LE SETTE SEQUENZE DELLA FASE D'IMPATTO DELLA CRISI SISTEMICA GLOBALE (2007-2009)

mp_burning_money_thumb[1]

 fonte LEAP/E2020, trad. di G.P.

 

Dopo la presa di coscienza generalizzata dell’esistenza di una crisi globale, lo svolgimento della fase iniziale della crisi sistemica globale diventa prevedibile con più precisione.

I fattori psicologici implicati e i tipi di azioni e di reazioni dei diversi attori interessati illuminano considerevolmente il processo a venire. Il gruppo di ricercatori di LEAP/E2020 ritiene dunque ormai che la fase d’impatto della crisi sistemica globale in corso sia più lunga di ciò che LEAP aveva previsto un anno fa (cf. GEAB N°8). Infatti, l’ampiezza della prima scossa finanziaria e bancaria presa in considerazione, nell’agosto 2007, significa, per il nostro gruppo di ricercatori, che l’impatto si svilupperà sotto forma di sette sequenze principali, che influiscono in modo specifico sulle principali regioni del mondo. La fase d’impatto si dispiegherà così in due anni a partire dal punto di flessione superato nell’aprile 2007 (cf. GEAB N°12), fino alla fine 2009, in seguito comincerà la fase detta di "decantazione" (cf. GEAB N°5) che corrisponderà alla perpetuazione dei nuovi equilibri del sistema mondiale. Fino a giugno 2007, nei numeri del GEAB, LEAP/E2020 ha anticipato e descritto la depressione del sistema ed ha previsto i crolli venire. D’ora in poi, i nostri gruppi si preoccuperanno di anticipare gli sviluppi delle sette sequenze del crollo. In questo numero dell’ottobre 2007 del GEAB (N°18), LEAP/E2020 analizza le grandi direttrici di ciascuna delle sette sequenze e sviluppa un calendario preciso per ciascuna di esse. L’insieme è del resto raccolto in una tabella temporale sintetica della fase d’impatto (fino alla fine 2009). In questo comunicato pubblico è presentata la sequenza 1 oltre all’elenco delle sei altre sequenze.

Sequenza 1: L’infezione finanziaria globale per via dell’indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani"

Sequenza 2: Il crollo borsistico in particolare in Asia e negli Stati Uniti: Da – 50% a -20% in un anno, per le borse, a seconda delle regioni del mondo

Sequenza 3: Lo scoppio  delle bolle immobiliari mondiali: Regno Unito, Spagna, Francia e paesi emergenti

Sequenza 4: Tempesta monetaria: La volatilità più alta e quella più bassa sui fondi di dollari US

Sequenza 5: Stagflazione dell’economia globale: “Recesflazione” negli USA, crescita morbida in Europa, recessione

Sequenza 6: " grande depressione" negli Stati Uniti, crisi sociale ed aumento di una gestione militare dei conflitti

Sequenza 7: Accelerazione brutale della ricomposizione strategica globale, attacco all’Iran, Israele vicino al baratro, caos mdio-orientale, crisi energetica

 

SEQUENCE 1 – L’infezione finanziaria globale via indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani" (2° Trimestre 2007 – 3° Trimestre 2008) come ha spiegato il gruppo di LEAP/E2020 nel GEAB N°17, la dimensione finanziaria della crisi attuale ha la sua origine soprattutto nel fatto che nel corso degli ultimi due decenni, l’economia americana si è principalmente specializzata nella produzione di "debiti" (delle famiglie, delle imprese e delle istituzioni pubbliche) e che una parte crescente di questo debito collettivo è stata venduta a detentori stranieri che si stanno impaurendo e che rischiano non di essere mai più rimborsati dell’integrità dei loro prestiti (grazie ai quali è stato finanziato l’American way of life in questi ultimi anni). I più diffidenti, o piuttosto i più perspicaci, iniziano anche a chiedersi se saranno semplicemente rimborsati. Il raffronto con i prestiti russi non è così soltanto una caratteristica umorale ma davvero un paragone ragionevole poiché ormai siamo entrati in una situazione in cui, se non stampassero la valuta che funge loro da mezzo di pagamento, gli Stati Uniti sarebbero in una situazione di insolvibilità poiché il loro indebitamento collettivo supera il 400% del PNL.

clip_image001

Evolution de la dette totale des Etats-Unis (privée et publique) – 1957/2006 – Sources Grandfather Economic Report/ US Federal Reserve

 

Per il momento, per il fatto che hanno ancora una posizione centrale tanto in termini di valuta che di pilastro del sistema finanziario mondiale (1), possono utilizzare l’indebolimento continuo della loro valuta per rimborsare il resto del pianeta con carta straccia (evoluzione anticipata nel GEAB N°2 del febbraio 2006). Hanno anche tentato di nascondere l’insolvibilità crescente dei loro attori economici facendo rivendere dalle banche di Wall Street (ed ai loro avidi partner internazionali) degli attivi finanziari "virtuali", il cui valore si basa su formule matematiche oscure, i famosi CDOs (Cf GEAB N°17). Questo metodo di valorizzazione è equivalente a quello utilizzato nell’antichità per conoscere la volontà degli Dei quando si aprivano le viscere di un pollo per leggere il futuro. I CDOs funzionano sullo stesso principio (con il dettaglio che è il portafoglio dell’acquirente che si fa “sviscerare”): oggi, quest’attivi fittizi sono ovunque nel bilancio delle banche, piccole e grandi, nei portafogli degli "hedge funds", nelle tesorerie delle imprese… E nessuno ha la minima idea di quanto valgono (2), cosa che lascia pensare, nel mondo della finanza, che non valgano molto. Le cifre delle perdite annunciate in quest’ultimi giorni dalle grandi banche internazionali lasciano il nostro gruppo perplesso: soltanto una ventina di miliardi di dollari in totale. Si sarebbe dunque assistito, dalla metà agosto 2007, ad interventi storici (e che continuano ad esserlo) delle banche centrali del mondo intero, che iniettano centinaia di miliardi di euro nel sistema finanziario mondiale per tentare di rimettere in moto (per il momento senza risultati significativi) la "pompa della liquidità" mondiale avendo come sola ripercussione negativa, per le grandi banche internazionali una piccola perdita di 20 miliardi di dollari nella curva di crescita dei loro profitti? Per LEAP/E2020, si raggiunge un grado estremo di manipolazione degli azionisti, dei risparmiatori e degli investitori (3). Del resto, ciò prova che coloro che credevano che la crisi finanziaria fosse ormai superata prendono i loro desideri per la realtà (a meno che non stiano speculando attualmente in borsa) (4), le grandi banche americane hanno appena preso la decisione di creare un "pool" di 75 miliardi di dollari per fare fronte al rischio di crollo del mercato delle azioni nel caso di un’estensione della crisi di liquidità. Secondo LEAP/E2020, le somme che stanno evaporando (secondo la presa di coscienza che la maggior parte dei CDOs non valgono di fatto gran cosa) si misurano in centinaia di miliardi di dollari e in non decine. Con questa "forza di battitura" di settantacinque miliardi, Hank Paulson, il segretario di Stato del Tesoro US e vecchio proprietario di Goldman Sachs, ha orchestrato la contribuzione diretta delle banche americane alla Difesa contro la crisi di fiducia in gestazione. Secondo il nostro gruppo, è attualmente uno dei pochi dirigenti americani ad avere una certa coscienza dell’ampiezza della crisi in corso e a tentare di essere attivo (6) (piuttosto che re-attivo come lo è ad esempio Ben Bernanke, il patron della FED). Spera, secondo i nostri ricercatori, di riuscire ad evitare la trasformazione di questa crisi di liquidità in una crisi di fiducia immensa in tutti i valori finanziari e monetari americani. E si è reso conto che l’azione delle banche centrali non bastava ad arginare il problema. Infatti, dopo due mesi di infusioni finanziarie massicce e continue, un ribasso dei tassi della FED (-0,5%) e la pausa nell’aumento dei tassi della BCE, nulla è cambiato. Attualmente i grandi istituti finanziari, in particolare americani, hanno cercato di guadagnare tempo nella speranza di un miglioramento della situazione, per i più ottimisti o i più ingenui, o più probabilmente per organizzare l’uscita dai loro bilanci del massimo possibile di perdite, trasferendole su altri operatori affinché la crisi fosse spalmata su tutti. Le banche americane sono naturalmente in prima linea su quest’affare poiché è il loro mercato che va in fumo. Ed il pool recentemente creato è l’indicatore che ci si avvicina ad una nuova scossa finanziaria, ancora più brutale di quella dell’agosto scorso, che il nostro gruppo anticipa tra novembre 2007 e febbraio 2008. Per LEAP/E2020, occorrerà attendere ancora un anno perché l’entità delle perdite generate dalla crisi dei "subprimes" e la sua amplificazione a causa dei CDOs possa essere misurata interamente. Durante questo tempo, assisteremo ad una crisi di fiducia crescente nel sistema finanziario americano (7) ed indirettamente anche sui sistemi finanziari occidentali. I margini di manovra al ribasso dei tassi della FED sono esauriti, a meno di vedere il dollaro US crollare letteralmente (8); un’opzione che ormai i partner economici degli Stati Uniti (europei in testa, e cinesi più con discrezione) prevedono e tentano di prevenire. Se nei numeri precedenti, abbiamo già in gran parte esposto nei dettagli le conseguenze prevedibili di questa crisi finanziaria sui partner degli Stati Uniti, detentori di attivi finanziari americani, è utile ricordare che l’impatto principale sarà negli Stati Uniti anche perchè quasi il 30% del debito americano è detenuto da operatori privati americani. Ritorneremo su quest’aspetto nella sequenza "sulla grande depressione US".

 

Notes :

(1) La crise systémique globale est justement le processus entraînant de la fin de cette situation avantageuse dont ont bénéficié les Etats-Unis depuis 50 ans.

(2) « Moody’s cuts credit ratings on about 2000 subprime bonds », Wall Street Journal, 12/10/2007

(3) « Asset-backed paper falls for ninth straight week », MarketWatch/DowJones, 11/10/2007

(4) « What Citigroup did’nt say », MarketWatch/DowJones, 07/10/2007

(5) « Big banks, Treasury discuss help for securities markets », MarketWatch/DowJones, 13/10/2007

(6) On l’avait déjà constaté avec ses tentatives de prévenir une collision commerciale frontale entre la Chine et les Etats-Unis sous la pression du Congrès et des industriels américains ; même si ces efforts restent sans impact significatif.

(7) « Lazy portfolios betting big overseas », MarketWatch/DowJones, 08/10/2007

(8) « Strong silence from US on dollar’s weakness », International Herald Tribune, 10/10/2007

LE BANCHE MONDIALI ASPIRATE NEL “BUCO NERO” DELLA CRISI FINANZIARIA: I QUATTRO FATTORI SCATENANTI DEL GRANDE FALLIMENTO BANCARIO

statuaFONTE LEAP/E2020 Trad. di G.P.

LEAP/E2020 ritiene ormai che almeno un grande istituto finanziario americano (banca, assicurazione, fondo d’investimento) farà fallimento da qui a febbraio 2008 causando a sua volta la bancarotta di molti altri istituti finanziari e banche in Europa (in particolare nel Regno Unito), in Asia e nei paesi emergenti. Si tratta di un "buco nero" finanziario, secondo l’espressione usata da Tony James (1), presidente della Blackstone, che si è formato a partire dalla crisi "subprimes" americana. I fattori scatenanti di tale evento sono ormai così potenti ed i segnali precorritori così numerosi, che, secondo i nostri ricercatori, la sua probabilità, di qui a tre mesi, raggiunge ormai quasi il 100%. È altrettanto certo per il nostro gruppo che le autorità finanziarie americane tenteranno di realizzare una rete protettiva di rimborso per evitare il contagio del panico all’insieme del sistema finanziario americano (2); ma l’ampiezza del fallimento toccherà immediatamente le istituzioni finanziarie più esposte negli Stati Uniti e nel resto del mondo. I paesi dove gli operatori finanziari sono i più legati agli operatori finanziari americani saranno dunque in prima linea: Regno Unito, Giappone, Cina in particolare (3). I principali fattori scatenanti sono, secondo il nostro gruppo, quattro:
1. Riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti
2. Crollo accelerato del valore degli attivi detenuti da queste stesse banche sotto l’effetto della nuova regolamentazione bancaria US (FASB regulation 157)
3. Fragilità crescente degli assicuratori obbligazionari
4. Recessione economica negli Stati Uniti.

Questi fattori sono naturalmente da rimettere nel contesto generale che descrive LEAP/E2020 dall’inizio dell’anno 2006, cioè la crisi sistemica globale, che ovviamente i dirigenti politici, finanziari ed economici mondiali iniziano a temere (4). Il fatto che quasi da due anni le banche centrali, in particolare la Federal Reserve US e la Banca d’Inghilterra, come i principali operatori finanziari, siano stati sistematicamente in ritardo sugli eventi, lascia pensare che questa volta non adotteranno la misura giusta per la crisi bancaria se non solo dopo che si sarà consumato un evento ancora più drastico. È, in generale, il momento in cui è troppo tardi per impedire efficacemente il contagio della crisi a tutto il sistema.

