia anche se oggi, furbescamente, alcuni settori p-idioti fingono un indurimento delle posizioni) è solo uno dei problemi, che non tarderanno a creare necessità di riadattamento delle politiche sedicenti comunitarie. Molto dipenderà comunque da quanto si verificherà in casa del “paese padrone” dei nostri destini. Sintomatico è l’appannarsi della politica di coloro che sono stati denominati populisti (solo un ammorbidimento dell’accusa di fascismo). Essi hanno troppo creduto nella svolta trumpiana; adesso sono delusi, ma se per caso questi vincesse la partita con il vecchio establishment, riprendendo almeno in parte il cammino che sembrava aver intrapreso, questi settori politici mostreranno, temo, la corda. Infatti, sono ancora troppo intossicati dalla dannosa “democrazia” elettoralistica che imperversa da ormai settant’anni. Non riescono a liberarsene; e se non sorgeranno forze sane in tal senso, non credo che raggiungeremo alcun serio risultato.
In particolare, in Italia non si riesce, da tanto tempo (per certi versi si deve risalire all’assassinio di Mattei o quasi), a mettere in piedi una politica, nazionale ed estera, che ci preservi dall’annientamento di ogni settore strategico. Sarebbero indispensabili nuovi decisi spostamenti di alleanze che ci liberino del predominio statunitense, vera causa del nostro regresso, mascherato da ridicole “ripresine” che non cambiano in nulla la nostra situazione politica, la disgregazione sociale in atto e il pauroso degrado culturale cui ci condanna un ceto intellettuale mancante di intelligenza a causa dell’incapacità di ripensare veramente vecchie e ormai incartapecorite ideologie; del resto seguite ormai in completa malafede quando tutte le convinzioni di cervellotiche “rivoluzioni” si sono trasformate in falso buonismo, involuzione dei costumi, degenerazione morale e, insomma, in tutto il peggio che ci sta precipitando addosso.
O si riesce a spazzare via questi infami che distruggono la nostra vita o altrimenti la nostra sorte è segnata. Almeno fino a quando il multipolarismo condurrà al policentrismo aperto, che provocherà più distruttivi conflitti; distruttivi in termini materiali, ma magari rigenerativi perché ci libereranno di questa infezione diffusa mediante le sempre più abominevoli turpitudini, fra l’altro connesse alla “democrazia” e “libertà” di stampo statunitense. Proprio il cinema e la letteratura di quel paese, ma in tempi che sembrano tramontati, le hanno denunciate con maggiore coraggio; senza però cambiare in nulla l’infamia del suo vertice politico. Qui da noi, però, si è rinunciato assai presto alla denuncia. Già negli anni ’70 essa era fortemente indebolita; dagli anni ’90 siamo in balia di ceti politici e intellettuali (per non parlare di quelli economico-finanziari) di una infamia senza precedenti. O a questi si fa subire una sorte terribile, annientandoli e azzerandoli in ogni loro manifestazione; o altrimenti dovremo appunto attendere la “grande tragedia” purificatrice. Ne riparleremo molte e molte volte. Per il momento mi fermo qui.

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Lo sbirro e il mercenario

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Massimo D’Alema definisce Minniti uno sbirro o soldatino (è figlio di un militare). A parte che Minniti interpreta solo il personaggio del poliziotto cattivo, con scarsi risultati e poca convinzione, perché il suo partito ha capito che deve “differenziare” gli investimenti ideologici, per non rischiare un crollo elettorale, considerato il clima di insicurezza, legato alla questione immigrazione, montante nel Paese. Ma D’Alema, bombardatore della Serbia, senza alcuna motivazione se non quella di diventare Premier, come deve essere considerato? Un mercenario sanguinario?

Cossiga dichiarò, senza mai essere smentito o citato in tribunale dal leader Maximo che lui ebbe un ruolo determinante nel portare D’Alema a Palazzo Chigi: “….eravamo nel pieno della guerra nel Kosovo e io, in un incontro riservato a casa del senatore valentino Martelli, avevo incontrato una qualificata e preoccupata delegazione diplomatica. C’erano l’ambasciatore britannico Jonh Weston, il suo collega americano all’ONU Bill Richardson e il ministro consigliere e vicecapomissione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma James Cunnigham. Mi chiesero dell’Italia, di come si sarebbe comportata sul fronte di guerra.

La questione era assai delicata, perché si sarebbe reso necessario bombardare le postazioni serbe di Slobodan Milosevic e gli italiani difficilmente potevano tirarsi indietro. Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un Paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti e delle organizzazioni sindacali? Chi, seppure con difficoltà, avrebbe potuto vincere le resistenze più che prevedibili di un’opinione pubblica profondamente contraria all’uso delle armi? Pensai: solo D’Alema può farlo, è l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia in quel momento così difficile. Per raggiungere l’obiettivo fondai addirittura un partito, l’UDR, con Clemente Mastella. E il 28 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema).”

In ogni caso, la versione di D’Alema, dell’intervento umanitario in Serbia, causa pulizia etnica contro i kossovari, è stata smentita da un rapporto Osce della fine del 1999 e dal Generale Mini:

“Era falso il massacro di Račak del 1999, che ha fornito il pretesto per la guerra in Kosovo. I quarantacinque corpi di civili trovati morti in un fosso non erano il risultato di un eccidio serbo perpetrato in una notte di tregenda, ma l’esito della raccolta di corpi di ribelli ammazzati nel corso di un mese di combattimenti in un’area molto vasta. Le bande Uck, con la consulenza di agenti segreti stranieri, realizzarono la messinscena raccogliendo i corpi sparsi, cambiando loro i vestiti e togliendo le armi. L’ambasciatore William Walker, l’americano che dirigeva la missione di verifica dell’Osce con l’aiuto di una novantina di mercenari, ex agenti federali o della Cia, avallò la tesi dell’eccidio con la complicità di una patologa finlandese, che non pubblicò mai l’esito degli esami condotti dal suo team. Anni dopo, saranno gli stessi membri del team a fornire i risultati, senza rinunciare però all’ipocrisia: li pubblicheranno come studio su un’ignota rivista di patologia canadese, facendo attenzione a non mettere troppo in risalto il fatto che la tesi dell’eccidio si era rivelata insussistente. Sarà troppo tardi. Il pretesto aveva già fatto precipitare la situazione e ai colloqui di Rambouillet, che dovevano trovare una soluzione pacifica alla crisi kosovara, gli Stati Uniti aggiunsero alla menzogna l’ipocrisia presentandosi con delle proposte semplicemente inaccettabili da parte di qualsiasi paese sovrano. Il nostro ministro degli Esteri, Lamberto Dini, uscito dalla riunione, dichiarò che non si era fatto nulla per la pace ma che si voleva solo la guerra. E così fu”. Gen. Fabio Mini.

