Gli scherzi d’un diario apocrifo, di O. M. Schena

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Di tanto in tanto mi capita di provare a mettere un po’ d’ordine nella mia libreria ed è così che mi sono ritrovato tra le mani il diario apocrifo di Prospero Gallinari.  È un regalo di mia figlia Rossana, che porta la data dell’11 giugno 2013! Un libricino che ignoravo d’avere! A mia scusante posso solo dire che mai Rossana in tutti questi anni mi ha chiesto se quel libricino mi fosse piaciuto. Naturalmente, visto il tempo passato, non mi è sembrato strano di trovare le parole del libretto umide e appiccicose, ma questo potrebbe anche essere uno scherzo dell’inconscio, il quale può permettersi il lusso di compiere slittamenti da un significato all’altro. In ogni caso mi viene da pensare, con il libretto tra le mani, che per cancellare le opalescenze del tempo ci vorrebbero refoli davvero robusti, ma chissà se mai riuscirebbero a liberare il reale da ogni opalescenza lasciata dai giorni e dalle notti.

 

IL DIARIO APOCRIFO-DI PROSPERO GALLINARI

“HO SENTITO   ALDO MORO CHE PIANGEVA –EDMOND DANTES “

INTRODUZIONE-PROSPERO GALLINARI

PROSPERO GALLINARI non era un uomo di lettere. Veniva dai campi ed era un rivoluzionario combattente, in nome del proletariato comunista. Proprio a lui toccò il compito tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 di far da carceriere ad Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate rosse dopo lo sterminio dei cinque uomini della sua scorta. Prospero Gallinari tenne un diario della sua irripetibile esperienza in un appartamento di Roma: appunti e annotazioni, spesso farciti di svarioni grammaticali e di errori di ortografia. Venuti in possesso del documento, mi sono limitato, per così dire, a dargli una veste letteraria, rispettando scrupolosamente la sostanza del contenuto.

Edmond Dantes

La verità è che noi, rivoluzionari comunisti, non siamo dei killer. Non siamo nati sicari. Abbiamo imparato a usare le armi nel momento in cui abbiamo capito che soltanto la rivolta armata poteva liberare le masse proletarie da un’oppressione che dura da trent’anni. Per le cinque persone che abbiamo lasciato sulla strada non provo compassione. Sapevano quello che facevano. La propaganda del regime li sta già dipingendo come eroi innocenti vittime della ferocia altrui. Ma di cosa vanno blaterando, questi servi dello stato imperialista delle multinazionali? Gli uomini che sono morti in via Fani combattono una guerra, esattamente come noi brigatisti. La morte è un evento naturale, se vai in guerra. Noi brigatisti siamo in guerra. Le forze della controrivoluzione sono in guerra. Subito dopo l’assalto in via Fani c’era un’atmosfera sospesa. Appena hanno taciuto le armi, si sentivano solo le nostre voci. Dovevamo estrarre Moro dalla macchina. Lo volevamo vivo. È vivo. Adesso sta a qualche metro da me, rinchiuso nella prigione che abbiamo allestito all’interno dell’appartamento che ci ospita. “Presidente, ha capito chi siamo?”

