DISPREZZO PER “DESTRA” E “SINISTRA”, di GLG

LAGRA21

Ancora una volta, come per la verità sempre, la morte di un uomo di fama ha dato vita a manifestazioni, del tutto irritanti, di stupida retorica. O s’inneggia a costui senza alcuna capacità minimamente critica o – sia pure a denti stretti e non avendo il coraggio di attaccare a fondo un morto – si sfogano i propri ottusi odî politici e sociali. Si ammette generalmente che Fo fosse un uomo (e mimo) di talento; bella forza, questo non può che essere unanimemente ammesso per chi abbia anche soltanto visto l’opera teatrale migliore dell’attore, il “Mistero buffo” in sue diverse variazioni e rappresentazioni. Quello che mi ha lasciato perplesso (ed è perfino dire poco) in questo personaggio, però soprattutto nella sua età anziana (comunque non soltanto), è la debolezza delle sue posizioni politiche, improntate ad una ideologia in sintonia con gli sbracamenti del ’68. Non li ho mai apprezzati, e sempre sopportati in nome della lotta al “revisionismo” del Pci; e ancora, a quell’epoca, non avevo capito, se non per un terzo o un quarto, il cambio di campo che quel partito stava preparando con il suo nuovo segretario degli anni ’70 e con l’uomo tanto apprezzato da Kissinger (che lo definì il “migliore comunista” da lui conosciuto; cioè conosciuto da uno dei più lucidi interpreti della strategia statunitense di predominio mondiale. Capite bene di che razza di “comunista” si trattasse!).

Ero pienamente d’accordo con il giudizio che Pasolini diede degli ambiziosi figli della vecchia classe dominante, che volevano solo sostituire i padri con il loro rivoluzionarismo grossolano e fin troppo smaccato. A questo si è ridotto infatti tutto il loro cianciare di “cambiare il mondo”; l’hanno cambiato, di gran lunga in peggio, con un degrado culturale mai visto prima. Per questo, non mi sono molto entusiasmato agli empiti “rivoluzionari” di Dario Fo e Franca Rame (molto inferiore a suo marito e interprete di farse grossolane grevi di un ancor più grossolano femminismo, del resto quello esistente all’epoca e assai ben rappresentato pure ne “La terrazza” di Ettore Scola). Tuttavia, debbo dire che sono perfino più irritato nel leggere i commenti degli ottusi rigurgiti della “destra” italiana, la più ignorante del mondo e ancora dedita ad un anticomunismo di una rozzezza e bassezza senza pari. Io ho conosciuto certo meglio di questi imbecilli i comunisti; e oggi sono in grado di darne un giudizio che credo abbastanza equilibrato, anche in merito ai fallimenti cui essi sono andati incontro. Senza dubbio m’infastidisco quando sento ancora parlare i loro minimi rimasugli con un linguaggio che sembra di qualche secolo fa. Tuttavia, so come i comunisti hanno lottato in un tempo ormai lontano. Molti sono morti e non certo per peggiorare il mondo, che è diventato quasi invivibile nell’ultimo quarto di secolo quando di comunisti non ce n’erano in pratica più, se non nella testa di questi mentecatti detti di “destra”, servi dello straniero più o meno quanto gli ex piciisti voltagabbana.

Per fare un esempio particolarmente evidente, prendo l’assurda accusa fatta a Fo di essere quasi mandante dell’omicidio Calabresi. Sia chiaro che non ho mai approvato quell’uccisione perché si è trattato di un puro e semplice assassinio. Sia altrettanto chiaro che mai ho avuto simpatia per quel personaggio, di cui non si possono dimenticare quelle che almeno vanno ritenute quali complicità nella morte del povero anarchico Pinelli, che si tentò di infamare mettendo in giro la voce che si era buttato dalla finestra gridando (all’incirca): “ormai sono scoperto”. Scoperto un c…. Risultò del tutto evidentemente non colpevole di alcunché. E dubito che si sia buttato volontariamente dalla finestra; altrimenti debbo come minimo pensare a pesanti torture e ad una voluta “distrazione” per farselo scappare di mano. Comunque, non ho voglia di dilettarmi in supposizioni sulla morte di Pinelli, cui va ancor oggi il mio reverente pensiero. Resta il fatto che si è tentato di farla passare per suicidio conseguente al “sentirsi scoperto” di una colpa, che poi risultò senz’ombra di dubbio non essere mai stata commessa. Ciò è infame.

In ogni caso, questi anticomunisti stupidi, e perfettamente incapaci di una qualsiasi autocritica per come hanno ridotto il mondo attuale, sono ben peggiori dei vecchi comunisti. Sia chiaro che io rispetto i veri liberali (pochi), convinti delle loro buone ragioni e in grado di esprimerle con ragionamenti frutto di cervelli pensanti. Questi sedicenti liberali odierni sono solo marci, putrefatti, come lo erano i comunisti andati oltre ogni grado di “maturazione”. Questi ultimi sono però finiti nella ben nota “pattumiera della storia”. Invece gli odierni (il)liberali impestano ancora il mondo. Chissà quando si riuscirà a far fare loro la fine che si meritano. Non mediante omicidi, sia detto con estrema nettezza; solo attraverso processi brevi con condanne esemplari. Fin quando ciò non sarà possibile, ci si deve astenere dalle improprie azioni commesse dai “rivoluzionari” del ’68 e anni seguenti. Molti del resto rapidamente riciclatisi in nuovi corifei dei dominanti peggiori in tutta la storia di questo “pauvre pays”. Altri, i meno, sono rimasti a creare confusione con discorsi pseudo-radicali di rivolgimento del mondo, sempre tesi invece allo stesso fine: mantenere in sella i putridi dominanti odierni, i quali, con la loro crassa ignoranza, non sono capaci di creare correnti culturali minimamente in grado di tenerli in piedi.

Disprezzo massimo per tutti questi imbroglioni e meschini cialtroni, che ancora recitano la parte della “sinistra” (perfino “estrema”) e della “destra” nell’attesa dell’ormai imminente “partito della nazione”, che si definirà, altrettanto grottescamente, “di centro”.

VOTIAMO NO

RENZI

 

Credo che Gianfranco La Grassa abbia colto il punto essenziale sul Referendum costituzionale, previsto per il 4 dicembre. Dietro la scenografia delle opposte propagande per il sì e per il no, che, in ogni caso è più sì che no, considerato che gli oppositori di Renzi sono suoi segreti alleati e stanno lavorando per il re di Prussia, si nasconde il prossimo colpo di mano contro il popolo italiano. Quest’ultimo sarà anche peggiore di quello messo in atto da Monti. Quello del bocconiano lo ricorderemo appena come un pizzicotto rispetto agli sganassoni che prenderemo, a breve, dal fiorentino. Del resto, Napolitano aveva calcolato quasi tutto. Il Paese doveva essere prima tramortito per poi finire rottamato. Non nei suoi stravizi burocratici e politici, che continueranno a proliferare bellamente, ma nelle sue ultime sicurezze sociali. Saltare la transizione avrebbe accresciuto i rischi di rivolta popolare e questa classe politica di maiali attaccati al trogolo, corrotta dalla testa alla coda, non avrebbe mai avuto il fegato di passare subito alle nefaste conclusioni.
Il referendum è pertanto la pantomima che precede la tempesta. Siamo, insomma, all’anticamera di un altro golpe bianco contro la nazione paragonabile a quello dei primi anni ’90, quando le Mani pulite e le coscienze sporche rovesciarono come un calzino l’economia del Paese per ridurlo sul lastrico. Solo che questa volta, le solite masse ignoranti, anziché andare a lanciare monetine all’Hotel Raphael, si recheranno direttamente ai seggi a depositare il loro voto nell’urna e lo faranno, oggi come allora, condizionate da un tam tam mediatico che le ha confuse senza possibilità di rinsavimento.
Se vince il sì, come probabilmente avverrà, non useranno la vaselina per sodomizzarci. Ci caleranno i calzoni e ci infileranno su per il culo pensioni, sanità, assistenza e quant’altro ci abbia permesso di resistere in questi anni di crisi impietosa. Poi ci butteranno in mezzo ai profughi a lottare per la sopravvivenza. Con l’affermazione del si nascerà, dunque, il partito della Fazione che raccoglierà traditori da tutti gli altri movimenti, svuotando soprattutto Forza Italia. Se vince il no si dovrà cambiare la tattica di intortamento, magari sostituendo il Premier con un altro burattino più incline alle larghe intese e alla gradualità del disfattismo, ma la strategia complessiva resterà la stessa, nonostante la battuta d’arresto. In questo clima di forzata riconciliazione è più facile che emerga una specie di partito della nazione, anche se non lo chiameranno così per giocarsi sempre la carta delle finte contrapposizioni tra sedicente destra e sedicente sinistra.
Una soluzione sicuramente migliore dell’andare a votare sarebbe quella di bruciare tutte le sedi elettorali, la sede del Governo e del Parlamento esercitando il diritto lockiano di resistenza e ribellione contro i governanti che usano il potere “non per il bene di quelli che vi sottostanno” ma per i loro vantaggi privati e le corvè ai loro signori stranieri.
Poiché costoro hanno deciso la distruzione di ogni conquista sociale, dall’unità d’Italia fino ad oggi, saremmo più che legittimati ad agire con la violenza. Siccome però non voglio farmi arrestare per intanto vi invito ad andare a votare. Meglio no che si, anche se scegliere il male minore non significa allontanare il male.