INFORMAZIONE COME SOLTANTO MANIPOLAZIONE, di GLG

gianfranco

Ecco altri esempi dell’infame manipolazione cui siamo soggetti mentre si pretende di informarci. Direi che il primo esempio è particolarmente disgustoso e mi piacerebbe poter essere io a condannare questi disgustosi mentitori, comminando loro la giusta pena.

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/12/il-piccolo-omran-e-la-manipolazione-dei-media-una-storia-incredibile/

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/06/16/bombe-usa-al-fosforo-colpa-degli-hacker-russi/

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Visto che ci sono, desidero ricordare un altro momento di infame menzogna, cui parteciparono quelli detti “di sinistra”. Anzi uno di loro era premier e partecipò ai misfatti degli Usa di Bill Clinton. Si tratta dell’aggressione alla Serbia con la scusa del genocidio dei kosovari, guidati dal criminale Thaci poi divenuto leader massimo del Kosovo cosiddetto indipendente. Ecco alcune notizie raccolte, ovviamente tempo dopo

“Nel corso dei primi cinque anni dalla fine del conflitto [avvenuto nel 1999] gruppi di etnia albanese distruggono oltre sessanta tra chiese e monasteri cristiani. Ma i fatti più gravi avvengono nel marzo 2004, quando gruppi di etnia albanese attaccano, in pochi giorni, più di trenta chiese e monasteri cristiani, uccidendo venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi.”

E ancora:

“Con la fine della guerra si giunge anche a fare un conto più credibile delle vittime della repressione serba ante guerram. Le monde diplomatique (marzo 2000) ricostruisce magistralmente il progressivo sgonfiarsi delle frottole occidentali riguardo alle vittime albanesi della repressione serba. Il conflitto è stato giustificato attraverso lo spauracchio del genocidio (che comporterebbe la volontà di sterminio del gruppo etnico albanese, cosa del tutto impropria nel quadro di uno scontro essenzialmente politico): si parla inizialmente di mezzo milione di vittime, poi di centomila, fino a scendere a qualche decina di migliaia. Si parla di fosse comuni, per la verità mai ritrovate. Il 15 novembre 1999, Il Tribunale Internazionale per i Crimini nella Ex Jugoslavia, in uno stato di forte imbarazzo, interrompe le ricerche dei cadaveri. Al momento ne ha rintracciati 2018, senza la possibilità di definire se siano o meno caduti prima dell’inizio conflitto, e se siano o meno albanesi. La motivazione ufficiale dell’interruzione delle ricerche è il ghiaccio che impedirebbe di sondare ulteriormente il terreno. In Kosovo, il 15 novembre 1999, il termometro segna in realtà +11° C. Il genocidio non è mai esistito, mentre la pulizia etnica violenta non smette di proseguire; chiunque siano i carnefici o le vittime.”

Altro documento ancora:
“Kosovo Italia Serbia, pro memoria 1999

Il 24 Marzo di nove anni or sono l’attacco aereo a Serbia, Montenegro e Kosovo Metohija vide l’Italia in prima fila per numero di aerei impiegati tra Tornado, ECR, AMX e F104 dell’Aeronautica Militare Italiana: 52, come da dichiarazione ufficiale dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Il primo governo di coalizione guidato da un ex esponente del PCI si fece anche carico dell’assistenza a terra degli altri 263 cacciabombardieri della prima linea d’attacco della NATO. Con un provvedimento ad hoc, le Forze Armate italiane coprirono tutti gli oneri di spesa, dalla fornitura del carburante avio al munizionamento a guida laser da scaricare sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia: 78 giorni di ininterrotti bombardamenti, in aperta violazione del diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, dell’articolo 11 della Costituzione.
Sui 1.378.000 abitanti del Kosovo Metohija, 461.000 erano cittadini di origine serba. Il censimento effettuato nel 2006 dall’UNMIK ne ha registrati come residenti meno di 100.000, perché gli altri sono stati cacciati dalle loro case, in presenza delle forze NATO appartenenti alla KFOR, ed ora vivono in estrema precarietà nei campi profughi sparsi in Serbia. Dei 55.000 che vivevano a Prishtina prima del 1999, ne rimangono 42. La stessa sorte è toccata a diverse migliaia di croati, rom, gorani (slavi di religione musulmana) ed agli albanesi considerati “collaborazionisti” – almeno a quelli non assassinati a sangue freddo dall’UCK, descritto come “senza alcun dubbio, un gruppo terroristico” da Robert Gelbard, inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani. Gli schipetari hanno inoltre dato alle fiamme e saccheggiato 148 monasteri medievali e decine di migliaia di case, realizzando quella pulizia etnica che non era riuscita nemmeno a Mussolini quando si era impegnato a costruire una “Grande Albania”.
Il Kosovo è oggi privo di economia. Quel poco che consente la sopravvivenza della popolazione è basato quasi unicamente su traffici illegali. E tutto questo dopo avere ricevuto dall’Unione Europea due miliardi di euro in assistenza dal 1999 ad oggi. La bilancia commerciale parla chiaro: entrate da traffici vari (droga e armi soprattutto, ma anche automobili e marchi contraffatti) valgono per circa l’80%, gli aiuti internazionali per poco meno del 20%. Stando alle stime dell’Interpol, è dal Kosovo che passa l’80% del traffico di eroina del Vecchio Continente. Si parla di un volume d’affari totale pari a due miliardi di dollari e di un flusso mensile compreso tra le 4 e le 6 tonnellate di droga. E una buona fetta dei proventi rientra poi in Kosovo, finendo anche nelle casse dei principali partiti.
Secondo la Banca mondiale, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il Kosovo ha il Pil più basso d’Europa. La disoccupazione è stimata al 60%, l’analfabetismo è vicino al 10% tra gli uomini ed al 20% fra le donne, cifre dieci volte superiori alla media regionale.
Ogni 15 giorni, i Nuclei di Polizia Internazionale emettono provvedimenti di chiusura a carico di locali adibiti al traffico di stupefacenti e/o di armi, al riciclaggio di denaro sporco, alla prostituzione; nella sola Prishtina, i bordelli – assiduamente frequentati dai militari stranieri ivi operanti – si contano in diverse centinaia. Le bande criminali censite sono 2.417. Le armi, corte o lunghe, a disposizione delle stesse sono stimate in 400.000 circa.
Per contro, ferma qualsiasi precedente attività mineraria estrattiva, la produzione artigianale ed industriale è pressoché nulla, con una compressione rispetto al volume sviluppato nel 1999 pari al 92% in meno. Con conseguenza, fra le altre, che il tasso di disoccupazione permanente nella fascia d’età tra i 18 ed i 45 anni sfiora l’82%.
A fronte delle 32 tonnellate di uranio impoverito seminate dai proiettili dell’USAF, nella popolazione residente si è registrato, in sei anni, un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori ad ossa, cervello, reni, fegato e vie urinarie. Tra i soldati italiani della KFOR avvicendatisi nella regione, i decessi per cancro registrati al gennaio 2007 sono 52, mentre più di 300 sono quelli in cura nelle strutture sanitarie nazionali.”
“SONO ORMAI NUMEROSE LE TESTIMONIANZE rese alla stampa sul ruolo svolto da Stati Uniti e Gran Bretagna nel corso della missione in Kosovo dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce), che tra fine novembre e fine marzo era incaricata di verificare il rispetto degli accordi Holbrooke-Milošević e favorire la pacificazione della provincia. Un ruolo manipolativo, come sostiene Ulisse nel quaderno speciale della nostra rivista 1, per arrivare all’attacco alla Jugoslavia. L’Osce è stata messa fuori gioco, suo malgrado. La diplomazia pure. Alcuni verificatori Osce già il 28 marzo a Skopje avevano dichiarato all’Agence France Presse di essere «amareggiati» per lo sviluppo della situazione. «Non eravamo assolutamente minacciati», hanno dichiarato, a sostegno della tesi che la permanenza della missione avrebbe evitato il peggio. Qualcuno ha anche denunciato la «confusione tra l’Osce e il Dipartimento di Stato americano». «Le cose sono andate male perché lo si è voluto», accusavano. Sempre secondo le testimonianze rese all’Afp, l’Uçk sarebbe stato «incitato» a tagliare le vie di comunicazione tra il Kosovo e Belgrado, operazione inaccettabile per le autorità jugoslave. Anche in questo caso, come già avvenuto in altre sedi, si punta il dito sulla componente principalmente militare della missione. Un altro verificatore rivela, sempre all’Afp: «Alla fine, il capomissione Walker prevedeva una catastrofe umanitaria; noi siamo andati in cerca di ipotetici profughi, ma non siamo riusciti a trovarne per giustificare la sua posizione».
Esattamente per gli stessi motivi, ovvero per l’ansia di giustificare con ragioni «umanitarie» i bombardamenti Nato, queste rivelazioni non trovano molta risonanza nell’opinione pubblica. Con la testimonianza resa a questa rivista da Ulisse, si scoperchia improvvisamente il vaso di Pandora. Il 22 aprile il quotidiano svizzero in lingua italiana Il Giornale del Popolo pubblica la testimonianza di alcuni verificatori elvetici, tra questi Pascal Neuffer, che accusano in modo circostanziato il vertice anglo-americano della missione di aver smaccatamente favorito l’Uçk e soprattutto di aver omesso il passaggio di informazioni che avrebbe evitato l’uccisione di 36 guerriglieri indipendentisti, intercettati dalla polizia serbamentre introducevano illegalmente armi dall’Albania. Dallo stesso articolo, a firma Sarah D’Adda, emergono il ruolo ambiguo del dipartimento chiamato «Fusion» e la discriminazione ai danni di verificatori schedati come filoserbi sulla base di rapporti troppo critici verso l’Uçk. Della testimonianza di Neuffer si occupa anche Michele Santoro nella puntata di Moby Dick del 6 maggio, ma i tempi televisivi non permettono l’approfondimento di alcuni spunti.”

