Gli europeisti reclamano i vostri figli per la guerra

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Presto, molto presto, i vostri figli saranno chiamati e mandati a morire per l’Europa.

Il problema è che l’Europa esiste solo nella sua storia millenaria e nella sua geografia, che ne è il risultato, una storia che ha visto gli europei massacrarsi tra loro in quanto appartenenti a popoli e persino a civiltà diverse, in uno spazio continuo. In questo intreccio di civiltà, imperi e confini si trovano le ragioni dei conflitti che attraversano la storia europea fino a noi, in quella che oggi ci illudiamo di chiamare Unione europea.

Nel secolo scorso, tutti ormai cugini (del resto le dinastie europee lo erano davvero: so’ cuggini, e fra parenti nun se fanno complimenti! Torneranno più cordiali li rapporti personali e, riuniti infra de loro,

senza l’ombra de un rimorso, ce faranno un ber discorso su la pace e sur lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato dar cannone, poetava Trilussa)

ci trucidavamo bellamente e belluinamente, ognuno con le proprie ragioni. Poi cosa è veramente accaduto? Altri ci hanno costretti ad adottare una loro visione dell’Europa. Questo è un racconto reale, benché ormai coperto da decenni di menzogne e ideologie di quanti, consapevolmente o meno, al servizio dei nemici dell’Europa, ci hanno consegnato questo obbrobrio che si chiama Unione Europea.

In verità, ciò che resta dell’antica Europa è in Russia, e per questo i nostri europei fasulli la combattono come se fosse il diavolo in persona, non possono accettare che la “vera Europa” li guardi in faccia, mentre loro sono solo ultracorpi dominati da antieuropei forestieri che si spacciano per autoctoni.

L’idea di Europa, per come ci è stata consegnata dopo la Seconda guerra mondiale, non è nostra, ma una costruzione esterna, una intromissione extracontinentale. L’Europa economica e demilitarizzata è una imposizione americana, è la legge dei vincitori sui vinti. Infatti, chi dal secondo conflitto mondiale è uscito vincitore, come la Russia, nonostante il fragoroso collasso dell’URSS, non solo è in grado di difendersi da solo, ma guarda al mondo con la libertà di chi non ha catene che gli impediscano i movimenti né padroni che gli dicano dove andare a ‘passeggiare’ e con chi.

E allora occorre dire come stanno le cose, scavare nella memoria, riscoprire la storia, perché prima che mandino la vostra prole in mezzo ai cannoni forse si può ancora fare qualcosa, come spazzare via le nostre classi dirigenti farabutte traditrici.

I veri nemici dell’Europa sono gli europeisti che ne parlano come di una costruzione ideologica svincolata dalla sua storia concreta, che illudono sull’idea che l’Europa possa rifarsi attraverso il riarmo e lo scontro permanente, in particolare contro la Russia, o che possa emanciparsi dagli Stati Uniti con la sola forza di formule politiche e parole d’ordine. Una narrazione che promette autonomia mentre riproduce dipendenze, e che sostituisce la realtà storica con un racconto consolatorio.

L’Europa è, nella sua attuale configurazione, una costruzione americana. La lotta degli Stati Uniti contro l’influenza sovietica ha comportato l’allineamento politico, economico, militare e strategico dell’Europa occidentale con Washington, insieme a un processo di progressiva americanizzazione del Vecchio Continente. Come diceva Gaber prima che arrivassero gli americani eravamo tutti europei con i taxi ancora neri. L’integrazione europea è stata ab origine il risultato di una precisa regia geopolitica, sostenuta da servizi di Intelligence (Oss prima poi Cia ed FBI e non solo) reti politico-culturali, fondazioni private, dentro un più ampio contesto di influenza statunitense nel secondo dopoguerra. In questo quadro, le principali architetture politiche europee si sono sviluppate dentro vincoli e indirizzi esterni, mentre le élite politiche del post II guerra mondiale hanno partecipato, in forme diverse, a questo processo, condividendone o accettandone le logiche di fondo.