I

 

Indice d’evoluzione del "morale del consumatore" dell’Università del Michigan (che include novembre 2007) – fonte Fed di Saint Louis /LEAP/E2020
In questo comunicato pubblico del GEAB N°19, LEAP/E2020 ha scelto di sviluppare la sua analisi della riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti. Fattore N°1 – riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti
 

Così analizzata in dettaglio nella GEAB N°19, l’applicazione della norma FASB 157 fin dal 15 novembre 2007 esporrà direttamente il bilancio degli istituti finanziari che operano negli Stati Uniti alle conseguenze del crollo del valore di una parte importante dei loro attivi. E questa parte è in aumento costante, poiché la crisi dei "subprimes" è in realtà soltanto il catalizzatore di una crisi finanziaria più vasta che influisce ormai su tutti gli attivi finanziari americani (5). I Vari CDOs saranno d’ora in poi trascinati in questa crisi di fiducia generalizzata, mentre costituiscono una parte importante degli attivi bancari, poiché in questi ultimi anni le grandi banche sono uscite dal loro ruolo di prestatore per lanciarsi nell’investimento e nella speculazione, nel modo degli "hedge funds". Quest’ultimi hanno del resto rappresentato per più di un decennio una fonte crescente di redditi per le grandi banche internazionali. Ci si ricorda ancora degli onorari faraonici che gli "hedge-funds" ed i fondi per gli investimenti versavano alle banche(!) nel quadro delle loro operazioni multiple, fra cui i riacquisti in LBO ("Leverage Buy-Out", o riacquisto con effetto di leva finanziaria), fusione-acquisizioni (o M&A, "Merger and Acquisition") ed altre quotazioni in borsa (IPO, o "Initial Public Offering ")." Quest’epoca, tuttavia non così lontana (poiché si è conclusa quest’estate), è ora passata. Ormai gli "hedge-funds" si battono per non andare in fallimento. I fondi per gli investimenti scavano le loro perdite tentando di evitare di essere aspirati nel "buco nero finanziario" di cui parla il proprietario della Blackwater (già citato). I progetti di fusione-acquisizione sono ad un punto morto. Così, nel settore tecnologico (mercato per eccellenza delle fusioni-acquisizioni), Wall Street ha visto l’importo delle transazioni passare da 99 miliardi USD nel terzo trimestre 2006 a 52 miliardi USD nel terzo trimestre 2007 (cioè un ribasso di circa il 50%) mentre la crisi del credito era ancora soltanto ai suoi inizi. Tuttavia la debolezza del dollaro US ha causato nel terzo trimestre 2007 una frenesia di acquisti europei negli Stati Uniti poiché i primi, per la prima volta, hanno speso quanto i loro omologhi nordamericani (6).
 
Il gelo delle LBO – fonte Dealogic
Le quotazioni in borsa a Wall Street, che aveva meglio resistito alla crisi estiva, ormai sono rimandate "alle calende greche" in attesa di giorni migliori. Così il numero di quotazioni in borsa di più di 1 miliardo USD è passato da 8 nel trimestre (nel terzo trimestre 2006) a 2 (nel terzo trimestre 2007). Questo fenomeno si rafforza come è stato illustrato da RWE, il produttore d’energia tedesco che ha deciso di rifiutare la quotazione in borsa della sua filiale American Water a causa della crisi del credito negli Stati Uniti (7); come Rusal, il gigante russo dell’alluminio che ha rimandato a data da definirsi la sua quotazione in borsa mentre prometteva di essere la più importante del 2007 con gli advisors che erano stati già scelti (cioè Morgan Stanley, JP. Morgan e Deutsche Bank) (8)
clip_image001
 
 

Quanto alle LBO (quest’assemblaggi finanziari che permettono di comperare un’impresa utilizzando la ricchezza potenziale che essa nasconde (9), non soltanto il loro mercato si è praticamente estinto, ma le transazioni non hanno potuto essere congelate o annullate e così finiscono in tribunale come dimostra il caso emblematico di SallieMae, la società di prestiti agli studenti, e JC. Flowers (un fondo per gli investimenti molto attivo, ma che, paradossalmente, non ha siti web (10)). Del resto in ottobre, LBOs ha rappresentato soltanto il 5% delle transazioni di fusione-acquisizione contro il 31% del giugno 2007.
 
Grado d’esposizione delle banche US ai rischi legati ai prodotti finanziari derivati – fonte Contraryinvestor
 
Tutte quest’evoluzioni convergono nella stessa direzione, cioè la perdita di una fonte importante di redditi delle banche che operano negli Stati Uniti, che dunque si accumulerà alle conseguenze dell’applicazione della norma FASB 157 e della crisi dello CDOs, cioè la perdita di valore di una parte importante dell’attivo di queste stesse banche. Nel 2006 infatti, i redditi, provenendo per lo più dai loro onorari di advisors e dalle attività d’intermediazione per questi riacquisti, fusioni, acquisizioni, ecc…. hanno costituito il 27% del totale, con la più forte progressione registrata da sette anni (sette anni prima, nel 1999, eravamo alla vigilia dell’esplosione della bolla Internet!). D’altra parte, già nel 2006, questi redditi avevano dovuto compensare le perdite generate dai primi effetti della crisi dei "subprimes". Nel 2007, le perdite legate al mercato ipotecario sono letteralmente esplose rispetto al 2006, e, come si può constatare, i redditi degli advisors e degli intermediari nelle grandi transazioni finanziarie si sono prosciugati (11).
clip_image001
Non c’è bisogno di essere un esperto per concludere che queste banche conosceranno tra la fine del 2007 e l’inizio 2008 una crisi molto grave che determinerà perdite che non si potranno affrontare. Ciò che si vede oggi, secondo LEAP/E2020, sono soltanto i segnali precursori di una crisi bancaria totale i cui fattori e le cui conseguenze per gli investitori ed i risparmiatori sono stati dettagliati nella GEAB N°19.

NOTE
 
[1] Tony James a utilisé cette expression pour décrire l’environnement financier qui a conduit sa société de capital-investissement, l’une des « merveilles » de Wall Street il y a encore peu, à afficher une perte de 113 Millions USD (source Forbes, 12/11/2007). Blackstone a été introduite en bourse l’année passée comme d’autres méga fonds d’investissements, KKR et Fortress par exemple. Notre équipe avait d’ailleurs prévenu au Printemps dernier que ces introductions en bourse visaient sans aucun doute à mutualiser les pertes à venir plutôt que les bénéfices passés. C’est désormais confirmé.
[2] Comme c’est le déjà le cas avec le « super-conduit Paulson » (voir GEAB N°18).
[3] Pour plus de détails sur ces degrés d’exposition aux risques financiers américains, consulter notamment les GEAB N°16, 17 et 18.
[4] C’est à dire qu’ils commencent à peine à comprendre la nature « systémique » de la crise. Jusqu’à présent, ils ont d’abord nié l’existence d’une crise, pour, depuis quelques mois, la traiter comme un épisode habituel des cycles économico-financiers.
[5] Source : Bloomberg, 13/11/2007
[6] Source : The451Group, 01/10/2007
[7] Source : YahooNews/Reuters, 14/11/2007
[8] Source : Financial Information Service, 21/09/2007
[9] Pour peu qu’on parvienne à convaincre un nombre suffisant d’opérateurs financiers de vous prêter la somme correspondante.
[10] Source : SeekingAlpha, 25/11/2007
[11] Il faut lire sur ce sujet le remarquable article de Diana Choyleva, de Lombard Street Research, publié sur AlphaVille, 06/08/2007

 

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

SULLA DEMOCRAZIA di giusrepa

Oggi ci vorrebbe un nuovo Demostene ma purtroppo non c’è . A suo tempo Demostene , si è battuto per la libertà mettendo in guardia i greci dal pericolo macedone.

All’epoca Nessuno ascoltò Demostene, anzi molti lo considerarono un miope ed ambizioso retore confinato nelle angustie locali, che non guardò al futuro.

Al contrario Demostene che aveva guardato più in la degli altri, aveva capito che la continua lotta interna delle polis non faceva altro che rafforzare Filippo.

Oggi in Europa, in Italia, nel mondo, il pericolo maggiore è l’impero americano importatore di Democrazia, distruttore delle culture, e mondializzatore delle civiltà.

Come al tempo di Demostene le varie polis litigavano inutilmente fra loro, spianando in tal modo la strada a Filippo, allo stesso modo oggi le varie chiesuole marxiste, anarchiche, e terzomondiste si accusano a vicenda e litigano come vecchie bisbetiche, mentre l’avanzata ideocratica dell’Impero americano si fa sempre più allarmante. La loro sostanziale arretratezza culturale figlia della mancanza di un dibattito teorico reale, le rende incapaci di comprendere il pericolo di una vittoria totale dell’impero.

Se l’impero americano riuscirà nella sua opera di importazione della “democrazia”, il mondo cadrà nel buio più totale, il dibattito filosofico sarà confinato nella cassetto degli attrezzi usati, sostituito da un vuoto spirituale, riempito da orde di consumatori inebetiti dagli apparati mediatico televisivi, nuovo vangelo dell’ideocrazia imperiale.

L’apatia e l’odio generati dall’alienazione mercantile, saranno più forti che mai, il che renderà gli uomini nemici di se stessi.

In questo scenario apparentemente ricco e opulento, si nasconde un vuoto desertico di apatia e solitudine.

Il calore della filosofia che sveglia gli animi addormentati, sarà sostituito dal freddo della scienza che li intorpidisce.

Tuttavia, al contrario di quello che si potrebbe pensare, sono fiducioso, perché come nella Divina Commedia Ulisse diceva ai compagni: "… Non vogliate negar l’esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".

Per quanto il circo mediatico occidentale cerchi di calpestare ogni dissenso sul nascere, non riuscirà mai completamente nella sua opera.

Nessuna dittatura è eterna e totale, poichè l’uomo è di sua natura un animale sociale e libero, e nessun mezzo di tortura, dall’Inquisizione spagnola alla nuova Inquisizione giornalistica che mette al rogo gli intellettuali dissidenti, riuscirà mai a far tacere il desiderio di libertà dell’uomo.

Il compito degli uomini liberi, che ancora pensano con la loro testa, è quello di impegnarsi a creare un fronte unito per la libertà.

Il nuovo fronte deve opporsi alla liberaldemocrazia odierna, nient’altro che la rappresentazione politica del mercato, dove ogni lobby di potere “acquista” letteralmente la democrazia come una qualsiasi merce.

Si deve invece sostenere la vera democrazia, quella degli antichi greci, la democrazia intesa come autogoverno politico e autogestione economica, non come spettacolo folkloristico e pagliaccesco di plebi elettorali ammaestrate.

Si deve combattere la guerra imperialistica, e sostenere senza indugi, tutti i popoli che resistono all’aggressione imperialistica.

Non è nostro compito impartire lezioni alla resistenza, fare differenziazioni fra laica e religiosa,violenta o non violenta, Intifada o Kamikaze. La resistenza è sempre legittima quando un popolo è sotto occupazione.

So che molti condannano i kamikaze e le loro azioni. Se noi guardiamo i kamikaze con la nostra mentalità occidentale non possiamo che condannarli. Ma dobbiamo rovesciare la questione: forse sono stati i kamikaze a iniziare la guerra? Forse sono stati Hamas o Hezbollah a invadere rispettivamente il Libano e la Palestina? No, allora la loro resistenza è legittima.

Mi si potrà comunque obbiettare che la resistenza si potrebbe attuare con le armi, come i nostri partigiani nel 1943. Ma, rispondo io, forse i resistenti possiedono armi potenti come i loro invasori? Forse essi possiedono bombe al fosforo bianco,all’uranio impoverito , razzi a lunga gittata. No ovviamente, dunque la loro unica arma è il loro corpo, corpo che sacrificano in nome della libertà.

Non mi si fraintenda non sono a favore degli attentati contro sinagoghe, chiese e moschee, cosa che ritengo inaccettabile.

Ritengo inaccettabili e dunque sostanzialmente un crimine, anche l’attacco alle Torri Gemelle e i recenti avvenimenti in Algeria dove sono morti poveri innocenti.

Ma sono ben conscio della differenza fra terroristi e resistenti, cosa che i media non fanno.

Il compito degli uomini liberi non ancora intorpiditi dagli strumenti del potere, è quello di costruire una terza forza, ne rossa ne bruna, anticapitalista, antimperialista ed antiegemonista in grado di dare anche un piccolo supporto alla resistenza dei popoli oppressi.

Forse diranno che è da utopisti cercare di cambiare il mondo, che il mercato  con tutti i suoi difetti è comunque il migliore dei mondi possibile, e che ogni tentativo di costruire una società diversa è irragionevole.

A costoro io rispondo con un aforisma di George Bernard Shaw: L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli.

 

IL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO

fonte voxnr

di Simon-Pierre Savard-Tremblay. Trad. di G.P.