BASTA ANCHE IL SEMPLICE BUON SENSO, di GLG

gianfranco

1. Non ho intenzione di mettermi a discutere se le stragi di massa, ormai piuttosto frequenti, siano attribuibili a settori islamici o a folli o a neonazisti. Fra l’altro, l’informazione è completamente fasulla ormai, in mano a falsificatori, qualcuno magari anche in buonafede. E comunque, anche se non fosse alterata, ritengo importante, ma fino ad un certo punto, sapere chi ha commesso l’atto stragista. Sia anche chiaro che non giustifico in nulla l’atteggiamento stupidamente buonista (non buono, buonista cioè ipocrita) di tanti “sinistri” che vorrebbero sempre maggiore indulgenza verso i cosiddetti diseredati, accogliendoli in massa. Intanto, non sono affatto i più poveri che scappano dal loro paese poiché hanno ben pagato gli scafisti che li trasportano qui. Inoltre, non si possono accogliere masse di migranti in una situazione di stagnazione strisciante come l’attuale, in cui nei nostri paesi le occasioni di occupazione diminuiscono o cresce il lavoro precario, la richiesta di competenze inferiori a quelle conseguite dai nostri giovani. Non convince la scusa che allora queste occupazioni, rifiutate dai nostri connazionali, possono essere affidate a chi arriva da un altro paese. Sono moltissimi i nostri giovani che accettano soluzioni insoddisfacenti (anche come retribuzione); e semmai dovranno abituarsi ancora di più a tale situazione, non certo però trovare i posti occupati da altri. Si raccontano inoltre balle colossali anche in un altro senso; perché una gran parte dei nuovi arrivati si dà alla malavita o ad organizzazioni di mendicanti, la cui ben scarsa positività sociale era già raccontata nel 1931 nel capolavoro di Fritz Lang: “Il mostro di Düsseldorf”. Gli attuali buonisti di sinistra non lo sanno, ma guarda un po’! Coglioni o maledetti imbroglioni?

Sono poi vivamente irritato dagli stupidi discorsi intorno alla diversità che arricchisce. Arricchisce (e nemmeno sempre) se gruppi di popolazioni diverse s’incontrano senza tuttavia essere sradicati dal loro territorio, dalla loro cultura e modo di vita e via dicendo. L’incontro di diversità è un conto; la mescolanza confusa e indifferenziata impoverisce culturalmente, crea attriti e conflitti, impoverisce e abbrutisce sotto tutti i punti di vista. Gli Usa da quasi due secoli ricevono migranti di tutti i colori e culture. Si è ben visto proprio in questi giorni come si sono ben integrati neri e bianchi, ecc. E gli Usa reggono perché sono ancora, e già da un secolo o poco meno, la più grande potenza mondiale, quella con più ampie sfere d’influenza. Se dovessero conoscere un periodo di vero declino, i loro guai in tema di convivenza sociale diverrebbero traumatici. E poi basta con questa storia dell’amor cristiano, della misericordia, ecc. Serve ormai a minare società già stabilizzate da secoli. Che questo Papa se ne vada al diavolo, seguirlo ci fa andare incontro ad una catastrofe sociale di primaria grandezza. In definitiva, ritengo utile difenderci dalle invasioni, è necessario strabattere “sinistre”, buonisti, pieni d’amore. Sarei d’accordo con chi introducesse misure di difesa dure e poco pietose.

Verrò definito da emeriti irresponsabili e incoscienti fascista? Non m’interessa. So che oggi non c’è più quel fenomeno storico così definito, malgrado alcuni pochi individui (in genere non del tutto normali) che ancora lo coltivino. So invece che dietro il termine antifascista si nascondono i peggiori nemici della nostra civiltà, del nostro modo di vivere, della nostra cultura ormai ridotta ad un colabrodo dove penetra ogni possibile orrore. E desidero ricordare che, anche quando si parla di rivoluzione, non si parla di distruzione di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che appartiene alla storia di un popolo. Nel caos di una rivoluzione s’introducono certo anche elementi malsani che vorrebbero fare piazza pulita di ogni e qualsiasi tradizione. Tuttavia, nelle rivoluzioni riuscite, questi settori vengono alla fine ridotti a tacere con mezzi “poco gentili”; e così si salvano le vere rivoluzioni che altrimenti conducono poi al disastro un paese o alla loro ripulsa violenta per poter salvare il salvabile.

2. Ciò premesso – e acclarato che il “fascista”, cioè in realtà l’anti-antifascista, GLG è per difendersi dall’aggressione stragista (da qualsiasi parte venga) e dall’invasione di migranti non soltanto “poveri diavoli” – affermo altrettanto esplicitamente che terrorismo islamico e migrazioni non sono il problema cruciale, in quanto sono effetti di ben altri processi. E sono effetti i cui autori, orientati da altri, vengono magari cambiati; così come il gruppo terroristico sulla cresta dell’onda fu fino all’epoca di Bush jr. Al Qaeda mentre adesso è divenuto l’Isis. Organizzazione finanziata direttamente da Arabia Saudita e Qatar (ma sicuramente anche dalla Turchia almeno fino a poco tempo fa) con alle spalle, tuttavia, gli Stati Uniti. Cosa stia accadendo ultimamente – con l’apparenza di una veemenza dell’Isis contro Erdogan (sunnita come loro) e uno strano golpe militare, mal fatto e non riuscito, in Turchia con chiare connivenze statunitensi – non è del tutto spiegabile con le conoscenze che possiedo. In ogni caso, all’origine di tutto sta la principale potenza mondiale.

Già nell’epoca bipolare, abbastanza cristallizzata malgrado il sorgere e crescere della terza potenza, la Cina, si constatarono talvolta dualismi strategico-tattici nei gruppi dirigenti statunitensi. Per esempio, nell’epoca Kennedy quando vi fu la nota crisi dei missili (sovietici) a Cuba. Fu fatto un grande battage sul pericolo di scontro mondiale e mai si rivelò quanto è assai più probabile che fosse accaduto. Krusciov era in difficoltà ed era l’uomo (cioè il gruppo dirigente) preferito dall’ambiente kennediano per la direzione dell’Urss. Gli si permise di mettere quei missili per contrastare chi all’interno del partito comunista nutriva contrarietà verso i suoi cedimenti in politica estera. Si opposero però altri gruppi Usa, evidentemente forti, e Kennedy fece marcia indietro mettendo il capo sovietico nella condizione di doversi ritirare, scelta che provocò la sua liquidazione nel giro di un anno e mezzo.

Qualcosa di simile accadde all’inizio degli anni ’70 con la mossa Nixon (Kissinger) di aprire alla Cina (e di conseguenza anche al Vietnam) allo scopo di accentuare lo scontro tra le due potenze sedicenti “socialiste”, già avversarie dall’inizio degli anni ’60 (anzi l’urto iniziò subito dopo il XX Congresso del Pcus nel 1956, ma si acuì appunto nel 1963 e anni seguenti). Altri ambienti americani, convinti che fosse meglio non indebolire troppo l’Urss (e non farle perdere l’influenza preminente in Vietnam), organizzarono il Watergate e liquidarono Nixon. Gli Usa dovettero accettare un’umiliazione nel sud-est asiatico e tuttavia gli ambienti in questione, evidentemente, non volevano rafforzare Mao in Cina (forse non compresero bene che l’era maoista stava per finire) mentre probabilmente erano al corrente che in Urss, sotto la cristallizzazione brezneviana, esistevano gruppi kruscioviani che sarebbero tornati alla ribalta, ancora più liquidatori della potenza sovietica, con la corrente gorbacioviana. Difficile dire se questi ambienti statunitensi fecero bene o male i loro calcoli; io continuo a credere che con la mossa di Nixon forse si sarebbe accelerato l’indebolimento sovietico e si sarebbe anticipato l’89-91. Posso però sbagliarmi, non lo sapremo mai.

E’ certo che, con la dissoluzione dell’Urss, gli Usa godettero di un periodo (un decennio o forse un po’ di più) di sostanziale monocentrismo. Indi, iniziò quel movimento multipolare che viviamo tuttora con accentuazione del disordine negli “affari mondiali”. E’ indubbio che vi sono, come al solito, differenziazioni strategiche (o forse sarebbe meglio dire tattiche) all’interno della potenza al momento ancora preminente, ma senza più la possibilità di attribuire vero ordine a nessuna parte del mondo. In particolare, secondo me, l’intero establishment americano sa che l’area di influenza principale per il paese, e per la sua forza ancora prevalente, è quella europea, unificata sotto il suo tallone dopo il crollo dell’Urss. Esso sa anche che la Russia è, nonostante il rafforzamento della Cina, il principale avversario poiché l’influenza cinese in Europa, pur con i vari investimenti di capitali, non può eguagliare quella potenziale russa, che è eminentemente politica e, appunto, “d’area”. In Europa, si notano rispetto ad un tempo malumori e la presenza di settori, molto ridotti ancora, critici verso gli Stati Uniti quali affossatori di ogni nostro possibile ordine, economico come politico. Non parliamo della nostra cultura in via di disfacimento sotto l’assalto delle “modernità” provenienti dagli Usa.

A questo punto, dobbiamo prendere atto che la nostra servitù di europei (in specie occidentali) è lunga di molti decenni e si è nettamente accentuata dopo la fine del mondo bipolare (perfino nell’area sempre stata sotto l’influenza americana). Dovremmo certo avere il coraggio di difenderci dal terrorismo, dalla massiccia invasione di altri popoli, ma questi sono eventi inevitabili fin quando non avremo sconfitto il nemico principale, cioè appunto l’asservimento di cui sopra. Il pericolo fondamentale che ci sovrasta proviene dagli Stati Uniti; e a causa di tutte le sue strategie, della politica di tutti i suoi diversi “ambienti”, che comunque saranno sempre alla ricerca del mantenimento della supremazia mondiale; senza la quale, quel paese corre il rischio di disfarsi. Smettiamola di rimanere attoniti davanti alle trombonate di Trump. Intendiamoci bene, mi farebbe piacere che vincesse lui contro la Clinton. Qualche “novità” potrebbe pur esserci; tuttavia, non cominciamo a credere che andremmo incontro al nostro affrancamento né alla fine di un conflitto multipolare che, pur tra sinuosità e giri e rigiri vari, andrà ineluttabilmente accentuandosi.

Gli Stati Uniti non sono però in pappe come qualcuno crede o comunque con le idee confuse, con sulla groppa una serie di fallimenti delle loro operazioni. Hanno creato un gran disordine, ma questo si sta riversando soprattutto in Europa, l’area che deve essere tenuta alle loro dipendenze e che dunque non deve veder crescere forze con idee troppo chiare di liberazione dalle stesse. E tale disordine tiene pure all’erta e in parte in scacco la principale avversaria, la Russia; e forse la costringe anche a qualche sotterraneo “pourparler” con gli Usa, che ne diminuisce la forza e soprattutto frappone ostacoli a suoi possibili rapporti con certi paesi europei. Quindi gli Stati Uniti non solo finanziano forze politiche e culturali apertamente filo-americane, ma anche altre che emettono brontolii, che li tirano talvolta in ballo come organizzatori di manovre contrarie ad ogni nostra autonomia, sempre poi ricadendo nella critica più netta alla Germania, paese che certo ha grandi torti ma in funzione della subordinazione europea ai prepotenti d’oltreoceano.

