Fiat voluntas sua, di O.M. Schena

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Luigi CIPRIANI novembre 1987

Nel Settembre scorso durante l’assemblea dell’IFI, l’avvocato Agnelli ha dovuto ammettere che il collocamento delle azioni FIAT ex LAFICO era andato male sia all’esterno che in Italia. Agnelli non ha saputo fornire cifre esatte, ma ha stimato in 600 milioni di dollari il pacchetto di titoli rimasto sul gobbo della Deutsche Bank e del pool di banche italiane guidate da Mediobanca. Il presidente della Fiat ha anche avanzato l’idea, tra il serio e il faceto, che la banca tedesca volesse diventare azionista FIAT acquistando in via definitiva il pacchetto di azioni non collocato. Le affermazioni di Agnelli sono molto gravi perché in passato egli aveva sempre affermato, come nell’assemblea dell’IFI dell’ottobre ’86 (vedi il Sole 24 ore dell’11 ottobre ’86) che “il collocamento procede abbastanza facilmente”. Ciò era falso, la Fiat non poteva ignorare che a partire dal 29 settembre 86 apparvero sulla stampa USA (WallStreet Journal) critiche pesanti sul modo di condurre il collocamento da parte della Deutsche Bank quantificando in 100 o 200 milioni di dollari le perdite già subite.

Il Sole – 24 ore del 3 ottobre 1986 riporta la smentita di uno degli amministratori delegati della banca tedesca, Werner Blessing il quale ebbe ad affermare “la Deutsche non ha subito alcuna perdita perché ha già collocato la stragrande maggioranza delle azioni. Anche Blessing nascondeva la verità. Eppure medesime critiche sull’operato della Deutsche venivano anche da Londra, come afferma Gianfranco Modolo nell’inserto finanza di Repubblica del 20 marzo 1987. Il 20 settembre venne tenuta una riunione a Londra (prima della firma dell’accordo Fiat – Lafico avvenuta il 23 settembre a Zurigo) dove la Deutsche Bank espose alla finanza internazionale le condizioni di vendita del pacco di azioni libico. Karl Von Horn, banchiere americano che opera a Londra, accusò la Deutsche di avere manovrato sui titoli offerti a 15.350 lire all’esterno, mentre alla borsa di Milano le azioni ordinarie Fiat erano artificialmente salite a 16.500lire nel medesimo giorno”. Lo sconto del 3% praticato agli acquirenti istituzionali all’esterno risulta fittizio e molti sottoscrittori preferiranno vendere subito i titoli Fiat a Milano, lucrando sulla differenza e ingolfando ulteriormente piazza Affari di titoli Fiat. Dopo la firma dei contratti di collocamento risulta che in precedenza la Deutsche acquistò azioni Fiat alla borsa di Milano per un valore di 400 miliardi. Anche l’IFIL, come ha affermato Gabetti, nel periodo 10/20 settembre ’86 era intervenuto sul mercato di Milano acquistando 5 milioni di titoli Fiat (vedi il Mondo del 6 ottobre ’86) per “tenere sotto controllo il titolo”. Si prospetta quindi un incremento artificioso da parte dell’IFIL e dalla Deutsche Bank del titolo Fiat, avvenuto ancor prima della firma dell’accordo Fiat- LAFICO.

Anche in merito alla quantità di azioni acquistate dall’IFIL, esistono dubbi, lo stesso Gobetti in un’intervista a La Repubblica del 25 settembre ’86, afferma che “l’intenzione era di acquistare 100/110 milioni di azioni Fiat”. Dalla comunicazione ufficiale dell’IFIL risulta invece che la finanziaria aveva acquistato 90 milioni di azioni Fiat dalla Deutsche e 5 milioni in borsa, mancano all’appello altri milioni di azioni. Tutto ciò contribuisce ad alimentare l’ipotesi che vi sia stata una iniziativa tesa ad incrementare artificiosamente i prezzi dei titoli Fiat, prima dell’avvio ufficiale del collocamento.

Poiché da dichiarazioni del presidente dell’IFIL Umberto Agnelli a il Sole 24 Ore si arguisce (vedi il manifesto del 4 ottobre ’80) che il prezzo pagato ai libici per ogni azione ordinaria sia stato di 15.000 lire rivendendo a 16.500 lire a Milano, chi aveva operato al rialzo ne trasse indubbi vantaggi.