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E’ chiaro dove stanno i delinquenti? Che si permettono di accusare di fascismo, nazismo, o quanto meno di populismo e razzismo, ecc. chiunque denunci la loro criminalità. Si sciacquano sempre la bocca con il processo di Norimberga. Per loro ce ne vorrebbe uno con decine e decine, magari centinaia, di migliaia di condanne alle pene più dure e definitive. Rendiamocene almeno conto.

LA RUSSIA NON VUOLE INVADERE I VICINI

BASI

 

Se i russi potessero innalzerebbero ancora la loro bandiera sul Reichstag, come nel 1945. Ma non accadrà perché la Russia è ormai una potenza di seconda fascia che anela, certamente, a recuperare il terreno perduto dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991, ma non a spingersi, hic et nunc, dentro conflitti dai quali uscirebbe sconfitta. Putin, pertanto, non vuole occupare i paesi vicini, non le ex Repubbliche Sovietiche e nemmeno i vecchi membri del Patto di Varsavia. Non ha la forza militare per arrischiarsi in simile avventura o quella politico-ideologica, come fu il comunismo, per forgiare classi dirigenti amiche pronte a condividere la medesima prospettiva storica e sociale.
Chi ha, invece, allungato i suoi tentacoli dietro la fu cortina di ferro è stata la Nato, approfittando del collasso dell’Unione Sovietica. Stesso ragionamento vale per l’UE che, a rimorchio di Washington, ha inglobato molti satelliti di Mosca, modificando le cartine geografiche europee. Per questo è davvero paradossale che si accusi la Russia di aver violato il diritto internazionale, annettendo la Crimea, laddove, quanto meno, europei e americani hanno aperto le danze in precedenza, violando la sovranità di numerose nazioni, prima e dopo la guerra alla Serbia del ’99 per la questione kosovara. Stando così le cose qual è il senso di dispiegare 5000 soldati americani nell’Europa dell’Est? Non sicuramente quello di proteggere Varsavia o le Capitali Baltiche da una impossibile invasione russa. E perché piazzare uno scudo antimissile puntato sul Cremlino tra Polonia e Romania? Per un equivalente motivo. E’ chiaro che la propaganda occidentale ci propina un discorso rovesciato. In realtà, sono la Casa Bianca e le altre Cancellerie continentali a portare una minaccia nella tana dell’orso affinché non si spinga nuovamente in territori di caccia più vasti. C’è pure un’altra causa che spiega le iniziative statunitensi nella nostra area. La necessità di tenere sotto il tallone di ferro anche l’Europa alla quale occorre impedire di stringere alleanze con il gigante slavo in funzione antiegemonica, cioè appunto antiamericana. Lo spettro di un asse Berlino-Mosca è il principale timore dei predominanti d’oltreoceano, l’unico evento che potrebbe mettere seriamente a rischio la loro assoluta potenza.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, a dir poco inequivocabili, i nostri poveri scribacchini fanno a gara per negare quello che più chiaro non potrebbe essere. Soltanto i giornalisti nostrani riescono ad esporsi a cime così elevate di ridicolaggine. Per esempio, Raineri su Il Foglio scrive che è fasulla l’aggressione della Nato contro la Russia perché i paesi, antecedentemente nell’orbita di Mosca, hanno scelto liberamente, senza essere occupati o costretti, di aderire all’Alleanza Atlantica. Questa è la prima bufala. In verità, le élite al potere in quei paesi, dopo l’implosione del socialismo realizzato, si sono affermate grazie ai soldi e all’assistenza americana. Forse, quelle nazioni non sono state occupate ma sicuramente sono state comprate e quando non si sono piegate sono state bombardate, come la Serbia di Milosevic. Rainieri non può fare finta di non saperlo. Questi Stati sono passati dal giogo “cosacco” a quello yankee, senza il parere delle loro popolazioni. Infatti, i popoli subiscono le decisioni dei loro dirigenti (i quali si fanno corrompere a danno degli interessi generali) e, spessissimo, si lasciano manipolare da chi li guida in direzioni che non vorrebbero mai prendere. Il recente caso ucraino è emblematico perché non credo esista nemmeno un abitante in quel posto che pensasse di andare a morire in guerra per gli affari dell’oligarca Poroshenko, anziché per migliorare la sua vita. Invece, è successo che è scoppiato un conflitto civile fratricida per favorire il business di quattro ladroni, protetti da Usa ed Ue, mentre la popolazione schiattava e peggiorava la sua esistenza. Poi Rainieri aggiunge pensieri talmente idioti al suo (s)ragionamento che mettono in dubbio la sua intelligenza ma direi più che altro la sua buona fede. Si parte dalla famosa cartina, che pubblichiamo anche qui, in cui si vede la Russia circondata da basi della Nato. Dice Raineri: “Questa cartina…è un capolavoro di propaganda…è autentica e falsa allo stesso tempo perché nessuno può negare che mostri l’estensione attuale della Nato, ma è stata riciclata in chiave minacciosa come se stesse avvenendo adesso. Se oggi finisce nei