Guerra in Iran: segnale all’Europa
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Partiamo da una prima considerazione essenziale, come potremmo riassumere in poche parole l’aggressione di Usa e Israele all’Iran? Per esempio, quos vult Iuppiter perdere, dementat prius. I latini dicevano che Dio acceca coloro che vuole perdere. Non possiamo credere tuttavia che americani e israeliani non sapessero che l’Iran non è più quel paese di tanto tempo fa, certamente valoroso e resiliente già all’epoca del conflitto con l’Iraq, ma allora non in grado di tenere testa alla prima superpotenza mondiale e al suo principale alleato in Medio Oriente. A quei tempi, appunto, ma oggi pare di sì.
Noi però, che abbiamo studiato sui libri della grande scuola realista italiana, da Machiavelli fino a Mosca, Pareto e Michels, non cadiamo nella scorciatoia della pazzia o in quella dell’avventatezza quando parliamo di Trump (Usa) e Israele (Netanyahu), che non solo hanno eserciti preparati ma anche apparati di intelligence efficienti. Almeno noi non accetteremo questa idea, perché il potere, nessun potere, si fonda sui singoli e sulle loro decisioni, ma è sempre un processo che perdura indipendentemente dai suoi terminali soggettivi, e determinate decisioni non dipendono dagli umori di pochi individui, anche se sono pur sempre circoli ristretti ad assumersi le responsabilità delle scelte.
Una ragione potrebbe essere quella di cui scrive Machiavelli, spesso si iniziano battaglie per testare l’effettivo potenziale dei nemici e per prepararsi alla guerra vera e propria in un secondo momento, anche non così vicino. Se c’era qualche perplessità sulla reale consistenza dell’Iran, ora Usa e Israele sanno che questa è una potenza regionale in grado di difendersi e di farlo bene, tanto da essere stata capace di attaccare le basi statunitensi nel Golfo. L’Iran sta tenendo testa a israeliani e americani, quasi sicuramente con l’assistenza di cinesi e russi, anzi direi indubitabilmente, e ora gli aggressori sanno che dovranno cambiare strategia per preservare la loro egemonia in Medio Oriente. Dovrà cambiare anche l’approccio americano sia verso Israele, perché non basta più un solo cavallo per presidiare la zona, sia verso le petromonarchie, le quali sentiranno il peso dell’insicurezza dopo gli attacchi subiti.
E non si creda nemmeno, scioccamente, che gli Usa si siano imbarcati in quella che ormai si può definire una disavventura di guerra perché trascinati dagli israeliani. Anche questo è un luogo comune, non è mai la coda che muove il cane, anche se il cane può assecondare la coda se trova qualche interesse a farlo. Diciamo che le pressioni delle lobby israeliane hanno avuto il loro ruolo, ma questo è senz’altro subordinato agli obiettivi degli americani, che ritengono l’area essenziale per contenere e contendersi l’egemonia con potenze che stanno raggiungendo i loro livelli, e ciò riflette in questo momento “l’escalation” del multipolarismo a causa del relativo declino americano che sguarnisce alcuni fronti sensibili.
Man mano che le cosiddette potenze revisionistiche, i poli principali che per il momento indichiamo in Cina e Russia (ma dietro queste cresce anche l’India insieme ad altre nazioni in cerca di protagonismo in altre aree), continueranno a rafforzarsi a danno degli americani, anche quando riterranno conveniente giungere a patti temporanei, questi conflitti cresceranno soprattutto per interposti paesi e nei quadranti geopolitici dove gli Stati Uniti sono più presenti, mentre il continente americano resterà uno spazio strategicamente più protetto e difficilmente penetrabile dai rivali, come dire il ponte d’oro da lasciare al nemico che un giorno si ritirerà dal mondo. L’instabilità nell’area mediorientale potrebbe presto estendersi anche a paesi del Mediterraneo che oggi si sentono al sicuro, alcuni perché membri dell’Ue, e proseguirà fino a che queste potenze in accumulo di proiezione strategica, dopo aver fissato le loro postazioni, non giungeranno a uno scontro diretto. Ma per questo ci vorrà ancora del tempo.
