Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione, O. M. Schena
Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione
(LA PRIMA BUGIA)
Si vede molto, troppo, ma proprio tanto, ma tanto tanto, tanto da incattivire fino all’acrimonia. E Lei, Giorgia, vestita come sempre d’una allegrezza oltremodo spocchiosa, odia tutto e tutti così tanto, con l’indomabile tenacia d’una donna di grande e allo stesso tempo fragile carattere.
È inoltre forte il sospetto che i coledochi di sinistra, rigonfi di supposta sapienza, spruzzino soprattutto invidia banale. Sarà forse per questo motivo che hanno l’aria di addentare il loro fiato caldo, ma così caldo da ustionarsi lingua e palato? Giorgia Meloni nel suo egotismo solipsistico, nel suo berciare come un’ossessa si paragona a Penelope e a chissà quale divinità, e dunque, tutto il suo lavoro (notturno?) all’alba se ne andrebbe in frantumi? La strada di tutti i politici è comunque lastricata di bugie, proprio come quella dell’inferno. Può non saperlo la Presidente?
Chi disse la prima bugia? Quali labbra pronunciarono, per viltà o per coraggio, per stringente necessità o per futile scherzo le parole della prima menzogna? Ad azzardare una risposta a questa improbabile domanda che, come tutto ciò che riguarda l’inizio, ha di necessità, qualcosa del gioco e del candore dell’infanzia, ci induce la lettura di una raffinata ed elegante parabola che si trova nascosta tra le pagine del breve saggio di Oscar Wilde su la decadenza della menzogna, apparso nel 1889 sulla rivista “The Nineteenth Century” e pubblicato solo due anni dopo, all’interno della raccolta. Intentions.
“Chi sia stato”, si chiede Vivian, nel dialogo immaginato da Wilde, “colui che per primo, senza essere uscito per la dura caccia, raccontò agli esterrefatti cavernicoli, nell’ora del tramonto, come aveva trascinato il megaterio, fuori della purpurea tenebra della sua caverna di diaspro. O ucciso il mammut in singolar tenzone per riportarne le zampe dorate, noi non possiamo dirlo, né ha avuto il coraggio di dircelo nessuno dei nostri antropologi moderni, malgrado la loro tanto vantata dottrina”. Tuttavia, “quale fosse il suo nome e la sua razza”, conclude Vivian, “egli certamente fu il fondatore delle relazioni sociali. Egli è la base della società civile”.
Nella biblioteca di una luminosa dimora di campagna, spalancata sui boschi profumati del Nottinghamshire, s’intreccia il dialogo pomeridiano fra due amici: Cyril sostenitore del primato estetico della natura, e Vivian, alter ego di Wilde, per cui la “menzogna”, ossia “il narrare belle cose non vere, è lo scopo legittimo dell’arte”. Benché dissimulata sotto la morbida parvenza di un’improvvisa e divagante conversazione da salotto che si dipana, pigra e vellutata verso quell’imbrunire la cui principale utilità è di illustrare le citazioni dei poeti”, la contrapposizione non potrebbe essere più netta. Da una parte stanno schierate natura e verità, dall’altra arte e menzogna.
Mentire nel senso prospettato da Wilde è un atto eminentemente gratuito: anti utilitaristico e, quindi, del tutto antinaturalistico. La menzogna così intesa è al di là di qualsiasi considerazione morale e va oltre ogni valutazione etica. Essa diviene l’emblema dell’assoluta autosufficienza di un tipo particolare d’azione, quella del “fare” artistico che inventa la realtà e non vi si sottomette. Wilde rivendica l’intrinseca inutilità della menzogna, ma anche la sua inattaccabile autonomia, La sua autentica e incondizionata sovranità. “Che cos’è una bella menzogna?” s’interroga altrove il Vivian del testo wildiano “semplicemente quello che è dimostrazione di se stesso”.
