Il comunismo non tornerà, né libero, né utopico

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Certi velleitari della cattedra si sono messi in testa di resuscitare il comunismo con mere dichiarazioni d’intenti, con una verbosità pomposa che, come spesso accade, è l’unica sostanza della forma. Ma, come detto, non li nominerò più, anche perché non intendo fare pubblicità a certa letteratura universitaria che continua a intortare i giovani, ma, a quanto pare, anche vecchi nostalgici resi deboli dall’età. La scienza dell’utopia è fantascienza o, peggio ancora, ciarla sistematica. Non è aggettivando il sostantivo e coniando un nome composto che la realtà cambia. Queste si chiamano chiacchiere che forse piacciono molto agli ingenui, ma fortunatamente non ancora tutti lo sono. Dopo queste brevi premesse veniamo alla ciccia, come si suol dire. Il comunismo, per come lo aveva teorizzato Marx, non si realizzerà e chi prova a resuscitarlo con i manifestini sensuali, veri specchietti per le allodole, che comunque mi pare non facciano più troppa presa come nel secolo scorso, non arriverà a nulla. A un certo punto anche la gente smette di sognare, che, come diceva Lenin, è la sorte dei deboli. Forse continuerà a desiderare nuove cose ma abbandonerà quelle consumate dal tempo. Poiché io ho già scritto, sono andato a recuperare il pensiero di Gianfranco La Grassa in merito, che qui cito e sintetizzo. Abbiamo avuto maestri professori rigorosi che, more solito, hanno faticato a farsi spazio perché fanno più presa le flessioni delle riflessioni.

 

Per Marx (vol. II delle Teorie sul plusvalore) il rapporto capitalistico cruciale che denota la fase “ultima” del capitalismo, in cui si preparerebbero le condizioni del passaggio al comunismo tramite i vasti processi di socializzazione dei processi (e delle forze) di produzione, è quello tra gruppo dei rentier, da una parte, e operaio combinato (o lavoratore collettivo cooperativo), dall’altra. Nel par. 7 del capitolo sull’accumulazione originaria, Marx scrive che, terminato il lungo e tormentoso processo di transizione dalla produzione mercantile semplice a quella capitalistica, con espropriazione di gran parte dei piccoli produttori indipendenti e creazione del primo rapporto capitalistico tra proprietario dei mezzi di produzione e “proprietario” di semplice forza lavoro venduta come merce, si sarebbero sviluppati impetuosi processi di socializzazione, uniti alla continuazione dell’espropriazione dei capitalisti perdenti da parte dei vincitori, processi che avrebbero condotto, assai più facilmente e in tempi molto meno lunghi, all’emergere delle condizioni di possibilità del comunismo, che avrebbe chiesto solo un ormai non difficile movimento di “espropriazione degli espropriatori”, con la creazione di una proprietà (potere di disposizione) effettivamente collettiva da parte dei produttori associati, dal lavoro direttivo fino alle più basse mansioni esecutive.

L’ultima fase della centralizzazione avrebbe insomma visto un rapporto tra un gruppo di proprietari di tipo finanziario, dediti ai vari imbrogli di cui parla Marx, ad esempio nel III libro de Il Capitale, quando parla delle società per azioni, e la gran massa dei “virtuosi” lavoratori produttivi associati in processi oggettivamente cooperativi. Il primo gruppo sociale, i rentier, i proprietari di azioni e “tagliatori di cedole”, avrebbe perso ogni funzione di organizzatore della produzione che Marx attribuiva, pur in posizione subordinata rispetto a quella di proprietario dei mezzi produttivi, al capitalista. Il pluslavoro/plusvalore avrebbe assunto la mera figura dell’interesse, in qualche modo assimilabile alla (quasi) rendita, di tipo finanziario invece che terriero. Ci si ricordi di quanto Marx scrisse nelle Glosse a Wagner circa i capitalisti della prima fase che, spingendo in avanti, tramite la reciproca concorrenza, le innovazioni di processo, dunque l’aumento della produttività del lavoro e l’estrazione del plusvalore relativo, contribuivano a creare ciò che poi avrebbero prelevato in forma di plusvalore…