 

All’inizio del novembre 2007, un sondaggio mostrava che il 52% degli americani sarebbe stato stato favorevole a colpire preventivamente l’Iran allo scopo di impedire a questo paese di dotarsi del nucleare. Sembra che la maggioranza della popolazione americana abbia la memoria corta. Infatti, soltanto quattro anni fa, la campagna intensiva d’intimorimento ed il discorso ufficiale dell’amministrazione Bush sul pericolo delle "armi di distruzione di massa" hanno condotto all’invasione coloniale dell’ Iraq. Questo paese, che è passato da una dittatura stabile e laica ad una polveriera islamista, è oggi sul limine della guerra civile, mentre le truppe impérialiste dell’occidente aiutano nella "ricostruzione": una ricostruzione fortunatamente garantita da generose società americane che svuotano in modo sfrontato le ricchezze naturali che il Medio Oriente possiede. Ma l’Iraq era soltanto la prima tappa di un progetto economico e geopolitico che mirava a riorganizzare questa regione tumultuosa del mondo a profitto di uno Stato israeliano dalle ambizioni predatorie. Poiché i diplomatici americani hanno già comunicato che potrebbero evitare di ricorrere al Consiglio di sicurezza per emanare sanzioni contro l’Iran, questa nazione è sicuramente il prossimo obiettivo del mondialismo conquistatore.

La legittimità del nucleare iraniano

L’Iran è una nazione sovrana ed uno stato indipendente. Non si può impedire a nessun paese di possedere una tecnologia che permetta di aumentare la prosperità del suo popolo in un contesto in cui le risorse fossili non sono inesauribili. Questa riflessione è tanto più vera in quanto la nazione interessata è sottoposta da anni ad un embargo tanto selvaggio quanto mortale. Non si può neppure negare ad alcun paese di sviluppare questa tecnologia a fini militari. Per qualsiasi stato, la sicurezza non è un diritto ma un dovere. L’Iran è circondato da nazioni che gli sono ostili, alcune tra queste posseggono anche la bomba nucleare. Qualsiasi governo sa che essere l’istigatore di un attacco nucleare lo sottoporrebbe a rappresaglie massicce. Il possesso di armamenti atomici ha soltanto una portata dissuasiva e serve a controbilanciare le diverse forze politicche della regione, in breve, contribuisce ad un "equilibrio del terrore" in mdio-orientale pur garantendo la piena indipendenza dell’Iran. Si può auspicare che l’Iran non vi giunga, ma non ci si può opporre al suo legittimo diritto di farlo. È dunque in nome del diritto all’ autodeterminazione che la Comunità internazionale deve accettare il programma iraniano. Se quest’ultima si oppone, deve almeno utilizzare la via diplomatica delle discussioni, dei negoziati e della cooperazione piuttosto che quella delle pressioni intollerabili. È del resto paradossale che le minacce d’intervento e gli "allarmi alla bomba" vengono dal solo paese che ha già utilizzato l’energia atomica contro popolazioni civili. I colpevoli del genocidio di Hiroshima e di Nagasaki corrono sempre.

Uno Stato canaglia?

Il regime attuale deve in parte la sua conquista del potere a Washington. Dopo avere istituito il regime dello Scià, gli Stati Uniti (con la complicità della Francia di Valéry Giscard d’ Estaing) hanno visto in quest’ultimo una minaccia diretta ai loro interessi petroliferi ed hanno contribuito a mettere in sella l’ayatollah Khomeiny nel 1979. Quest’ultimo ha rapidamente mostrato che era uno dei loro avversari più selvaggi. È dunque per distruggere allo stesso tempo questo regime e quello del paese vicino, l’Iraq di Saddam Hussein (che deve la sua presa del potere alla CIA) che il Pentagono ha finanziato a sua volta i due belligeranti affinché si consumassero in una guerra di autodistruzione tanto lunga (1980-1988) quanto selvaggia.

Dividere per regnare. Quanto all’epiteto di "Stato canaglia", si applica anche a molti paesi arabi che beneficiano del sostegno di Washington, a cominciare dall’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti avrebbero i mezzi per prendersela con l’Iran? Se il governo atlantista dell’Australia è stato appena battuto alle elezioni, il complesso industrial-militare americano può beneficiare di numerosi nuovi alleati importanti (che non aveva nel 2003 in occasione della seconda guerra del golfo): Il Canada di Stephen Harper e soprattutto la Francia di Nicolas Sarkozy. Quanto al Regno Unito, il cambiamento del primo ministro non dovrebbe avere grande incidenza sulla politica estera britannica. L’invasione dell’Iran sarebbe senza conseguenze? Si constata che in Iraq i musulmani sciiti costituiscono la forza più potente di resistenza di fronte all’occupazione. L’Iran, paese islamista sciita, sarebbe un pantano ancora più insopportabile dell’Iraq, cosa non da poco. Inoltre, in caso d’attacco, l’Iran potrebbe bloccare il distretto di Ormuz, via di comunicazione e d’inoltro del petrolio tra l’Europa e l’Asia, cosa che immergerebbe il mondo in una grave crisi economica

Il nucleare iraniano come risposta al progetto egemonico 

[…]Il Medio Oriente è una regione devastata, vittima di una decolonizzazione sprangata e di una guerra fredda tra due giganti per i quali la libertà dei popoli costituiva un bene di poca preoccupazione. Ne risulta una regione predominata dagli estremismi di qualsiasi tipo, conseguenza naturale di una situazione permanente di miseria e di terrore. L’atlantismo ha la sua pedina nella regione: Israele. È al potere sionista che sarà data la responsabilità della "stabilità" nella regione quando questa sarà sottoposta ed assoggettata. Come diceva Clausewitz, "non è l’invasore che è responsabile della guerra, è l’invaso, quando si difende". In tale contesto, il nucleare iraniano è più di una garanzia per l’indipendenza di questa nazione. Potrebbe costituire un rifugio, benché modesto, riguardo al rullo compressore anglosassone.

 

IL NUOVO MEDIO-ORIENTE, LA CONTINUAZIONE DEL PASSATO COLONIALE CON NUOVI “MANAGERS”

(fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

Professore all’università della California di Berkeley (UC Berkeley – Dipartimento di studi del Vicino-Oriente e di studi etnici), Hatem Bazian ritorna in questa intervista sulla conferenza di Annapolis sul Medio Oriente organizzata dall’amministrazione Bush.

Quale è la vostra opinione sulla conferenza sul Vicino-Oriente che è stata organizzata da Condoleeza Rice il 27 novembre ad Annapolis.

Questa conferenza di un giorno ha mostrato che non c’è molto da aspettarsi. I palestinesi e gli Israeliani si sono già incontrati almeno sette volte per provare a mettersi d’accordo sul comune linguaggio da tenere, senza che nulla di sostanziale si sia concretato per il momento. Condoleeza Rice ha fatto la spola per provare ad avvicinare le due parti, gli Israeliani ed i palestinesi. Perché tale urgenza nelle “ultime ore” dell’amministrazione Bush, mentre gli resta soltanto un anno di mandato? Perché quest’urgenza mentre nel corso degli ultimi sette anni, l’amministrazione Bush ha trattato i palestinesi piuttosto alla leggera e non li ha messi al centro di alcuna iniziativa in Medio Oriente. Se ci si ricorda, dopo il 9 settembre 2001, l‘amministrazione Bush ha creduto che la pace in Medio Oriente, ed in particolare in Palestina, passasse per Bagdad. Era il grande argomento dei neo-conservatori come l’American Entreprise Institute, Dick Cheney, Scura Libby, Donald Rumfeld o anche Paul Wolfowitz. Tutte queste personalità erano convinte che per avere una pace Israeliano-palestinese, occorresse andare in Iraq ed eliminare la minaccia Saddam Hussein. Perché era improvvisamente determinante eliminarlo per ottenere la pace Israeliano-palestinese? Perché con Saddam Hussein uscito di scena, i palestinesi non avrebbero avuto più padrini. Non avrebbero avuto più questa base di sostegno offerta dalle ultime vestigia del nazionalismo arabo, anche se deformato e diluito come era quello di Saddam Hussein. Così i palestinesi sarebbero stati forzati ad accettare la pax americana, américano-Israeliana per il Medio Oriente, accettando di vivere in un territorio palestinese somigliante ad un Bantustan come quelli in Pakistan o in Sudafrica. Ecco dove quest’idea li ha condotti: ad un fallimento totale per quanto riguarda la pace per i palestinesi o nel "grande Medio Oriente". Ora, il nuovo progetto è il "contenimento" dell’Iran. Ricordiamo dell’amministrazione Reagan e della sua politica di doppio "contenimento": occorreva "contenere" il nazionalismo arabo da un lato e dell’altro, il fondamentalismo islamico nella sua forma iraniana, il fondamentalismo sciita. Sono questi i due obiettivi di politica estera dell’amministrazione Reagan che Bush padre e l’amministrazione Clinton hanno ereditato. C’era dunque uno sforzo costante di contenere questi due aspetti: il nazionalismo arabo ed il fondamentalismo islamico, l’insurrezione islamica in Medio Oriente, rappresentata dall’Iran. Oggi, il programma iracheno è a terra ed i neocon fanno "come back" sul tema: "i veri uomini" vanno a Teheran. Si agitano per ottenere un attacco all’Iran. Mirare sull’Iran, continuare il secondo obiettivo, cioè il "contenimento" del fondamentalismo islamico alla testa dello sciismo. In un’altra epoca, gli Stati Uniti sostenevano i taliban. All’inizio, volevano che i taliban riuscissero a creare un conflitto tra i sunniti e sciiti. Il fondamentalismo sunnita contro il fondamentalismo sciita per neutralizzarli, " contenerli" tutti e due. Ciò fa parte di ciò che si chiama la strategia del "contenimento", che consiste nel deviare sistematicamente le risorse del vostro nemico in conflitti secondari. Se il fondamentalismo sunnita affronta il fondamentalismo sciita, le loro energie potranno esaurirsi. Ora che la campagna in Iraq è fallita, occorre contenere l’Iran. Per ciò, occorre costituire una nuova coalizione sunnita. E dunque convincere elementi del mondo sunnita che l’Iran è una minaccia per loro affinché propaghino l’idea che "l’Iran è il nostro principale nemico". Ma per ciò, occorre occuparsi della questione palestinese. Gli Stati Uniti devono trovare il modo affinché l’Iran e le forze progressiste in Medio Oriente non possano ricongiungersi alla causa palestinese né denunciare il fatto che i progetti americani nella regione sono basati sul fallimento e su un’impresa coloniale che continua a svolgersi in Palestina. Allora perché tanto urgenza a proposito di questa conferenza del 27 novembre? Perché si deve chiamare a raccolta questa coalizione e uno degli elementi necessari per Sauditi, Egiziani, Marocchini ed Giordani che vogliono farne parte, è di riorientarsi affinché la questione palestinese sia sostituita nei giornali dal "contenimento" dell’Iran. Soltanto allora potranno fare traballare l’opinione pubblica araba e convincerla a sostenere l’invasione dell’Iran. È la loro ipotesi, la strategia che seguono. Questa conferenza è venuta in un momento critico per l’avanzamento del progetto Israeliano americano per la regione, che è anche quello delle elite arabe.

A proposito del conflitto tra Hamas e Fatah, come avete analizzato questo vertice sul Medio Oriente ed il sostegno reso pubblico ad Abbas contro Hamas? Come Abbas può negoziare la questione palestinese mentre non controlla la metà dei territori e non dispone della legittimità necessaria? Come si è giocato questo conflitto in nella conferenza?

Questo conferenza contiene molti elementi. Uno degli obiettivi è di dare credibilità a Abbas. Gli americani vogliono concedergli un’aria presidenziale. Per ciò, occorre circondarlo di un gruppo di gente importante e fare fotografie. Tutto l’aspetto cerimoniale è là. È per questo hanno auspicato che i principali paesi fossero presenti, come l’Arabia Saudita. Dunque ciò che ho visto, è che provano a costruire un’immagine di Abbas ed allo stesso tempo mettono Hamas sotto pressione nella striscia di Gaza. Come metterle pressione? Riducendo le risorse che entrano. Ma senza tagliare completamente i prodotti alimentari, perché altrimenti la gente finirà per morire di fame. Simultaneamente, bisogna fare in modo che l’Iran non possa approfittarne per aumentare il suo aiuto ai palestinesi, perché altrimenti non ci sarebbero più i mezzi di pressione nei territori. In breve, gli obiettivi della conferenza erano: 1) dare ad Abbas un’aria presidenziale, creare la sua credibilità, dare l’impressione che la Comunità internazionale, questa cosa nuova che si chiama "Comunità internazionale", credesse in Abbas. 2) Garantire risorse per l’autorità palestinese.

I membri del G8 ed i 10 paesi industrializzati sono chiamati a fornire aiuti. La scommessa Israeliano-americana, è che i palestinesi votino in funzione dei loro interessi ed è per questo che sempre più risorse andranno all’autorità palestinese di Abbas mentre si affama l’autorità palestinese di Hamas nella striscia di Gaza. Dopo il vertice, quando Abbas sarà rientrato, gli daranno le chiavi della società palestinese con le risorse e la credibilità. Allora si stringerà ancora il cerchio sui palestinesi di Gaza perché comprendano chi è il capo e come devono comportarsi. Ma ecco, tutto ciò funzionerebbe magnificamente se non esistesse una Comunità di coloni israeliani con le loro idee ed i loro progetti. Per i coloni, lo stesso Abbas, con tutto ciò che rappresenta, è inaccettabile, perché non hanno rinunciato al "grande Israele", cioè una terra senza popolo nel senso letterale del termine. È per ciò che Abigail Lieberman, il vice primo ministro israeliano, pensa che i palestinesi devono tutti "essere trasferiti" dai territori occupati e che esiste già uno Stato palestinese che si chiama Giordania. È il numero due del governo di Olmert. Israele non è dunque pronto ad affrontare i suoi coloni. Ed anche se domani Abbas vendesse i diritti della sua propria madre risponderebbero: "Non è sufficiente." Ciò che vogliamo è che ed i vostri cugini, zii, sorelle, fratelli e tutti prendano le loro borse e che partano per l’altro lato del Giordano. Allora, avremo una soluzione accettabile. Ci sono 530.000 coloni nei territori occupati e sono molto armati. Molti fanno parte delle sorveglianze frontaliere, cioè dell’elite militare israeliana. La società israeliana in generale, ed ancora meno il governo, non possono opporsi a loro perché sarebbe negare l’idea storica del sionismo, del ritorno sulla terra data da dio. È l’aspetto principale della società israeliana, ed anche se i palestinesi scaricassero Hamas e rinunciassero a tutti i loro diritti, resterebbe questo problema al centro della scena.

