È tornato il cittadino Weston

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Il salario minimo sarebbe un segnale anche se non sufficiente

 

“C’è una legge che la politica non riesce ad abrogare. Non è scritta nella Costituzione, ma nell’economia di ogni Paese. E dice una cosa semplicissima: se aumenti per decreto il costo di un fattore produttivo, qualcuno dovrà pagarne il prezzo. Può essere l’impresa comprimendo i margini. Può essere il consumatore, pagando di più. Può essere il lavoratore, se le assunzioni rallentano o il posto di lavoro scompare. Ma il conto arriva sempre. Solo che la politica continua a raccontare il contrario. Da anni il salario minimo viene venduto come la chiave capace di scardinare la cassaforte dei salari bassi. E poiché la campagna elettorale è ormai imminente, anzi i primi segni forti già si intravedono, è assai probabile che le sinistre cavalchino, insieme alle altre, anche la favola rassicurante del salario minimo. Peccato che i fatti abbiano il brutto vizio di non leggerla.”

 

Questo è l’incipit di un articolo apparso ieri su Il Giornale a firma di Osvaldo De Paolini.

Le affermazioni, ovviamente contrarie al salario minimo, perché considerato un vulnus alle perfette e imperiture teorie della “triste scienza”, mi hanno, mutatis mutandis, subito ricordato qualcosa. Certi tic tornano sempre, anche se cambiano le bocche che pronunciano determinate parole e non importa quanto tempo sia passato.

Molti ricorderanno la polemica di Marx con il cittadino Weston sui salari. Ecco, a molti sostenitori dell’economia di mercato piace credere che ai lavoratori venga sempre corrisposto almeno un salario giusto. Del resto, questa è spesso la definizione utilizzata anche nel dibattito politico attuale. Ma per loro il giusto è quello che stabilisce il mercato, questa entità soprannaturale che secerne leggi incontestabili. Questo salario ‘giusto’, però, non può essere un salario minimo, cioè una soglia sotto la quale non dovrebbe mai scendere la retribuzione di un lavoratore.

Perché, altrimenti, si rischierebbe, secondo la nota impostazione, di alterare gli equilibri economici e di produrre effetti indesiderati. Ma se milioni di lavoratori ricevono salari insufficienti a condurre una vita dignitosa, allora non c’è nulla di giusto e molto di ingiusto in tutto questo. Tanto più che in Italia si vede spesso che i salari crescono meno che altrove.

Marx, nel rispondere al cittadino Weston, spiegava:

“Il cittadino Weston ha illustrato la sua teoria, raccontando che se una zuppiera contiene una determinata quantità di minestra, che deve essere mangiata da un determinato numero di persone, un aumento della grandezza dei cucchiai non porterebbe a un aumento della quantità della minestra. Egli mi permetterà di trovare che questa illustrazione è fatta un po’ col cucchiaio. Essa mi ha ricordato l’apologo di cui si è servito Menenio Agrippa. Quando i plebei romani fecero sciopero contro i patrizi romani, il patrizio Agrippa raccontò loro che la pancia patrizia nutre le membra plebee del corpo politico. Agrippa non riuscì però a dimostrare che le membra di un uomo si nutrono quando si riempie la pancia di un altro. Il cittadino Weston ha dimenticato, a sua volta, che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dell’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma è soltanto la piccolezza dei loro cucchiai.”

Le affermazioni di De Paolini vanno esattamente in questa direzione ‘agrippina’: c’è sempre qualcuno che deve pagare il conto delle rivendicazioni dei lavoratori che chiedono di incassare, non diciamo tutto ciò che producono, altrimenti il sistema economico funzionerebbe in modo completamente diverso, ma almeno una quota più adeguata della ricchezza che contribuiscono a creare.

Ed è questo il punto. Se la quantità di ricchezza prodotta resta invariata, una quota maggiore destinata ai salari implica necessariamente una quota minore destinata ai profitti. Naturalmente salari e profitti possono crescere insieme quando aumenta la produttività, quando cresce il valore prodotto e quando un sistema economico genera nuova ricchezza. Ma resta il fatto che come mai come mai, si diceva una volta, sempre in culo agli operai. Se esistono ancora.

Se i lavoratori ricevono salari più alti e un salario minimo, nelle condizioni attuali, potrebbe rappresentare un significativo aumento del potere d’acquisto per milioni di persone, aumentano anche i consumi, soprattutto quelli legati ai beni essenziali. È possibile che, in una prima fase, alcuni prezzi possano aumentare e che alcuni settori possano subire pressioni sui margini. Ma il punto è capire quale sia l’effetto complessivo e come il sistema economico reagisca.

È proprio qui che Marx si distingue dagli economisti liberali del suo tempo. Secondo la sua analisi, questi squilibri non eliminano la questione centrale, cioè il rapporto tra salari e profitti e il modo in cui il valore prodotto dal lavoro viene distribuito. Per Marx, infatti, l’aumento generale dei salari avrebbe come effetto principale una riduzione del saggio di profitto, non necessariamente un aumento generale dei prezzi. Andrebbe in culo un po’ pure ai capitalisti e alle loro mogli in Suv. Onestamente non ne saremmo così dispiaciuti.

