TANGENTI A TEMPA ROSSA

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori ed….autolesionisti. Ci sarebbe poco da scherzare considerato che ultimamente la magistratura italiana sembra non avere di meglio da fare che mettere in ceppi le nostre aziende dei settori di punta. Per esempio Eni e Finmeccanica, due players mondiali nel campo dell’energia e dell’aerospaziale, leaders indiscussi di mercati a grande concentrazione tecnologica ed elevata profittabilità, che adesso si ritrovano invischiati in brutte faccende di tangenti e di corruzione. Parliamo di società controllate dal Tesoro che seguono le aspirazioni e le visioni politiche ed economiche della leadership nazionale sullo scacchiere geopolitico.

Insomma, dietro di esse c’è lo Stato che si sta facendo processare mettendo a repentaglio la sua credibilità decisionale e la sua attendibilità deliberativa. I vertici di tali multinazionali tricolori si sono comportati così egregiamente negli ultimi anni che il loro giro d’affari si è allargato a dismisura, fino a scontrarsi con quello di aziende concorrenti di altri Paesi cosiddetti alleati, i quali dimostrano di non gradire l’eccessivo protagonismo italiano. Lo si è visto recentemente in Libia dove è stata apparecchiata una guerra, basata su dubbie e contrastanti versioni mediatiche (dalle inesistenti fosse comuni ai bombardamenti sui civili) da parte dei servizi segreti francesi ed inglesi, i quali hanno risposto ad istanze dei rispettivi governi preoccupati per la flessione della loro influenza nel Mediterraneo.

Le ultime indagini sull’Eni sono arrivate anche in Basilicata, definita, non a torto, il serbatoio petrolifero d’Italia. L’importanza strategica dei siti e dei pozzi lucani è cresciuta da quando si è infiammato tutto il Nord Africa, col pericolo che dopo la Libia toccasse anche all’Algeria, altro nostro generoso fornitore. Diciamo subito che nell’inchiesta principiata da ipotesi di corruzione internazionale in Iraq, Kuwait e Kazakhstan ed estesasi anche al centro oli Tempa Rossa di Corleto Perticara – laddove managers del gruppo di San Donato si sarebbero fatti ungere per l’affidamento di appalti a gruppi nostrani dell’ingegneristica e delle costruzioni – l’Eni sarebbe parte lesa. Eppure il Cane a sei zampe è finito nel tritacarne della stampa come una “sorellastra” qualsiasi, proprio mentre le sue sorelle privilegiate di Stati nostri competitors continuano a godere della massima tutela dei loro Esecutivi.

Non si gioca col fuoco delle prerogative nazionali sugli scenari esteri perché poi è difficile recuperare. In questo senso il Gabinetto di Roma ha già dimostrato di non essere in grado di assumersi le proprie responsabilità. Quando si “sconfina” in siffatti commerci in cui si intrecciano interessi economici e disegni politici ci vuole coraggio e scaltrezza. Dato il difficile clima mondiale occorre pertanto fare quadrato intorno ai nostri gioielli industriali che senza l’assistenza degli apparati dello Stato non possono sostenere il confronto su mercati ad elevata “politicizzazione”, come appunto quelli energetici o degli armamenti. Gli altri lo sanno e lo fanno, noi invece ci mettiamo alla sbarra da soli. Riporterò un piccolo caso per chiarirci le idee. Poco prima che scoppiasse la rivolta di Bengasi, come scoperto dal giornalista Franco Bechis del quotidiano Libero, una delegazione commerciale d’oltralpe accompagnata da uomini della sicurezza si recò in Cirenaica. Che ci facevano i businessman francesi insieme a militari dei corpi speciali? Siglavano contratti e stringevano intese. Costoro per essere più convincenti si facevano coadiuvare da persone in divisa. In un mondo normale ciò rappresenterebbe un’anomalia e un atto di concorrenza sleale, ma a quanto pare i giudici d’oltremanica non si fanno impressionare come i loro omologhi “italici”. Questo fanno i nostri partners europei mentre noi ci flagelliamo nelle aule di tribunale. E’ giusto che i togati compiano il loro dovere ma quando si tratta di questioni così delicate bisogna evitare improvvide fughe di notizie. E, soprattutto, bisogna essere rapidi nel raggiungimento della verità per non compromettere l’immagine della nazione. Ci auguriamo che sia questo lo spirito col quale i magistrati inquirenti hanno approcciato lo spinoso problema, nel rispetto della legalità ma anche degli interessi della Repubblica.