meme su Twitter con qualche speranza di funzionare, è grazie ad un’amnesia collettiva che ha dimenticata quando si festeggiava la fine dell’Unione Sovietica e i russi facevano la coda per il pane e si sperava in un allargamento. Altri dati, come per esempio che gli aerei Nato hanno intercettato aerei militari russi sopra il mar Baltico 110 volte nel 2016, non fanno breccia nel cuore dell’utente medio di social media. E a volte anche i media tradizionali aiutano questa tendenza. Un titolo recente parlava dell’operazione militare Nato Atlantic Resolve e dei soldati americani in Polonia davanti alla porta di casa della Russia. Ma qualcuno ribatteva: perché la Polonia, uno stato sovrano ed indipendente, dovrebbe essere considerata soltanto la porta di casa della Russia”. A Raineri non viene nemmeno il sospetto che quei contingenti stiano lì apposta per far sentire il fiato sul collo a Mosca. Non possono esserci cattive intenzioni perché gli americani sono i buoni ed i buoni fanno il bene, anche quando si presentano armati fino ai denti sull’uscio dei confini altrui. Insomma, costui dà ragione a quel militare americano che commentando la stessa cartina chiosò: “ma come si permettono i russi di essere così vicini alle nostre basi?” Raineri, servo smemorato, non ricorda, o finge di non ricordare, che i candidi americani minacciarono il conflitto nucleare quando i sovietici iniziarono a sistemare i loro missili a Cuba nel 1962, alle porte dell’impero statunitense. A nessuno venne in mente di ribattere che Cuba era uno Stato sovrano ed indipendente e non solo la porta di casa degli Usa, cosicché i russi dovettero sloggiare per evitare l’apocalisse atomica. Per schivare altri guai in Europa è opportuno che gli americani facciano altrettanto, facendo fagotto. Chissà se questa lezione entrerà mai nelle zucche vuote degli impiegati della carta stampata.

In onore di milosevic

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Tutto iniziò con la solita reductio ad hitlerum. Milosevic, presidente della Serbia, era Hitler in persona ed andava eliminato per il bene dell’umanità. Correva l’anno 1999.  Ogni volta che gli Usa devono far fuori qualcuno di grosso fanno resuscitare il capo dei nazisti travestito da nemico, mentre col vero imbianchino gli americani non furono mai così severi nonostante la propaganda. Se non fosse stato per il sacrifico dell’armata rossa in Europa ci sarebbero ancora molti più nipotini del Fuhrer di quanto si creda.  Oggi ci sono ancora un po’ di questi sosia fantasmagorici di Adolf sparsi per il mondo, da Putin ad Erdogan, passando per Assad e Kim Jong-Un, ma i ghostbusters statunitensi fanno fatica a sbarazzarsene, anche perché l’impero del male, nel frattempo, è diventato un posto troppo affollato e loro sono rimasti quasi soli a combattere la guerra contro le forze oscure che vorrebbero conquistare il pianeta e insidiare l’american way of life.  Milosevic fu apripista, suo malgrado, di certe accuse false e infamanti giunte sino ai nostri giorni per denigrare e far fuori i leader scomodi.

In pratica, il serbo fu accusato di tre pulizie etniche, in Croazia, in Bosnia ed, infine, in Kosovo. Doveva essere fermato e sostituito con un emissario dei buoni scelto tra i soliti traditori autoctoni ma con ottimi rapporti oltre Atlantico. Un burattino che eseguisse gli ordini come in ogni area sotto l’influenza di Washington. In realtà, non si perdonava a Slobodan di aver resistito allo smembramento dei Balcani e al loro progetto di riconfigurazione secondo le geometrie della Nato e dello strapotere a stelle e strisce.

Per bombardare nuovamente in Europa, dopo più di 50 anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, gli Usa avevano bisogno della complicità degli europei e di quella italiana in particolare, in quanto la Penisola, per la sua posizione geografica, rappresenta un’efficiente “portaerei” naturale nel Mediterraneo.  Gli statunitensi pretesero anche un cambio al vertice dell’Esecutivo nostrano perché non si fidavano di Prodi e volevano essere sicuri che a nessuno venisse in mente di metter i bastoni tra le ruote alla loro iniziativa salvifica. In proposito raccontava l’ex PdR Cossiga: “Per mandare Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, da dove poi ordinò gli attacchi aerei e terrestri contro i serbi, in Kosovo, non ci furono complotti, tra il medesimo D’ Alema, Franco Marini e il sottoscritto…caduto Prodi, per mano rifondarola, l’ambasciatore britannico e il consigliere militare statunitense vennero da me, che all’ epoca guidavo un modesto partito di transizione…e mi spiegarono lo scenario…La regione dei Balcani sta per esplodere…erano venuti da me, anche perché io, con i voti del mio partitino, potevo sostituire Rifondazione. E decidere. Così, a quel punto, decisi pure che Massimo D’ Alema sarebbe stato il premier giusto. Perciò salii al Quirinale e, in un colloquio di due ore e mezza, lo spiegai al mio successore, Oscar Luigi Scalfaro”.