Moro ha risposto con un filo di voce: “ sì, voi siete le Brigate Rosse”. A questo punto Mario ha detto che noi due ce ne saremmo andati dal cunicolo, per  permettergli di cambiarsi. Sul letto avevamo preparato i pantaloni di una tuta e una camicia. Naturalmente tutti gli effetti personali del Presidente, quello che portava con sé, li abbiamo requisiti noi. Uscendo, Mario ha  parlato ancora. Adesso cerchi di riposare, Presidente. È stata una giornata brutta per tutti. Ci vedremo domani. Moro è rimasto zitto. Mario ha buttato giù un po’ di appunti. Dobbiamo ispezionare il contenuto delle bozze di Moro che abbiamo preso dalla sua macchina. Domani, quando avremo modo di parlare un po’, Mario gli chiederà tutto quello che c’è da sapere sulla sua salute, le medicine, cosa preferisce mangiare. Io e Germano dobbiamo occuparci della sicurezza dell’appartamento. Abbiamo anche stabilito che l’interrogatorio del presidente non inizierà prima di lunedì. Ora dobbiamo occuparci della comunicazione. Bisogna scrivere il primo comunicato, per fortuna è un compito che spetta a Mario. E dobbiamo anche fare una foto a Moro sotto la nostra bandiera. Ci sarà anche per dimostrare che il presidente è vivo. In TV dicono che potrebbe essere rimasto gravemente ferito nello scontro, ma basterebbe usare un po’ di saggezza contadina: avessimo voluto uccidere il presidente lo avremmo fatto lì, in via Fani! Il regime intanto sta  mobilitando i suoi strumenti di persuasione. Non dobbiamo sottovalutarli. In TV mostrano spettacoli agghiaccianti: le bamdiere del PCI e della CGIL nelle piazze regalate alla democrazia cristiana! Chissà come la prenderanno gli operai della Fiat o dell’Ansaldo, i compagni che da decenni aspettavano il momento della insurrezione. Ora che arriva, grazie alle Brigate rosse, i berlingueriani si schierano con Andreotti e Zaccagnini!

Ho anche visto in TV le facce dei criminali al governo. Andreotti, Forlani, Fanfani. Mosche impazzite in una bottiglia. Sono atterriti, non si aspettavano che potessimo arrivare a tanto, non ci hanno creduto quando abbiamo annunciato che era nostra intenzione colpire il cuore dello stato, questo stato putrido che loro hanno massacrato con la fredda crudeltà di chi si sente intoccabile. Ma da oggi lo sanno. Sanno che non ci sono più intoccabili. Non fin quando la vittoria delle brigate rosse non sarà completa. Mario ci ha chiesto da quale domanda partiremo, nella conversazione con Moro.  Lui si è preparato leggendo alcuni libri sulla storia della Repubblica,  dal 1946 in poi. Una traccia dell’interrogatorio è stata concordata con i compagni delle colonne. Ma da dove cominciare? Io ho suggerito di partire da piazza Fontana. Non c’è dubbio alcuno, per un combattente rivoluzionario, sulla matrice di quella strage del 1969. Fu una strage voluta dallo stato perpetrata da ignobili galoppini del potere per frenare le faticose conquiste operaie. Noi lo sapremo, ora abbiamo la possibilità di inchiodare Moro e il regime alle loro turpi responsabilità. Mario pensa sia una buona idea, sebbene non sia tanto sicuro della disponibilità a collaborare del presidente.

Noi siamo rivoluzionari. Noi siamo meglio di questa gente. Ho risposto il più in fretta possibile. Ma ho risposto. Ho detto al presidente che gli uomini della sua scorta erano tutti morti Punto. Non ho aggiunto altro. Credo di aver detto,  per la precisione: “No, non si è salvato nessuno”. E ho voltato di nuovo le spalle, piegandomi sulle ginocchia  per andarmene da lì. Ed è stato allora, mentre mi infilavo nel buco per rientrare nell’appartamento, che l’ho sentito. Ho sentito Aldo Moro che piangeva.

28 marzo 1978

Visto Mario in serata. È tornato dopo il confronto con i compagni. È stata presa la decisione che considero la migliore. Domani, in allegato al comunicato n.3, diffonderemo la fotocopia della lettera manoscritta di Moro, indirizzata al ministro degli sbirri Cossiga. Il presidente, nella versione che abbiamo scelto, scrive a Cossiga

, qui riassumo, che è nell’interesse di tutti arrivare alla sua liberazione attraverso uno scambio di prigionieri. “tutti i compagni delle colonne” ha detto Mario,  “ritengono che  le  Brigate rosse non possano nascondere al popolo ciò che i malfattori di regime vorrebbero restasse segreto”. Germano ha ribadito la sua diversa opinione. Secondo lui, agendo così facciamo un torto inutile al prigioniero, che ha scritto in un certo modo supponendo che il testo fosse privato e confidenziale. E inoltre ci bruciamo l’opportunità di un negoziato nella discrezione, che le circostanze potrebbero rendere necessario anche per noi. Io voglio bene a Germano, ma ha torto marcio.