A proposito della recente manifestazione organizzata in memoria di Yasser Arafat a Gaza, i mass media designavano Hamas quale responsabile delle violenze e riportavano che membri di Fatah gridavano ai militanti di Hamas "sciiti!" Siete sciiti! "Non c’è un modo di trasporre nella politica locale il conflitto sunniti-sciiti che l’impero prova a creare nella regione?"

Prima di rispondere a questa domanda, voglio precisare questo: nel mondo sunnita, in Egitto ad esempio che è sunnita al 99 %, in Giordania, in Arabia Saudita, nello Yemen, in Marocco, in Algeria, in Tunisia ed anche in Malesia e nell’Indonesia, la personalità più popolare è Hassan Nasrallah, il dirigente di Hezbollah, il gruppo sciita libanese. È seguito, in termini di popolarità, dal presidente dell’Iran. Nel mondo sunnita! Negli ambienti popolari si intende, non fra i dirigenti politici. Eccetto il linguaggio problematico che utilizza Ahmadinejad, le sue opinioni sull’olocausto ad esempio sono inaccettabili. Se volesse realmente parlarne, allora avrebbe dovuto organizzare una cerimonia alla memoria delle vittime ed invitare gli ambasciatori europei a presentare le loro condoglianze ed anche iniziare a scusarsi per le crociate. Penso che negando elementi storici dell’olocausto, abbia giocato a favore degli europei anziché sfidarli e distinguere il mondo musulmano dalla storia europea. Penso che sia molto problematico e che sia un errore strategico da parte sua. Ma dopo avere detto ciò, Hassan Nasrallah e Mahmoud Ahmadinejad sono i più popolari per una ragione: sono stati capaci di articolare la sensazione popolare, della strada, del mondo musulmano ed arabo. Denunciano le contraddizioni nelle quali si trovano gli Stati Uniti e l’Europa, ricordano ogni volta che si parla di libertà che c’è un insieme che si chiama Israele che si basa sull’occupazione dei territori palestinesi. Rifiutano di accettare le richieste degli Stati Uniti di riconoscere il diritto di Israele ad avere un potere incontestato nella regione. Denunciano il fatto che, pur proseguendo i loro programmi nucleari, gli Stati Uniti e gli europei chiedono all’Iran di fermare il suo con il pretesto che Israele è molto vicino, e tuttavia nessuno parla di ciò che prepara Israele. Inoltre, Nasrallah ha vinto la guerra dell’estate scorsa. Eccetto forse agli occhi di alcuni a Washington e di alcuni commentatori di Fox News incapaci di riconoscere la realtà quando la vedono, Hezbollah ha inflitto una sconfitta nel Sud del Libano, i cui effetti psicologici sono molto più importanti della sconfitta limitata sul terreno. Israele non è più incontrastato nella sua capacità di infliggere il dolore. Il potere di Israele era incontrastato prima dell’estate 2006 nel senso in cui l’esercito israeliano poteva attaccare dovunque con i suoi aerei senza dovere soffrire alcuna perdita sul suo territorio. Lo sviluppo dei missili a breve e media portata di Hezbollah ha permesso di fare un uguale gioco in termini di capacità ad infliggere il dolore. In una parola, la gravità dei danni psicologici di questa battaglia ha trasformato Hezbollah in una forza più grande, un simbolo della sfida ad Israele nel mondo arabo e musulmano. Hassan Nasrallah è dunque la persona più popolare del mondo arabo e musulmano, sunnita e sciita. Per quanto riguarda le relazioni tra Fatah ed Hamas, è interessante notare che rappresentano in piccola scala la dinamica nel Medio Oriente ed a livello mondiale. Da un lato, Fatah rappresenta l’ "ancien régime" per i palestinesi. Gli ex dirigenti corrotti che lavorano all’interno del quadro delle elite del mondo arabo. Hanno assunto impegni all’interno del quadro israelo-americano-arabo sui conflitti e sul modo in cui la regione deve essere governata e diretta. Sono pronti ad accettare ogni aiuto finanziario per mantenere lo status quo. Di fronte, avete Hamas, che deve anche essere considerato in termini di classe. La forza di Hamas è nei campi profughi, negli strati più bassi della società. I dirigenti di Hamas vengono per lo più dalla striscia di Gaza che non possiede alcuna risorsa. Fanno parte della giovane generazione che vive sotto occupazione, non dei dirigenti della Tunisia come quelli di Fatah. Sono cresciuti chiamando ad un cambiamento nell’ambiente strategico.

Cosa pensate del "nuovo Medio Oriente" che propone l’amministrazione Bush e quale effetto ha ciò sul conflitto tra Hamas e Fatah?

Il "nuovo Medio Oriente" degli Stati Uniti è principalmente una continuazione del passato coloniale con nuovi "managers". Al contrario, Hamas rappresenta un’identità politica particolare. È a volte problematica, ma afferma che c’è un modo diverso, un atteggiamento diverso, una nozione diversa del Medio Oriente che dovrebbe appartenere al suo popolo. Ciò che è avvenuto in occasione della recente manifestazione alla memoria di Arafat a Gaza è sempre incline a varie interpretazioni. Ciò che è sicuro, è che c’è stato un tentativo di modificare il corso delle cose. La conquista del potere da parte di Hamas nella striscia di Gaza è stata considerata come un fallimento da Fatah che voleva riportare la striscia di Gaza sotto le sue insegne. Ma ciò non bastava: occorreva anche che il fallimento di Hamas fosse totale, per non lasciare che il nemico registrasse un successo. E questa necessità di vedere Hamas fallire nel suo governo ha una dimensione più ampia in Medio Oriente. L’Egitto fa fronte ad un forte movimento musulmano. Tutto segnala che se ci fossero elezioni oggi in Egitto, i fratelli musulmani guadagnerebbero voti senza dovere scendere nelle strade. In Giordania, elezioni si terranno l’anno prossimo ed ogni specie di manovre è stata già fatta per assicurarsi che la scelta della gente non sia rispettata. In Africa del Nord, quasi tutti questi i regimi fanno fronte ad una forte identità musulmana e se elezioni libere avessero luogo, l’islam politico vincerebbe. Hamas rappresenta la possibilità di vincere. Senza parlare del loro programma sociale o economico, sono riusciti a farsi eleggere in occasione di elezioni libere e democratiche. Nessuna violenza, non un solo morto durante le elezioni. E se avessero la possibilità di governare, romperebbero con l’apriorismo eurocentrico: improvvisamente, potrebbero pregare e governare. Nel pensiero europeo dal 17° secolo, il problema nel mondo musulmano è che continuano ad essere musulmani e che si aggrappano ad un testo, il corano, che non ha alcun valore. Dunque devono abbandonare il loro pensiero islamico e recuperare il loro ritardo rispetto al pensiero europeo. Il problema, è che non si può mai recuperare, perchè tutto ciò che si fa in questo caso, è trasformarsi in una cattiva imitazione del padrone. E creare una sensazione d’inferiorità nel mondo musulmano. Il conflitto tra Hamas e Fatah mostra ciò che potrebbe avvenire nel Medio Oriente in futuro. Anche l’impiego del termine Medio Oriente è molto problematico. È un termine fabbricato. Nessun abitante del Medio Oriente dice che è del Medio Oriente. Il termine è apparso nella letteratura negli anni cinquanta e sessanta. Prima, si poteva fare parte del mondo musulmano, di ciò che si chiama la penisola siriana o dell’ Africa-del-Nord. Anche l’identità che deriva da un termine politico è incline ad una contestazione tra Hamas e Fatah. Fatah ha scelto la definizione degli americani, degli Israeliani e dei dirigenti politici arabi. Hamas prova ad affermarsi o di riconfigurarsi, in risonanza con la strada, contro il colonialismo, denuncia il "nuovo Medio Oriente", contro i progetti americani nella regione. E quando Fatah utilizza il termine "sciiti" o "iraniani" contro Hamas, è per provare a privare Hamas della sua legittimità affermando che sono gli agenti di poteri esterni. Ma è altresì interessante notare che dicendo che i membri di Hamas sono "sciiti", cosa che non è peggiorativa – gli sciiti sono parte dei 1400 anni di tradizione islamica – provano ad utilizzare ancora una volta gli iraniani contro gli Arabi. C’è una vecchia rivalità tra gli Arabi ed i persiani. Dunque dicono "voi siete gli agenti degli iraniani", gli agenti di quelli che sono considerati come Hawari, cosa che nella terminologia storica islamica significa "coloro che si ribellano contro l’autorità religiosa". Dire "siete sciiti", è dire "voi avete fatto parte di quelli che si sono rivoltati contro i dirigenti legittimi del terzo califfato di Oman, come del quarto califfato di Ali." Dunque provano a mescolare il contesto politico attuale con commenti storici, teologici e religiosi per togliere ad Hamas i suoi riferimenti religiosi. Hamas è un movimento sunnita e non sciita e ciò che Fatah prova a fare è delegittimarli completamente dicendo che non sono più i custodi della rivoluzione ma soltanto gli agenti dell’Iran nella regione. E’ questo pone una questione: in Medio Oriente, di chi è meglio essere l’agente, degli Stati Uniti e di Israele o dell’Iran? Fatah dovrà rispondere.

A proposito della rivalità tra Hamas e Fatah, si sono viste migliaia di persone nelle strade per onorare la memoria di Arafat in un luogo in cui Hamas ha vinto le elezioni. Come possono allo stesso tempo manifestare il loro attaccamento ad Arafat e riconoscere Hamas come la nuova forza politica?

Penso che Yasser Arafat sia un simbolo nazionale. Attraversa le frontiere politiche. Poca gente sa che ha mosso i suoi primi passi presso i fratelli musulmani in Palestina. È stato membro dal 1947 fino alla fondazione del suo movimento, nel 1956 (alcuni lo situano nel 1958). L’essenziale dell’appoggio che ha ricevuto all’inizio proveniva da al-Lkhwan, il movimento dei fratelli musulmani. Più tardi, ha preso le distanze. Ma conservava un legame storico con i fratelli musulmani ed è forse ciò che gli permetteva di giocare sui due lati simultaneamente. Era padrone dell’equilibrio dei poteri. È una figura nazionale. Si può dire che è il padre della società politica palestinese, con i problemi che pone, e ci sarebbe di che parlarne. Gente di ogni affiliazione politica è uscita per onorare la sua memoria perché rappresenta quest’identità nazionale ed ha lavorato duro per essa. Avrebbe potuto diventare uno degli individui più ricchi del golfo. Era ingegnere, lavorava nel golfo in un’epoca dove nessuno aveva lavoro. Ciò andava già bene per lui. Ha lasciato ciò per lanciare il movimento rivoluzionario palestinese. Ha lottato durante una cinquantina di anni. Non è stupefacente che un grande numero di gente sia uscito per rendere omaggio a lui. Abbas e Fatah vogliono utilizzare la sua memoria dicendo: "difendiamo la sua memoria e la sua rivoluzione". Penso che Abbas si troverà in una situazione molto difficile perché Arafat ha detto "no" a Camp David. Dunque la memoria di Arafat è anche una memoria politica perché dicendo "no", ha stabilito un limite massimo e uno minimo. Abbas non può accettare ciò che Arafat ha rifiutato senza avere l’aria di vendere la sua memoria. Penso che Abbas sia pronto a firmare qualsiasi tipo d’accordo che gli garantisca il salvataggio politico a lui e a quelli che lo circondano. Fatah prova a rigenerarsi utilizzando Yasser Arafat come punto d’adesione. Mahmoud Abbas non può neppure raccogliere 10 membri della sua famiglia attorno a lui, ma se utilizza Yasser Arafat, potrebbe forse giungervi. La realtà politica che deve affrontare Fatah in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, è che il cambiamento politico nella società palestinese ha già avuto luogo. Se si va a vedere tutte le elezioni nei territori occupati dal 1991 in poi e forse anche prima del 1988, con le prime elezioni, (si trattava d’elezioni di studenti e locali), ciò che si scopre è un movimento regolare che va dall’ OLP verso Hamas. A volte, Hamas era in coalizione con la FPLP e la FDLP contro Fatah. Questo cambiamento nella classe politica palestinese ha già avuto luogo. Ciò che Fatah prova a fare, è di impedirne la trasformazione completa. Ma è una battaglia persa, perché si sono posti a rimorchio degli Stati Uniti ed d’Israele. Ma gli Stati Uniti li scaricheranno alla prima occasione. Quanto agli Israeliani, la sola cosa che interessa loro, è un capo di piantagione, e non il membro di un movimento di liberazione. Infine, si sono messi anche a rimorchio dei Giordani, degli Egiziani e dei Sauditi. E così si installano in una struttura a livello locale ed internazionale che è già screditata. Direi che se gli Stati Uniti sono incapaci di proporre loro una soluzione giudiziosa il 27 novembre, i giorni politici di Fatah sono contati. Se non propongono nulla sul diritto al ritorno, sugli 11.000 prigionieri politici, su Gerusalemme per i palestinesi e sulle frontiere del 1967, non potranno ritornare ai palestinesi e dire: "sapete che, abbiamo firmato un accordo che somiglia ad una piantagione. Potete avere patenti di taxi, avrete il diritto a raccogliere le vostre immondizie, e nulla più”. Scommetto che gli Israeliani e gli americani non sono pronti a cedere su nulla. Gli Israeliani certamente non faranno concessioni per George Bush. È un’anatra zoppa che lascerà tra 11 o 12 mesi. Perché scommettere su di lui? Ciò che Bush vuole forse, riguardo ai suoi fallimenti, è entrare nella storia con un successo, qualunque esso sia. E se vuole attaccare l’Iran, ha bisogno di ciò. Non penso che gli Israeliani abbiano intenzione di offrire una strategia d’uscita agli USA, anche nella questione Israeliano-palestinese.