Quella che viene ancora detta “sinistra” è da sempre – e oggi con nuove svolte ulteriormente peggiorative – la forza più filo-americana che ci sia in Europa. E’ quella che attacca tutti gli altri come fascisti, razzisti, xenofobi e chi più ne ha più ne metta; ed è la raccolta dei peggiori servi. Non c’è nemmeno inizio di una speranza di affrancamento se non la si distrugge fino all’ultimo suo dirigente. Quanto a quella che viene detta “destra”, è a volte più ambigua, ogni tanto critica direttamente gli Usa, ma sempre con poca forza e spesso dirottandosi verso il cosiddetto “maggiordomo” del padrone. Direi poi che le sue “rimostranze” si sono assai indebolite negli ultimi tempi, salvo alcune lodevoli eccezioni, che non mi sembra possano fare testo. La conclusione è quindi al momento poco confortante. Certamente, non accettiamo buonismo, misericordia, pietà, verso chi ci uccide. Tuttavia, si deve combattere in primo luogo la causa di tutto ciò, situata nel paese più volte nominato.

 

CHI SONO I NEMICI DEL POPOLO?

 

 

Ferrero, nelle agenzie stampa, e Diliberto, dal palco della festa del PD a Pesaro, hanno parlato chiaro. La Federazione della Sinistra sta inseguendo il progetto di un’alleanza col PD, con l’Italia dei Valori e con quel Sinistra e Libertà, sbeffeggiato proprio da gran parte della base di Rifondazione per oltre due anni dopo gli screzi congressuali tra Ferrero e Vendola ai tempi della comune militanza sotto le macerie lasciate dal caudillo della classe operaia delle Bahamas, Fausto Bertinotti.

La priorità è “mandare a casa Berlusconi”. Sembra assurdo, ma dopo quanto accaduto negli ultimi due anni, questi partiti ormai microscopici rispetto ai consensi di un tempo, continuano a chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà. Non si capisce dove finisca l’incapacità di analisi e dove cominci l’ottusità nell’ostinata opera di deviazione rispetto ai temi centrali della società, cioè quelli che derivano in modo più diretto e immediato dalle principali dinamiche economiche, strategiche e politiche dei cosiddetti sistemi-Paese.

Le vergognose e pavide posizioni tenute in merito alla guerra in Libia – una guerra che vede l’Italia tutt’ora partecipe e coinvolta nel quadro di quella che si è ormai pienamente configurata come una vera e propria aggressione neo-coloniale da parte della Nato – hanno messo in luce tutta la pochezza programmatica e strategica di questo ambiente, che – in piena sintonia con sé stesso e con le sue radici “berlingueriane” ed “ingraiane” – continua a svolgere una ridicola funzione di catalizzatore in versione radicale della falsa dicotomia destra-sinistra, imposta mediaticamente in Italia dalla dittatura del linguaggio affermatasi negli anni Novanta, grazie tanto a Berlusconi quanto ai suoi avversari. Si è infatti mascherato un confronto in verità ben più profondo e avulso dalle mere contrapposizioni ideologiche (ossia la “nuova contrapposizione” nata a seguito del colpo di mano tentato, con relativo successo, dai centri strategici del capitalismo straniero durante Tangentopoli), con termini e definizioni degni della Brescello tratteggiata dal Guareschi.

È così che Berlusconi ha potuto bellamente continuare ad utilizzare il nome “comunisti” per riferirsi in realtà ad una banda di rinnegati o politicanti di professione, slittati progressivamente dalla tendenza (quasi esclusivamente opportunista) verso un campo (Urss) alla piena militanza sotto l’ombrello dell’altro campo (Usa): uno slittamento ormai evidentissimo dalle posizioni internazionali che oggi caratterizzano il Partito Democratico, a cominciare dalla questione libica (condanna della Jamairyha di Gheddafi e sostegno ai “ribelli” filo-monarchici e pro-Nato) e da quella siriana (condanna di Assad e sostegno alle “rivolte”, in gran parte aizzate da estremisti salafiti), per arrivare alle battaglie filo-tibetane, alla raccolta di firme per il terrorista Liu Xiaobo o alle campagne di solidarietà con la nicchia giornalistica sionista infiltrata in Russia per favorire la destabilizzazione del Paese e un progressivo inglobamento di Mosca nell’orbita occidentale.

La questione internazionale è fondamentale, perché – come asserirono Lenin e Stalin in merito alla questione nazionale – “il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè «non isolatamente, ma su scala mondiale»”. Invece il culto para-religioso (sebbene laicista) dei cosiddetti diritti umani e l’ipocrita utilizzo propagandistico e mediatico delle libertà individuali – autentici pilastri di quella che potremmo inquadrare come la democrazia formale dei giorni nostri – hanno divorato qualunque senso critico e qualunque, pur residuale, capacità di analisi.

Toni Negri e Marco Revelli hanno ottenebrato, sul piano analitico e teorico, intere generazioni, cresciute ormai con la fissazione quasi messianica delle “moltitudini”, delle masse in rivolta, degli oppressi che insorgono e della ridicola ancorché fantomatica idea di “democrazia dal basso”: parole d’ordine astratte, insulse e prive di significato, che non hanno avuto bisogno di molto tempo per incontrarsi e combaciare quasi alla perfezione con i progetti imperialisti “morbidi” (o soft-power, se si vuole) del cosiddetto “filantropo” e magnate George Soros e del teorico Gene Sharp, veri factotum delle rivoluzioni colorate che negli ultimi undici anni hanno enormemente contribuito all’espansionismo della sfera d’influenza statunitense nei Balcani (Serbia), nell’ex territorio sovietico (Georgia, Ucraina e Kirghizistan, con tentativi analoghi in Bielorussia e in Azerbaigian) e in Medio Oriente.

La guerra in Libia ha inoltre coinvolto in modo particolare il nostro Paese, dimostrando per l’ennesima volta il grado di subalternità e sottomissione politica, economica e militare di cui è vittima, nel quadro di un’alleanza opprimente ed illecitamente schiacciata dall’unilateralismo statunitense, com’è quella della Nato. Berlusconi, paradossalmente, negli ultimi due anni ha rappresentato posizioni di parziale e relativa autonomia, che stavano consentendo al nostro Paese una diversificazione strategica capace di tornare a proiettare – pur con tutte le difficoltà della contingenza – la trama cooperativa di Roma verso il Mediterraneo e verso la Russia.

Oltre alla situazione di oggettivo imbarazzo per le vicende emerse dalle inchieste in merito alle escort, apparve subito evidente la connessione tra le mosse del governo in politica estera e l’accanimento mediatico operato dal gruppo editoriale di De Benedetti (Repubblica e L’Espresso in primis) e dall’opposizione parlamentare per cercare di distruggere una politica estera sempre denunciata come “sbagliata” dal PD, dall’IdV e da SeL, ben prima dello scoppio delle rivolte arabe.

Questi sconvolgimenti – chiaramente artefatti o amplificati dalla propaganda occidentale – hanno poi innescato un clima trionfale nelle opposizioni, che addirittura rimproverarono inizialmente a Berlusconi di temporeggiare dinnanzi alle pressanti richieste della Nato ad intervenire militarmente. La decisione di Berlusconi ha riportato l’Italia in una condizione di completa sudditanza, esattamente come era stato sino a due anni fa. Tuttavia, la questione libica, ha un significato molto più importante delle passate diatribe e ancor più rilevante: l’Italia ha dovuto rinunciare alle sue privilegiate attività di cooperazione con la Libia, stracciare un Trattato di Amicizia e violarlo senza esitazione, andando a muovere guerra contro un ex alleato, fondamentale nell’ambito dell’approvvigionamento energetico, proprio in un momento drammatico, contrassegnato dalla gravissima crisi economica internazionale, dalla folle e pregiudizievole rinuncia all’opzione dell’energia nucleare e dalla richiesta della BCE di anticipare il pareggio di bilancio al 2013.

Chiunque spinga per un governo tecnico o di “larghe intese” in un frangente del genere, forse ha dimenticato completamente cosa accadde nel 1992-1993, quando – nell’immediato post-Tangentopoli – il Quantum Fund di Geroge Soros distrusse lo SME e mise in ginocchio la Lira, mentre il governo Ciampi avviò tutte quelle dismissioni e svendite di numerose aziende statali o a partecipazione “pubblica”, che erano state pianificate e stabilite a bordo di un panfilo attraccato al largo di Civitavecchia, il “famoso” Britannia.

Forse lo dimenticano. O almeno spero. Perché se questi personaggi dovessero ricordarselo, ed agissero ugualmente in questa direzione, all’incapacità di analisi si aggiungerebbe la complicità connivente in un’opera di svendita controllata del nostro Paese, a tutto vantaggio non di fantomatiche “oligarchie invisibili” dell’“alta finanza” (argomenti inconsistenti all’interno dei quali le destre alternative e le sinistre radicali amano tanto crogiolarsi), ma dei centri strategici imperialisti della potenza dominante – gli Stati Uniti – e dei suoi odierni principali alleati: Francia e Gran Bretagna.

Solo l’aiuto cinese – a questo punto – potrebbe garantire all’Italia un ultimo margine di diversificazione nella sfera di cooperazione internazionale, e va senz’altro a merito di Tremonti il fatto di avere contattato il fondo sovrano di Pechino per un aiuto economico, che – come prevedibile – potrebbe costituire il volano (sotto forma finanziaria) di una serie di interscambi che andrebbero a coinvolgere l’economia reale, dalle infrastrutture alle materie prime. È facile ipotizzare che quest’ultima spallata Berlusconi possa subirla proprio per questo. Del resto, dai tifosi di “sinistra” del “povero” Liu Xiaobo e del Dalai Lama non possiamo certo attenderci simpatia per la Cina.

