Come librarsi nell’etere della più pura follia, O.M. Schena
Come librarsi nell’etere della più pura follia
Disciamo o non disciamo, anche questo è un dilemma-soliloquio dall’inconfondibile sapore Shakespeariano.
“Essere o non essere, è questo il dilemma” della celebre frase iniziale dell’amletico soliloquio shakespeariano. Chi può sapere se sia meglio, sopportare le sofferenze della vita o porre fine a tutto senza farsi paralizzare dalla paura dell’ignoto e scegliere di “non essere più”?
Esiste un patto implicito che ogni lettore stipula con un testo letterario, ed è quello che Coleridge, con formula meritatamente famosa, ha definito “sospensione volontaria dell’incredulità”. In altre parole, per tutto lo spazio della finzione dobbiamo credere che sia vero ciò che leggiamo o vediamo, pur sapendo in cuor nostro che vero non è. Vero e falso non si escludono ma stanno insieme, come nei giochi che si facevano da bambini, quando un’ipotetica zia interpretava per noi il lupo senza smettere per questo di essere la zia: è questo il principio alla base di qualunque finzione artistica.
Ebbene ci si chiede, con la nostra Presidente del Consiglio, come per la gran parte dei politici quello che ascoltiamo oggi sarà vero o falso? E quello che ci sembra vero oggi, sarà vero anche domani? Le loro dichiarazioni sono sempre, beh, quasi sempre, un testo letterario! Non si può, però, conoscere in anticipo il prezzo del ricordo. E bisogna essere pronti a rischiare la perdita della propria identità e pure della ghirba!
Eccovi alcuni esempi:
1)“Ogni nazione ha diritto a privilegiare una immigrazione più compatibile alla loro cultura- diceva non molte ore addietro Giorgia Meloni, a favore della immigrazione degli italo- discendenti per esempio di Venezuela.
Qui, purtroppo, confesso di non ricordare più quanti decenni siano trascorsi dal mio esame di diritto costituzionale!
Non dimenticare che tutti gli italo discendenti siamo italiani dalla nostra nascita e questo diritto è stato regolato dalla propria Costituzione Italiana. Questo diritto non si può cancellare con un decreto Incostituzionale”.
2)perché aumenta la pressione fiscale? Meloni: “La pressione fiscale aumenta perché c’è più gente che lavora” La pressione fiscale aumenta per colpa di quelli che trovano un posto di lavoro. Una persona trova un posto di lavoro, pagando le tasse. Perché aumenta la pressione fiscale? “Elementare, Watson!”
Quando Francesco Orlando pubblicò nel 1973 la prima edizione di Per una teoria freudiana della letteratura (titolo la cui ambizione era appena smorzata dalla preposizione), aveva dovuto innanzitutto sgombrare il campo dai pregiudizi che un’applicazione errata della psicanalisi al testo letterario aveva prodotto. Il primo pregiudizio era proprio quello biografico, per effetto del quale l’autore veniva messo sul lettino e la sua biografia scandagliata fino alla deriva del pettegolezzo, confondendo in sostanza «la vita con l’opera –la zia col lupo.» In realtà l’opera letteraria è un atto creativo svincolato dalla vita di chi lo scrive: può esserci qualche corrispondenza, mai un’ingenua e precisa equivalenza. Il criterio biografico precede la psicanalisi ma è con gli strumenti psicanalitici che si potenzia, se lo stesso Freud si cimenterà nell’analisi di capolavori mettendo in secondo piano il testo rispetto al vissuto dell’autore (è il caso del romanzo I Fratelli Karamazov, spiegato alla luce dell’odio di Dostoevskij per il proprio padre).