Ma gli aspetti oscuri ed illegali che hanno costellato la vicenda delle azioni Lafico non finiscono qui. Illegale è ad esempio, a mio avviso, il gioco delle tre carte, che ha consentito alla famiglia Agnelli, attraverso la Fiat di portare il proprio controllo su quest’ultima al 40%, acquistando 90 milioni di titoli ordinari Fiat.: l’Art. 2357 del codice civile recita: “la società non può acquistare azioni proprie se l’acquisto non è autorizzato dall’assemblea dei soci, non è fatto con somme prelevate da utili netti regolarmente accertati e le azioni non sono interamente liberate” e l’art. 2358 “la società non può fare anticipazioni sulle proprie azioni, né prestiti a terzi per acquistarle”.

 

• IL GIOCO DELLE TRE CARTE

LA Fiat non poteva acquistare azioni proprie, né poteva anticipare somme ad altri (IFIL) per acquistarle, né l’IFIL disponeva dei 1565 miliardi necessari per acquistare il pacco di azioni libiche.

Il comunicato dell’IFIL pubblicato dal Sole 24 Ore del 26 settembre1986 descrive l’operazione nei seguenti termini: “Una quota del pacco Lafico, pari a 90 milioni di azioni ordinarie Fiat verrà rilevato dall’IFIL acquistando dalla Deutsche Bank per un ammontare di un miliardo di dollari (1565 miliardi di lire)…”

“L’IFIL acquisterà la sua quota entro il 7 ottobre 1986 mentre il collocamento internazionale è stato avviato a partire dal 24 settembre 86”.

L’investimento dell’IFIL sarà fronteggiato attraverso un intervento di Mediobanca che si è dichiarata disponibile ad emettere tre prestiti obbligazionari (convertibili in 31.275.000 azioni Toro assicurazioni ordinarie, 6000.000 azioni Toro assicurazioni risparmio,32.263.330 SAES ordinarie e 25.000.000 azioni MITO di proprietà dell’IFIL) per un importo complessivo di 1565 miliardi di lire così ripartiti:

prestito Mediobanca 3% serie speciale SAES della durata di 10 anni dell’importo di 130,5 miliardi.

prestito Mediobanca a1,5% serie speciale Toro assicurazioni della durata di 10 anni e dell’importo di 1231,5 miliardi.

Prestito Mediobanca 3% serie speciale MITO della durata di 10 anni e di importo di 203 miliardi di lire.

A valere su questa provvista concederà finanziamenti di pari durata e importo ad un tasso medio del 2% circa.

Tutte le azioni TORO SAES MITO restano di proprietà dell’IFIL, ma sono vincolate in una gestione speciale presso Spafid Mediobanca(Fiat).

Tutte le predette azioni sono gravate dal pegno a favore di Mediobanca a fronte dei finanziamenti accordati. Durante la durata dei prestiti il diritto al dividendo spetterà all’IFIL mentre i diritti accessori, come per legge, spettano al creditore pignoratizio. In particolare il diritto di voto spetta al creditore pignoratizio e non esistono patti contrari tra Mediobanca e IFIL.”

“I prestiti obbligazionari convertibili di Mediobanca saranno sottoscritti integralmente da Sicind Spa società interamente controllata dalla Fiat spa”

In questo modo il cerchio si chiude, la Fiat è riuscita ad acquistare proprie azioni anticipando a terzi, in questo caso la Spafid di Mediobanca. Inoltre “il prestito di Mediobanca” è stato erogato a tasso inferiore a quello di mercato nei confronti dell’IFIL, nullo nei confronti della Fiat, che lo compenserà coi tassi di rendimento delle obbligazioni sottoscritte. La Fiat acquisisce il controllo di attività finanziarie molto ricche che vengono sottratte agli altri azionisti IFIL. Vi era una forte presenza di attività finanziarie e commerciali che contrariamente alle dichiarazioni rese in occasione dell’aumento di capitale dell’IFIL, sono state come dicevo sottratte ai sottoscrittori.

Infatti, come appare sul Sole 24 Ore del 4 gennaio 1986, le finalità della società venivano definite dal suo presidente Umberto Agnelli nel modo seguente ”aumento di capitale finalizzato ai programmi di sviluppo avviati, o in corso di approntamento da parte delle società controllate nonché alla politica di maggiore penetrazione nel mercato finanziar io acquistare io dello stesso IFIL, anche a sostegno delle proprie consociate nel settore dei servizi finanziari e della merchant banking.

I sottoscrittori dell’aumento di capitale IFIL sono stati ingannati, avevano sottoscritto titoli assicurativi e finanziari e sin ritrovano ora con titoli industriali Fiat. L’inganno, era del resto ben presente nelle valutazioni della famiglia Agnelli, visto che Umberto, presidente dell’IFIL ebbe modo di dichiarare a il Mondo del6 ottobre’66, “credo che il titolo IFIL sia oggi ancora più appetito di ieri, pensi ai fondi, assetati di titoli Fiat che non possono più comprare, perché hanno raggiunto i massimi consentiti. Comprare Ifil è come comprare Fiat, anche se indirettamente”

Alla faccia della trasparenza e della correttezza col mercato e con gli azionisti di minoranza.