 

 

LA MODA DELLA SINISTRA

bertinotti-03Lo chiamavano Bombardotti ma era solo Berti-notti romane e salotti chic. L’ex leader di RC, Rifondazione Costumista, gran liquidatore di un partito, un po’ bazar un po’ boutique, che raccoglieva vecchi scampoli di comunisti sdruciti e nuovi modelli per drug queen ammattite si è messo ad imbastire l’abito funebre di una sinistra morta da un pezzo. Lo ha fatto da Cortina D’Ampezzo, e da dove sennò. Il sub-comandante Faustus, come un novello partigiano dei nostri tempi, è arrivato però sulla montagna politicamente corretta delle dolomiti venete con l’autista, l’uniforme di cashmere e pericolosissime armi di distruzione di classe, ovvero cravatta griffata e porta occhialetti trendy. Sembrava il Comandante Diavolo scappato dalla prigionia di via Condotti. Dal palco di Cortina InContra, per l’evenienza appuntamento più montano che mondano, Bertinotti si è espresso come l’ufficiale Charles Bouchard, comandante in capo dell’operazione Unified Protector in Libia. “Occorre bombardare il quartier generale della sinistra per farla risorgere”. Possibilmente più libera e più democratica. Proprio come la Libia che non vedremo mai perché finita in mano a quegli scalzacani di Bengasi malati Sarkopenia, i quali per mettere un passo hanno bisogno che gli Usa, la Nato e i Volenterosi gli tirino i fili come si fa con i burattini. Bertinotti è un vero genio di sartoria sociale, uno che è capace d’indossare un abito di Valentino con la stessa umiltà dell’operaio Faussone di Torino detto Tino. Insomma un BertinotTino. Ma ultimamente Sua Comunistità si sente messo da parte come un vestito liso. Eppure lui resta il grande ispiratore del comunismo “sulla parola”, cioè di quell’ideale che ha riposto il Capitale di Marx per affidarsi al dizionario dei sinonimi e dei contrari. Senza di lui Nichi Vendola non sarebbe mai esistito. Bertinotti poi è ancora più piacevole da ascoltare del suo stimato ma ingrato allievo perché al posto del default nel cervello e della esse sifula in bocca dispone di una meravigliosa erre rotante che sa di rosa e di posa. Ed allora per non farsi superare dal logorroico discepolo ieri Fausto si è prodotto in uno strabiliante numero linguistico. Per carità, nulla di serio, ma tanto carino per le orecchie ed il palato del colto e del sopraffino : “è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea”. Una destrutturazione di corpi inerti? Ma non sarebbe meglio un’ inerzia di corpi destrutturati dalla testa ai piedi come il suo? Valli a capire questi medium del proletariato, potrebbero godersi la pensione coi soldi della sovversione ma non riescono a liberarsi di quell’irrefrenabile desiderio di comparire di fronte alle masse. Non per difendere la classe ma per dimostrare la loro superiore classe. Forse la sinistra, con questi presupposti da educande, non risorgerà mai ma le buone maniere trionferanno di sicuro. Più galateo e meno rivoluzione. Viva il bon ton e Louis Vuitton.

TUTTO SCORRE, ANCHE LA SINISTRA

Il divenire, Eraclito ce l’ha insegnato, è come un fiume.

Si sa che il fiume della sinistra è sempre stato diverso e distaccato da quello della destra. Ormai da tempo è osservabile come i corsi di tali fiumi tendano ad incrociarsi, a sovrapporsi, o, talvolta, a scambiarsi il letto. Il risultato è sostanzialmente uno: la foce è diventata la stessa per entrambi i fiumi. L’acqua del fiume cambia, si rinnova, rifluisce, ma, paradossalmente, diventa sempre più putrida e melmosa. Chi tenta di uscirne per superare il pantano viene suddiviso in molteplici ruscelli che vanno, man mano, a prosciugarsi. Oggi, metaforicamente parlando, sembra funzionare così la politica italiana, ma bando a metafore e similitudini ed occupiamoci della prassi per cercare di comprendere il suddetto rinnovamento, implicito al divenire.

 

La sinistra di una volta era trasversalmente caratterizzata dal “mito del progresso”, di matrice positivista, in politica interna e dall’ ”internazionalismo proletario” in politica estera, di certo non esenti da critiche, sui quali però non intendo soffermarmi ora, sia per questioni di spazio, sia perché ciò di cui voglio trattare in questo momento è ben altro.

Dunque il rinnovamento della sinistra italiana, in vista della “fine della storia” e dopo il “crollo delle ideologie”, è stato una corsa ai ripari, rottamando il mito del progresso per un nuovo sgargiante mito: quello dell’antiberlusconismo. Mito più flessibile e temporaneo, proprio come i contratti a tempo determinato, tant’è che alla fine del contratto è più che probabile, e in tal caso auspicabile, che li vedremo tutti in mezzo alla strada.

Ovvia conseguenza di questo rinnovamento è che per essere ossequiosamente fedeli al nuovo mito può capitare di immolare il vecchio progresso, come nel recente quesito referendario sull’energia nucleare, riuscendo, allo stesso tempo, a farsi opportunisticamente promotori di nuove “soluzioni”, come il rinnovabile, cavalcando l’onda emotiva ed elettorale.

Vediamo così raccolto dalla destra il “mito del progresso”, sebbene in maniera infausta, in quanto oramai fra la popolazione italiana, e non solo, va più di moda il regresso, o meglio la decrescita.

Sappiamo, però, che il fine ultimo delle forze politiche di sinistra era infliggere un’altra sconfitta a Berlusconi, in declino ed emarginato anche dai suoi, come lo dimostrano i recenti accadimenti. La Camera, infatti, si è appena pronunciata a favore dell’arresto del deputato del Pdl, Alfonso Papa, col beneplacito della Lega, lasciando Silvio Berlusconi amareggiato e stizzito. Subito è sopraggiunto un altro colpo basso, sempre per mano leghista, dall’onorevole Roberto Castelli che, il 20 Luglio, ha dichiarato: “Mi dispiace che Berlusconi fosse furibondo (per l’esito della votazione sull’arresto di Papa NdR) ma personalmente io domani gli darò’ un altro dispiacere, perché non voterò il decreto per il rifinanziamento delle missioni in Libia: mi dispiace, ma io la penso così”.

Non sarà il solo della maggioranza ad agire in questo modo, abbiamo sentito le dichiarazioni e tutte le riserve espresse nei mesi scorsi, in particolar modo dalla Lega, che diventa sempre più l’artefice della frattura all’interno della maggioranza.

 

È proprio sulla guerra che adesso le contraddizioni divampano incredibilmente.

Rifiorisce così l’interventismo di sinistra, avvolto dalla retorica dirittoumanista e non più nazionalista come una volta, bensì cosmopolita. Questa è la fine ingloriosa che hanno fatto fare all’internazionalismo, che nella sua forma più degenerata si è trasformato in un “cosmopolitismo filantropico”, che non riconosce alcuna sovranità nazionale e che si arroga il diritto di decretare chi è buono e chi è cattivo, chi deve detenere il potere e chi deve essere spodestato per il bene del “popolo”, ovvero per il bene dell’Occidente. Sembra un remake delle settecentesche Guerre di Successione, solamente in chiave più buonista ed ipocrita.

Dall’altra parte cresce rigoglioso un pacifismo di destra mai visto prima d’ora, o per lo meno non così imponente da surclassare i residui di pacifismo della sinistra, rimasti in mano ai partitini più “estremi”, che recitano uno svizzero “né con la Nato, né con Gheddafi”, che fa inconsapevolmente il gioco dei primi. È ovvio che risulta difficile e fuorviante ricondurre semplicisticamente tutta la destra al pacifismo e tutta la sinistra all’interventismo, sono però evidenti le contraddizioni nate, o finalmente palesate, all’interno delle rispettive fazioni politiche. Va anche precisato che, nonostante i rammarichi personali e le riserve, la posizione del governo è stata quella di asservirsi ai diktat della “Comunità internazionale”, cioè gli USA e i suoi accoliti, così come ha fatto anche l’opposizione e soprattutto la marionetta super-atlantica di Napolitano.

 

Il mito dell’antiberlusconismo sembra incidere anche sulla politica estera della sinistra, che disprezza tutti i “dittatori amici di Berlusconi”, quali Gheddafi, Lukashenko, Putin. Anche per questo il leitmotiv della sinistra è diventato quello di difendere a tutti i costi i “diritti umani”, anche a costo di un intervento manu militari, che, paradossalmente, viola i diritti umani, i quali, a quanto pare, valgono solo per pochi eletti, così come la loro violazione. Infatti gli stessi che si arrogano il diritto di intervenire “umanitariamente”, nei casi in cui siano loro a violare i diritti umani, vengono “graziati” dai mass-media asserviti e dai tribunali internazionali. Non è un caso che nessun presidente americano sia mai stato processato o estradato all’Aja, né tanto meno qualche caporione della NATO.

 

Rimane, invece, duraturo un altro mito: quello del popolo ribelle. Tant’è che i ribelli, che sono in realtà frange minoritarie, sono identificati con il popolo, quindi con la maggioranza della popolazione. Questo significa, nella logica del sinistroide occidentale medio, che per forza di cose lottino per la “libertà e la democrazia”, anche se sono filo-monarchici.

Dietro la “difesa della popolazione civile” a suon di bombe NATO, si nascondono in realtà gli interessi particolari dei singoli Stati occidentali (o meglio della triade USA-GB-FR) e della grande industria e finanza internazionale, che proprio in questo momento soffre particolarmente. C’è chi, come Bersani, tenta di attribuire la “sofferenza” dei mercati al factotum Berlusconi, auspicando con la solita litania di andare al voto, perché “la maggioranza non è più credibile”. Come se l’opposizione lo fosse. A dire il vero c’è da chiedersi se sia mai stata credibile, ammettendo ottimisticamente che vi sia mai stata un’opposizione.

Si “dimentica”, il segretario del PD, che la crisi è strutturale e non tanto personale ed è quindi in larga parte indipendente da Berlusconi. Forse però Bersani è impaziente di prendere lui il timone della “nave” che va inevitabilmente sempre più a picco, come nell’America del democratico Barack Obama, dove il rischio default si è già ufficialmente realizzato nello Stato del Minnesota, nonostante la scarsa risonanza mediatica.

Se n’è accorto perfino Di Pietro, fautore dell’antiberlusconismo, che non c’è un vero programma per la sinistra, ma solo personalismi da contrapporre a Berlusconi.

La fine di Berlusconi è prossima, proprio per questo è vicina anche la fine della sinistra italiana odierna, che inconsapevolmente gli deve la sua esistenza. Questo fa sì che, come detto all’inizio, il “fiume” di sinistra sia ormai strettamente legato nel suo corso a quello di destra.