Il secondo pregiudizio è invece quello che tratta i personaggi non come costruzioni fittizie ma come persone reali e dotate di un inconscio, recuperando per lo più opposizioni elementari, meccaniche e inalterabili che di fatto nulla aggiungono all’interpretazione. «La decifrazione perpetua dei pochi simboli fissi che entrano in quelle opposizioni, fallo e castrazione, padre e madre, stato prenatale e nascita, vita e morte, alimenti ed escrementi» si rivela infatti un esercizio tautologico, peraltro incoerente rispetto alle analisi cliniche dello stesso Freud, che considerava i simboli sempre e comunque in rapporto a un paziente concreto, e necessariamente ritagliati dal linguaggio. L’applicazione aprioristica di contenuti già definiti ha invece prodotto, proprio come il biografismo ingenuo, risultati esterni al funzionamento del testo: è questo il caso della madeleine proustiana,
(Nato il 10 luglio 1871 e scomparso il 18 novembre 1922, a lui è associata la cosiddetta “Madeleine de Proust”, conosciuta anche come sindrome di Proust, un termine francese che può designare una parte della vita quotidiana, un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato, come una madeleine al narratore di “Alla ricerca del tempo perduto” ne “Dalla parte di Swann”, il primo volume del romanzo di Marcel Proust.)
divenuta per molti oggetto feticcio dei genitali femminili senza che l’opera autorizzi direttamente questa sovrapposizione (a meno di non postulare, appunto, un inconscio del personaggio-narratore).
Arrivo finalmente al punto: la grande intuizione di Francesco Orlando è stata quella di riconoscere una retorica in comune tra l’inconscio e la letteratura, una retorica per effetto della quale il no e il sì convivono in dosaggi sempre diversi, senza che mai uno dei due prevalga del tutto sull’altro fino a cancellarlo. Il modello formale alla base è quello della negazione freudiana, che sostiene segretamente ciò che nega (basti l’esperienza quotidiana a confermarlo, in confessioni involontarie come “non lo dico per offenderti”, laddove invece è proprio la voglia di offendere che ci spinge a dirlo). Costruzioni di questo tipo sono una formazione di compromesso, che Orlando definisce come «manifestazione semiotica − linguistica in senso lato − che fa posto da sola, simultaneamente, a due forze psichiche in contrasto diventate significati in contrasto.» Anche la letteratura è una formazione di compromesso che fa convivere gli opposti, perché pur riconoscendo il versante ufficiale e conformista del mondo, ed esprimendo quindi il punto di vista dell’ideologia e dell’ordine che trionfa, al tempo stesso dà voce e solidarizza con tutto ciò che nel mondo incontra diffidenza, condanna e rifiuto. Con tutti quei desideri che non trovano spazio sufficiente nella realtà. Diventa insomma il risarcimento immaginario a quel disagio della civiltà che Freud aveva descritto come il necessario percorso di rinunce di ogni progresso. Se quindi la letteratura non ignora e non cancella affatto leggi e regole vigenti, vedere in essa soltanto l’aspetto conservatore − come fanno ad esempio i cultural studies nella loro varietà − significa raccogliere a metà (e la metà meno interessante) la sfida che ci lancia.
Se Orlando usa il termine “represso” piuttosto che “rimosso”, lo fa perché quest’ultimo indica contenuti soltanto inconsci, quasi sempre legati alla sessualità. La letteratura invece, in quanto istituzione collettiva, non veicola quasi mai contenuti inconsci, pulsioni sessuali rimosse, quanto piuttosto ritorni del represso di tipo logico, sociale, politico, culturale… Questo suo carattere comunicativo la distingue di fatto dalle manifestazioni dell’inconscio vere e proprie, che non sono destinate alla condivisione: sogno, lapsus, sintomo nevrotico (fra queste, il lapsus addirittura si configura come disturbo della comunicazione per antonomasia). La differenza quantitativa e non qualitativa tra manifestazioni linguistiche dell’inconscio e testi letterari consiste per Orlando nel differente tasso di figuralità (cioè l’alterazione del rapporto di trasparenza tra significante e significato), che nei primi non può scendere al di sotto di un certo minimo (perché devono nascondere, pur esprimendo), nei secondi non può salire al di sopra di un certo massimo (perché devono esprimere, pur nascondendo). Si capisce allora che il ritorno del represso nei linguaggi propriamente inconsci non possa che restare autoreferenziale, opaco, e al peggio doloroso.
Comunque il gesto apotropaico più antico di tutti, ricordato in dipinti e opere letterarie e diffuso in ogni parte del mondo, è la cosiddetta “manufica”, cioè il gesto di stringere il pollice tra l’indice e il medio, mimando il sesso femminile).
