“HO FATTO UN SOGNO, MA L’HO SMARRITO TRA I RIVOLI DEL DORMIVEGLIA”, di O. M. Schena

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Mi pare d’aver sognato il giovane Marx, ed ecco quel che ricordo

In realtà non si può sostenere in alcun modo che per il giovane Marx lo Stato domini la “società civile”. Per Marx è vero il contrario, gli interessi dei ceti proprietari che si affermano entro la “società civile” si costituiscono grazie alle istituzioni burocratiche dello Stato rappresentativo nelle forme del dominio politico. Scrive Marx:” In realtà non si può sostenere in alcun modo che per il giovane Marx, lo Stato domini la “società civile”. Per Marx è vero il contrario: gli interessi dei ceti proprietari si affermano entro “la società civile”, si costituiscono grazie alle istituzioni burocratiche dello stato rappresentativo, nelle forme del dominio politico. Scrive Marx: “Lo Stato politico si comporta nei confronti della società civile(…)insieme riconoscendola, restaurandola, e lasciandosi da essa dominare”. È “l’impotenza” dello Stato burocratico rappresentativo di fronte alla “società civile”, è il carattere “puramente formale e negativo” dell’attività amministrativa nei confronti “della proprietà privata, del commercio e dell’industria”, che fa dello Stato rappresentativo il tutore dei “mali sociali” e dell’alienazione del lavoro operaio a favore del capitalista”

Il principio della rappresentanza politica si fonda secondo il giovane Marx sulla base di una duplice, contradditoria procedura di riduzione atomistica del corpo sociale a “corpo elettorale” e di costruzione in forma organica delle assemblee parlamentari. Il sistema rappresentativo non solo si fonda su una presunzione di inidoneità dei soggetti del demos a occuparsi direttamente di funzioni generali, non solo non prevede alcuna forma di sindacato sull’attività svolta dai “delegati” ma esclude esplicitamente la liceità del “mandato imperativo”. Esclude, cioè osserva, Marx, che i deputati possano essere considerati rappresentanti dei propri elettori, poiché essi appartengono, in quanto membri dell’assemblea parlamentare, a un corpo organico, soggetto unitario, impersonale e neutrale di volontà politica.

La procedura elettorale, in quanto erige i singoli soggetti del demos in portatori di una illusoria volontà indipendente e sovrana, non condizionata da particolarità sociali ed economiche, dà luogo ad uno Stato puramente “politico”, il quale si oppone ai soggetti del demos  come opposizione formale di un potere “separato” o “astratto”, rispetto alle determinazioni economiche della vita sociale. Questo potere formalmente neutrale è il potere burocratico. A sua volta la “società civile” si oppone allo “Stato politico” come “opposizione materiale” della sfera del lavoro, dei bisogni, della proprietà privata nei confronti dell’organizzazione burocratica dello Stato politico di cui piega il formalismo a servizio del particolarismo empirico degli interessi proprietari individuali o di classe. La tesi della riducibilità dell’analisi giovane marxiana dello Stato rappresentativo alla categoria feuerbachiana dell’alienazione non solo ignora deliberatamente i contributi analitici di questa giovanile riflessione marxiana ma riduce l’opposizione Stato politico-società civile allo schema del dominio del “predicato”

In questo caso (lo Stato politico) nei confronti del soggetto. La nozione giovane-marxiana non collima con quella hegeliana. In Marx la “società civile” non è semplicemente e neppure prevalentemente connotata come la sfera degli individui empirici e dei soggetti interindividuali dominata da una “potenza impersonale”, lo Stato, come vorrebbero Poulantzas e Guastini”. La nozione designa essenzialmente la sfera dei bisogni, del lavoro e della vita privata, in quanto dominata dagli interessi della proprietà e divisa in ceti e classi caratterizzati da condizioni economiche e culturali profondamente differenziate.

(tratto da SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE)

di W. SHAKESPEARE (p.XI):

il sogno, l’amore sarebbero vicini perché forme di un medesimo inganno e il folle l’amante, il poeta, affini in quanto venditori di fumo, commercianti in fuochi fatui. Ma potremmo anche sostenere, sempre in accordo con quanto accade nella commedia (“SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”) che l’amore e il sogno trasformano la realtà, la trasportano, la modificano. È Botton alla fine a volgere il dignificato di sogno verso quello di “visione”, Botton non ha affatto sognato, le carezze lascive di Titania, le ha ricevute, era sveglio, tra quelle carezze si è poi addormentato, ma è stata un’esperienza la sua. Lui ha conosciuto, in senso “iniziatico”, le carezze della Dea. E come tutti i veri iniziati, non ne può parlare perché è muto-il rapporto al divino. Orfeo ha detto che l’amore è privo di occhi, altri che il dio abita nella tenebra, al di là della conoscenza. Botton è qui per dire la stessa cosa: l’amore è cieco ma tra…sporta!

tratto da TEATRO (Guido Paduano):

Per “sogno” s’intende tutto quanto è accaduto alle persone dormienti, occorre dirlo perché non è davvero in gioco quello che noi dopo Freud, siamo abituati a chiamare “attività onirica”, bensì al contrario l’inerme attitudine a subire la prevaricazione del soprannaturale, esercitata attraverso un succo che spalmato sugli occhi obbliga la vittima, al suo risveglio, a concepire un improvviso amore, per il primo essere che vede. A dire il vero crudele lo è questa prevaricazione soprattutto verso qualcuno che non è compreso fra quanti torneranno in città: è Titania la sposa di Oberon che ha con lui un contenzioso di respiro cosmico, risolto tuttavia con le squallide regole del sistema patriarcale: grazie al succo gestito dal folletto Puck, per conto di Oberon.