Note

Intervista di Claire Liénart (giornalista indipendente) e Ramon Grosfoguel (professore a Uc-Berkeley).

Hatem Bazian è un universitario palestino-americano. È professore nei dipartimenti di studi del Vicino-Oriente e di studi etnici all’università della California di Berkeley (UC Berkeley). Insegna al Boalt Hall School of Law, ed anche al UC Berkeley. Istruisce corsi sulla legge e la società islamiche, l’islam negli Stati Uniti, gli studi religiosi e gli studi del Medio Oriente. Oltre a Berkeley, il professore Bazian insegna anche studi religiosi al Saint Mary’s college della California ed è consulente del centro di religione, politica e mondializzazione del UC Berkeley e Zaytuna Institute. Originario di Naplouse, nella Palestina storica, è immigrato negli Stati Uniti per proseguire studi superiori dopo avere terminato l’istituto universitario ad Amman, in Giordania. Ha ottenuto una doppia licenza in relazioni internazionali ed in comunicazione nell’università dello Stato di San Francisco (San Francisco State University) pur preparando un corso in relazioni internazionali prima di installarsi al UC Berkeley per completare un dottorato in filosofia e studi islamici. L’editorialista conservatore David Horowitz considera il professore Hatem Bazian come uno dei professori più pericolosi degli Stati Uniti a causa di ciò che ritiene essere opinioni antiamericane

Fonte: Oumma.com

 

WASHINGTON DECRETA UN ANNO DI TREGUA GLOBALE

di Thierry Meyssan

Voltaire, édition internationale , Trad. Di G.P.       

 

Il 29 novembre 2007, il presidente Bush annuncia il suo nuovo budget militare e rifiuta di legarlo ad un ritiro dall’Iraq. Nonostante la retorica marziale, si tratta di un passo indietro. Dopo molti mesi d’indecisione, Washington ha finalmente deciso. Dall’inizio dell’estate, non era stata emessa alcuna direttiva per il "grande Medio Oriente", eccetto per la gestione della crisi pakistana. I conflitti stagnavano in Palestina, in Libano, in Iraq; i segni più contraddittori si moltiplicavano in direzione dell’Iran. Ciascuno attendeva una presa di posizione chiara della Casa Bianca, ma non si muoveva nulla.

L’impero, malato della sua potenza

Questa assenza di autorità manifestava una crisi profonda degli Stati Uniti. Il bilancio di sette anni d’amministrazione Bush-Cheney, dal punto di vista degli interessi economici sopranazionali che la controllano, è disastroso. Certamente, società come Halliburton o Lockheed-Martin hanno realizzato profitti straordinari, ma il sistema ha raggiunto un punto di squilibrio – se non di rottura – che si è tradotto, allo stesso tempo, nella crisi del credito immobiliare (subprime) e nell’affossamento del dollaro. È ormai la sovranità monetaria degli Stati Uniti sul resto del mondo che è in pericolo (1]al punto che la Federal Reserve è stata costretta a sospendere la pubblicazione dell’indice m3, nel marzo 2006, di modo che è la quantità di biglietti verdi in circolazione ad essere ormai un segreto di Stato. Numerose istituzioni hanno concluso che Washington faceva funzionare il suo asse a biglietti e che non essendo il dollaro collegato alla economia reale sarebbe affondato a medio termine (2). Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha chiamato gli Stati non allineati a lasciare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e a co-fondare una nuova istituzione, la banca del Sud (3). Quindi, ha invitato gli Stati membri dell’OPEP non a vendere più il petrolio in dollari (4). Indipendentemente dal suo ruolo di valuta di scambio, il dollaro ha già perso parzialmente la sua funzione di valuta di riserva: solo il 65% delle riserve delle banche centrali resta in dollari. Anche i giornali “feticci” della City di Londra, il quotidiano Financial Times (5) ed il settimanale The Economist (6) hanno suonato l’allarme. Per i golden boys britannici, è meglio appoggiarsi alle monarchie petrolifere del golfo che al dollaro US. La credibilità militare del pentagono è stata intaccata dai disinganni in Afganistan ed in Iraq, ed i più alti gradi dell’esercito mettono in guardia l’amministrazione civile di fronte alla stanchezza delle truppe ed all’esaurimento dei GI’s. Senza aspettare, la Russia e la Cina sfidano apertamente l’egemonia statunitense opponendosi allo spiegamento di missili in Europa centrale, chiudendo i loro porti ai bastimenti di guerra US in emergenza, moltiplicando le incursioni aeree di bombardieri nella zona NATO, costituendo un’alleanza militare appena mascherata (l’organizzazione per la cooperazione di Shangaï) allo stesso tempo per ricacciare la CIA fuori dell’Asia centrale, per trainare congiuntamente e coordinare le loro forze, e sostenere l’Iran. Il progetto della Casa Bianca di utilizzare l’arma nucleare tattica contro l’Iran a seguito di una provocazione che sarebbe costata alla Navy una delle sue flotte ha messo la classe dirigente US in tensione (7). L’ammiraglio William Fallon, comandante in capo del CentCom (cioè forze US nel "Grande Medio Oriente"), ed il suo stato maggiore, ha comunicato che rifiuterebbe di eseguire tale ordine e tutti si dimetterebbero collettivamente (8). Circoli militari hanno evocato la responsabilità degli ufficiali superiori di evitare una guerra che condurrebbe il paese alla catastrofe organizzando un colpo di Stato (9). L’affare del B-52 della base di Minot (10) e la morte dei principali testimoni di quest’operazione, come l’autodistruzione di un satellite spia (11) lascia pensare che la tensione interna sia estrema. Il senatore e candidato democratico Joe Biden ha evocato una procedura di destituzione del presidente se dovesse dare l’ordine di attaccare l’Iran (12). Mentre il segretariato alla giustizia mormora sull’organizzazione di un nuovo Watergate che avrebbe permesso ancora una volta alla "gola profonda" dell’ FBI di fare cadere il presidente (13).

Il rimedio: il "potere intelligente"

Nel dicembre 2006, l‘Iraq Study Group, una commissione bipartisan della United States Institute of Peace presentata sotto il nome di "Commissione Baker-Hamilton", raccomandava una rimessa in discussione completa della politica dell’amministrazione Bush: ritiro massiccio delle truppe posizionate in Iraq, e dialogo con la Siria e l’Iran. In altri termini, sospensione – o abbandono – del progetto di rimodulazione "del Grande-Medio oriente". Resistendo alle pressioni combinate dei suoi amici repubblicani e dei suoi avversari democratici, il gruppo Bush-Cheney si era accontentato di sacrificare Donald Rumsfeld e di rimpiazzare il segretariato alla difesa con un membro della Commissione, Robert Gates. Quest’ultimo ha limitato la sua azione alla sospensione del processo di privatizzazione degli eserciti ed alla messa in causa del principale subappaltatore, Blackwater. Questo rimpasto governativo fu utilizzato per guadagnare tempo ed elaborare un progetto politico alternativo, basato su qualcosa d’altro che non l’suo della sola forza bruta.

Il Center for Strategic and international Studies (CSIS) (CSIS) (14), che aveva finanziato i lavori dell’Iraq Study Group, organizzò una nuova concertazione – questa volta lontano dai riflettori -: la Commissione bipartisan Armitage-Nye sul "potere intelligente". Oltre all’espressione "potere intelligente" (Smart Power) fa sorridere il fatto che questo sia l’opposto della politica attuale di Bush, e deve essere interpretato come una sintesi tra hard Power classico (cioè "la carota ed il bastone") e Soft Power (cioè l’attrattiva del modello US), caro al professore Nye. Questo passo risponde a tre obiettivi principali: dare una pausa al personale militare esaurito dalla guerra itinerante nel "Grande Medio Oriente"; Garantire i redditi delle grandi industrie, altro che il trittico armamento-energia-farmacia (software, mass media, entertainment, ecc..) che, lungi  dall’approfittare della guerra, perdono quote di mercato man mano che si sviluppa "l’anti-americanismo"; Limitare le spese pubbliche mentre il budget del pentagono si trasforma in una botte delle Danaidi che toglie linfa all’economia US.

La prescrizione: un anno di convalescenza

Tre possibilità escono da questa concertazione: 1. Washington rinuncia a passare in forze su tutti i dossiers e a mantenerne il timone. Simbolicamente, la base di Guantanmo deve essere chiusa. L’amministrazione abbandona allo stesso tempo l’unilateralità e la creazione di coalizioni ad hoc per ritornare alla diplomazia classica. Generalmente, per ottenere sostegni a lungo termine, occorre associare il più grande numero di Stati alle decisioni ed loro esecuzioni. Le Nazioni Unite sono il quadro più adeguato per quanto riguarda il mantenimento della pace, la ricostruzione, la sanità pubblica e la lotta contro il riscaldamento climatico. Washington deve anche dare l’impressione non di disprezzare più il diritto internazionale firmando una o l’altra delle convenzioni che ha respinto. 2. Washington rinuncia al principio attuale della globalizzazione secondo il quale l’ammodernamento di un paese vi rafforza le disuguaglianze sociali. L’aiuto allo sviluppo deve essere coordinato, se non centralizzato, sul modello del Piano Marshall, in modo che le popolazioni accettino la rimodulazione delle società di riferimento poiché si accompagnerà allora ad un miglioramento delle loro condizioni di vita. Una priorità sarà data alle azioni nel settore dell’igiene (costruzione in particolare di infrastrutture per l’acqua potabile) e della salute perché le sue conseguenze positive sono visibili da tutti. Ciò passa per la creazione di un’agenzia US specializzata ed una riforma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le norme del commercio internazionale devono essere modificate, attraverso un rilancio del ciclo di Doha, per prevenire una generalizzazione della povertà, fonte di conflitti. Questo volontà deve accompagnarsi, sul piano interno, alle riforme di modo che al prossimo uragano Katrina, Washington manifesti la capacità di essere un soccorritore efficace. 3. Questo riaggiustamento politico passa per una sospensione di ogni azione militare fino alla prossima elezione presidenziale (e questo non proibisce eventuali manovre nel deserto del Darfour). In margine alla conferenza di Annapolis, la Casa Bianca ha autorizzato la repressione in Palestina. Mentre non desidera enfatizzare questo argomento presso la pubblica opinione, il dipartimento di Stato ha convocato ad Annapolis una conferenza internazionale sulla pace nel Vicino-Oriente per presentare una tregua alle grandi potenze (15). L’ordine del giorno non è stato realmente discusso. Si è trattato soltanto di informare i partecipanti di una pausa nella colonizzazione della regione e presentare loro un calendario (16). Il conflitto Israelo-palestinese è congelato per un anno. La proclamazione delle riserve palestinesi di Gaza e di Cisgiordania in due bantoustans è rimandata, in compenso via libera agli Israeliani per Mahmoud Abbas e per le sue azioni di polizia. La partecipazione della Siria a questa conferenza segna la schiusa dell’isolamento dell’asse Damasco-Beyrouth-Teheran, così come l’aveva raccomandata la commissione Baker-Hamilton. Immediatamente, Serge Brammertz, capo della missione d’assistenza dell’ONU presso la giustizia libanese, è stata autorizzato a confermare che la Siria non è in nessun modo responsabile dell’assassinio di Rafik Hariri. Il sottosegretario di Stato David Welch ha ordinato al delegato del governo de facto libanese presente ad Annapolis, Tarek Mitri, di eleggere il generale Michel Sleimane alla presidenza della repubblica del Libano. Quest’ultimo, che era definito pro-siriano quindici giorni fa, è oggi presentato come "un candidato neutrale e di consenso". È tuttavia, il solo soldato al mondo ad aver vinto i mercenari islamisti della CIA: sotto i suoi ordini l’esercito libanese rifornito per l’occasione dalla Siria – ha schiacciato Fatah Al-islam, al campo di Nahr el-Bared. Da parte sua, Mohamed el-Baradei, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), è stato autorizzato a confermare che il programma nucleare iraniano non presentava alcun pericolo militare a breve o medio termine (17). Inoltre, una quarta riunione è stata convocata a proposito dell’ Iraq (dove la resistenza pro-iraniana tiene in ostaggio più di 300.000 GI’s e subappaltatori). Soprattutto, il vice ammiraglio John Michael McConnell, direttore nazionale del settore informativo, ha forzato le 16 principali agenzie di informazioni US a redigere una nota di sintesi che contraddice tutte le loro relazioni precedenti: l’Iran avrebbe cessato ogni programma militare nucleare dal 2003 e non sarebbe in grado di produrre plutonio sufficiente per una bomba prima del 2015.