I RICORDI COSÌ BELLI MA COSÌ INCERTI
Di Gianfranco La Grassa
“La follia è vita” (pag. 7-9)
Si ritirò nella sua stanzetta perché avvertiva una certa pesantezza che annunciava il sonno imminente. Tuttavia non appena si fu sdraiato a letto il sonno tardò ad arrivare Vedeva invece una sequenza di sogni – ma lo erano o certi fatti si stavano ripetendo davanti ai suoi occhi? – di tanto tempo prima.
Non riusciva però a distinguere quelli che erano ricordi pur filtrati e snaturati dalla memoria e quelli che erano invece pure fantasie odierne solo ributtate all’indietro per abbellire la sua fanciullezza e prima giovinezza invero un po’ aride e incolori. Non era poi così importante, tanto nulla di quello che gli si presentava davanti aveva più un qualche significato attuale, nulla sembrava dover influire sulla sua vita presente ormai molto avanti in fatto di esperienza e lungo trascinare un’esistenza intessuta di niente.
La lunga sequenza di sogni – fatti esistenti o fra loro inesistenti mischiati fra loro senza alcuna distinzione – si srotolava piatta, inerte, come un tappeto consunto che il merciaio ambulante svolge ai piedi di un probabile acquirente, assai poco danaroso o avaro. Ogni tanto il tappeto mostrava un qualcosa che premeva da sotto, un rigonfiamento, e ogni volta che lo vedeva sorgeva in lui un misto di piacere e dolore. Si arrivò ad un punto in cui il tappeto era particolarmente liso e quasi trasparente. E lì, allora il grumo , il rigonfiamento esplose e venne alla luce con le sue vere fattezze. Una faccia fine, bella, sorridente, dai lineamenti un po’ tirati, ma con un’espressione serena, quasi contenta, e incorniciata da lunghi capelli biondi. E subito dietro è apparso con qualche secondo di ritardo un ontano bianco, alto dal tronco robusto. Lo colse una subitanea emozione e di nuovo quel misto di piacere e di dolore che opprimeva il petto. Che cos’era? Difficile capirlo, qualcosa affiorava ma subito riaffondava. Lo sforzo per ricordare ravvivava il dolore. Infine, però qualcosa riemerse e stette stabile davanti a lui come un severo docente che ti interroga e non ammette esitazioni o imprecisioni di sorta. Ci fu un tempo lontano un fanciulla, il cui nome era ormai perso in chissà quali meandri della memoria, cui si era dichiarato (almeno così gli sembrava ai piedi di un albero, se ontano o cos’altro, impossibile dirlo adesso con sicurezza.
Aveva risposto di sì la ragazza? Rammentava un cenno del capo, probabilmente aveva annuito, ma non era per nulla sicuro che le fosse uscito pure un qualche suono dalla bocca. Sul tutto aleggiava una grossa nube di densi vapori nerastri. Uno squarcio però l’aperse e sgorgò con estrema nettezza la sua immediatamente successiva paura che potesse accettare. Sarebbe stata una gioia non immensa ma placida e ristoratrice di tanti affanni già all’epoca sofferti. Impossibile: non poteva godere di questo assenso, era sempre stato sfortunato, agitato da mille problemi irrisolti.
E allora come finì? Problematico riportarlo alla mente: troppo lontano. Il “severo docente” poteva anche starsene ora davanti a lui, pretendendo una risposta; non sarebbe mai arrivata. La densa nube oscura si ricompattò, e pian piano il tappeto dei ricordi riprese a scorrere velocemente riassorbendo quel rigonfiamento importuno. E infine il sonno arrivò. Si stiracchiò, ripensò per un attimo alla fanciulla e all’ontano, immobilizzati come in una fotografia, e poi chiuse gli occhi ma non sereno.
Il sonno pure non fu proprio tranquillo. E la mattina dopo si alzò con l’amaro in bocca, che attribuì a cattiva digestione. Si ripromise di prendere un’alka –selzer prima di fare colazione ed entrò in bagno per lavarsi. Si accorse di fischiettare una canzoncina. Doveva essere molto vecchia, ma non ricordava né il titolo né dove l’avesse udita. Era però graziosa e ciò gli sembrò sufficiente.
16/01/2026
Oronzo Mario Schena