Quindi quando le fitte radici dell’antiberlusconismo saranno costrette a sfaldarsi, non avendo più il muro su cui germogliare, allora vedremo il contenuto che c’è dietro: il nulla.

Servire il pollo

asantoroMichele Santoro gode delle stesse prerogative del Capo dello Stato, criticarlo nell’esercizio delle sue faziose funzioni costituisce reato e si rischia di finire alla sbarra. Per questo B. è di nuovo entrato nei fascicoli dei magistrati che gli contestano l’ abuso d’ufficio, a causa di qualche telefonata tesa a frenare la messa in onda settimanale della furia cieca michelesca. Qualcuno, scorrettamente, definisce quest’ultima libertà di espressione mentre trattasi, più verosimilmente, di impressionamento di pubblica opinione. Non di indipendente comunicazione dovrebbe pertanto parlarsi ma di comunicazione indipendente dalla verità, con l’aggravante dell’uso improprio del mezzo pubblico per narcisismo giornalistico e finalità ideologiche private. Santoro – ex militante di Servire il popolo, frazione giovanile oltranzistico-religiosa dell’Unione dei comunisti marxisti-leninisti – smessi i panni del cinese ha vestito quelli dell’inquisitore spagnolo. Si dice che della storica setta maoista lui fosse il più intransigente e che seguisse il programma del futuro governo rivoluzionario come un vangelo. All’art.24 tale legge divino-proletaria diceva che “tutto il materiale pornografico, i testi calunniosi e falsi, la propaganda amorale e corruttrice della borghesia, saranno eliminati e la loro produzione proibita”. Dobbiamo riconoscere a costui la coerenza di aver mantenuto, anche in età adulta, l’aderenza al pudico precetto, tanto che oggi la sua foga contro pornografi di regime e puttane di partito non si è affatto attenuata, anzi, si direbbe che essa è pure cresciuta, come di frequente accade agli uomini allorquando sopraggiunge il calo del desiderio e l’andropausa, tanto intellettuale che fisica. Ma quanto al giudizio sulla borghesia questo si è fatto sicuramente meno severo e dell’odiata classe padronale, nel frattempo trasnaturatasi in ceto parassitario di funzionari del capitale, finanzieri arraffoni, industriali decotti e pensatori salottieri a cervello disarmato, egli è divenuto insigne vessillifero e gran fiancheggiatore. Eppure, sempre la medesima Tavola sacra degli operai maoisti prevedeva all’art.26 che “Tutti gli intellettuali e gli artisti, i tecnici e gli scienziati, che stanno sinceramente dalla parte del popolo, saranno aiutati a rieducarsi vivendo in mezzo al popolo e ascoltando la critica popolare alle loro opere.” L’operazione forse era troppo complessa per avverarsi cosicché Michele ha pensato bene di rieducare il popolo ai comandamenti dei poteri forti, ora mascherati da difensori mancini dei diseredati. Dalle reti del servizio pubblico televisivo il novello Torquemada ha lanciato per anni le sue sentenze inappellabili contro B. accusato in pubblico processo televivo di essere uno stupratore della democrazia, un pervertitore delle istituzioni e un corruttore di giovani pulzelle. Santoro, il moralizzatore, in ogni puntata del suo programma monotematico intitolato annozero (si chiama così perché tanto vale) non ha mai smesso di narrare le nefandezze del Cavaliere, visto come l’unico responsabile dello sprofondamento dell’Italia nel mare melmoso di questa truce fase politica. Sant’Oro però, a ben vedere, è solo un’apparizione ologrammatica che vive nell’irrealtà del piccolo schermo e che crede fermamente di poter incidere, con qualche servizio lanciato dallo studio, sul mondo reale. E’ convinto di poter sovvertire elettromagneticamente l’ordine costituito, conquistando finalmente il sole sintetico dell’avvenire per il popolo, cioè per sè e per lui. I suoi canti partigiani isterici in assenza di ritorni e ritornelli fascisti,  i suoi amici pennivendoli che si intrufolano nelle procure e nelle mutande dei giudici con l’obiettivo di sputtanare le persone, i suoi assistenti vignettisti “invaurosimili” che deridono un potere inesistente per coprire l’oligarchia vivente, rappresentano il peggio che il populismo di sinistra abbia mai concepito. Sarà per questo che i sinceri democratici e progressisti lo adorano, lo riveriscono, lo sponsorizzano, lo servono come un dio. Il dio A-pollo  di Servire il pollo, al militante capra e al telespettatore bue.

“GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO” (11 luglio 11)

1. “Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Così, all’incirca, recitava un “detto di Mao” all’epoca della Rivoluzione Culturale. L’ottimismo imperava, evidentemente. Qui da noi è pessima; ma forse perché il caos ha superato certi limiti e i gruppi in azione sono scadenti, incapaci di qualsiasi programma e progetto, di avere una minima idea purchessia. Inoltre, la Cina aveva la sua precisa autonomia e lo scontro avveniva tra fazioni e schieramenti politico-ideologici contrapposti in base ad un orientamento preciso e fortemente determinato. Parlare oggi di politica e ideologia in Italia è semplicemente comico; inoltre sempre più valido appare quanto sfuggito in un momento d’ira al sig. Guido Rossi pochi anni fa: siamo in piena guerra tra bande come nella Chicago anni ’20. Queste bande – oltre ad essere in fondo mosse da motivazioni più vicine a quelle gangsteristiche che ad un posizionamento in qualche modo avente a che fare con la politica – agiscono da subalterne rispetto ad altre straniere, al vertice delle quali stanno le cosche statunitensi.

Cominciando dal meno importante, fa ridere la dichiarazione di Bossi alla sentenza indubbiamente predatoria ai danni di Berlusconi: “speriamo non sia politica”. Capisco che ha avuto in passato una brutta malattia, ma non è certo un minorato. Il vero fatto è che la Lega ha sempre fatto finta di non capire bene il significato strettamente politico di “mani pulite”, poiché i misfatti di quell’operazione (messi subito in luce dal sottoscritto e da Preve ne Il teatro dell’assurdo all’epoca del loro compimento) l’hanno completamente avvantaggiata (solo al nord) con la distruzione della Dc soprattutto (meno rilevante quella del Psi). La Lega non potrà mai affrancarsi da quel “vizio d’origine” che la rende incapace di avere una visione nazionale. Ha spesso ragione nel protestare contro certi lamenti meridionalisti, restati all’epoca dell’assistenzialismo e clientelismo della prima Repubblica, ma non capisce per nulla che la risoluzione è nell’affrontare infine, con nuove coordinate sociali e politiche, i problemi del vecchio contrasto nord-sud (tipico dell’Italia pre-boom, ancora agrario/industriale) surclassato tuttavia, da ormai mezzo secolo, da un altro dualismo: tra classe operaia – che ha compiuto rapidamente la fase di transizione dalla sua originaria condizione contadina e di successivo adeguamento al “tradunionismo” con riduzione numerica e di peso sociale – e “ceto medio produttivo” (con il suo nucleo duro nei piccoli imprenditori e lavoratori “autonomi”, in gran parte anch’essi di origine contadina al nord), che è diventato strato sociale rilevante, ma senza mai veramente avere una effettiva rappresentanza politica, a parte le tante chiacchiere di un po’ tutti i partiti della prima Repubblica e poi di quelli del “pantano” attuale.

Lasciamo comunque perdere le finte titubanze della Lega, che mostra spesso la sua debolezza verso la magistratura, ma soprattutto verso il presdelarep (che le sventola sotto il naso l’acciughina del sedicente federalismo fiscale), rappresentante di una delle fazioni in lotta e di certi precisi ambienti statunitensi. Sarebbe deleterio addentrarsi di nuovo nella polemica tra Berlusconi, indubbiamente colpito dalla magistratura in quanto con lui si colpisce un certo schieramento, e l’altro schieramento spesso definito ridicolmente “comunista”, aiutato dalle “toghe rosse”, e via con questa meschina rappresentazione di uno spettacolo per dementi totali, come sembrano divenuti i nostri concittadini nella loro maggioranza.

Gravissima, e ancora non comprensibile in tutta la sua ampiezza, è l’aggressione al nostro paese per attuare politiche intese a ridurlo il 52° Stato federale degli Stati Uniti (il 51° è già da tempo l’Inghilterra, sia con i laburisti che con i conservatori). Con l’Inghilterra al nord e l’Italia al sud – magari concedendo un qualche statuto di subpotenze regionali, pur sempre amiche e ben predisposte a qualche servizio, alla Germania nella UE e alla Turchia (che sta rientrando dalle sue “bizze” degli ultimi due-tre anni) in Medio Oriente – gli Usa coronerebbero una buona operazione di costruzione della loro area “imperiale”, con redini più allentate verso i subalterni e una nuova strategia in direzione dell’Asia, strategia in fase di difficoltoso approntamento e che vorrebbe ovviare ai costi, forse non più sopportabili, di quella precedente (grosso modo 1991-2006). Tuttavia, non credo che abbiamo ancora capito bene questa nuova strategia; nemmeno è sicuro che essa vada a buon fine. Forse nemmeno la conoscono a menadito i suoi “operatori”. In fondo, era a mio avviso “più furba” quella nixoniana di quarant’anni fa; eppure anch’essa, pur avendo apportato in definitiva benefici nel lungo periodo, è andata “in aceto” per un bel po’ d’anni. Oggi, la nuova strategia viene applicata in una situazione diversa, che andrà seguita attentamente.

 

2. Venendo al nostro paese, è irritante vedere tutti contro tutti, ma con una regia di fondo – non so se ben interpretata dalle forze nostrane, assai più coerente da parte dei gruppi stranieri – che crea indignazione per tutte le menzogne raccontate senza pudore. Intanto, va valutato il cambio di politica estera. Continuo a credere che Berlusconi sia stato di fatto appoggiato da alcuni settori di resistenza del management dell’industria pubblica, sottoposta ad attacco (in gran parte riuscito) da parte della Confindustria agnelliana quale gruppo di pressione al servizio di ambienti statunitensi, che avevano come loro agenti in Italia vari personaggi, tutti andati “a sinistra” pur essendo reazionari al 100% (Amato, Ciampi, Prodi, e altri ancora) con l’aggiunta di presunti tecnici super partes tipo Draghi, ecc. (poi premiati variamente). Tuttavia, approfondirei l’esame della sostanziale congruità del premier con la vecchia strategia bushiana, su cui non posso qui soffermarmi. E’ comunque con Obama – diciamo con la nuova strategia, già iniziata prima dell’elezione di quest’ultimo – che egli viene messo alle corde, “con la pistola alla tempia”.