Una breve parentesi, il controllo del Medio Oriente non è solo una questione di stretti dove passano le navi che trasportano petrolio, e nemmeno di economia tout court. Spesso le questioni egemoniche vengono interpretate troppo limitatamente come una questione di soldi e affari. Qui l’economia non è il punto, per quanto resti importante. Piuttosto, le crisi che discendono e discenderanno ancora da questi scenari nascondono aspetti molto più sostanziali. È la perdita di potenza del centro regolatore (gli Usa) che genera gli effetti economici negativi e non viceversa.
Ci si scordano alcuni episodi della storia che invece è utile ripercorrere. Qui riprenderò quelle che sono state le tesi del mio maestro, l’economista Gianfranco La Grassa, recentemente scomparso. Prendiamo la cosiddetta grande stagnazione di fine Ottocento. Quella situazione era effetto di uno scoordinamento geopolitico che si riverberava sull’economia e che più tardi avrebbe portato ai grandi conflitti del Novecento. Anche allora c’erano paesi che crescevano economicamente nel declino di tanti altri, ma con ritmi nettamente inferiori a quelli del trentennio precedente. Ed eravamo in piena seconda rivoluzione industriale, elettricità, chimica, in specie in Germania, e, un po’ più tardi, il motore a scoppio che diede vita a quel settore successivamente facente parte del cosiddetto metalmeccanico, creatore della gran parte dei mezzi bellici usati nelle guerre novecentesche, in cui si sviluppò l’organizzazione lavorativa passata alla storia come taylorismo-fordismo, che alcuni teorici e storici considerarono, ed è storia più recente, la causa principale della vittoria degli Usa nella seconda guerra mondiale.
Queste tesi, sempre semplicistiche, del tipo di quelle più recenti ossessionate dall’onnipotenza della finanza, confondono, tra l’altro, quella che era correttamente considerata, ad esempio un secolo fa da Hilferding e Lenin, l’intreccio, “simbiosi” per Lenin, tra banca e industria, con il semplice capitale in forma liquida o facilmente così trasformabile.
Tornando a quella più lontana crisi, ricordiamo che pure allora l’intenso sviluppo tecnologico (oggi pensiamo alle nuove frontiere aperte dall’AI ma non solo) creò gravi difficoltà nell’occupazione della forza-lavoro e rese obsolete molte capacità lavorative, già fortemente investite e anche azzerate dalla prima rivoluzione industriale (1760-1830/40), con distruzione dei saperi ancora artigianali in vigore nella manifattura, pur già capitalistica. Le crisi economiche, quelle tipiche del modo di produzione capitalistico, così differenti dalle carestie delle precedenti forme di società, sono sempre, con varie modalità, sintomo ed effetto della sempiterna lotta, acuta o meno acuta, per le sfere d’influenza. La Grassa suggeriva di non dimenticare queste fondamentali notizie storiche, a pena di non capire l’inevitabilità dell’acuirsi dei conflitti, estremamente confusi e con continui mutamenti di alleanze, conseguenza tipica del lento affermarsi di altre potenze che rendono impossibile una relativa regolazione del sistema globale da parte di una potenza predominante.
E concludeva, non ci sarà più nulla di regolato fino al prossimo, non ancora vicinissimo, scontro decisivo per una nuova supremazia. Ed è probabilmente quello che stiamo vedendo sotto i nostri occhi, seppur ancora non in tutti i suoi effetti. Se vogliamo fare dei paragoni, potremmo dire che oggi siamo vicini a una situazione simile a quella dei primi del Novecento, abbiamo già vissuto crisi finanziarie acute come quella del 2006-2008, che si sono scaricate sull’economia reale, poi anche fasi di piccole riprese e poi ancora ricadute, senza essere mai veramente usciti dalle difficoltà economiche globali. Questi sono i segnali che ci avviciniamo a questioni molto più serie che potrebbero deflagrare nei prossimi anni a livello militare e dunque geopolitico. E non dimentichiamo nemmeno che tra la I e la II guerra mondiale ci fu anche il 1929, la grande depressione, che fu effetto di un conflitto per la predominanza che non si era risolto nel 1914-1918 e ci volle una seconda guerra ancora più tragica nel 1939-45 per ripartire veramente. Ciò portò Churchill a parlare di un’unica guerra in due tappe, per arrivare alla vittoria di due sole potenze che si spartirono il mondo, ovvero Usa e Urss, con il “tramonto” dell’Inghilterra che era stata il perno dei precedenti equilibri.