Nella parabola de La decadenza della menzogna, ai compagni cavernicoli che escono avviandosi verso la “dura caccia” si contrappone la strategica immobilità del protobugiardo, che rimane nella caverna e, al loro ritorno finge e racconta la sua fantastica storia. È una storia di caccia e di magnifiche prede e la bugia funziona, fondando le “relazioni sociali” e gettando le basi della “società civile”, anche perché in qualche modo essa assomiglia alla realtà, ossia è plausibilmente verisimile. La menzogna corrisponde alle aspettative di chi la ascolta ed è, quindi efficacemente in grado di trarre in inganno. Insomma il protobugiardo conosce il suo pubblico e conoscendolo può anticipare ciò che esso vorrebbe sentirsi dire, ciò che esso è già disposto a credere. “L’inganno intenzionale” “richiede una rappresentazione della mente dell’altro, e un piano per manipolarlo”. La menzogna nega e nasconde la verità. Tuttavia ha bisogno di sapere, ossia di possedere un’intelligenza delle aspettative di verità di chi vuole ingannare. Non c’è bugia senza comprensione dell’altro. Solo se c’è da parte del bugiardo un autentico intus legere, ovvero un “leggere dentro” la mente della sua vittima egli può sperare d’essere creduto. Così il protobugiardo racconta di una caccia immaginaria per catturare con l’ausilio delle parole e la mimica dei suoi gesti coloro che sono appena tornati da una caccia reale e che hanno ancora negli occhi il rapido baluginio dell’arma di selce affilata, la fuga e l’agonia della preda, l’orgoglio e la tracotanza conferiti dal possesso del bottino. L’immagine de “La decadenza della menzogna” finisce per tracciare il profilo esemplare di due tipi di cacciatori o, se si vuole, di due tipi diversi di bugiardi dove la differenza sembra subito spostarsi dalla generica condivisione dell’orizzonte della non verità all’analisi specifica delle motivazioni, al vaglio delle ragioni che spingono ciascuno dei due ad adottare la comune strategia dell’inganno. Al cacciatore si accorda, infatti, almeno nella scena primordiale che stiamo evocando di cacciare per necessità e senza scelta, per una questione di sopravvivenza, o come si suol dire, di vita o di morte, mentre per il mentitore delle origini Wilde rivendica, sin dall’inizio, la sovrana lussureggiante eccedenza dell’inutile, la lussuosa gratuità dello spreco, quella sublime libertà che prevede l’esonero dal bottino vitale di carne, d’avorio e di pelliccia. Il protobugiardo si sforza di entrare nella mente altrui per meglio ingannarla: dissimulando e nascondendo, inventando, fingendo. Ma questo è anche quel che deve saper fare il cacciatore quando cerca di catturare la preda: egli usa le forze a disposizione là dove queste non sono sufficienti, ossia quasi in ogni circostanza considerati i numerosi deficit della cosiddetta dotazione naturale dell’uomo – lo strumento risolutivo dell’astuzia, si chiami questo arma, mimetismo, battuta, esca o trappola.
“In una caverna dei Pirenei”, leggiamo nel trattato della menzogna e dell’inganno c’è un dipinto che risale a 17 mila anni fa: raffigura un cacciatore di Cro-Magnon avvolto in una pelle di renna le cui corna gli fanno da acconciatura. È una raffinata forma d’inganno che serve a nascondere l’uomo e a mostrare alla preda un’apparenza falsa e fatale. Nascondere se stessi implica una strategia simmetrica rispetto all’intelligenza del nemico. L’intero trattato si chiude, con un capitolo tattico su “l’uso delle Spie uno dei passi più noti Sunzi ripreso in una famosa massima del “Grande Timoniere” Mao Tse Tung recita: “conoscendo quell’altro e conoscendo se stessi, per cento volte che dovessimo combattere, non correremmo alcun rischio o subiremmo danno. Non conoscere quell’altro, ma conoscere se stessi; per una volta che vinceremo, una volta dovremo subire. Ma se, infine, senza conoscere quell’altro né noi stessi, dovessimo combattere, ogni nostra battaglia si risolverà in un rischio esiziale. In un altro trattatista cinese dell’arte della guerra “il metodo dell’inganno “viene esemplificato con la metafora dell’orma, tratta con ogni evidenza dalla pratica dell’esercizio venatorio: “l’identità del cuore con l’orma tracciata è quel che si dice la sconfitta, mentre la diversità, quasi estraneità differente, del centro occulto con la periferia manifesta, è la supremazia vittoriosa Durandin indicava la connessione originaria fra il “mentire e il fatto del nascondersi”.