D’Alema fu fatto Premier per questo scopo e come tale si comportò partecipando alla “guerra umanitaria” e diffondendo menzogne sul genocidio dei Kosovari, da parte dei serbi, al fine di legittimare l’interventismo italiano. Pochi mesi dopo però un rapporto dell’Osce svelò l’imbroglio e dichiarò inesistenti i fatti che avevano portato l’Italia in prima linea. D’Alema, che riteneva questa pagina della sua vita politica qualcosa di cui andar fiero, a più riprese ricordava alla stampa l’impegno del suo governo nelle operazioni militari, quale “terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna”. Non ci risulta si sia mai pentito per il gran spiegamento di mezzi militari e di bugie di cui fu artefice avendo continuato imperterritamente a blaterare di pulizia etnica dei serbi contro i kosovari, nonostante le smentite degli organi internazionali. E siamo convinti che nessuna resipiscenza mostreranno i sicari americani adesso che il tribunale internazionale dell’Aia ha mandato assolto Milosevic (notizia fresca passata in sordina sui media asserviti, cioè tutti), scagionandolo dalle accuse di aver perpetrato crimini di guerra. Ma Milosevic è ormai morto, ucciso dallo stesso tribunale che lo teneva prigioniero e permetteva che gli si somministrassero farmaci impropri. Difatti, tre giorni prima della sua morte il Presidente serbo scrisse, in una lettera indirizzata al ministero degli Esteri Russo, queste parole: “Il fatto che il mio sangue contenga rifampicin, un antibiotico che è usato normalmente per trattare la lebbra e la tubercolosi, dimostra che nessuno di questi  medici ha diritto a curarlo… Ho difeso il paese contro di loro ed ora vogliono che taccia per sempre”. I “bei” sistemi della democrazia assassina di matrice statunitense…

 

Sergio Romano ha spiegato bene a chi e a cosa servì quella sporca guerra che era la continuazione di quelle precedenti (e di quelle successive) alimentate volontariamente nell’area ex socialista dall’Occidente in espansione per assecondare  ”la frammentazione dell’Urss e della Jugoslavia. Lo hanno fatto nella convinzione che i nuovi Stati sarebbero diventati amici dell’America e le avrebbero permesso di estendere la sua influenza nei territori occidentali della vecchia Unione Sovietica, nei Balcani, nel Caucaso e nel Caspio. Per ottenere lo scopo hanno offerto a questi Paesi l’ingresso nella Nato e hanno esortato l’Unione europea ad accoglierli nel suo seno. Con un doppio risultato: irritare la Russia, colpita nel suoi interessi, e diluire l’Ue sino a rendere sempre più difficile l’espressione di una politica estera europea. Capisco che l’indipendenza del Kosovo possa piacere agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Mi è difficile capire perché piaccia alla Francia, alla Germania e all’Italia”.

Ma la farsa continua e con essa le tragedie: in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Ucraina e chissà ancora dove. E’ questo, amici miei, un gioco da banditi che si chiama democrazia. (cit. E. L. Masters)

Bosnia: situazione sempre più drammatica di g.rèpaci

bosniaSebbene abbia sposato i principi del Saa (Accordo di Associazione e Stabilizzazione) con la Ue firmato con grande euforia dal 4 dicembre scorso la Bosnia-Erzegovina è in piena crisi. I tanto celebrati Accordi di Pace di Dayton del 1995 sono una peso che ha solo garantito la continuazione della permanenza al potere di una elite politica estremamente corrotta che non preoccupata minimamente della creazione di uno stato unitario democratico. Il compromesso di Dayton, ebbe forse il merito di fermare il conflitto, ma nel contempo ha generato una fragile architettura di State Building, istituendo un Stato centrale debolissimo costituito da due “Entità”: quella Serba che controlla il 49% del territorio e quella croato-musulmana che ne ha in mano il 51%, seguendo la suddivisione per linee etniche tra i gruppi maggioritari nel paese e soddisfacendo in tal modo le richieste dei “signori della guerra” presenti al tavolo della pace.

In maniera particolare la legislazione prodotta dagli Accordi di Dayton è stata basata sul devastante principio della sovranità etnica come fondante del nuovo stato della Bosnia-Erzegovina. Di conseguenza la Costituzione stessa è diventata la base politico-legale per conflitti incessanti fra le nazionalità e per far prevalere gli interessi delle due etnie rispetto a quelli di uno Stato unitario democratico. Il principio etnico pervade tutte le istituzioni dalla Presidenza al Parlamento alle due Assemblee e viene di conseguenza utilizzato in funzione di blocco da ciascuna delle tre componenti etniche appena di sentono minacciate da qualche norma o legge ritenuta ingiusta. Solo la Corte Costituzionale, unica istituzione immune dal dominio etnico perché integrata da una componente internazionale, si è opposta alla strumentalizzazione che ne fa la classe politica bosniaca. Tutto ciò è aggravato dai troppi livelli di governo: tutt’oggi lo Stato di Bosnia-Erzegovina conta due Entità, dieci cantoni e un distretto, il che equivale a ben quattordici governi, tredici costituzioni e oltre cento ministri: una vera mostruosità burocratica che si nutre delle già magre casse dello stato e che ha prodotto da dodici anni a questa parte un profondo arretramento economico e sociale.

Il mandato internazionale, coordinato dallo slovacco Miroslav Lajcak, già previsto dagli Accordi di Dayton è stato prorogato per un anno al fine di far fronte a questa pericolosa situazione. La motivazione di questa inaspettata inversione di marcia va cercato nei risultati dell’ultima campagna elettorale, che ha condotto al voto del primo ottobre 2006. Una “campagna” caratterizzata da forti toni di una violenza mai vista dai tempi della guerra. Da tempo due delle principali tre componenti etniche agiscono sempre più in direzione opposta ai desideri della Unione Europea. Milorad Dodik, il vero padrone della Republika Srpska (Rs), ha ribadito a più riprese: «Per la polizia della Republika Srpska cambiamo l’Europa». Ha minacciato la secessione per impedire la riforma cruciale dei servizi segreti, vero nerbo del controllo del territorio. Tra le due Entità la Republika Srprska è quella messa meglio, avendo il vantaggio della omogeneità etnica. Mantiene un livello di efficienza di governo ben superiore alla vicina federazione croato-musulmana che invece è sempre più divisa al suo interno per i contrasti tra le due etnie principali. Il premier Dodik ha dichiarato che è sua intenzione modificare almeno una cinquantina di leggi e normative emesse dalla comunità internazionale e non smette di ripetere che i serbo-bosniaci sono «la parte migliore della Bosnia-Erzegovina». Dall’altro lato i politici croati della BiH stanno premendo per la creazione di un “canale tv croato” nel sistema delle emittenti tv pubbliche della repubblica bosniaca.