L’attacco US contro l’Iran è dunque rinviato sine die. Inoltre, il progetto di smantellamento dell’ Iraq in tre stati è rinviato alle calende greche – e questo permette alla Turchia di condurre incursioni nel Kurdistan iracheno -.

Il segretario di Stato aggiunto John Negroponte si è immediatamente recato nel Kurdistan iracheno per annunciare il referendum sullo statuto di Kirkouk.

L’infermiera: Condoleezza Rice

Il segretario alla difesa Robert Gates, nel suo discorso del 22 novembre all’università di Stato del Kansas, ha cercato di fornire quest’inversione politica con i crismi della saggezza: gli Stati Uniti devono trarre lezioni dall’esperienza, la forza militare non basta a guadagnare la pace, è tempo di rafforzare il budget… del dipartimento di Stato e di affidargli una parte del lavoro. Ciò è confermato implicitamente dal fatto che il presidente Bush, il 29 novembre al pentagono, ha diminuito di 50 miliardi di dollari le stime iniziali. Pertanto, le cose non saranno semplici per Condoleezza Rice: la sospensione della pressione militare è fin d’ora vissuta come un abbandono da alcuni alleati di Washington che sono andati troppo lontano nella loro collaborazione e si trovano ora allo scoperto. Questa sospensione lascia anche il tempo agli avversari degli Stati Uniti per ricostituire le loro forze ed ai loro rivali per estendere la propria influenza. La Russia lo ha capito, ed ha appena ottenuto di ospitare la prossima riunione sul futuro del Libano, in gennaio a Mosca. Generalmente tutti coloro che hanno rifiutato di abbassare la testa dinanzi all’aquila americana sono oggi in posizione vantaggiosa. Devono tuttavia restare prudenti. Da un lato perché il Nationale Endowment for Democracy (NED) e la CIA non trascureranno di infilarsi nello spazio lasciato libero dal pentagono e, d’altra parte, perché la tregua può precedere una tempesta. Molte questioni restano in sospeso: in mancanza di operazioni militari di larga portata, il pentagono colpirà obiettivi periferici (nel Darfour ad esempio)? Quanti uomini potranno essere ritirati ragionevolmente dall’ Iraq in un anno senza perdere il paese? Le diverse misure di riorganizzazione amministrativa allo studio (creazione di un segretario di Stato aggiunto incaricato del “potere intelligente”, messa in atto di nuove agenzie, e soprattutto limitazione del dipartimento della sicurezza della patria e razionalizzazione del pentagono) daranno risultati abbastanza rapidi? Ed infine, la sospensione dell’emorragia di bilancio causata dalla guerra in Iraq basterà a fermare la recessione economica US? Secondo le risposte a queste domande, gli interessi economici che controllano il governo federale decideranno di mantenere i repubblicani alla Casa Bianca (con Rudy Giuliani possibilmente) o di fare affidamento sui democratici. In ogni caso, la vera sfida di questa tregua globale è di sapere se, tra un anno, gli Stati Uniti potranno ancora avere la supremazia mondiale.

 

[1] « Le talon d’Achille des USA », par L.C. Trudeau, Réseau Voltaire, 4 avril 2003.

 

[2] « Au revoir dollar, bonjour euro », par Emad Meka ; « La Banque asiatique de développement émet un avis de tempête monétaire », « Incertitudes sur l’économie mondiale », par la Banque des règlements internationaux (BIR), Réseau Voltaire, 9 février 2005, 10 avril 2006, 29 juin 2007.

 

[3] « Hugo Chávez propone a los No Alineados crear Comisión del Sur », Agence de presse cubaine/Réseau Voltaire, 16 septembre 2006.

 

[4] « Hugo Chavez demande à l’OPEP d’abandonner le dollar et de laisser plonger l’économie US », Réseau Voltaire, 18 novembre 2007.

 

[5] Lire notamment « Wake up to the dangers of a deepening crisis », par le professeur Lawrence Summers, Financial Times, 26 novembre 2007.

 

[6] Dossier : « The Panic about Dollar » , article « The falling dollar. Losing faith in the greenback », The Economist, 29 novembre 2007.

 

[7] « La Maison-Blanche sacrifiera-t-elle la Ve flotte pour justifier la destruction nucléaire de l’Iran ? », par Michael Salla, Réseau Voltaire, 18 novembre 2007.

 

[8] Entretien de l’auteur avec un témoin.

 

[9] Ce débat déborde dans la presse civile grand public. Voir par exemple : « Live discussion with Post staff writer Dana Priest », Washington Post, 27 septembre 2007. « The U.S. military’s role in preventing the bombing of Iran », par Glenn Greenwald, Salom.com, 28 novembre 2007.

 

[10] « L’affaire du B52 de la base de Minot La mise en place de bombes nucléaires états-uniennes contre l’Iran ? », par Larry Johnson, Horizons et débats, 17 septembre 2007.

 

[11] « El « meteorito » que se estrelló en Perú sería más bien un satélite militar de observación de EEUU con plutonio-238 », Agencia IPI/Réseau Voltaire, 4 novembre 2007. « Est-ce qu’une attaque nucléaire des Etats-Unis contre l’Iran a été déjouée par la destruction d’un satellite ? », Horizons et débats, 1er octobre 2007.

 

[12] « Biden makes impeachment en campaign theme », The Nation, 30 novembre 2007.

 

[13] On sait aujourd’hui que c’est le directeur intérimaire du FBI qui avait distillé les fuites du Watergate et contraint le président Nixon à la démission.

 

[14] « CSIS, les croisés du pétrole », Réseau Voltaire, 6 juillet 2004.

 

[15] « Liste des délégations à la conférence d’Annapolis sur la paix au Proche-Orient », Réseau Voltaire, 27 novembre 2007.

 

[16] « Discours de George W. Bush à l’ouverture de la conférence d’Annapolis sur le Proche-Orient », Réseau Voltaire, 27 novembre 2007.

 

[17] « IAEA Head Briefs Board of Governors on Nuclear Issues », IAEA, 22 novembre 2007.

 

 

 

 

GLI AVVOLTOI SULLA RUSSIA di G.P.

Il solito servaggio giornalistico sta lanciando alti lai sui pericoli involutivi della democrazia in Russia, perché, a suo dire, nelle prossime elezioni legislative verrà sancita la vittoria plebiscitaria del partito "Russia Unita" ma sotto  pesanti condizionamenti. E quali sarebbero questi condizionamenti? Posta così la questione è facile stimolare, nell’opinione pubblica occidentale, lo spauracchio di minacce e di manganellate nei seggi elettorali o per le vie delle città. Ed invece, la colpa di Putin sarebbe quella di aver commissionato sondaggi su misura e di aver avviato una campagna battente in tutti gli angoli del paese. Insomma nulla di meno di quello che accade in ogni democrazia occidentale. E allora dov’è il problema? Il fatto è che secondo gli osservatori “indipendenti” dell’Osce la Russia è solo una simil-democrazia ed in una simil-democrazia questo modo di fare equivale ad un imperio. Tanto è bastato per farli desistere dai loro compiti, hanno cioè deciso che nessun esperto dell’organizzazione si recherà in Russia per monitorare le elezioni di domenica.

Dietro queste speciose affermazioni vi è, in realtà, la volontà americana di screditare la Russia e le sue istituzioni perché il potere appare saldamente nella mani di Putin e del suo partito "Russia Unita", entrambi forti di un vasto appoggio popolare. E tutto ciò non è affatto un bene per il governo Usa.

 Il motivo di tanto accalorarsi non è certo il presunto tentativo di Putin di voler ripristinare una dittatura (anche queste vanno benissimo agli americani se si piegano al loro volere), ma quello di non riuscire più a tenere sotto controllo questo paese.

Eppure il nuovo “zar” di Russia si è permesso solo di ribadire al suo popolo un concetto semplice e lapalissiano: “per continuare a crescere economicamente e per vivere in maniera dignitosa non bisogna far ritornare al potere coloro che hanno già tentato una volta di governare questo paese e che oggi vorrebbero cambiare i piani di sviluppo della Russia, invertendo il corso sostenuto dal nostro popolo e far tornare i tempi dell’umiliazione, della dipendenza e della disintegrazione”. Ovviamente queste dichiarazioni d’indipendenza danno fastidio soprattutto a chi sperava di neutralizzare la Russia una volta per tutte.

 L’ex colosso sovietico, grazie alle politiche putiniane, è effettivamente fuoriuscito da un’epoca di dissoluzione e di rapina capitalistica, imposta dalle potenze occidentali dalla fine della guerra fredda, nel ’91-‘92, fino all’affacciarsi di Vladimir Putin nella vita politica russa, nel 1999.

La colpa imperdonabile del gigante dell’est è stata quella di aver osato contrapporsi, per più di 70 anni, all’unico ordine mondiale “desiderabile”, quello delle formazioni capitalistiche ad egemonia statunitense.

Durante il regno dell’ubriacone El’cin, la Russia era sprofondata nel caos più completo, ma all’epoca il coro  degli analisti politici ed economici occidentali era concorde nell’affermare che si trattava del prezzo necessario da pagare per la “virtuosa” opera liberalizzatrice dei nuovi governanti, i quali stavano assolvendo al compito storico di traghettare il paese verso la modernità. Peccato che quegli uomini di “rinnovamento” venivano tutti, o quasi, dai vertici della nomenklatura sovietica e si trattava pure dello strato più corrotto del vecchio potere.

Ben presto divenne chiaro che la “sana” competizione capitalistica, da impiantare a dosi omeopatiche sulla società russa, era solo un paravento per scatenare gli animal spirits oligarchici e mafiosi autoctoni, subordinati a quelli più famelici del cosiddetto “mondo libero”. Ciò che si nascondeva dietro le ricette liberiste concordate tra nuovi poteri economico-finanziari russi ed organismi internazionali, come il FMI o la Banca Mondiale, era la svendita dei "gioielli nazionali" (imprese energetiche in primo luogo) ai  poteri mafiosi cresciuti all’ombra della burocrazia socialista, i quali agivano in combutta con Washington. Ma il vero obiettivo degli americani era quello di portare il nuovo governo di Mosca a decretare lo smantellamento degli arsenali militari e nucleari, rinunciando, altresì, ad alcuni territori strategici  che di lì a breve sarebbero entrati nell’area d’influenza americana.

La penetrazione statunitense ed occidentale ad Est sancì la fine dell’economia statizzata senza che venissero attivati ammortizzatori economico-sociali adeguati a sostenere l’impatto di questa adesione repentina ai meccanismi stritolativi del mercato globale. Ne seguì un grave sfilacciamento del tessuto connettivo (sociale, politico, economico) della Russia. In poco tempo tutto il paese si ritrovò in pieno medioevo. Questi piani hanno però subito una battuta d’arresto (speriamo lunga) grazie alle politiche putiniane di arginamento della corruzione interna che hanno costretto i poteri oligarchici e mafiosi ad abbandonare il paese. Oggi questi delinquenti trovano rifugio in molte nazioni europee dalle quali continuano a sferrare attacchi contro la Russia ricevendo l’appoggio di tutta la stampa occidentale.

A causa del rinato slancio nazionalistico russo gli americani si sono visti costretti a cambiare strategia per ben due volte, dapprima tentando di integrare la Russia nei vari organismi internazionali attraverso i quali vengono irreggimentati i rapporti tra le nazioni nella direzione di un maggior predominio Usa, in seguito, quando hanno compreso che l’ex agente KGB non era così stolto da farsi irretire dai loro falsi discorsi imperiali, hanno puntato ad un accerchiamento militare e politico, inglobando nella propria sfera d’influenza quei paesi che tradizionalmente avevano fatto parte della cintura protettiva sovietica. Le rivoluzioni colorate nelle ex-repubbliche del patto di Varsavia e il progetto di scudo spaziale hanno precisamente questo scopo, si tratta per gli Usa di affermare la propria influenza alle porte della Russia, al fine di impedirne i movimenti geostrategici. In ragione di ciò la creazione di un clima ideologico favorevole permette alla nazione predominante di agire con le mani più libere.

Oggi si è scelto un ex campione di scacchi per dimostrare quanto la democrazia in Russia sia malata. Peccato che nonostante il gran rumore sulle manifestazioni di Kasparov e del suo piccolo movimento “Altra Russia”, gli aderenti e i simpatizzanti non superino qualche centinaio di persone, troppo poco per parlare di persecuzione generalizzata. Kasparov fa costantemente la spola tra Washington e Mosca prima di "immolarsi" sull’altare della democrazia. L’ultima volta, nonostante la sfilata del suo movimento fosse stata autorizzata per un percorso determinato, ha voluto mostrare i muscoli portando i suoi fin sotto i palazzi delle istituzioni. Di fronte a tale atto provocatorio gli Omon (la polizia russa) hanno reagito picchiando i manifestanti e arrestando Kasparov. La stampa europea e americana si è detta scandalizzata per tale modo di fare ma mi pare che anche da noi, se i cortei non seguono i tragitti preventivamente concordati per motivi di ordine pubblico, si finisce con teste rotte ed arresti indiscriminati.