Non so di quale “pistola” si tratti. Spero tuttavia ci si ricorderà che alla fine dell’anno scorso (quando tutti vedevano ormai affondare tale personaggio) sostenni la forte probabilità della sua salvezza (momentanea), ma perché ormai si era appiattito sulla strategia statunitense, mostratasi infine dall’inizio di quest’anno in tutta la sua ferocia aggressiva, ma con modalità più subdole e di mascheramento (e affidando importanti compiti ai suoi sicari tipo Francia e Inghilterra). Più volte Berlusconi ha fatto capire che non era d’accordo con l’aggressione alla Libia (e nemmeno con quanto accaduto in Tunisia ed Egitto) mentre tutta la “sinistra”, compresa la finta antimperialista e alternativa, manifestava apertamente e sconciamente il suo atteggiamento di totale tradimento nazionale. Pochi giorni fa, ancora, Berlusconi ha affermato chiaramente (frase già nota ai nostri lettori) che non voleva intervenire in Libia, ma vi è stato costretto dalla “Risoluzione Onu” e, ancor più, dall’“intervento preciso del capo dello Stato”. Quale migliore prova definitiva della funzione svolta da costui e da noi messa in luce più volte, anche in merito al cambio di campo del Pci berlingueriano, al viaggio del 1978 negli Usa, ecc.?

Incredibile però quanto si sta svolgendo adesso. Non si sa ancora bene come far terminare la transizione italiana verso la completa subordinazione agli Usa. E’ chiaro che la soluzione – per non ripetere gli errori dell’epoca di “mani pulite”, quando non si pensò ai milioni di elettori che mai avrebbero votato per la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, malgrado l’investitura di Agnelli: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra” – deve stavolta essere quella di un governo con pezzi del centro-destra, del centro-sinistra (perfino Di Pietro si mette ogni tanto nella posizione “moderata” per farvi parte) e del centro dei “casini”. Solo così si potrà impedire che si presenti qualche altra “anomalia” tipo quella del 1994. Tremonti agisce da agente scassatore del Governo (non da solo peraltro). La Lega di fatto garantisce che seguirà la transizione, ogni tanto con bruschi soprassalti, facendo quindi di tutto per disaffezionare gli elettori di Berlusconi, pagando però anch’essa “pedaggio” (calo dei voti) almeno fino a questo momento. Lo scopo della transizione è chiaro: logorare e cuocere a fuoco lento Berlusconi, accerchiandolo da tutte le parti, mettendo in luce la sua “naturale pirlaggine” (perché certo l’uomo non ha la stoffa del leader che gli hanno cucito addosso, prima di tutto da sinistra, perché ciò è servito a bloccarci per quasi vent’anni in una pantomima personalistica ignobile e nauseabonda), senza però farlo cadere fin quando non sia garantita la possibilità di un “ordinato” governo di “salvezza nazionale” (leggi: di totale e infame subalternità alla UE cioè alla Nato e agli Usa).

E’ stata condotta una campagna elettorale amministrativa e per i referendum del tutto autolesionistica. E stata messa nella “manovra” la clausola “salva-imprese” – sono certo che la conoscevano tutti o quasi, anche se poi hanno spudoratamente negato – per far fare al premier (ma anche a tutto il governo) la figuraccia che ha fatto, con ritirata ignominiosa, quando era sicura (e certi personaggi la conoscevano già) la sentenza di questi giorni. Ma il “capolavoro” è la manovra finanziaria, ben studiata da Tremonti per fare incazzare tutti, in modo del tutto particolare gli elettori del centro-destra. Una vera provocazione pelare pensioni (dai 1100-1200 netti al mese) e modesti risparmi (trattati anche dal centro-destra, come sempre dal centro-sinistra, quali capitali da rendita finanziaria). La levata di scudi è stata generale. Leggere i commenti nei giornali (compreso Il Giornale on line) era un piacere per la rabbia e la pressoché unanime “ispirazione”.

 

3. Come ha adombrato un Perna (sempre sul Giornale), le società di rating si sono forse mosse su istigazione del Ministro delle Finanze – o quanto meno in sospetta collusione con le forze che mirano ad aiutarlo nella sua subdola operazione relativa alla suddetta transizione – mettendo in dubbio la solidità dell’Italia. Da qualche anno non si sente che dire peste e corna di tali società (due americane e una inglese!); e tuttavia si continua a seguire quanto dicono perché i mercati “ci credono” e vanno al ribasso per i titoli italiani. Come non fosse evidente che i mercati sono quasi sempre la spia di manovre speculative: al rialzo o al ribasso a seconda di specifiche contingenze, e pure in base a collusioni e complicità dei vari “poteri forti” in azione. Dopo la Moody’s si è agitato Juncker (presidente dell’Eurogruppo) e altri personaggi europei, la Lagarde (arrivata al Fmi grazie alla ormai nota vicenda del presunto stupro di Strauss-Kahn), ecc. Si sono dati tutti da fare per salvare di fatto Tremonti e favorire la sua manovra di ulteriore affossamento degli attuali equilibri in modo da arrivare a realizzare tranquillamente la transizione in questione.

I vari politici (e giornalisti e conduttori TV, ecc.) all’unanimità – compresi quelli che mostrano antipatia per il ministro economico – si sono messi a sostenere che è meglio tenerselo, non contrariandolo troppo. Così si ottiene il duplice risultato di pelare la popolazione italiana esattamente come avrebbe voluto fare il centro-sinistra, terrorizzandola con la possibile “fine greca”. Il “gregge”, spaventato, deve accettare la tosatura, ma certo rimarrà scontento del governo attuale e in particolare di Berlusconi, che ormai sembra uno spettro, l’ombra di ciò che era stato creato ad arte in 17 anni di totale assenza della politica e di volgare contraffazione dello scontro tra “destra” e “sinistra” (il “gioco degli specchi” su cui ho già scritto un libro pochi anni fa). Veramente “due piccioni con una fava” (la manovra da ladri effettuata con totale arroganza e sfacciataggine).

Non credo ci sia alcun dissesto alla greca in vista, anche se le operazioni di questi guastatori e servi dello straniero Usa possono sfuggire di mano e prendere binari pericolosi. Poiché però questi “operatori per conto altrui” – dal presdelarep a Tremonti e via via a tutti gli altri che manovrano per portarci sotto l’“ala protettiva” americana – vogliono semplicemente eseguire certi “consigli” della nuova strategia statunitense (con al seguito i nostri industriali e finanzieri mignatte), non vi è dubbio che la soluzione più probabile, entro qualche tempo, dovrebbe essere il governo “trasversale”, questa volta con piena accettazione da parte della popolazione impaurita dalla prospettiva di un completo dissesto e, di conseguenza, evitando la sorpresa di nuove “anomalie” di tipo berlusconiano. Sia chiaro che l’Italia non è la Grecia, è troppo rilevante come pedina per gli Usa. Lo ripeto: Inghilterra al nord e Italia al sud rappresentano una bella tenaglia in Europa e sono quindi abbastanza decisive per la nuova strategia americana. Il disegno non è quindi il dissesto italiano, è molto diverso; se poi sfuggisse di mano, non farebbe piacere nemmeno a Obama & C. Dovrebbero rivedere un pezzo non indifferente della loro strategia, nel mentre c’è il malcontento del Pentagono, del Congresso in mano ai repubblicani, ecc.; un bel rebus per il “primo nero” presidente.

In questa operazione, da “bande a Chicago”, si è inserita la variante dell’attacco a Tremonti per le solite questioni abitative e altre. Vedrete che non porterà gravi conseguenze per il Ministro economico poiché sarà sempre protetto dalla sua indispensabilità (creata ad arte) al fine di evitare il (presunto) dissesto alla greca. Più che altro gli renderà difficile piazzare il “suo uomo”, Grilli, alla Banca d’Italia, cosa che non piace a Napolitano, più favorevole ad un fidato personaggio legato al “centro-sinistra”. Nemmeno credo piaccia a Draghi, il cui contenzioso con Tremonti (nel senso che sono due galli nello stesso pollaio filo-americano) si è appena appena attenuato con il passaggio del primo in “area europea”. Entrambi funzionano però probabilmente da valvassori degli Usa nel conseguimento del principale obiettivo della fase, che è rappresentato dalla subalternità italiana; e in questo compito ognuno dei due pretende d’essere “er mejo”.

Nelle ultime ore il quadro del caos si è arricchito dell’annuncio leghista che tre ministeri saranno spostati a Monza (i ministeri interi? Non credo, immagino solo delle “filiali”, visto che uno è proprio quello tremontiano). Non mancheranno in ogni caso reazioni. Difficile capire quanta stupidità vi sia in queste mosse oltre allo scopo di arrivare a sconcertare i cittadini italiani (in particolare di centro-destra) per facilitare la transizione di cui ho continuamente parlato in questo scritto. Per il momento, tutto l’insieme è talmente caotico che finisco qui, lasciando molto in sospeso; ma lo è assai probabilmente negli intendimenti degli stessi sconclusionati “programmatori dello sfascio” italiano. Nemmeno gli ambienti Usa della nuova strategia, se ben capisco, sono molto precisi e con le idee perfettamente chiare in merito ai processi che hanno innescato. Ho lanciato qui delle ipotesi, va da sé. Non posso essere sicuro al 100% di quanto non è forse nemmeno del tutto ben delineato nella testolina di chi sta mettendo a soqquadro mezzo mondo. Bisogna seguire, giorno dopo giorno.

 

NOTERELLE SPARSE di G. La Grassa

Al convegno dei giovani imprenditori a Capri, apparentemente Mieli ha fatto autocritica rispetto all’invito, rivolto agli elettori nel marzo dello scorso anno, di accordare la propria preferenza al centrosinistra. Ha brutalmente affermato che, se questo Governo non sa fare di meglio e decidere (secondo i desideri di coloro, dei quali è portavoce autorevole), è ora che se ne vada, è perfino preferibile che si torni a votare. Subito uno dei “coloro” in questione, “il Monty”, l’ha apparentemente contraddetto e corretto affermando che, pur se indubbiamente questo Governo non combina nulla e dovrà farsi (o altrimenti essere messo) da parte, non si può andare a votare adesso; prima deve essere approvata una (del tutto mitica) nuova legge elettorale, senza la quale mancherebbe “la governabilità” (altro “specchietto per le allodole”, solo utile a ritardare il voto).