I nodi irrisolti di Dayton stanno finalmente venendo al pettine. Uno scenario sempre più da incubo è l’instaurarsi della relazione tra il Kosovo, che potrebbe anche fra breve dichiarare in modo unilaterale l’indipendenza, e il futuro della Republika Srprska (Rs). Cosa potrebbero fare la Rs e la Serbia? Secondo il parere di molti osservatori, la Rs sulla scorta del referendum del Montenegro, potrebbe indirne uno simile per lasciarsi poi le mani libere e decidere se diventare uno stato indipendente riconosciuto a livello internazionale oppure riunirsi alla Serbia. Questa tentazione di scambio Kosovo – Republika Srprska è uno scenario molto plausibile, che entusiasma sia Belgrado che Mosca. Lo scambio, in particolar modo se lo cose precipitassero, potrebbe diventare un’opzione apprezzabile per molte Cancellerie europee al fine conciliare i contrasti con Belgrado, che inevitabilmente sorgerebbero da una eventuale dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo. Ad ogni modo dodici anni di immobilismo e recessione economico-sociale sono una assurda punizione per tutti i cittadini bosniaci, che da cittadini europei rischiano invece di diventare cittadini di un failed state nel cuore dell’Europa: la Bosnia-Erzegovina.

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Senza nomeDA QUANDO CI DISSERO CHE IL MASSIMALISMO ERA UN OLTRAGGIO

di Dalia Collevecchio

 

Dei vari escamotage di cui la politica attuale si serve per appiattire il confronto riguardo a temi seri che davvero interesserebbero il paese, questo è uno dei più riusciti. Si assiste ad una spaventosa perdita di memoria storica e politica, ad un impoverimento intellettuale collettivo che non è casuale bensì voluto. Gli antichi termini politici di una volta, cari ad una certa sinistra sono scomparsi nel bene amato museo della “ storia scolastica”. Ciò che fa la differenza, oggi,  tra un partito di destra e uno di sinistra, almeno a seguire il confronto politico è ben poca cosa. Più che altro si tratta di visioni leggermente differenti riguardo ad indirizzi comuni ad entrambe le correnti, inclusi i partiti cosidetti radicali. Non mi curo dei programmi o degli statuti dei partiti perché si sa, quelli servono per legge, l’empiria è poi ciò che conta e l’empiria in questo paese è finalizzata ad un unico obbiettivo, la conservazione del potere attraverso misure che auto tutelino i potenti e che mantengano in piedi certa parassitaria classe sociale che compone il bacino del voto clientelare, e la classe governativa stessa. La distinzione sempre meno chiara tra le destre e le sinistre non è un problema solo italiano ma europeo tuttavia, altrove, i leader fanno parlare di se per motivi più interessanti e la Merkel ha assunto posizioni così social-democratiche da costringere il partito social democratico a spostare il suo asse ancora più a sinistra. In Italia la situazione è differente. Qui la distinzione non sussiste più in termini stabili ma non esiste nemmeno l’interesse per i bisogni del paese. In Italia si cerca di restare ai propri posti con una pratica antica e tutta italiana, quella del trasformismo. Non sto a giudicare il perché e il per come di tutto questo ma vorrei porre l’attenzione su un aspetto in particolare. A livello mediatico, tranne qualche esempio che resta da scovare in rete, l’informazione è viziata, la storia è faziosa, il revisionismo padroneggia ovunque e chiunque non sia gestibile perché convinto che la via sia un’altra, è tacciato di massimalismo. In realtà non di massimalismo si tratta bensì di chiarezza. L’individuare i problemi nella loro natura, proporre soluzioni adeguate, pericolose si ma adeguate non attira l’attenzione di nessuno come se discorrere di questioni antiche eppur attuali fosse inutile o sintomo di ottusità. Non è ottusità, è semplicemente contro la logica che regna sovrana in questi anni. Il sistema è composto di varie parti e nessuna è indipendente dalle altre, per cambiare questo paese che non va non occorre scegliere il male minore bensì mutare alla radice lo stato delle cose. Ecco questo sarebbe il massimalismo. Se io andassi in giro a dire che sono precaria, che mi sento parte di una classe subalterna e vedo nel governo solo gli interessi della grande borghesia capitalistica ( si chiami Confindustria, si chiami Profumo, Benetton, Insomma fate voi) sarei tacciata di massimalismo. Eppure la finanziaria, ricattata dai diniani, non ha difeso mica i miei di interessi? Ma certo che no,  non ho percepito nella mia vita nessun miglioramento e non mi vengano a dire che si parla di lungo periodo, quello che accade in Italia è qualcosa che farebbe impallidire il Depretis. Quello che accade qui, dove la Chiesa cattolica non paga l’I.c.i. dove il papa parla e purtroppo i sinistri lo ascoltano è cosa grave. Certo il problema non è solo quello del Vaticano, il Papa ha sempre parlato e la Chiesa è un attore politico da sempre, il problema è che mai come in questi anni, la voce gracchiante del vaticano ha interferito nella vita pubblica e ogni questione politica è stata trasformata in questione etica. Il riconoscere i diritti di TUTTI i cittadini e cittadine non mi pare abbia così a che fare con l’eticità, è obbligo dello Stato ma subito, ad arte viene fuori la questione della famiglia, la sua sacralità e l’anticostituzionalità di una misura quale sarebbe quella del riconoscimento delle coppie di fatto. Dicendo questo vi pare che io pecchi di massimalismo? Magari se avessi detto che la religione è una sovrastruttura o l’oppio dei popoli e quindi sarebbe meglio chiudere le Chiese tout court potrebbe darsi, ed invece io sto parlando semplicemente  della “ laicità dello stato. Stesso discorso vale per le tasse…lotta all’evasione mi dicono e io rispondo “ bene” poi scopriamo che se la Chiesa pagasse l’I.C.I. Mezzo costo della finanziaria sarebbe coperto. Fondi alle scuole statali ripeto…ma il buon Fioroni batte la Moratti e riserva alle scuole pubbliche private il numero più alto di fondi nella storia. Se dicessi che la cultura è di tutti e lo Stato deve garantire il diritto allo studio di tutti, e lo deve fare BENE, sarei massimalista? Certo che si, anzi sarei una bolscevica di Makarenkiana memoria…se dicessi che ad essere tutelati in questo paese devono essere i diritti di tutti i lavoratori e la loro sicurezza e che tra tutti dovrebbe esserci uguaglianza e non differenza assurda di privilegi goduti sarei massimalista? No qui mi risponderebbero addirittura dicendomi che oltreché essere massimalista sono anche utopista. Questo è il miracoloso risultato dell’impoverimento della cultura e soprattutto della cristallizzazione della politica che guarda a se stessa soltanto. Ciò che mi duole tuttavia è la totale mancanza di lungimiranza. Siamo sull’orlo del baratro, la crisi sistemica innescata dagli U.S. fa strage di risparmi ovunque ma ci fanno credere che non sia vero…”essì” perché poi ad un occhio distratto tutti hanno la bella macchina e le belle scarpe e tutti studiano ( vedi voce credito al consumo che ha impoverito intere regioni). La verità è che anche Hitler prima di perdere la seconda guerra mondiale aveva intimato i commercianti delle capitali tedesche ad esporre in vetrina i beni di lusso, i cittadini non dovevano avere la sensazione della disfatta…questo egli disse e questo ogni governo fa quando non regge più le fila del discorso, il ricorso all’oscurantismo, alla cancellazione della memoria storica, il silenzio mediatico imposto, il ritorno ai valori metafisici fanno il resto, ci fanno  naufragare felici e contenti e l’italiano medio dirà nei sondaggi che è felice della sua vita privata ( strozzato dalle banche, dal credito al consumo, con salari senza potere d’acquisto, a rischio  spazzatura, è però felice) ma non delle sue condizioni sociali…Ovviamente questo deriva dalla scissione voluta dal sistema per cui io non sono io e basta, ma sono tremila cose insieme per cui devo produrre, consumare, subire, amare, e copulare e questo sempre perché il termine “ cittadino” è oramai uno sconosciuto. In realtà io sono tale perché vivo e agisco in un sistema sociale e non posso dire di essere felice del mio privato se il pubblico mi calpesta, non potrei esserlo in nessun modo ma la dissociazione è una buona risorsa. Naturalmente potrei citare Marcuse e l’irrazionalità del vivere moderno coi suoi falsi bisogni che ci è presentato come
razionale ma qui riceverei di nuovo il simpatico appellativo di “ Massimalista” !!!