 

• Insider trading

Tornando alle affermazioni dell’avvocato Agnelli in occasione dell’assemblea dell’IFIL, risulta che ben 600milioni di dollari (840 miliardi di lire) di titoli Fiat rimasti invenduti hanno gravato per mesi e gravano tuttora sulla borsa milanese deprimendola. Le banche del pool italiano guidate da Mediobanca si trovano in portafoglio azioni Fiat ex Lafico acquistate a 15.300 lire che oggi30 ottobre ’87 valgono 9.600 lire. Le banche non possono detenere titoli industriali e qualora immettessero sul mercato il pacchetto Fiat otterrebbero il risultato di farlo scendere ulteriormente evidenziando una colossale perdita. Per cercare di aggirare l’ostacolo sono apparse più volte sulla stampa notizie secondo le quali l’IMI prima e Mediobanca dopo stavano studiando l’ipotesi di togliere il pacco di azioni Fiat.

Si trattava di rastrellare tutte le azioni intestandole ad una finanziaria di cui era già stata trovata la denominazione “Finbancaria” sostituendole con obbligazioni convertibili in un decennio emesse dall’IMI,

Ad ogni uscita di notizie di questo genere il titolo Fiat avanzava di parecchi punti in borsa, rendendo meno conveniente l’operazione per l’IMI e Mediobanca. Del resto puntualmente agli annunci seguivano le smentite della Fiat e della Deutsche Bank contrarie all’iniziativa dell’IMI. L’obiettivo di far risalire il titolo Fiat era stato raggiunto semplicemente col gioco delle voci riferite dalla stampa. In conclusione dell’analisi dell’operazione Fiat-Lafico, siamo in grado di affermare che:

la Fiat ha violato due articoli del codice civile acquisendo azioni proprie e anticipando somme a terzi sia pure attraverso la mediazione di Mediobanca,

Mediobanca pur essendo controllata dal capitale pubblico (le due banche d’interesse nazionale) si è resa complice della Fiat causando anche un danno all’interesse pubblico attraverso l’emissione d’un prestato a tasso inferiore a quello di mercato.

Negando più volte in dichiarazioni pubbliche che il collocamento delle azioni ex Lafico era sostanzialmente fallito, il presidente della Fiat Giovanni Agnelli e della Deutsche Bank Werner Blessing si sono resi colpevoli di falsificazioni nei confronti dei sottoscrittori causando loro un danno economico non indifferente.

Il rastrellamento dei titoli Fiat alla borsa di Milano da parte dell’IFIL e della Deutsche nei venti giorni precedenti all’annuncio ufficiale dell’accordo raggiunto coi libici il 23 settembre a Zurigo si configura come tesa a incrementare artificialmente il prezzo delle azioni da parte di possessori di informazioni riservate. Tutto ciò non tanto finalizzato a favorire i libici, visto che 7 agosto ’86 il tiolo ordinario Fiat era già a 15.100 lire quanto a favorire i rastrellatori che spunteranno il 24 settembre successivo ben 16.500 lire per ogni azione precedentemente acquistata e realizzando anche uno sconto del3% fittizio sui titoli collocati all’estero.

Il mancato collocamento di buona parte dei tioli Fiat conseguente anche alle attività speculative già descritte ha causato l’ingolfamento della borsa di Milano. Tutto ciò ha causato perdite considerevoli agli azionisti e alle banche pubbliche stimabili intorno ai 200 miliardi. Oltretutto perdura una situazione di illegalità latente. Visto che le banche tuttora detengono azioni ordinarie Fiat contrariamente a quanto prescrive la legge bancaria.

I piccoli azionisti dell’Ifil sono stati ingannati e danneggiati. Avevano sottoscritto l’aumento di capitale di una società ricca di attività finanziarie e si ritrovano ora possedere titoli industriali Fiat

 

P.S.:

Per redimere un simile mondo, con una nobiltà finanziaria davvero ignobile, per dare un senso a una riaffermazione del “libero arbitrio”, che comincia col coonestare delle bassezze, ci vorrebbe, invero, una grande fede, onde giustificare mediante argomenti presentati falsamente come legittimi ed onesti, ben nascosti dietro la propria supposta autorità e supposto prestigio, insieme a piazzisti urlatori abilissimi nella fiera delle menzogne, laddove il tragico quotidiano trasmuta in disonesto quotidiano e copre alchimie mefistofeliche insieme meschine e torbide!

 

10 MAGGIO 2026

ORONZO MARIO SCHENA