29 marzo 1978

Solo in serata abbiamo divulgato ai mezzi d’informazione il comunicato n. 3,  al quale abbiamo allegato la fotocopia del manoscritto dl presidente, il suo testo indirizzato a Cossiga. In precedenza, utilizzando i contatti che Moro aveva indicato a Mario, avevamo fatto pervenire suoi messaggi personali alla famiglia e a un suo collaboratore, insieme alla lettera da consegnare al ministero degli interni. In questo modo il capo degli sbirri dovrebbe aver ricevuto il documento prima dei giornalisti e delle televisioni. In tv,  a tarda ora, hanno letto ripetutamente il testo del presidente. Le reazioni mi sembravano molto negative, era difficile immaginarsi altro da gente prezzolata del regime.

30 marzo 1978

Il presidente ha rifiutato il cibo. Il vassoio è tornato indietro intatto. Moro è furioso con Mario.  Quando gli ha portato un paio di giornali di oggi, con stampato il testo della lettera a Cossiga, il presidente si è risentito. Mario mi ha raccontato che la sua reazione è stata, per la prima volta da quando è nostro prigioniero, quasi isterica. Dice il presidente che le brigate rosse hanno volutamente fatto saltare l’ipotesi di qualunque negoziato per uno scambio di prigionieri, mettendo in piazza il suo scritto al ministero degli interni. Come fate a non capire, ha proseguito Moro, che dando pubblicità alla mia proposta di trattativa avete obbligato il ministero a una posizione di chiusura? Se il vostro scopo era promuovere un negoziato, avete scelto la via che lo impedisce, perché dare pubblicità alla mia lettera porta Cossiga e l’intera DC a irrigidirsi. Se invece, ha conluso il presidente, lo scambio dei prigionieri non vi interessa, allora non lasciatemi credere che ho il diritto di scrivere a chi voglio. Fate quello che avete in mente di fare.

3 Aprile 1978

Ho ascoltato il nastro dell’ultima conversazione di Mario e Moro. Il presidente non si dà pace per l’atteggiamento della DC. Trova inspiegabile la totale chiusura manifestata da tutti i suoi vecchi complici “Loro ha spiegato, sanno benissimo che nella letterta a Cossiga ho sostenuto le posizioni che avevo espresso, a proposito di sequestri di persona, quando ero un uomo libero, anche nei giorni del sequestro Sossi”, sostiene il presidente, “avevo fatto conoscere la mia opinione non sfavorevole ad unoscambio di prigionieri. Quindi” conclude, “la DC oggi può rifiutare la mia tesi ma è disumano il tentativo di attribuirmi, la follia, il delirio”un’altra cosa “Moro contesta lo fa sin dal primo interrogatorio di Mario la nostra convinzione che la DC sia un blocco monolitico al servizio di interessi oscuri, in opposizione alle legittime richieste popolari. Lui dice che invece il suo partito è stato sempre ricco di contrapposizioni interne anche molto aspre, difficili ogni volta da ricondurre a sintesi, a unità. Proprio per questo dice il rifiuto corale della sua proposta di negoziato con le brigate rosse  è incomprensibile, tanto da spingerlo a sospettare che ci sia una pesaante interferenza estera, o degli americani o dei tedeschi. Se è così siamo al riconoscimento da prte del presidente della nostra teoria sullo stato imperialista delle multinazionali. Chissà se se ne rende conto.