E loro? Vi chiederete come faranno loro, i politici, coloro che adesso avvertono “ il fascino della fede” (c’è da sperare che D’Alema ci delizi con un Itinerarium mentis Deo come novello Bonaventura da Bagnorea…).

Ma loro, rispondo io, loro  non avranno problemi, da un’auto blu la vita è tutta un’altra cosa, d’altronde fanno parte della classe dominante e noi siamo i subalterni, ma qui di nuovo sono una sporca Massimalista.

Kossovo l’indipendenza si avvicina di g.rèpaci

image4A Pristina è ormai questione di poco tempo per una dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla vicina Serbia, e in quel momento si dovrà decidere il da farsi. Sul tavolo delle trattative è rimasto solo il piano di risoluzione dell’inviato speciale Onu, l’ex presidente della Finlandia Martti Ahtisaari, che vorrebbe un Kosovo indipendente sotto supervisione internazionale, ma ciò scontenta la Serbia, mentre sia gli Stati Uniti che i paesi dell’Unione Europea sembrano sostenere la causa kossovara, seppur con diverse sfumature, considerandola un compromesso accettabile. L’indipendenza del Kosovo sarà decisa molto probabilmente negli Stati Uniti, fra l’Onu e la Casa bianca, anche se un’eventuale guerra sarà combattuta nei Balcani. Nella capitale kossovara tira un aria di grande ottimismo, poichè la garanzia di raggiungere l’indipendenza arriva direttamente da Washington. Infatti gli Stati Uniti hanno messo il loro peso politico per sostenere la causa kosovara, pronti a riconoscere anche un’azione unilaterale, lasciando soli così i serbi, sostenuti da Mosca. L’Unione europea, pur rimanendo divisa, almeno a livello ufficiale è propensa a sposare una linea politica comune alla Casa bianca, ovvero, indipendenza al Kosovo entro il primo semestre del 2008, magari con un  incoraggiante segnale per l’ingresso della Serbia dentro l’Ue, evitando così di perdere Belgrado dopo aver ottenuto un nuovo stato.

I serbi comunque non indietreggiano: nessun uomo politico è in grado di far accettare alla popolazione serba l’indipendenza del Kosovo. Anche il contesto politico del Kossoko, con la recente elezione alla presidenza di un ex guerrigliero dell’Uck, Hashim Thaci, dovrebbe suggerire molta prudenza, anziché fomentare un facile e pericoloso entusiasmo che potrebbe risvegliare nazionalismo e odio etnico. Ma nessuno sulle due sponde dell’Atlantico, se non per ragioni domestiche – Romania, Slovacchia, ma anche la Spagna vorrebbero evitare di stabilire un precedente che possa essere seguito da alcune province sul loro territorio – sembra premere sul freno. La linea dominante è questa ed anche quella che sarà seguita quando una soluzione non potrà essere più rinviata. Non è facile trovare voci dissenzienti negli ambienti politici della capitale americana. Alan Kuperman, esperto di conflitti etnici dell’University of Texas, con un passato alla Johns Hopkins University – Sais di Bologna e tanta esperienza nei conflitti balcanici, è fra i pochi a chiamarsi fuori dal pensiero dominante e scoraggia gli Stati Uniti a riconoscere l’indipendenza del Kosovo, perché, a suo parere, costituirebbe un grave precedente, al di fuori del diritto internazionale. In un colloquio con il Riformista, Kuperman faceva presente il possibile e molto probabile, rischio di un nuovo conflitto in Kosovo, cui nessuno sembra prestare attenzione.

Secondo l’analista statunitense si tratterebbe solo di una questione di tempo, a meno che a Washington cambi rotta. Un grido d’allarme, anche coraggioso se si pensa all’omogeneità dei pareri degli esperti sul Kosovo, lo ha lanciato questa estate dalle colonne del Wall Street Journal, ma anche di recente da quelle di The American Interest, un’influente rivista di politica estera americana vicina all’aerea dell’Old Right, a disagio con i realisti neo-con che hanno ispirato la politica estera americana negli ultimi anni. «Subito dopo l’indipendenza, secondo i parametri in cui viene pensata, ci dovrà essere una polizia kosovara, che i serbi difficilmente riconosceranno, considerandola una violazione del territorio. E quando ci saranno due polizie con diverse uniformi, una che risponde a Belgrado e una a Pristina, cosa potrà succedere nel nord del Kosovo, a maggioranza serba? Se dovessero attaccare per guadagnare militarmente l’indipendenza, i kosovari non lo faranno di certo nella provincia del nord, ma piuttosto nel sud e in altre aree sparse dove ci sono comunità serbe difficilmente difendibili. I militari della Nato sono più di sedicimila e le dichiarazioni di garanzia per la sicurezza valgono ai soli fini politici, ma qualcuno ha pensato come faranno a proteggere le minoranze serbe se dovessero essere attaccate? Non si può permettere che il Kosovo indipendente inizi una nuova guerra per conquistare anche il nord del Kosovo. I politici a Pristina hanno bisogno del supporto della comunità internazionale, che diventerebbe complice, per raggiungere l’obiettivo. Questo è quello che gli scienziati politici chiamano azzardo morale: chi riuscirà a fermare altre spinte indipendentistiche fuori dai parametri del diritto internazionale, una volta che è stato stabilito questo pericoloso precedente?» Kuperman poi, facendo affidamento alla conoscenza che ha dei conflitti nei Balcani, cita la Bosnia come rischio e come esempio da seguire. «Guardiamo alla Bosnia invece, che rimane l’esempio migliore per la risoluzione e gestione dei conflitti. Chi potrebbe vietare alla Respublika Serpska di dichiarare l’indipendenza dalla Bosnia? A quel punto bisognerebbe ricorrere all’uso della forza militare per evitare un effetto domino, perché saremmo solo all’inizio». Il nord del Kosovo potrebbe essere quello che è la Respublika Serpska in Bosnia, regione autonoma dentro una federazione. E a Pristina sarebbe concesso il riconoscimento nelle istituzioni internazionali, tranne una piena indipendenza per non isolare Belgrado. Saranno i prossimi mesi a stabilire se Kuperman è solo una Cassandra isolata. Per il momento, a Washington, rimane una voce fuori dal coro.