Quando Kasparov è uscito di prigione ha trovato una pletora di giornalisti, quasi tutti stranieri, ad aspettarlo. Volevano sentire dalle sue parole quanto fosse cattivo il potere russo. Lui ha “obbedito” rilasciando dichiarazioni di fuoco, arrivando persino a sostenere che la popolarità di Putin è solo apparente.

Il bravo Kasparov si è guadagnato la stima Washington e qualche altro biglietto aereo per gli Stati Uniti.

 

 

AFGHANISTAN: PICCOLO DOSSIER SU CIO’ CHE GLI ITALIANI NON DEVONO SAPERE

(a cura di G. La Grassa e A. Berlendis)

Nel pezzo scritto ieri sera per il blog, avevo preannunciato l’inserimento di un articolo di poco meno di un mese fa apparso, a quanto ne so, soltanto sul Sole24ore (almeno per quanto riguarda la grande stampa di carattere nazionale). Quanto alla TV, non credo proprio che abbia mai dato le notizie qui riportate. Un nostro “bloggista” ha poi “scovato” altri due articoli che non hanno certo avuto diffusione. Non sono notizie “di giornata”, ma ritengo utile che siano conosciute più largamente, perché indicano con estrema chiarezza quale tipo di “missione di pace” sia quella condotta in Afghanistan, anche dalle nostre truppe. Ed è vero che tali notizie sono nascoste perfino dalla sinistra detta “estrema”, che fa la “pacifista” e, per salvarsi l’anima”, chiede il ritiro delle truppe, ma non fa mai cadere un governo di ipocriti e mentitori, al servizio dei guerrafondai imperialisti USA. Adesso, per l’ennesima volta, ci si dichiara pronti a votare a favore di questo governo, ma con “verifica a gennaio”. Che cialtroni! Mai visto individui più marci di così. Ma tanto sanno di poter fare di tutto con quella parte della popolazione italiana (la peggiore e più corrotta) che continua a sostenerli e votarli. A questo punto, le socialdemocrazie del 1914 erano di un candore abbagliante di fronte a questo ciarpame che ha solo l’apparenza dell’umano. Ma pagheranno, oh se pagheranno! Purtroppo, non saremo noi a farli pagare; non importa, purché paghino!!

 

Soldati italiani in battaglia

di Gianandrea Gaiani   da Il Sole 24 Ore del 31/10/2007

Afghanistan. Offensiva dei taiebani nella provincia di Farah, sotto il comando del generale Macor

 

I talebani sono penetrati in forze nel settore dell’Afghanistan occidentale presidiato dalle truppe Nato sotto il comando italiano. Lunedì, circa 400 jihadisti provenienti dalla provincia meridionale di Helmand sono entrati nel distretto di Gulistan, nella provincia di Farah, la più calda tra le quattro assegnate al Comando regionale Ovest della Nato, guidato dal generale degli alpini Fausto Màcor.

Secondo quanto riferito dal capo della polizia di Gulistan, Abdul Rehman Sarjang, i talebani si sono uniti ai guerriglieri locali per prendere il controllo del capoluogo dove «hanno sparato contro la popolazione uccidendo sette persone». Un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, ha confermato la conquista del distretto abitato da circa 55mila persone, per l’8o% di etnia pashtun e per il resto tagiki.

Sarjang ha dichiarato che i suoi agenti hanno subito tre caduti, ma hanno ucciso o ferito oltre una ventina di talebani prima di ripiegare di fronte alla superiorità numerica del nemico. «Abbiamo dovuto effettuare una ritirata tattica», ma l’ufficiale ha confermato che truppe afghane e della Nato stanno combattendo per «riprendere il controllo totale del distretto». Un’affermazione che confermerebbe il coinvolgimento delle truppe italiane schierate a Farah insieme a 200 militari americani del Provincial reconstruction team e a un reparto di Berretti verdi, forze speciali che dipendono però dal comando di Enduring Freedom.

Proprio per contrastare la penetrazione talebana, il comando italiano ha dislocato fin dall’anno scorso a Farah un centinaio di fanti della Forza di reazione rapida e alcuni distaccamenti di incursori. Nessuna fonte ufficiale italiana ha fornito notizie sulle operazioni in corso. Secondo indiscrezioni le truppe italiane per il momento non parteciperebbero direttamente agli scontri, ma fornirebbero supporto a un battaglione dell’esercito afghano e ai reparti di polizia impegnati nei combattimenti.

I mezzi in dotazione comprendono tre elicotteri da trasporto CH-47, due velivoli teleguidati da ricognizione Predator (in grado di mantenere per lungo tempo una sorveglianza capillare del territorio) e cinque elicotteri da combattimento Mangusta (due recentemente spostati dall’aeroporto di Herat alla base di Farah).

Se i dati forniti dalla polizia verranno confermati, quella in corso nel Gulistan è la più grande offensiva talebana nel settore a comando italiano. Per questo pare improbabile che le truppe italiane e alleate non vengano coinvolte nei combattimenti tenendo conto della debolezza delle truppe governative e che i consiglieri militari italiani e americani addestrano e accompagnano in azione i battaglioni afghani.

Il distretto del Gulistan era già stato occupato dai talebani che ne vennero cacciati dopo aspri combattimenti nel settembre 2005, in base alla tattica che prevede di assumere il controllo di un distretto per poi ritirarsi all’arrivo dei rinforzi alleati. Con l’esclusione di Musa Qala, a Helmand, ormai da un anno in mano agli uomini del mullah Omar.

MISTERI AFGHANI

Analisi Difesa anno 8 numero 82  del  27 novembre 2007

Editoriale

di Gianandrea Gaiani

14 novembre – E’ proprio vero che il genio italico non conosce confini. Anche negli angoli più remoti del mondo sappiamo imporci per la nostra capacità di integrarci con le popolazioni locali, superandole spesso per capacità nelle loro caratteristiche peculiari. Tutti sanno che l’Afghanistan è una terra misteriosa ma pochi si sono accorti che dopo cinque anni di missione a Kabul e a Herat noi italiani siamo riusciti ad essere più misteriosi degli afgani soprattutto quando si tratta di raccontare le operazioni belliche. Una vecchia regola della comunicazione ci ricorda che “più si parla più aumentano le probabilità di dire sciocchezze” ma a volte anche il silenzio rischia di coprire di ridicolo specie quando si tratta del silenzio delle istituzioni. I misteri afgani o i misteri italiani in Afghanistan cominciano ad essere molti, a nostro avviso troppi per un paese democratico.

Il mistero del blitz – A quasi un mese e mezzo dal blitz del 24 settembre che portò alla liberazione dei due agenti del SISMI catturati dai talebani, nulla è stato finora chiarito. Il maresciallo Lorenzo D’Auria pare sia deceduto in seguito alle ferite provocate dagli incursori britannici dello Special Boat Service. Pare, perché di certo nulla è stato detto da nessuna fonte ufficiale. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, in Parlamento ha ammesso di non disporre dei dettagli sull’operazione mentre secondo Massimo Brutti, vice presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi che ha ascoltato l’ammiraglio Bruno Branciforte, “il SISMI non ha elementi diretti su come si è svolto il blitz”. Possibile che né il ministro né i servizi d’intelligence sappiano raccontarci com’è andata quella vicenda ? Eppure l’operazione è stata condotta dal comando NATO di Herat, guidato dal generale italiano Fausto Macor, che ha attivato per il blitz la Task Force 45, l’unità di forze speciali italiane comandata da un ufficiale del 9° reggimento Col Moschin. Secondo quanto riferito da notizie d’agenzia, l’ammiraglio Branciforte avrebbe ammesso che alcuni italiani si trovavano sugli elicotteri quando è scattata l’operazione delle forze inglesi anche se il compagno di sventura di D’Auria ha riferito di aver visto solo “personale inglese”. Da quanto reso noto l’intelligence aveva scoperto l’edificio dove erano detenuti i due militari ma il governo non autorizzò il blitz notturno degli incursori italiani per non mettere in percolo i civili del villaggio. Azioni del genere vengono però preferibilmente condotte di notte. I civili dormono (anche se il Ramadan aumenta le attività notturne della popolazione), così come parte dei sequestratori e gli incursori devono attaccare bersagli fissi contando sul vantaggio offerto dai visori notturni dei quali i talebani sono privi. Fonti autorevoli hanno riferito che il via libera al raid arrivò da Roma troppo tardi, quando ormai in Afghanistan era l’alba. Ritardi dovuti alle accese discussioni su rischi e implicazioni politiche del blitz, complicati dalla trasferta a New York di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Anche la dinamica dell’attacco suscita perplessità. I britannici, da forze di supporto, divennero protagonisti quando i mezzi con gli ostaggi partirono verso sud richiedendo un attacco immediato anche se il commilitone di D’Auria ha riferito che il blitz è scattato dopo due ore di viaggio. Gli incursori italiani entrarono nel covo ormai abbandonato dei talebani mentre i britannici attaccarono i due veicoli impiegando elicotteri e Land Rover in un attacco frontale necessario ma che ha esposto gli ostaggi. Strano poi che due italiani siano stati liberati da incursori britannici con un raid condotto all’interno del settore italiano e quando i nostri reparti speciali si trovavano in quell’area. Vuoi vedere che a Roma hanno preferito lasciare agli inglesi il lavoro sporco per avere meno rogne dai loro “alleati” ambientalisti e comunisti?

Il mistero dei mezzi “saltati in aria" – Intervenendo il 30 ottobre all’apertura dell’anno accademico della Scuola di Applicazione di Torino, il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Fabrizio Castagnetti ha dichiarato alla stampa che “di questo passo rischiamo di non poter sostituire i mezzi che i talebani ci fanno saltare in aria”. Un commento schietto ai possibili tagli della legge Finanziaria sul Bilancio della Difesa ma l’espressione utilizzata induce a porsi una domanda. Quanti mezzi italiani sono stati fatti saltare in aria dai talebani ? La censura posta dal ministro Parisi sulle operazioni in Afghanistan non solo impedisce ai reporter di seguire sul campo le attività dei nostri militari ma ha anche ridotto quasi a zero il flusso d’informazioni fornite dagli uffici stampa di Kabul ed Herat. In base alle scarne notizie degli ultimi 12 mesi i mezzi distrutti dai talebani dovrebbero essere due blindati Puma, tre veicoli Lince e un fuoristrada di modello civile. L’affermazione del generale Castagnetti sembrerebbe però indicare che i mezzi andati perduti siano molti di più di una mezza dozzina dal momento che, se così non fosse, la loro sostituzione non costituirebbe un grave problema finanziario. Considerato che alcuni scontri a fuoco che hanno coinvolto i nostri soldati sono stati rivelati solo da fonti giornalistiche, è quasi certo che, in assenza di vittime italiane, molte azioni di combattimento non siano state rese note dal Ministero della Difesa. Veicoli e mezzi blindati potrebbero aver subito seri danni o essere stati distrutti da mine stradali, lanciarazzi talebani o colpi di mortaio e razzi sparati dentro le basi della NATO. Attacchi che potrebbero anche non aver provocato danni seri agli equipaggi. Considerato che i mezzi li paghiamo noi contribuenti, sarebbe utile sapere da fonti ufficiali come stanno le cose.

Il mistero della battaglia invisibile – I progressi della tecnologia militare italiana hanno raggiunto livelli portentosi nella prima decade di novembre. Ormai sono molti i paesi avanzati in grado di mettere in campo aerei e navi “stealth”, cioè invisibili ai radar. Noi italiani però operiamo con successo su scala ben più ampia rendendo invisibile una grande battaglia in corso ormai da quasi due settimane. Come vi raccontiamo nell’articolo di copertina oltre 700 talebani hanno conquistato a fine ottobre due distretti della provincia di Farah mettendone a ferro e fuoco un altro. Indiscrezioni e frammenti di notizie sono emerse da fonti afgane e internazionali ma dal comando di Herat e dal Ministero a Roma nessuno ha rilasciato commenti o dichiarazioni. Eppure laggiù sono i nostri soldati a combattere. O almeno dovrebbero visto che alcune fonti afgane rilevano accuse della popolazione che rimprovera i soldati alleati (cioè gli italiani) di non affiancare le truppe locali in combattimento. Un’affermazione infamante, che ha il sapore di un’accusa di codardia ma alla quale finora nessuno, in uniforme o in doppiopetto, ha risposto. Neppure uno scarno comunicato o un “stiamo ripiegando su posizioni prestabilite”, la formula usata dalla propaganda per edulcorare le sconfitte durante la seconda guerra mondiale. Anche la riconquista di uno dei due distretti perduti , il 9 novembre, è giunta da fonti locali confermate l’11 novembre da un interessante comunicato del comando della Combined Joint Task Force 82 che dal quartier generale di Bagram ha riferito della liberazione di Gulistan effettuata da truppe afgane, della NATO e di Enduring Freedom.