L’intelligence americana ha avuto una parte sostanziale nella costruzione e nel finanziamento del mito europeista per ragioni strategiche. Ricordiamo quello che scovo’ il ricercatore americano Joshua Paul (che riprendo da un mio vecchio intervento) sui cosiddetti padri fondatori dell’Unione europea, sostenuti da reti e finanziamenti degli Stati Uniti:

“La European Youth Campaign, una branca del Movimento europeo, era interamente finanziata e controllata da Washington. Il direttore belga, il barone Boël, riceveva versamenti mensili su un conto speciale. Quando il capo del Movimento europeo, il polacco Joseph Retinger, si oppose a questo grado di controllo americano e cercò di raccogliere fondi in Europa, fu rapidamente rimproverato. I leader del Movimento europeo — Retinger, il visionario Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul-Henri Spaak — erano tutti trattati come dipendenti dai loro sponsor americani. Il ruolo degli Stati Uniti fu gestito come un’operazione coperta. I finanziamenti dell’ACUE provenivano dalle fondazioni Ford e Rockefeller, oltre che da gruppi economici con stretti legami con il governo statunitense (The Telegraph).

Senza dimenticare Jean Monnet, altra figura centrale della narrazione europeista, che si muoveva tra Washington, Parigi e Londra per promuovere il grande progetto dell’integrazione europea, sotto la protezione dell’amministrazione americana. A lui viene spesso attribuita l’espressione ‘L’America sarà il grande arsenale della democrazia’, poi ripresa e resa celebre da vari presidenti statunitensi. In questo insieme di dinamiche si colloca un gruppo di élite politiche e intellettuali che avrebbero contribuito, in forme diverse, alla costruzione del progetto europeo del secondo dopoguerra, all’interno di un contesto geopolitico segnato dall’egemonia degli Stati Uniti. Tra i nomi spesso richiamati in queste letture compaiono anche Winston Churchill, autore del saggio ‘Gli Stati Uniti d’Europa’, Konrad Adenauer, Léon Blum e Alcide De Gasperi”.

 

Nessuno sarebbe rimasto realmente estraneo a quel processo storico (chissà cos’altro non sappiamo o ci sfugge), che ha inciso profondamente sulla nascita e sullo sviluppo delle istituzioni europee. Da qui deriva anche l’attuale contraddizione, da un lato la difesa dell’architettura europea così com’è, dall’altro la denuncia di interferenze esterne laddove quella principale viene obnubilata. Per questo i nostri europeisti mentono, mentono su tutto. L’Europa è sempre stata un campo di influenza altrui. Per questo sosteniamo che solo una reale autonomia strategica contro gli Usa, in accordo con la Russia, potrebbe restituire al continente una capacità di decisione indipendente, sottraendolo a dinamiche di dipendenza e rendendolo un soggetto politico pienamente sovrano.

In questo quadro di realtà (non dico di verità, perché questa sarebbe ancora più sorprendente se la si conoscesse fino in fondo), figure come Mario Draghi o intellettuali come Ernesto Galli della Loggia rappresentano, per quello che sono ed esprimono, tutto ciò che va combattuto. Ovviamente non è un fatto personale, le persone sono socialmente creature di rapporti storici.

Riporto ora due estratti di quanto affermato recentemente da simili individui. Capirete bene che le sciocchezze dette da questi presunti illuminati illustrano bene quale sorte le nostre classi dirigenti ci stiano apparecchiando. Draghi che vuole farci credere a un inesistente disimpegno americano, rispetto al quale avremmo la possibilità di scegliere obiettivi strategici (con Russia e Cina sullo sfondo sempre come nostri nemici. E chi lo ha stabilito? Come mai abbiamo sempre come nemici i nemici degli Usa? Piccolo chiacchierone bancocratico da strapazzo…), e addirittura Galli della Loggia che invita l’Europa a sconfiggere la Russia attraverso l’Ucraina. Un autentico pazzo scatenato che pensa di poter battere una potenza nucleare con calamaio e stupidità. Preparatevi dunque, stanno reclamando i vostri figli, mentre i loro li tengono al riparo in qualche Erasmus.

 

“Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più presumere che i custodi dell’ordine postbellico siano ancora impegnati a preservarlo. Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, senza riguardo per le regole che un tempo gli Stati Uniti difendevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per scontate. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa viene organizzata — e con quell’autonomia arriverà anche maggiore forza nei rapporti commerciali ed energetici.

Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, collocherebbe entrambe su basi più solide. Un’Europa capace di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca.

L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più importante da decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà grosso modo quanto oggi spende la Russia nella sua economia di guerra pienamente mobilitata. E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha faticato a ottenere per progettazione. I Paesi ordinano gli stessi equipaggiamenti perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono sistemi progettati dagli ucraini su territorio alleato.

La cooperazione nella difesa si sta diffondendo rapidamente: una recente mappatura ha individuato più di 160 accordi bilaterali e plurilaterali di difesa tra Stati, Regno Unito e Ucraina, la maggior parte firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership contengono una clausola di mutua difesa.

Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile ancora prima che la crisi inizi.

Ci sono due strade per dare sostanza a questo impegno, e non devono escludersi a vicenda. Una passa attraverso coalizioni più piccole di Paesi le cui capacità e percezioni della minaccia già li avvicinano. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme ai Paesi nordici e baltici più vicini alla minaccia.

Non tutti i Paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha mostrato che la difesa moderna non comincia e non finisce più con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente tecnologie civili. Alcuni Paesi forniranno forze; altri componenti per droni, capacità cyber o logistica; altri ancora contribuiranno finanziariamente.

L’altra strada consiste nel dare sostanza operativa all’articolo 42.7, la clausola di mutua difesa dell’Unione europea, che, pur essendo giuridicamente definita ed essendo stata invocata una volta, non è ancora stata tradotta in piani, capacità e strutture di comando concrete”.

(Mario Draghi)

 

“Ma l’inaspettata, straordinaria resistenza ucraina, unita alla volontà americana di non inimicarsi Putin e quindi, in sostanza, di abbandonare Zelensky al suo destino, sta offrendo all’Ue l’occasione unica di sostituire il ruolo antirusso finora svolto dagli Usa e, riversando su Kiev tutto l’aiuto possibile, di mirare a conseguire un risultato di enorme portata storica: la sconfitta militare della Russia.

Perché tutto lascia pensare che questa sia la verità. Dopo ormai quattro anni in cui gli eserciti di Mosca sono sostanzialmente inchiodati sulle loro posizioni e l’Ucraina colpisce sempre più duramente il nemico, Putin sta correndo un rischio mortale: quello di non vincere, di continuare a non vincere. Ciò che per lui significa una sola cosa: la più rovinosa sconfitta (come sanno bene i suoi patetici complici di casa nostra che da anni si affannano a dimostrare che, per carità, i russi stanno vincendo, anzi in pratica hanno vinto o gli manca pochissimo per farlo, senza però che di tale presunta vittoria si veda sul campo il minimo segnale effettivo).

Ebbene: un’Europa che oggi, ma più di oggi, si gettasse anima e corpo dalla parte dell’Ucraina, che le desse tutto l’aiuto militare ed economico possibile, tutto l’appoggio diplomatico necessario, sostituendo di fatto il ruolo che la cecità politica di Trump ha impedito agli Usa di svolgere e contribuendo così in misura decisiva al definitivo fallimento dell’aggressione russa e quindi alla rovina politica di Putin, non si esalterebbe forse in una vittoria straordinaria? Qui, sul continente europeo, una sconfitta per Mosca mille volte più catastrofica di quella subita mezzo secolo fa in Afghanistan. E come quella travolse il regime sovietico, non potrebbe forse questa odierna — ripeto: mille volte più grave — travolgere per sempre l’autocrazia moscovita e finalmente aprire anche alla Russia la via della libertà che da tanti decenni le è negata da regimi infami e dai loro amici qui in Occidente?

Lo so: dispiace a molti doverlo ammettere, perché quanto sto per dire offende i loro principi e i loro sentimenti volti al grande bene della pace, ma resta vero che assai spesso è dai grandi successi militari, e cioè dalle guerre (anche da quelle rivoluzionarie, ad esempio), che sono nati o si sono definitivamente consolidati i grandi conglomerati politico-statali, molte nazioni europee ad esempio. Quasi che la vittoria delle armi funga da catalizzatore di energie, da prova del fuoco e da conferma indiscutibile di un grande disegno. Spesso, in politica, per conseguire cose grandi bisogna essere capaci anche di cogliere l’occasione e di pensare in grande. E invece, quando mai, mi chiedo, l’Europa l’ha fatto?

Oggi essa ha finalmente l’occasione perlomeno di tentare di farlo. Nella prospettiva che si sta aprendo, una virtuale sconfitta di Putin (ovvero una sua mancata vittoria che sarebbe la stessa cosa), la quale venisse dopo un impegno a corpo morto dell’Ue a fianco dell’eroica resistenza ucraina, adeguatamente motivato e presentato in questi termini all’opinione pubblica, costituirebbe un gigantesco passo avanti verso un’Europa politica che naturalmente dovrebbe accogliere a bandiere spiegate Kiev tra i propri membri”.

(Ernesto Galli della Loggia)

E per chi volesse approfondire:

SERVA EUROPA DI DOLORE OSTELLO, NON POTENZA GEOPOLITICA MA BORDELLO