BOSNIA-HERZEGOVINA: Rinnovato caos político di radici etniche

de Vesna Peric Zimonjic (fonte IPS) trad. G.P.

BELGRADE 6 nov (IPS) – Dodici anni dopo la fine della guerra che gli ha  consentito di nascere, la Bosnia-Herzegovina è ancora incapace di funzionare come stato, come dimostra la rinuncia del primo ministro Nikola Spiric, della minoranza serba. L’abbandono del serbo Spiric ha immerso il paese, di quattro milioni di abitanti, nella sua crisi politica peggiore da quando si è affermata la pace tra i bosniaci musulmani, croati e serbi che costituiscono la popolazione di questo stato multietnico. L’accordo firmato nel 1995 nella città americana di Dayton, ha messo fine alla guerra degli anni 90 ed ha condotto alla creazione di due ministati autonomi, entrambi integrati nella Bosnia-Herzegovina: la Repubblica Srpska (repubblica Serbia della Bosnia) e la Federazione Musulmano-Croata. Al di sopra degli organi locali ci sono il governo ed il Parlamento centrali, oltre ad una presidenza a rotazione di tre membri. L’accordo che ha segnato la fine della guerra del 1992-1995 in Bosnia-Herzegovina ha stabilito una struttura complicata di rappresentazione per serbi, croati e musulmani. Si richiedevano il consenso nel governo e nel Parlamento, però l’alto rappresentante  della Comunità internazionale per la Bosnia, Miroslav Lajcak, ha introdotto ora il principio della maggioranza semplice. Ma Spiric ha rinunciato il primo di questo mese, mentre Lajcak ha presentato iniziative che mirano a migliorare l’efficienza nel governo ed il Parlamento come condizione preliminare per accelerare l’integrazione nell’Unione europea (UE). Il lavoro dei poteri esecutivo e legislativo è stato spesso segnato dall’ assenza dei suoi membri. Spiric ha protestato contro ciò che ha considerato un’intrusione. "Gli stranieri hanno controllato questo paese per 12 anni, e questo non è bene." Rinuncio. È la decisione corretta. Purtroppo, 12 anni dopo Dayton, la Bosnia-Herzegovina non è uno stato sovrano" ha detto. "I serbo-bosniaci si mostrano indignati dalla rinuncia, perché temono di perdere la loro rappresentanza nelle istituzioni centrali per mano dei "bosniaks", i musulmani bosniaci che costituiscono la maggioranza del paese. Lajcak ha descritto l’abbandono di Spiric come "irrazionale, emotivo ed irresponsabile". La posizione della Russia ha complicato la campagna di Lajcak. Il Consiglio di Implementazione della Pace, integrato dai rappresentanti di 40 nazioni che controlla la Bosnia-Herzegovina del dopo-guerra, ha approvato l’azione di Lajcak, ma Mosca, alleato tradizionale dei serbi, si è astenuta. Il rappresentante russo dinanzi al Consiglio, Alexander Bocan Harchenko, ha detto che l’organismo aveva scelto di seminare "una più grande irritazione e peggioramento". "Le misure di Lajcak vanno contro lo spirito di Dayton", ha detto Harchenko in una dichiarazione scritta emessa dall’ambasciata di Russia a Sarajevo. Harchenko è anche il rappresentante russo nel pannello internazionale di tre membri che negozia lo status della provincia meridionale serba del Kosovo, con il diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger e l’inviato americano Frank Wisner. La rinuncia di Spiric non può essere risolta con nuove elezioni. Sotto la costituzione imposta dalla Comunità internazionale alla Bosnia-Herzegovina, l’attuale governo andrà avanti, benché senza alcuna possibilità pratica di operare. La maggioranza dei bosniaci sembra temere che il governo resti bloccato, nonostante la spiegazione offerta da Lajcak alla stampa locale per cui "il funzionamento dello Stato non è in pericolo" e che "ci sarà un governo provvisorio, che dovrebbe fare il lavoro in modo adeguato". "Questa è la crisi peggiore alla quale assiste il paese dal 1995 ed i vicini non aiutano", ha detto a IPS Jovo Bakic, un analista di Belgrado. Si riferiva alle politiche della Serbia, che sostiene ciò che è serbo-bosniaco. Il primo ministro della Serbia, Vojislav Kostunica, ha accusato Lajcak di fare parte di una conspirazione più vasta contro i serbi "per produrre l’indipendenza unilaterale del Kosovo ed eliminare la repubblica Srpska". La posizione di Belgrado ha condotto ad un processo diplomatico insolitamente acuto che ha coinvolto Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Italia e Francia. Il contenuto non è stato rivelato, ma un diplomatico di una di queste nazioni ha detto a IPS che "c’è stato un richiamo severo a Belgrado in quanto il Kosovo e la repubblica Srpska non possono essere trattati allo stesso modo". "L’accordo di pace di Dayton è un documento internazionale sostanziale per la Bosnia, mentre il Kosovo vive sotto la risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)", egli ha detto. "Le due questioni non funzionano come navi collegate", ha aggiunto. Ma il diplomatico né ha confermato né ha negato che l’avvertenza si riferisce alla possibilità che i serbi di Bosnia-Herzegovina possano convocare un referendum sull’indipendenza una volta che il Kosovo abbia proclamato il suo. Lo status del Kosovo è negoziato da mesi con una mediazione internazionale. La provincia è diretta dall’ONU dal 1999. I capi albanesi-kosovari dicono che proclameranno l’indipendenza in dicembre. L’ONU si è fatta carico del Kosovo dopo 11 settimane dal bombardamento delle Serbia da parte dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (la NATO), a fronte della repressione lanciata da Belgrado contro due milioni di albanesi. Oslobodjenje periodico, di Sarajevo, ha segnalato in un commento che "la responsabilità dell’aggravamento della situazione è determinata dai capi politici che bloccano i possibili progressi con il loro comportamento aggressivo". Il giornale ha detto che anche i capi religiosi come quello della Comunità islamica della Bosnia, il Gran Muftí Mustafa Ceric, provano ora a sfruttare la situazione. In una visita recente negli Stati Uniti, Ceric ha premuto per ottenere l’abolizione della repubblica Srpska. L’ufficio di Lajcak lo ha ripreso duramente per quest’annuncio.