21 APRILE 1978

Scrivo queste righe all’ora della colazione. Se tutto è andato bene nella consegna, dovrebbe essere pervenuta in vaticano una lettera che il presidente ha indirizzato al papa. Ne aaveva già scritta un’altra per lui, se non ricordo male un paio di settimane fa, ma non è mai uscita dall’appartamento, perché abbiamo considerato troppo pericoloso attivare un contatto con il Vaticano. Questa volta prendiamo il rischio. Avevamo pensato di allegarla al comunicato n. 7, quello distribuito ieri. Ma Mario ha accettato la richiesta di Moro: non abbiamo dato pubblicità al testo. Io avrei preferito rendere pubblico il documento, anche se mi rendo conto delle ragioni di Mario. In una situazione che ci appare senza sbocchi, forse sollecitare in modo riservato l’intervento di Paolo VI può aprire un’alternativa. La lettera al papa è stata preparata dal presidente quando lo abbiamo informato della provocazione del governo, la menzognaa del 18 aprile. È arrivato alla stesura definitiva dopo una dozzina di tentativi. Credo che il presidente abbiaa limato il testo parola per parola. Secondo quanto Moro ha detto a Mario,e ormai evidente che il regime considera chiusa la partita e dunque solo un intervento di un’autorità esterna può sbloccare la cosa. In ogni caso deve essere chiaro, come mario ha ribadito al presidente, che alle Brigate rosse non interessa una trattativa con il papa. Se il papa vuole slavare Moro, deve convincere la DC e scendere a patti con le BR.

22 APRILE 1978

A questo punto,  è finita”. Sono le parole che il presidente ha detto a Mario quando ha potuto leggere l’appello che il papa ci ha rivolto. È una lettera alle Brigate rosse. Un atto pubblico, diffuso dal Vaticano tramite il suo giornsale e la sua radio. Già questa è una stranezza, persino per uno come me che non conosce i meccanismi del potere, delle diplomazie. Moro aveva mandato a Paolo VI un messaggio personale e noi ne avevamo conservato la segretezza, rinunciando al nostro principio di non nascondere nulla al popolo. Invece il papa risponde in pubblico. Qualcosa non va.  Oppure è tutto sin troppo chiaro, come il presidente ha spiegato a Mario. Non esiste la volontà di aprire un dialogo con noi per la liberazione dei prigionieri politici, per uno scambio che restituirebbe Moro alla sua famiglia. Il presidente si sbagliava, se sperava che il suo amico Montini si sarebbe mosso per forzare il regime a cambiare linea. È accaduto esattamente il contrario. Mi ha detto Mario che il presidente ha avuto una crisi di sconforto, quando ha finito di leggere l’appello del papa. Era prostrato. Ha  spiegato a Mario ciò che Mario aveva intuito subito. Se Paolo VI ci chiede di liberare Moro senza condizioni, letteralmente, senza condizioni, allora significa che è rassegnato, anche il papa, a una soluzione traumatica. E di questo Moro non riesce a darsi pace. Io non ho mai creduto granché in questa via. Nemmeno vedo questa differenza tra chiesa e stato, dai tempi di Mussolini la chiesa si è sempre schierata con il potere, coi fascisti prima e coi democristiani poi. Da quando abbiamo catturato il presidente, andiamo sostenendo una posizione chiarissima, noi brigatisti. Primo:  non ci saranno trattative segrete,  qualunque soluzione dovrà essere negoziata alla luce del sole,  gli inganni e i sotterfugi non appartengono a noi rivoluzionari combattenti. Secondo: chi vuole Moro libero deve pagare un prezzo politico, perché la nostra battaglia contro lo stato imperialista delle multinazionali è politica, non abbiamo catturato Moro per incassare un riscatto fatto di quattrini. E il papa ci raccomanda, invece, di  liberarlo gratis. O non ha capito niente o non hanno voluto che capisse.