Pag. 194 MACHIAVELLI
D’altra parte come aveva già detto nel primo libro in un passo celebre per la sua eco nelle pagine de Il Principe XVIII 2- 3 se noi prendiamo in esame i modi in cui si può far del male al prossimo, questi possono essere divisi in due grandi categorie, la violenza diretta, e la violenza indiretta quella della menzogna;” in due modi si può fare ingiuria (iniuria)o con la violenza o con la frode (aut vi, aut fraude,) con la frode che è propria dell’astuta volpe, o con la violenza che è propria del leone; indegnissima l’una e l’altra dell’uomo, ma la frode è assai più odiosa (sed fraus odio digna maiore) fra tutte le specie d’ingiustizia, però, la più detestabile è quella di coloro che, quando più ingannano, più cercano d’apparire galantuomini “nulla capitalior quam eorum”
C’è sicuramente un disagio tra vasti stati della popolazione, quanto a riconoscere quali siano le cause, vuoi per una informazione drogata, vuoi per disinformazione, la questione è comunque assai più complicata.
L’impossibilità concettuale però di mantenere sempre in vita quest’ossimoro capitale/democrazia entro il sistema di capitale, la evidenzia la crisi di sovrapproduzione strutturale a questo modo di produzione, sia come sia, sta di fatto che non si riesce più a fuoriuscire da più di mezzo secolo, dal sistema di capitale, senza peraltro che le masse disinformate la riconoscano quale fonte reale del disagio comune.
È nella crisi odierna, infatti, che è diventato più difficile, se non impossibile, temperare l’antitesi tra capitale e lavoro salariato. Ecco dunque che nella disgregazione politica e istituzionale in atto, in tutto l’Occidente cosiddetto democratico (?), si creano mostri inesistenti ma plausibili per chi è relegato nell’ingenuità e nella paura, come non bastasse, si diffondono allarmi di terrorismo, brigate rosse e quant’altro, e tutto quanto serve per giustificare solo l’aumento della repressione.
Il decreto sicurezza è la risposta che il capitale esige per fronteggiare un’accumulazione in crisi. Lo Stato è qui per questo. Si vieta anche l’uso del cellulare al migrante perché la sua è una vita senza valore, senza diritti, semplicemente non serve. Si propone un blocco navale e l’incremento di espulsioni per una supposta sicurezza nazionale, minacciata dall’invasione della povertà straripante perché derubata delle risorse dal nostro sistema.
Si resuscita il fermo di polizia – e ricompare l’ombra mussoliniana, in termini preventivi! – dove la prevenzione non è quella in ambito sanitario cioè migliore della cura, ma quella che colpisce lo svantaggio sociale o il disagio giovanile, secondo la probabilità criminogena presupposta seconda che i reati siano gravi o meno (accattonaggio, vagabondaggio e altri piccoli reati comuni) Laddove si ravvisa disordine si può determinare ulteriore degrado, e quindi l’eventuale intervento preventivo potrà essere causa di incremento di reati più gravi, oltre le recidive, che verificheranno infine la presupposta criminalità del dissenso o della necessaria emarginazione della povertà non rassegnata.
In quest’abbraccio mortale dell’Occidente in rovina non si vede il resto del mondo che pretende un’alternativa a questo imperialismo, votato alla distruzione anche della natura pur di sopravvivere come egemonia predatoria. Rimanere ancorati alle vecchie logiche suprematiste conduce al baratro della guerra infinita e al massacro indiscriminato di intere popolazioni.
Ma ancora in questo rinnovato law and order di adesso arrestare equivale a maggior sicurezza. Resta da chiedersi per chi.
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente. Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona. Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, del quale si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto. Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali,
Il mondo rovesciato è così l’utile campagna intimidatoria contro il “nemico” immaginario, ma da delegittimare come inaffidabile. Chi non rammenta poi il magistrato Raimondo Mesiano che nel 2009 condannò Fininvest al risarcimento di oltre 750 milioni di euro, e che subito diventò per questo “l’inattendibile magistrato dai calzini celesti”? Stessa operazione diffamatoria, stesso linciaggio mediatico. Però di questo non è qui da dilungarsi.