Sarà la decantazione della situazione attuale che farà nascere un nuovo equilibrio mondiale ma solo dopo che si saranno definiti i reali rapporti di forza sul campo attraverso una o più guerre per la supremazia. Allora potrà nascere un nuovo centro di stabilizzazione che metterà anche ordine economico e imprimerà nuove regole per tutti.
Non ci dimentichiamo inoltre che il Medio Oriente è una regione cerniera tra Europa, Asia e Africa. Se in Asia i potenziali competitori degli Usa ormai abbondano (anche se mostrano legami e buone relazioni con Washington), se in Africa cinesi e russi creano scompiglio ed estendono i loro tentacoli, l’Europa è quell’area invece che gli Usa dominano più stabilmente e che probabilmente rappresenta uno degli spazi decisivi in cui questi difenderanno la loro egemonia, per quanto modificata possa uscire dalle prossime guerre.
E qui veniamo alla Nato, che è la struttura attraverso cui gli Stati Uniti esercitano la loro “influenza” militare in Europa. Dalle gabbie non si esce dall’interno se non abbattendole, le gabbie sono chiuse, le apre il padrone quando ha bisogno di qualcosa, a maggior ragione se occorre spremere risorse in momenti di difficoltà. La Nato è questa gabbia per l’Europa e dunque non finirà se non per volere statunitense, o potrà trasformarsi in qualcosa che gli americani ritengano più utile nella presente fase storica. L’Europa, per come è messa oggi, non potrà che subire qualsiasi decisione dal suo esterno.
La grande maggioranza dei membri della Nato si trova in Europa. Una parte consistente dei membri dell’Ue è nella Nato. Come emerso da documentazione storica, l’integrazione europea si è sviluppata su impulso americano nel quadro della strategia statunitense di contenimento dell’Urss, e dopo il collasso di questa gli obiettivi geopolitici americani hanno cambiato forma e denominazione senza però scomparire. Lo scopo della Nato, come degli Usa, è sempre il medesimo, “tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”.
Le basi della Nato in Europa, a cui si sommano le basi americane, soprattutto in Germania e nel mio paese, l’Italia, sono parte di un dispositivo militare costruito nel secondo dopoguerra e poi ampliato, con nuove installazioni anche nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e nei Balcani, come in Kosovo e così via, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. In questo modo gli Usa hanno consolidato una presenza militare capillare nel continente che noi chiamiamo alleanza atlantica, ma che alleanza non è. Se volessimo chiamare le cose con il loro nome dovremmo parlare di una forma di occupazione corazzata di ideologia.
Quando Trump dice agli europei che devono fare di più per la Nato non glielo sta chiedendo, glielo sta ordinando e, in buon ordine, se non si tratta solo di una spacconata alla Trump ma di una vera richiesta che viene dallo Stato americano, i leader europei possono solo cedere senza lamentarsi troppo. La Nato, per certi versi, mutatis mutandis, non funziona diversamente dalla Mafia, non si entra e non si esce facilmente e su autonoma disposizione. Pensate all’Ucraina e al prezzo che sta pagando per essere inclusa. Per uscirne, oggi come oggi, sarebbe anche peggio. Un caso particolare fu quello della Francia di De Gaulle, che nel 1966 uscì dalla struttura militare integrata, per poi rientrarvi decenni dopo con Sarkozy presidente. Ma quella fu tutt’altra storia e si rese possibile in un contesto di bipolarismo e del piede che la Russia aveva già nella Germania Est, si trattava di non complicare un quadro già difficile assicurandosi che Parigi non smottasse verso Est con qualche concessione osservata da molto vicino.Altri tempi.