Ora, nessuno metta il broncio, se non troverà in questo pezzo, neppure un nome di quell’allegra, scalcinata, compagnia, di quelle facce di tolla dei nostri governanti, che, in verità, non hanno occhi, né orecchie, e senza pause, uno dopo l’altro, sparano i loro paralogismi! E ci vorrebbero per loro, che ne avrebbero assoluto bisogno dei caregiver familiari, ma purtroppo son terminati i fondi andati tutti quanti alle armi.

Intanto, eventi apparentemente misteriosi, a Torino e altrove, volteggiano nell’aria, nulla di nuovo, per carità, trattasi di giochi antichi, giochi sporchi, sporchissimi!

 

Ed ora un sogno che avrei voluto fare, in estate o in inverno, ma anche in primavera o in autunno. Avrei voluto sognare Peppino Impastato, in fondo sono stato segretario d’un circolo che portava il suo nome!

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Quello che Saviano scrive su Peppino Impastato è falso ma non ci vuole rispondere. TRATTO DA “MONDOCANE” FULVIO GRIMALDI:

pubblicata da Non la penso come Saviano il giorno Giovedì 25 novembre 2010 alle ore 11.23 ·

 

Il Mattino

Umberto Santino, presidente del centro di documentazione “Giuseppe Impastato” denuncia: «Quello che Saviano scrive su Peppino Impastato è falso ma non ci vuole rispondere».

«Quanto scrive Roberto Saviano, in merito alla storia di Peppino Impastato, nel libro “La parola contro la camorra” è assolutamente menzognero».

È quanto ha affermato ai microfoni di Radio Città Aperta Umberto Santino. Il 4 ottobre scorso il Centro Impastato ha inviato una lettera di diffida alla Giulio Einaudi, la casa editrice che ha pubblicato il libro in cui lo scrittore campano, tra le tante storie (Pippo Fava, Giovanni Falcone, Don Peppe Diana ecc.) cita anche quella di Peppino Impastato. Secondo Saviano il famoso film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, avrebbe recuperato la memoria del militante politico e giornalista, assassinato dalla mafia la notte tra l’8 e il 9 maggio del ’78, ma soprattutto contribuito alla riapertura del processo.

«Tutto falso – attacca Santino – le indagini, e non il processo come dice Saviano, sono state riaperte prima che il film venisse presentato al Festival di Venezia (31 agosto 2000). Il signor Saviano in poche righe riesce a cancellare più di trent’anni di lavoro portato avanti dai familiari, dai compagni e dal Centro, cominciato già il giorno dopo l’assassinio di Peppino. Un lavoro che è riuscito ad ottenere, seppur in ritardo, due risultati storici: la condanna di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo. Anche su questo Saviano è totalmente disinformato perché i processi erano due.

«L’altro secondo risultato, ottenuto grazie al nostro operato – prosegue Santino – è stato il riconoscimento da parte della Commissione Parlamentare Antimafia che tutto quello che noi dicevamo sul depistaggio operato dalle forze dell’ordine e dal magistrato Martorana. Anche su questo Saviano dà prova della sua ignoranza, perchè non è stata Cosa Nostra ad aver diffuso la voce che si fosse trattato di un attentato kamikaze ma il procuratore capo Martorana. Dal punto di vista giudiziario dunque, il film non ha avuto nessuna influenza».

Santino poi, ricordando che il giornalista freelance Simone Di Meo ha ottenuto dalla Mondadori l’inserimento solo dall’undicesima ristampa del libro “Gomorra” del suo nome, dopo aver intentato causa sempre contro Saviano per l’utilizzo nel suo libro di ampi stralci di inchieste condotte dal freelance senza citarlo, chiede che anche per il centro “G. Impastato” valga lo stesso principio. «Chiediamo la rettifica di quanto scritto su Peppino Impastato e il riconoscimento del nostro ruolo».

Prosegue Umberto Santino lamentando inoltre un totale silenzio da parte degli organi d’informazione sulla vicenda e su tutto il lavoro portato avanti in questi trent’anni dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. «Sembra esserci un silenzio stampa dei media, quotidiani che lottano per la libertà d’informazione come l’Unità, Il Fatto e Il Manifesto, ma che evidentemente hanno il mito di Saviano, non ci hanno degnato neanche di una breve. La Repubblica inizialmente pubblicò, solo dopo l’ennesimo sollecito, una nostra lettera in gran parte tagliata». Cosi come Radio Città Aperta questa mattina, anche in quell’occasione La Repubblica chiese allo scrittore campano di replicare. Al momento però Saviano non ritiene opportuno farlo.

«Il fatto che Saviano non ci risponda e non abbia accettato il confronto – conclude il presidente del Centro di via Villa Sperlinga a Palermo – dimostra che è un presuntuoso».

Gabriele Paglino – Radio Città Aperta