In genere, nell’esercito, il maresciallo punisce duramente i soldati per mancanza di disciplina. Poi interviene il capitano (talvolta perfino il colonnello) e ammorbidisce la pena; così la lezione è impartita, ma l’ufficiale prende la gratitudine della truppa (nel caso di “Monty” anche i finanziamenti dello Stato, cioè del Governo), mentre il sottoposto concentra su di sé l’acredine della stessa. Il gioco tra Mieli e il “presidentissimo” (di Confindustria) è esattamente dello stesso genere. Maradona direbbe: “Hijos de puta” (detto con affetto y simpatia, va da sé).

Le strigliate “padronali”, sempre più rudi, a questo Governo dipendono sia dal discredito crescente che si diffonde nel paese, investendo tutte le manovre e manovrine della politica “ufficiale” – discredito che rischia di ostacolare pure i giochi della GFeID – sia dalla necessità di preparare comunque il terreno a tali manovre che puntano, come sempre da quindici anni in qua (da “mani pulite”), a rifare un nuovo centro, con sinistra quale sua appendice, in quanto perfettamente succube e consenziente ai voleri dei “poteri forti”. Questi speravano veramente che le ultime elezioni dessero il tocco finale all’operazione. Invece si sono verificati eventi negativi per l’establishment: una vittoria risicata del centrosinistra, il rafforzamento al suo interno dell’ala detta “radicale” (che pesca i suoi voti nella parte meno fortunata della popolazione e, se la tradisce troppo, perde quanto necessario a far eleggere i suoi capi e capetti), l’affermazione personale di Berlusconi (la rimonta della destra in extremis è del tutto opera sua, mentre Fini e Casini hanno fatto tutto il possibile per preparare il disastro). A questo punto, l’operazione “grande” centro, con sinistra indebolita al seguito, è andata in pappe; il Governo si è vieppiù incartato, dopo aver creato una quantità mai vista di ministri e sottosegretari, onde soddisfare un po’ tutti e prepararsi a veleggiare, e galleggiare, in piccolo cabotaggio.

Nel contempo, la situazione economica si è fatta pesante, con ritmi di sviluppo in netta decrescita. In una congiuntura del genere, si è avuta la “bella pensata” di accrescere la pressione fiscale; non certo per rilanciare un minimo di sviluppo né per migliorare in qualche modo i servizi pubblici e  rendere più “veloce” l’amministrazione statale, poiché la spesa dello Stato (crescente) è prevalentemente indirizzata a soddisfare clientele varie, camarille finanziarie e industriali (dei settori meno innovativi e non di punta), gli amici degli amici, i costi della politica (su 60 milioni di abitanti, un milione e trecentomila vivono di pura politica; oltre ai circa 4 milioni di dipendenti fra Stato ed enti locali).

La situazione è disperante, la GFeID non sa come accelerare l’operazione PD (con Veltroni “Re”), che è “l’ultima sua spiaggia”; lo stesso “Monty” deve forse prepararsi alla discesa in campo, quanto meno come carta di riserva e di sostegno. Se però si va ad elezioni adesso, vince sicuramente la destra e l’odiato Berlusca torna a rompere le scatole al cosiddetto “salotto buono” dei dominanti. Bisogna, quindi: a) attaccare il Governo, corroderne le basi, separare (solo all’apparenza, per ingannare chi si fa ingannare) le proprie sorti dalle sue, dare qualche soddisfazione verbale al lavoro “autonomo” ormai al limite della sopportazione, nel mentre non è migliore lo stato d’animo di settori importanti (pur minoritari) dei lavoratori salariati; b) impedire ad ogni costo che si vada subito ad elezioni, sperando nell’invecchiamento e logoramento di Berlusconi, e in una serie di “ammuine” (che richiedono tempo) per sgretolare AN e UDC, e magari anche parte di Forza Italia (vista la tensione creatasi con i “circoli” della Brambilla), al fine di scompaginare e mescolare gli schieramenti attuali (adesso “si scopre” perfino che non vale più la tradizionale dicotomia destra-sinistra; una “grande” scoperta con un ritardo di vent’anni o poco meno). Ancora una volta: “hijos de puta”.

Comunque, non credo affatto che abbiano a disposizione tutto il tempo che ci vorrebbe. Strascicando in questo modo disgustoso una situazione, che più marcia non potrebbe essere, tirano avanti certamente, ma preparano un disordine e una putrefazione della società, che diventeranno miscela esplosiva, sul cui “botto” è inutile fare adesso previsioni.

    

Sul referendum organizzato dai sindacati per far approvare dai lavoratori la loro approvazione, di fatto puramente filo-governativa, del cosiddetto protocollo sul Welfare, è inutile spendere molte parole. Si conferma quello che dicevo recentemente sulla necessità che avrebbe questo paese (come in fondo gli altri del capitalismo “occidentale”), per il bene degli stessi lavoratori, di chiudere e sigillare le sedi di simili associazioni filocapitalistiche, e ripartire da capo con l’elezione diretta dei rappresentanti sindacali e il loro mantenimento a spese dei rappresentati (che dovrebbero poterli mandare a casa a calci in c….non appena sgarrano e si fanno burocrati). I sindacati non sono certo la causa, ma il prodotto, ormai però non riformabile e non eliminabile se non con la brutalità di cui appena detto, di un capitalismo del tutto degenerato, completamente in mano ad un apparato finanziario molto simile a quello preminente nella Repubblica di Weimar che inoltre, proprio come il nostro attuale, era pesantemente “condizionato” dal (per non dire subordinato al) grande capitale del paese divenuto oggi predominante (gli USA ovviamente).

Il concetto di democrazia in voga in tale paese, da cui noi l’abbiamo importata supinamente e senza fantasia, è quello di una massa di cittadini ridotti a “opinione pubblica”; anche in tal caso non semplicemente attraverso i massmedia. Bisogna ripetersi: questi ultimi sono prodotto e non causa; sono appunto mezzi, strumenti di un predominio, di cui ricercare i motivi con una analisi strutturale, come era abituato a fare il marxismo prima della degenerazione odierna del ceto intellettuale, tanto “raffinato” e “colto” da sventagliare ai quattro venti chiacchiere ed elucubrazioni del tutto rarefatte. La decadenza e l’ottenebramento da cui è colpita la nostra “civiltà”, la nostra (in)cultura, sono a mio avviso del tutto evidenti; e la democrazia (puramente elettoralistica, piena di imbrogli e trabocchetti e completamente permeata dalla menzogna) è il loro sintomo più evidente. Contro questa “democrazia”, falsa e devastante, è necessario tuonare con tutte le (poche) forze rimaste. Tuttavia, sapendo i pericoli che si possono correre.

Non si deve lasciare libero il passo a chi propagandasse una sorta di nuova Repubblica dei Saggi, di predominio di supposte élites con l’instaurarsi di rigide gerarchie onde ripristinare un “ordine antico”, che del resto sarebbe forte solo in apparenza; nasconderebbe invece una grande fragilità e potrebbe poi spezzarsi, trascinando però i popoli verso avventure poco piacevoli come già avvenuto più volte nella storia. Altrettanto indesiderabile è un caos puramente anarcoide, diffuso e disgregante, che produrrebbe situazioni talmente invivibili, da “lupi contro lupi”, per cui verrebbe infine invocato il “potere forte” con la ricaduta nel discorso precedente. Difficile credo, sempre che si desiderino veramente dei profondi mutamenti, evitare un punto di crisi, una congiuntura di forte disordine e confusione, di apparente mancanza di idee (o invece di una loro tale sovrabbondanza da provocare solo “rumore” in crescita esponenziale). Poi deve comunque sopraggiungere un nuovo ordine (cioè l’“Ordine Nuovo”), in cui non ci siano semplici elezioni una volta ogni tanto, ma ben altra partecipazione; che non sarà mai completa, inutile raccontare fole. Chi agisce in politica deve però battersi non per accrescere l’apatia e l’indifferenza, e nemmeno per inscenare una carnevalata variopinta (magari “arancione”) di “senza idee”, portati in piazza nelle più svariate guise al seguito di abietti individui prezzolati dal grande capitale internazionale.

Non sarà facile riprendere un discorso di vera democrazia non elettoralistica. Sarò condizionato dal passato, ma credo che non si possa evitare di rimisurarsi con La Comune o i Soviet; senza però ripetere a pappagallo le esperienze di allora, che non sono certo passibili di applicazioni così come furono. Occorre ciò su cui insisto spesso: una loro traduzione in “lingua moderna”. Questa loro traduzione esige allora la già accennata analisi strutturale (non però meramente economicistica o supina di fronte al “Destino della Tecnica”). Oggi, praticamente nessuno la fa, e tanto meno i “marxisti” (del resto dei superstiti) che non sono per nulla marxisti, non sanno rinverdire una teoria che ebbe vera grandezza (ma ormai rimpicciolitasi da tempo). Tuttavia, se si fanno chiacchiere sulla democrazia, le sue mere regole e istituzioni possibili, credendo di farle “assorbire” a livello di massa tramite pura “agitazione ideologica”, con fini discussioni tra “sapienti”, ecc., saremo sempre battuti da quelli che accettano le strutture così come esse sono, e curano semplicemente l’accettazione di una loro immagine falsificata da parte delle masse “educate” a tali menzogne.

Occorre una convenienza per tradurre in pratica una nuova democrazia, che un tempo si diceva sostanziale per opporla a quella formale delle classi dominanti (capitalistiche). La sostanza non può appunto essere disgiunta dalla convenienza; e se quest’ultima ha aspetti che per gli schizzinosi intellettuali di certa sinistra sono troppo “materiali”, me ne dispiace: tanto peggio per questi intellettuali, che faranno la fine che hanno sempre fatto nei periodi di veri cambiamenti “strutturali”. Prima predicano l’avvento di “nuove ere”, immaginandole radiose e felici; poi, quando tutto si dimostra un po’ più fangoso, con più ganga che oro, si limitano a brontolare e criticare. La loro sorte è evidentemente segnata; segnata proprio strutturalmente.