In questo tratto di tempo che ci separa dal referendum di marzo cerchiamo tutti di capire invece le finalità dei cambiamenti in atto, e non solo nella certezza di ciò che si vede, ma anche di quanto, seppure oscurato, determina pesantemente questa fase. L’attacco alla nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, non è nuovo. E nemmeno la necessità di addomesticare la magistratura. Quale allora l’origine delle pseudo novità? Il diritto non poggia su sé stesso e per lo più è al servizio della politica, degli interessi, dei mercati. Se assistiamo a quest’ultimo tentativo di dissezionare la Costituzione – in questo referendum 7 articoli della costituzione dissezionati è perché questa costituisce un intralcio al “libero” svolgimento di affari da secretare, e da cui allontanare eventuali penalità giudiziarie. Da quando i capitali sono diventati sistema dominante, sin dalla fase storica della “sottomissione reale”, la loro “libertà” è sempre esistita, negandola però al lavoro delle masse espropriate. Ciò significa che la forma illiberale di tale dominio, prioritariamente economico, ha continuamente dovuto mascherare la propria natura patteggiando il consenso ai suoi governi. Appare così la democrazia, funzionalmente altra dal suo primitivo significato storico, ma utile parvenza.
L’ancora attuale sistema economico, capitalistico, presuppone infatti la disuguaglianza su cui poter operare lo “sfruttamento”, mentre si è dovuto guadagnare un assetto politico di eguaglianza formale soggettiva, per creare e mantenere il consenso sociale alla sua riproduzione. La disuguaglianza può così sparire a favore di un’infondata uguaglianza universale raccolta nella sintesi nota “La Legge è uguale per tutti”, a cancellazione della distinzione di classe e della sua ineliminabile conflittualità, da relegare nella latenza più inoffensiva. Democrazia diventa allora un dorato passe-partout ornato di “valori e diritti umani” in cui viene rappresentata e creduta, al contrario, una possibile uguaglianza sociale e la libertà istituzionale. Contraddittoriamente, resta comunque il reale terreno di lotta favorevole ai lavoratori da impoverire, necessari all’estrazione dei profitti. C’è, però la difficoltà concettuale di mantenere in vita l’ossimoro capitale/democrazia entro il sistema di capitale, la evidenzia la crisi di sovrapproduzione strutturale a questo modo di produzione, da cui non si riesce più a fuoriuscire da più di mezzo secolo, senza peraltro che le masse disinformate la riconoscano quale fonte reale del disagio comune.
È nella crisi odierna, infatti, che è diventato più difficile, se non impossibile, temperare le antitesi tra capitale e lavoro salariato. Ecco, dunque, che nella disgregazione politica e istituzionale in atto, in tutto l’Occidente cosiddetto democratico, si creano mostri inesistenti ma plausibili per chi è relegato nell’ingenuità e nella paura, col diffondere allarmi di rinnovato terrorismo, brigate rosse e quant’altro, per giustificare solo l’aumento di repressione necessaria al contenimento del dissenso prevedibile.
A reti unificate viaggia più o meno rinnovato il law and order arrestare equivale a maggior sicurezza. Resta da chiedersi per chi.
Democrazia è solo un passepartout e sulle passerelle c’è un’interminabile sfilata di valori e di diritti umani, ma nessuno si faccia illusioni se la Meloni spaccia un giorno sì e l’altro pure, con la sua voce rasposa, i miracoli del suo governo. Lei vuole farci credere con la Sua rappresentazione, che nel nostro Paese ci sarebbe l’uguaglianza sociale e come pure tutte quante le libertà istituzionali. Ci sarebbero invero, ma soltanto come scorie, i lavoratori che, più che altro, recitano la parte di poveri ma è più che altro, per un dispetto alla destra che governa il nostro paese. Poi di tanto in tanto s’affacciano alla finestra, col suo viso Tajani e il suo sorriso, ma fino ad un certo punto s’intende, perché le sue capriole ermeneutiche sono da medaglia d’oro!
Figuranti politici di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, il guaio è che tutti i figuranti si illuminano di menzogna e vanno di bolea, insomma hanno la fortuna propizia, il vento in poppa!
28/FEBBRAIO/2026
ORONZO MARIO SCHENA