Uscire dalla Nato dunque può essere un grosso rischio, non perché si resta scoperti contro i nemici ma perché gli Usa metterebbero in atto diverse manovre per evitarlo, da quelle soft a quelle più coercitive, tra cui colpi di Stato, rivoluzioni colorate ed anche aggressioni militari. Quindi la Nato, saldamente guidata dagli americani al di là dei formalismi, impone scelte difficilmente respingibili dagli alleati. Come direbbe Don Corleone, consigli che non si possono rifiutare. Intelligenti pauca.
Quindi gli europei faranno non ciò che dice Trump, che è solo un presidente americano che può sempre cambiare e non si sa quanto duri, ma quello che la potenza americana riterrà utile per i suoi interessi. Se si scioglie la Nato è solo perché gli americani non la considereranno più adeguata ai loro obiettivi e certo con ciò non si disimpegneranno dallo scenario europeo, ma cambieranno modalità di dominio.
Hanno in Europa basi e soldati, al di là della retorica dell’alleanza questa è una presenza militare strutturata, e da presidi di questo tipo ci si libera solo con forti cambiamenti negli equilibri di potenza, con guerre o rivoluzioni (nell’ordine riportato), per intenderci.
Ecco che qui vediamo quale può essere il vero impatto della guerra in Iran sull’Europa. L’aumento dei costi energetici è senz’altro uno di questi (ma non il principale), ma pesa molto dopo che l’Ue, per volontà degli Usa, si è messa ad armare l’Ucraina e a colpire, con le sanzioni, Mosca, colpendo anche e soprattutto sé stessa. Dicevo però, il vero impatto della guerra in Iran, al di là delle ricadute economiche, è tanto psicologico quanto militare.
Gli iraniani hanno colpito basi americane in varie aree del Medio Oriente. Se gli americani decidessero un giorno di attaccare altre potenze utilizzando le basi in Europa, a noi, nel vecchio continente, toccherebbero conseguenze devastanti. Le basi americane rispondono agli interessi strategici degli Stati Uniti non servono a difendere chi le “ospita”. Dopo l’Iran, questo elemento appare più evidente, e i leader europei si trovano di fronte a una crescente tensione tra immaginazione da sudditanza e realtà del processo storico. Soprattutto lo capiscono le opinioni pubbliche europee, che iniziano a vedere che il sogno americano può essere un brutto incubo. È la fine di un’ideologia durata decenni.
In secondo luogo, dal punto di vista militare, osserviamo che nella produzione di alcuni armamenti avanzati, come i sistemi missilistici, Russia e Cina hanno sviluppato capacità competitive e continueranno a farlo. L’Occidente non ha tutto il primato della tecnica e della tecnologia di guerra. Si apre quindi una fase più complessa per l’Europa, anche alla luce di oltre settant’anni di relativa stabilità.
I pericoli sono interni al sistema europeo che, svelata la sua vera ossatura, forgiata dagli Usa, potrebbe andare in frantumi. Nato o non Nato, gli americani non lasceranno l’Europa, anche a costo di avere ripensamenti sulla UE (potrebbero interferire per ridisegnarla a loro piacimento) e potrebbero anzi assumere atteggiamenti più assertivi, scaricando tutti i costi delle tensioni internazionali sugli alleati che alleati non sono ma sono satelliti inseriti in un’orbita egemonica ben precisa.
Allora si porrà con maggiore evidenza il tema della natura di questa presenza che è in verità una occupazione prolungata dei paesi europei, coperta dall’architettura comunitaria denominata Unione europea, costruita dagli americani non per il benessere dei popoli europei ma per le loro esigenze di dominio e controllo del Vecchio Continente.