Tuttavia, il grave dell’attuale situazione è che, lasciando pur perdere gli inutili (anzi dannosi) intellettuali sognatori e fantasiosi di cui appena detto, non riusciamo ancora a trovare la strada (strutturale) della convenienza, che possa condurre alla rivolta contro questa democrazia elettoralistica, di cui fulgido esempio – per tornare al punto da cui ero partito – è la consultazione dei lavoratori da parte di queste melmose istituzioni dello Stato che sono gli attuali sindacati (i vertici della “Triplice” ben nota, sia chiaro, non chi si arrabatta contro la totale degenerazione di quelle organizzazioni che furono, nella “preistoria”, vera espressione delle classi lavoratrici).      

 

PS Nel mentre il PdCI almeno denuncia i brogli e il voto plurimo dei lavoratori (per il “si”) – sembra di assistere al film Il grande McGeenty di Preston Sturges del 1940 (1940!) – Bertinotti, Mussi e Ferrero (il più “sinistro” fra i “sinistri”, quello “tanto buono” con gli immigrati) sparano a zero su chi soltanto solleva il minimo dubbio sull’onestà di questi apparati di Stato (CGIL, CISL e UIL), che credo siano fra i peggiori, più putridi e costosi in Italia. Sia chiaro, comunque, che i brogli e il voto plurimo sono un “di più” rispetto alla “perversione” rappresentata dalla democrazia elettoralistica di per sé stessa. Solo il “cretinismo parlamentare”, del tutto innato e consustanziale al ceto politico delle finte “democrazie occidentali”, può portare a tanta degenerazione. Fino a quando la stragrande maggioranza dei lavoratori non capirà in quale abisso di abiezione siano caduti i suoi presunti rappresentanti (nominati a vita, come quei senatori che salvano ogni giorno il Governo), è ridicolo sentir parlare di “Classe”; non esiste proprio, nemmeno “in sé”. 

 

“L’ITALIA SI E’ ROTTA” di G. La Grassa

La frase del titolo può essere interpretata in più sensi, e ognuno va bene. So che purtroppo non s’è ancora “rotta” a sufficienza, affinché si verifichino quei “bruschi cambiamenti” che sarebbero necessari; ma forse siamo sulla buona strada, che non sarà però brevissima.

 

Non ho intenzione di enfatizzare il dissenso espresso dagli operai a Mirafiori, in una riunione “blindata”, le cui notizie sono filtrate attraverso i partecipanti. Mi interessa solo il quadro che “dipinge”: un vero pezzo di “socialismo reale” – e se ancora in molti non capiscono che quel processo storico non conduceva, nemmeno nelle intenzioni, al socialismo e comunismo, non so proprio cosa si possa dire e fare – estremamente indicativo del tipo di “democrazia” propugnato dalla “sinistra progressista”. In ogni caso, ci sono stati i fischi che Angeletti negava spudoratamente al TG4, ammettendo solo qualche disagio e contestazione. I “si” vinceranno grazie a riunioni in cui non è consentita alcuna vera organizzazione della protesta (anche i dirigenti della FIOM, alla fin fine, mi sembra si stiano comportando maluccio, coprendo di fatto la spudoratezza dei vertici sindacali) e al voto dei pensionati (52% degli iscritti alla CGIL e 50% di quelli della CISL); ma anche perché ormai la cosiddetta base operaia non ha più alcuna voce in capitolo ed è dunque disorientata, depressa, incazzata ma sfiduciata, priva di una qualsiasi rappresentanza effettiva.

Per tornare ad averla, sarebbe necessario un intervento di forza che sciogliesse gli attuali sindacati, ne presidiasse a tempo indeterminato le sedi per impedire la loro riapertura e, nel contempo, lasciasse piena libertà di associazione alle varie categorie di lavoratori, con elezione (e sempre possibile revoca in ogni momento) dei loro rappresentanti, pagati integralmente dalla “base” senza il benché minimo sostegno dello Stato. I sindacati oggi esistenti sono infatti apparati di Stato fra i più reazionari e corrotti, con dirigenti di vertice inamovibili (fino a quando non vengano cooptati nelle altre Istituzioni centrali e locali dell’amministrazione pubblica), e gestiti con singolare ottusità burocratica da uno sciame di funzionari inetti e solo interessati alla “carriera”.

 

Nel mondo politico, con totale insensibilità e arroganza abituale, continua sempre più vorticosamente la commedia delle parti. I ministri e parlamentari della sedicente “cosa rossa” (che, giorno dopo giorno, è “lavata con Omo” e appare ancor più bianca di qualsiasi bianco) sono di rara meschinità e pochezza intellettuale, individui attaccati alle loro poltrone per mantenere le quali manovrano confusamente e senza alcuna idea, con battute estemporanee al posto della manifestazione di idee; essi giocano al buonismo e al progressismo che ormai non risolvono un solo problema di un paese allo sbando più totale. Del Premier e dei suoi complici governativi, della sinistra ora “riformista” ora “moderata” ora “liberaldemocratica”, delle primarie per eleggere il capo di un Partito che più antidemocratico e elitario di così non potrebbe nascere, è inutile parlare perché non c’è molto da dire. Non esistono programmi, solo (giri di) parole vuote, un continuo tramare pestando però acqua nel mortaio. Una inconcludenza completa, tutto sommato coperta, sia pure con frasi di scontento e mugugni, da parte delle inutili Autorità europee.

Dell’opposizione non si sa se provare commiserazione o spernacchiarla. Berlusconi si dimostra sempre più un omuncolo dal punto di vista politico. E’ patetico nel suo sfornare sondaggi (che possono rovesciarsi in pochi mesi, come dimostra l’Inghilterra, dove i conservatori sono passati dal 12% di vantaggio all’11% di svantaggio nei confronti dei laburisti), aspetta l’implosione dell’avversario (un bel modo per dimostrare che non ha alcuna idea nella “zucca”), parlotta ora con Dini, ora con Mastella, ora con altri minori, senza capire che quelli fanno i loro giochi, ma sempre entro coordinate precise che escludono di far cadere il Governo per andare ad elezioni di vero azzardo per tutti. Un vero incapace “a bischero sciolto”. Ma certo se uno vede e ascolta i rincalzi (Fini, Casini, ecc.), capisce che “lui” resta il famoso “orbo Re nella terra dei ciechi”.

Bossi, con il suo avventurismo casereccio e un po’ ridicolo, fa cadere le braccia. Uno non minaccia sempre a parole, senza mai fatti, che il Lombardo-Veneto partirà alla conquista “armata” dell’intera Italia. Detto così, già si capisce che si tratta di trombonate; fra l’altro, i lombardo-veneti sono sicuramente fra i più incazzati della situazione, ma stanno ancora complessivamente benino; nessuno rischia grosso quando ha da perdere qualcosa o anche più di qualcosa. Inoltre, non si organizzano bande armate per promuovere “brusche precipitazioni”, se non si prepara il terreno con i corpi speciali “in armi” (che sono addestrati ad usarle e hanno mezzi ed organizzazione adeguati all’uso). Altrimenti, bastano “due carri armati”, qualche mitragliatrice o lanciafiamme, al massimo uno-due aerei (e forse è già troppo) per disperdere una marmaglia scalcinata, che ha solo in testa interessi “regionali”; una forza che voglia veramente una “brusca precipitazione” deve avere come minimo un respiro nazionale.

Infine, abbiamo le classi dirigenti industriali e finanziarie che, da decenni e non da oggi, sono fra le più inette e parassite e sfatte di tutto il mondo capitalistico “avanzato” (ormai siamo nettamente indietro anche rispetto alla Spagna). Non è disgraziatamente possibile spazzarle via in un battibaleno. La prima mossa dovrebbe essere quella di scompaginare e disperdere le loro rappresentanze politiche, approfittando del disgusto montante nei confronti di queste ultime da parte di un numero crescente di italiani. Tuttavia, per ottenere un simile risultato non è sufficiente la semplice antipolitica e il malcontento generico per quanto acuto. Tali stati d’animo servono come base, per far crescere il disordine e il disorientamento più completi, che alla fine richiederebbero però un intervento d’ordine.

Perché questa è in fondo la rivoluzione (adesso non discuto dei suoi contenuti e di chi essa fa gli interessi), che non è mai il semplice caos, ma l’evento che da quest’ultimo nasce come sua soluzione e passaggio ad un nuovo ordine (sempre tralasciando al momento i contenuti dello stesso). Non a caso, le rivoluzioni si conducono a buon esito finale non semplicemente con le masse in movimento disordinato che magari “assaltano la Bastiglia”; e nemmeno con quelle più organizzate che “prendono il Palazzo d’inverno”. L’inveramento della rivoluzione è nella sua fase finale, poiché essa consiste, in senso proprio e definitivo, nell’instaurare, con brusco salto in altra dimensione (storico-sociale e però anche istituzionale), il nuovo ordine.

 

Ovviamente, siamo lontani da simili prospettive; le ricordo soltanto per coloro che a volte sparano parole come se fossero pallottole, mentre in realtà semplicemente partecipano al Festival delle c…..te, cui si dedicano in molti, sia a destra che a sinistra. E’ ormai necessario pensare ad un sobrio attacco sistematico ad entrambi questi schieramenti che dimostrano ogni giorno di più la loro inutilità, la loro incapacità di afferrare veramente la gravità della situazione (interna e internazionale), di cui siamo appena agli albori (malgrado duri da una quindicina d’anni almeno), e che sono convinto andrà incancrenendosi con ritmo via via accelerato nei prossimi anni e decenni.

Non vengo a raccontare che ho idee ben precise in merito alle possibili soluzioni; nessuno dimostra di averle, e meno che meno quelli che ci governano attualmente nonché gli “altri” che smaniano per sostituirli alla direzione (si fa per dire, nessuno dirige più nulla) del paese. Non posso, come singolo individuo, sopperire al vuoto totale creato in Italia dalle classi dette dirigenti (in realtà solo dominanti con protervia e cieca sopraffazione). C’è solo da iniziare un lavoro sistematico, che sia di denuncia, di messa in luce del disastro provocato dall’azione di questi dominanti; e si può anche delucidare, nel meno peggiore dei modi possibili, il quadro interno e internazionale in cui dobbiamo abituarci a muoverci nei prossimi tempi. Incominciamo, per quanto sta nelle nostre possibilità; e al più presto.  

     

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