Il conflitto tra i rentier si sarebbe invece svolto per la distribuzione, e reciproca rapina, di un plusvalore già creato dal lavoratore collettivo, ormai autonomo nella sua funzione produttiva, un’autonomia che rendeva evidente il parassitismo dei (pochi) dominanti e avrebbe rivolto contro di loro l’intera società. Questi rentier, in quanto classe ormai ultraminoritaria ed esautorata di prestigio e autorità, si sarebbero difesi tramite lo Stato con i suoi strumenti repressivi e coercitivi, cioè lo Stato in senso marxista, mentre gli opportunisti cercano di contrabbandarlo per puro organo di amministrazione, dichiarando utopia quella di Marx e Lenin in merito alla sua progressiva estinzione qualora fosse in atto una reale transizione al comunismo…

 

La realizzazione del comunismo non è perciò affidato ad alcuna “buona volontà” (“cattocomunista”) degli uomini, è qualcosa di obbligato per individui che, al di là del fatto che saranno, come sempre, buoni e cattivi, egoisti e generosi, attaccati alla materialità di tutti i giorni e dediti a slanci idealistici, ecc., [sai cosa ci fai con l’unificazione delle rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+”, per i rifugiati e gli immigrati, per i diritti digitali, per una stampa libera e indipendente, per l’abolizione della censura, per la libertà di pensiero, di riunione, di associazione, di protesta, per la giustizia climatica. Mettere in comune coi bisogni dei diversamente abili, dei malati, delle persone con disagio psichico, dei bambini e degli anziani?]svolgono ormai le funzioni che li caratterizzano nell’ambito della produzione e riproduzione delle basi materiali della loro vita associata in forma necessariamente cooperativa, pur essendo alcuni dirigenti e altri diretti. Gli individui, come sempre, possono amare, odiare, gioire, soffrire, essere aggressivi, caritatevoli e via dicendo, non possono però esimersi, per come sono ormai organizzate socialmente le forze produttive in sviluppo, sempre più accelerato una volta rotto il paralizzante involucro dei rapporti capitalistici della proprietà privata, e per la struttura cooperativa dei processi di lavoro, dal più alto ruolo manageriale all’ultimo ruolo esecutivo, dal procedere ineluttabilmente verso la forma della proprietà collettiva e del rapporto sociale comunistico. Il vecchio resiste e tenta di opporsi, le mort saisit le vif, e bisogna liberarsene con metodi rudi, di una nuova organizzazione della produzione sociale ottenuta con mezzi su cui esiste ormai il potere di disposizione da parte dei produttori, pur se questi non rappresentano immediatamente una collettività coesa e solo collaborativa, ma esistono gerarchie, tipologie diverse di ruoli e funzioni, direttive ed esecutive con svariate gradazioni dalle une alle altre, agonismi e conflitti di interessi, quelle che Mao chiamerà più tardi contraddizioni all’interno del popolo, ecc.

 

Questa la visione di Marx, che non ha nulla di utopico, è una previsione scientifica formulata in base all’indagine di un dato modo di produzione, già giunto a un notevole grado di sviluppo, in Inghilterra. Fondarsi su altri principi, dell’ordine della speranza o della “buona volontà”, ecc., è pura resa al sogno, alla sfrenata immaginazione desiderante. È il nulla dei “comunisti” odierni, religiosi, che provocano solo rigetto…

 