Poi De Paolini porta il Washington Post a sostegno della sua tesi:

“Secondo il quotidiano americano, il municipio di Washington DC aveva imboccato con entusiasmo la strada dell’abolizione del ‘salario ridotto’ per i lavoratori che percepiscono mance. L’obiettivo era impeccabile: più reddito, più equità, più giustizia sociale. Poi è arrivata la realtà. Ristoranti in difficoltà, serrande abbassate, operatori del settore in rivolta. Certo, sarebbe intellettualmente disonesto attribuire tutto alla riforma. L’inflazione, il rallentamento dell’economia e il costo delle materie prime hanno avuto il loro peso. Ma sarebbe ancora più disonesto sostenere che il costo del lavoro non abbia inciso: lo ha fatto in modo determinante. Tant’è che il Consiglio comunale, anziché perseverare nell’errore, ha rapidamente corretto la rotta bloccando di fatto l’operazione. Una scelta dettata non dall’ideologia, ma dai numeri. E i numeri, a differenza degli slogan, non votano: presentano il conto.”

Ovviamente non esiste una prova sufficiente per attribuire esclusivamente alla riforma del salario ridotto le difficoltà incontrate in seguito dal settore. Gli stessi fattori richiamati nell’articolo, tra cui inflazione, rallentamento economico e aumento dei costi delle materie prime, possono aver avuto un ruolo rilevante. Ma al sostenitore dell’economia come legge naturale, neutra e universale piace pensare che sia stata soprattutto l’abolizione del salario ridotto, perché così dice la tavola dell’economica.

Più avanti De Paolini scrive, a proposito dell’Italia, qualcosa che in parte è anche condivisibile:

“Il vero nodo è che siamo un Paese che da vent’anni non riesce a far crescere la produttività, che tuttora tassa il lavoro più di quasi tutti i suoi concorrenti europei (nonostante i rimedi introdotti dal governo Meloni…[ci piacerebbe sapere quali ma qui per un moto di pudore il dogma assume la veste del mistero]) e che continua a considerare l’impresa come un bancomat da cui attingere risorse anziché il luogo in cui si crea ricchezza. Finché un lavoratore costerà moltissimo a chi lo assume e renderà troppo poco a causa di un sistema economico oggettivamente votato all’asfissia, nessuna soglia fissata per legge cambierà la sostanza delle cose. Al massimo redistribuirà le difficoltà. Non è un caso che alcuni dei Paesi con i salari più elevati al mondo, come la Svizzera e i Paesi nordici — Danimarca, Svezia, Norvegia e Islanda — abbiano storicamente fatto affidamento non su un salario minimo nazionale imposto per legge, ma su sistemi di contrattazione collettiva particolarmente forti e su economie capaci di generare maggiore valore aggiunto, più investimenti, più produttività e, di conseguenza, retribuzioni più elevate. Il benessere dei lavoratori, infatti, nasce anzitutto dalla capacità di un sistema economico di produrre ricchezza, mentre gli strumenti normativi possono incidere sulla sua distribuzione, ma difficilmente possono sostituirsi alla sua creazione.”

Ma è sempre qui che, gratta gratta, viene fuori l’ideologo prima ancora del giornalista economico. Perché nessuno sostiene che il salario minimo possa sostituire produttività, investimenti o crescita. Il punto è come viene distribuita la ricchezza prodotta.

Marx lo spiegava bene:

“Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8.”

Questo, ovviamente, ammettendo “che la massa della produzione nazionale sia costante e non variabile”. Ma Marx stesso chiarisce che questa è soltanto un’ipotesi astratta. La massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non è una grandezza costante, ma una grandezza variabile. E ancora:

“Se i salari cambiano, il profitto cambierà in direzione opposta. Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, i profitti diminuiranno.”

Infine: “Un aumento generale dei salari provocherebbe dunque una caduta del saggio generale del profitto, ma non eserciterebbe nessuna influenza sul valore.”

Marx sostiene quindi che l’aumento dei salari non determina automaticamente un aumento generale dei prezzi, bensì modifica il rapporto tra salari e profitti. Nel culo di chi si infilano certi rapporti…Ai moderni sostenitori del primato assoluto del mercato, come ai vecchi, piace presentarlo come governato da leggi eterne e immutabili, quasi naturali, che nessuna decisione politica potrebbe modificare senza provocare catastrofi.

Ma qui siamo, molto più semplicemente, sul terreno dei rapporti tradunionistici e delle rivendicazioni.

Certo, bisogna che la zuppa ci sia per litigare sulla parte che spetta a ciascuno. Ma è da un po’ di tempo che Senza reali conflitti sociali quella che tocca ai ceti subordinati non è adeguata alle aspettative dei lavoratori.

In ogni caso, pare che l’introduzione del salario minimo costerebbe circa 5 miliardi di euro l’anno. Basterebbe smettere di dare euri a quel criminale di Zelensky per garantire, almeno per qualche tempo, un miglioramento concreto delle condizioni dei lavoratori italiani.