1 maggio 1978

Oggi, per la prima volta da quando siamo chiusi in questo apparaamento,  ho avuto paura di non riuscire a portare a termine l’operazione. Il primo maggio è la festa dei lavoratori. Nella mia memoria, fin dall’infanzia, è stata una ricorrenza particolare.  Forse l’unica che davvero ho sentito mia, perché considero il 25 aprile, il giorno della liberazione, una truffa del potere ai danni della veraa resistenza, che è stata ignobilmente tradita. Stamattina Laura non doveva uscire non doveva uscire per andare in ufficio, però è scesa per andare a comprare i giornali. Li leggo con poca attenzione: sin dal 17 il marzo, giorno successivp alla cattura del presidente, mi sono reso conto che il regime si era blindato, l’informazione è a senso unico, non hanno mai pubblicato una riga sul sostegno che sappiamo di avere, noi brigatisti, nelle fabbriche del nord, nelle grandi aree operaie. Quando Laura è tornata aveva una faccia spaventatissima. Ha detto a me e a Germano che in mezzo al viale sostava una macchina della polizia, con i lampeggianti. Temeva, con ragione, che fosse in atto uno dei sistematici rastrellamenti che gli sbirri stanno attuando in tutta Roma. Lo sappiamo perché in televisione hanno suonato la grancassa sulle azioni di parata di polizia e carabinieri. Laura ha sentito gente del suo ufficio che ha raccontato di aver subito perquisizioni in casa. Nell’appartamento ci siamo sempre sentiti ragionevolmernte al sicuro. A parte Mario,che va e viene , ma è molto prudente negli spostamenti,  da cui si muove soltanto Laura, fa fa una vita da brava impiegata, niente che possa attrarre l’attenzione. Ma adesso sono in mezzzo alla strada. A 100 metri da noi. “cosa facciamo?” ha chiesto lei. Teoricamente, il responsabile deella prigione sono io.  Non che mi senta un generale e poi Germano sarebbe il mio unico sottoposto. Ho risposto: “applichiamo le procedure che abbiamo studiato, ora io entro nel cubicolo e mi sistemo accanto al presidente, Germano resta in cucina con la pistola a portata di mano mentre Laura aspetta che  suonino il campanello”. Non penso fosse una grande forma di organizzazione. Comunque, gli ordini sono precisi. In caso di assedio all’appartamento ci dobbiamo barricare e chiedere di poter lasciare il locale insieme a Moro. In caso invece di assalto a fuoco, ci difenderemo con le armi e comunque non permetteremmo alle teste di cuoio del regime di liberare il presidente. Sarebbe, per le Brigate rosse, una disfatta politica e militare. Ma era in ogni caso una situazione intrisa di pericoli. Meno male che Laura è stata più lucida di me. Quando si è accorta che gli sbirri erano davvero entrati nel condominio, ha deciso da sola cosa fare. Io non ero in grado di fermarla, perché ero entrato nella prigione. Mi sono avvicinato al presidente. Era seduto sul letto, intento a scrivere come fa quasi sempre. Avevo il passamontagna. È rimasto sorpreso  nel vedermi, da lui entra sempre Mario, in più di un mese avrà notato la mia sagoma si e no quattro volte. Ho estratto la pistola, gli ho chiuso la bocca con una mana e ho mormorato: presidente, lei stia tranquillo e vedrà che non capiterà nulla. ma mi sono accorto che la mia voce tremava. Come mi sarei comportato, se gli sbirri avessero  sopraffatto i compagni e si fossero diretti verso il cubicolo? lo avrei ucciso?   A sangue freddo? Sì credo che lo avrei fatto. Per fortuna , una trovata di Laura ci ha tolto dall’imbarazzo. Ha indossato un soprabito ed è uscita dall’appartamento, andando incontro ai poliziotti che stavano salendo le scale. Con aria agitata, ha chiesto loro se sapessero la via più rapida per raggiungere il policlinico Gemelli: la avevevano appena avvisata che una carissima amica aveva avuto un brutto incidente. Ha funzionato.  Lo so per esperienza: in Italia, se racconti una bella a proposito di ospedali e feriti, la gente ti crede così, i poliziotti le hanno dato l’informazione richiesta e naturalmente, vista l’agitazione della padrona di casa,  non hanno voluto controllare l’appartamento. In quei lunghi minuti, io sentivo il respiro affannoso del presidente. Avevo paura io, aveva paura lui. Solo quando, dopo un po’, dall’esterno della prigione Germano mi ha detto che se n’erano andati, ho tolto la mano dalla bocca di Aldo Moro. Ho avuto la sensazione che il sollievo fosse comune, mio e suo. Domani, quando torna Mario, devo chiedergli se possiamo  continuare a fidarci della sicurezza di questo appartamento.

 

ORONZO MARIO SCHENA

 17 aprile 2026