Circa 500 soldati italiani, afgani e americani hanno combattuto e vinto insieme. Ma Parisi e D’Alema non ci avevano detto che non ci sarebbero più state sovrapposizioni tra ISAF ed Enduring Freedom nel nostro settore ? Ricordiamo male o iI due ministri si erano addiruttura spinti a chiedere la chiusura della missione antiterrorismo americana ? Che sia questo il mistero da tenere segreto agli alleati di governo verdi e comunisti che certo mal digerirebbero la notizia che gli italiani in Afghanistan combattono al fianco degli amerikani? Sotto pressione, la Difesa ha risposto il 14 novembre all’interrogazione dell’onorevole Severino Galante (Pdci) ammettendo che nell’a prima decade di novembre militari italiani "in attività di ricognizione e supporto alle forze di sicurezza afgane hanno subito isolati attacchi da parte di elementi ostili" ed hanno risposto al fuoco"..

Il mistero delle vittime civili – Il cittadino/contribuente italiano non deve sapere che è in corso la più massiccia offensiva talebana contro il settore presidiato dai nostri soldati, né che il 5 novembre è stata denunciata la morte di alcuni civili colpiti per errore dai bombardamenti aerei della NATO contro un gruppo di talebani nella provinciali Badghis. Un’area affidata alle truppe spagnole ma sotto il comando italiano. Vuoi vedere che anche gli italiani, dopo aver accusato gli anglo-americani di bombardare indiscriminatamente i civili, ordinano ai jet di colpire i talebani nonostante i rischi di provocare danni collaterali? Le vittime civili di Badghis, come sempre tutte da confermare, sarebbero due bambini, colpiti da bombe che avrebbero distrutto molte case. Anche su questo argomento tutto tace, anzi, tutti tacciono. Un silenzio che stride ancor di più notando che alle stesse domande rispondono senza difficoltà militari e politici afgani ai quali, di questo passo, dovremmo chiedere presto una mano per ripristinare la democrazia in Italia. L’aspetto più incredibile è la miopia e l’arroganza di una classe politica che zittisce e mortifica i militari mentre nega l’informazione all’opinione pubblica, senza rendersi conto che così facendo si sta scavando da sola la fossa. A quel funerale saranno in pochi a spargere lacrime.

 

Afghanistan, guerra sul fronte occidentale La provincia di Farah, sotto comando italiano, sta cadendo in mano ai talebani

 02.11.2007  http://www.peacereporter.net/

Si combatte ormai da cinque giorni sul fronte occidentale di Farah, provincia rientrante sotto il comando regionale italiano di Herat. L’esercito afgano, nonostante il supporto aereo della Nato, non riesce a fermare l’avanzata talebana partita all’inizio della settimana.

L’avanzata talebana verso ovest. Oltre settecento guerriglieri armati fino ai denti e dotati di decine di fuoristrada erano scesi lunedì dalle loro roccaforti sulle montagne di Musa Qala, nella provincia di Helmand, muovendo verso ovest e prendendo il controllo del distretto montano di Gulistan, nella parte orientale della provincia di Farah. Da lì, due giorni dopo, hanno proseguito la loro avanzata verso ovest, calando in forze nelle vallate del distretto di Bakwa. L’esercito governativo e la polizia afgana non hanno potuto fare altro che ripiegare e chiamare i rinforzi Nato arrivati sotto forma di cacciabombardieri e forze speciali – che in questa area comprendono alcune decine di incursori dell’esercito e della marina italiani. Qari Mohammad Yousuf, portavoce dei talebani, ha dichiarato che il loro obiettivo è prendere il controllo di tutta la provincia.

Trecento morti in una settimana. Il bilancio ufficiale dei combattimenti, che ora infuriano a poche decine di chilometri dal capoluogo provinciale, è finora di oltre venti militari afgani morti e di circa sessanta presunti talebani uccisi. Si parla anche di diverse vittime tra i civili, che il governo attribuisce però al fuoco talebano.

In contemporanea con l’avanzata verso ovest, dalle loro basi nell’Helmand settentrionale i talebani hanno scatenato altre offensive anche verso sud e verso est, attaccando il distretto di Nad Alì nella provincia di Helmand, quello di Arghandab nella provincia di Kandahar e quello di Baluch nella provincia di Uruzgan. Le forze Nato britanniche, canadesi e olandesi sono riuscite a respingere gli attacchi solo dopo violente battaglie nelle quali, secondo la Nato, sarebbero rimasti uccisi circa 180 presunti talebani e molti soldati afgani. Vittime che portano a quasi 300 i morti della sola ultima settimana di guerra in Afghanistan, e a oltre 6 mila quelli dall’inizio del 2007.

Enrico Piovesana

 

 

 

 

 

 

 

I RAPPORTI TRA IL GOVERNO AMERICANO E LA LOBBY ISRAELIANA

(FONTE: Geostrategie.com, trad. G.P.)

 

Abdel-Alim Mohamad, politologo e membro del centro studi politici e strategici (STOCK) di Al-Ahram, ritiene che le relazioni tra gli Stati Uniti e la lobby israeliana non saranno mai influenzate. Intervista.

Al-Ahram Hebdo: Innanzitutto, come definite la lobby sionista e quale è la sua importanza secondo voi?

Abdel-Alim Mohamad: la lobby sionista negli Stati Uniti è composta da organizzazioni e gruppi di pressione che esercitano un’influenza finanziaria, culturale, politica ed ideologica. Questa si manifesta soprattutto in tre ambiti fondamentali, cioè quello dell’ideologia, strategica e politica, quello della ricerca, scientifica e tecnologica, ed infine quello finanziario, banche ed affari. È da qui che deriva la sua importanza

E’ la lobby israeliana che influenza la politica estera americana o l’opposto?

A: Esistono due pareri diversi sulla questione. Per alcuni, è impossibile che una semplice rete come una lobby possa influenzare un paese così potente come gli Stati Uniti, soprattutto perché non è l’unica lobby esistente nel paese, ma ne ce ne sono molte altre, come quella ispanica. Allora perché questa avrebbe tutto questo potere? Per altri, la lobby sionista possiede realmente un grande potere attraverso il quale può influenzare la politica estera americana. Questi assicurano anche che la presenza di questa lobby negli Stati Uniti è una garanzia per la prosecuzione del flusso petrolifero e la sottomissione degli stati arabi.

E voi quale tra questi due punti di vista sostenete?

A: Penso che ciascuno dei due campi eserciti un’ influenza sull’altro. Senza alcun dubbio, gli Stati Uniti non sono uno Stato facile da trattare, ma allo stesso tempo, la lobby israeliana non è come tutte le altre. Poiché possiede caratteristiche specifiche diverse. Ha la possibilità di intervenire nelle tre sfere fondamentali che possono toccare facilmente la politica americana. Ciò che è sicuro, è che né gli Stati Uniti né gli israeliani sono degli ingenui. Ciascuno di questi due campi sa molto bene dove trovare il suo interesse e non accetterà mai che sia messo in discussione.

Per quale ragione gli Stati Uniti sostengono questa lobby contro gli Arabi? E’ nel loro interesse farlo?

A: La questione è sempre stata posta e tuttavia non ha mai trovato risposte. L’interesse degli Stati Uniti nei confronti degli arabi è ovvio, poiché rappresentano la più grande fonte d’energia del mondo. Forniscono all’America un petrolio di alta qualità ed a prezzi abbastanza bassi, senza certamente dimenticare i grandi investimenti arabi negli Stati Uniti. Questa lobby è quella che spinge per una guerra contro l’Iran e conduce anche una campagna contro Al-Baradei il quale ha dichiarato di non avere trovato prove per condannare questo Stato. La posizione degli Stati Uniti è realmente inspiegabile.

Questa relazione non può essere influenzata dai  recenti fatti di spionaggio?

A: La relazione tra i due è sempre stata eccellente e ben armonizzata. Fatti di questo tipo difficilmente possono modificarla, soprattutto dopo l’11 settembre, con le due parti che si sono raccolte attorno ad alcuni principi come lo spregio degli Arabi e dei musulmani guardati come fossero la fonte di ogni distruzione e del terrorismo sulla terra. Dunque, non occorre attendersi che questa relazione cambi anche leggermente. Sì, ma recentemente, molti intellettuali americani hanno criticato le azioni di questa lobby come Steven Walt e John Mearsheimer. Cosa ne pensate?

A: Penso che ciò sia dovuto a molti fattori. In primo luogo, l’opinione pubblica non sopporta l’influenza negativa di tale lobby sulla sua politica estera che è stata implicata in molte questioni. In secondo luogo ci sono i media che giocano un ruolo fondamentale e che aiutano a trasmettere al cittadino americano l’immagine reale di ciò che accade attorno a lui. È ciò che ha spinto questi due autori a criticare la lobby israeliana nel loro studio. C’è anche il ruolo che svolgono le reti internazionali di solidarietà con la Palestina che ha potuto dimostrare l’immagine reale degli Israeliani.

Si tratta dunque dell’inizio di una maggiore lucidità degli americani?

A: Sì, perché no? Ma non occorre neppure aspettarsi un effetto immediato. Occorre un grande sforzo, ed a lungo termine.

Fonte: Al-Ahram Hebdo Semaine dal 14 al 20  novembre 2007, numero 688

 

UN’EUROPA SEMPRE PIU’ SERVA DEGLI USA di M. Tozzato

Ho trovato quanto segue sul sito www.rivaluta.it , in un breve articolo datato 08.11.2007,     e lì pubblicato: <<La Bce ha mantenuto invariato al 4% il tasso di rifinanziamento dell’Eurozona su uno scenario, a forte rischio inflazionistico, dominato da un greggio vicino ai 100 dollari al barile e da forti aumenti di altre materie prime, primi fra tutti i prodotti agricoli, mentre la crescita, pur restando su basi favorevoli, deve fare i conti con il supereuro e con le conseguenze, ancora poco chiare per l’economia reale del Vecchio Continente, della crisi del credito. Si tratta del quinto mese consecutivo di pausa nella manovra restrittiva sul credito avviata dalla Bce nel dicembre 2005 con la quale, fino a giugno di quest’anno, ha aumentato il tasso di rifinanziamento in otto tappe per un totale di 200 punti base, per poi arrestarsi di fronte alla crisi dei mercati esplosa il 9 agosto.>> Riallacciandomi all’intervento di D’Attanasio ma anche a considerazioni precedenti di Petrosillo e La Grassa mi pare che si possa ribadire che il cosiddetto “keynesismo” ha sempre posseduto caratteri molto diversi in America (USA) rispetto all’Europa. Difatti l’espressione Welfare State può essere tradotta con “Stato assistenziale” soltanto in riferimento ai paesi europei, con l’avvertenza che per la   Gran Bretagna se ne può parlare solo fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
D’Attanasio si domanda, in relazione all’uso spregiudicato dei nuovi strumenti finanziari a scopo speculativo, se non sia <<proprio questo che – facendo lievitare, a causa della speculazione, i vari titoli finanziari o come essi si chiamano, a valori spropositati – >> venga a determinare <<un elevato tasso di svalutazione della moneta?>> Ma gli Usa e l’Europa portano avanti politiche, non solo monetarie, differenti. Se i bassi tassi d’interessi portando alla svalutazione del dollaro possono rendere più competitive le merci americane sul mercato mondiale, permettendo un qualche recupero per la situazione cronicamente deficitaria della loro bilancia commerciale, in una fase di probabile rallentamento degli IDE verso gli USA, in Europa la politica monetaria restrittiva ha, verosimilmente, uno scopo maggiormente “politico in senso stretto”. Al gonfiarsi speculativo del “capitale fittizio” da una parte corrisponde dall’altra un uso dell’”inflazione fittizia” per scopi di “ristrutturazione sociale” e di riallineamento dei paesi europei. In questa situazione di stagnazione, subordinazione politico-strategica e putrescenza si vede come classi dominanti imballate e parassitarie quali quelle europee, prive di dinamiche di sviluppo , mirino soltanto, in questa fase, a transitare verso un ordine economico-sociale che comporti lo smantellamento dello “Stato del benessere” senza per questo uscire dalle secche di uno sviluppo bloccato. L’inflazione reale nel vecchio continente è molto più alta di quanto ci viene raccontato, questo è ben noto, e di conseguenza i piccoli incrementi dei salari nominali, che a volte magari sembrano superare, di poco, il tasso d’inflazione fittizio, producono un continuo decremento del valore reale di salari e stipendi con il conseguente indebitamento in continua crescita delle famiglie e l’impoverimento di sempre maggiori strati della popolazione. La precarizzazione del lavoro, che riguarda il lavoro autonomo altrettanto che quello dipendente, alimenta questa situazione con la relativa crisi dei risparmi e la perdita di reddito disponibile per la gran massa della popolazione. Sappiamo chi sono i beneficiari di questa spremitura dei gruppi dominati, ne parliamo continuamente in questo blog, e come ricorda La Grassa nel suo ultimo intervento sappiamo anche che razza di servi corrotti e col cervello completamente fuori uso occupino i posti istituzionali del potere politico e dell’egemonia massmediatica (non culturale perché mancano le capacità di superare il livello della chiacchera, della menzogna e della farneticazione).
 
Mauro Tozzato                        15.11.2007   
 

1 30 31 32 33