La dinamica capitalistica [però] non è quella teorizzata da Marx. La funzione del capitalista non si riduce al solo aspetto finanziario, mentre quella organizzativa si sposterebbe all’interno del lavoro salariato nella figura del più volte nominato operaio combinato. Questo secondo movimento si è in effetti prodotto, tanto da aver dato adito alla formulazione burnhamiana della rivoluzione manageriale, che è risultata comunque troppo semplicistica. I manager, i dirigenti della produzione, e pure gli agenti innovativi, non sono però mai entrati a far parte di alcun organismo lavorativo cooperativo. Essi sono assai più vicini, come ruolo, a quelli che Lenin chiamò specialisti borghesi, di cui la classe operaia, ridotta alle pure “tute blu”, sarebbe stata obbligata a servirsi, ma di cui non si sarebbe mai dovuta fidare, la permanenza di uno Stato, di “dittatura proletaria”, in semplice estinzione graduale, serviva fra l’altro al controllo di questo infido strato sociale, necessario alla produzione, ma considerato assai più vicino alla proprietà che al lavoro salariato…

Lo sviluppo capitalistico su scala mondiale, avvenuto a sbalzi per grandi fasi storiche, non ha per nulla comportato la formazione del rapporto tra gruppo di rentier e lavoratore collettivo, prodromo e condizione di possibilità, per Marx, anzi di necessità, del passaggio al comunismo, ha invece creato, mediante conflitti tra gruppi di agenti strategici capitalistici, una serie di nazioni-potenze in lotta per la supremazia globale. Dalle crepe apertesi in questa lotta sono passate le rivoluzioni “comuniste”, rifluite e sconfitte dappertutto dopo la prima guerra mondiale salvo che in Russia, ma poi riprese con il secondo conflitto mondiale, convinte di poter creare un “qualcosa” che invece, dopo un lungo percorso storico secolare, si è rivelato essere del tutto diverso dal supposto e agognato. Fra l’altro, e questo è problema decisivo, le diverse nazioni-potenze non sembrano affatto delle mere specificazioni di un unico e omologato modo di produzione capitalistico in espansione mondiale come previsto da Marx. Le forme generali dell’impresa e del mercato non possono nascondere tonalità, coloriture assai diverse, su cui esistono al massimo molti studi con annotazioni empiriche, ma nessuna trattazione teorica appena un po’ più generale, e ciò è estremamente grave, soprattutto per una corretta prassi politica…

 

Il conflitto “di classe”, scaduto in ogni paese divenuto compiutamente capitalistico a mera lotta per la distribuzione del reddito e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di vari raggruppamenti sociali, che solo la pigrizia mentale dei “marxisti” si è ostinata a ritenere ancora classi, è stato via via sopravanzato da quello esistente tra queste nazioni-potenze, perfino quando una di esse, gli USA, ha preso il sopravvento, ora in discussione…

 

Per concludere, siamo in grado di individuare, nel movimento specifico della società capitalistica, e si dovrebbe anche porre la domanda, esiste un solo capitalismo, un modo di produrre tipico del capitale in ogni dove, la formazione di elementi che poi, in una eventuale e solo possibile loro concatenazione riproduttiva, configurerebbero un modo di produzione cooperativo, basato sulla proprietà sociale dei mezzi produttivi, che rappresenterebbe allora il nocciolo strutturale interno di una formazione sociale comunista, o tendente al comunismo? Già questa domanda fa giustizia di tutte le aberranti farneticazioni dei filosofi “umanitari” che immaginano un comunismo della “buona volontà”, del desiderio di “uomini pii e giusti”. Illusioni estremamente pericolose quando incontrano giovani ancora inesperti e pieni zeppi di idealismi fumosi…

 

In linea generale, di principio, aderisco alla tesi che il meccanismo riproduttivo di un nuovo rapporto, caratterizzante una nuova formazione sociale, non nasca all’interno di una precedente forma di società [qui l’errore interpretativo di Marx ma che non ha nulla a che vedere coi farfugliamenti di una presunta scienza dell’utopia, smettetela di giocare con le parole e fate i professori sul serio], che dunque quest’ultima non porti già nel suo grembo la nuova, da far nascere tagliando al massimo il cordone ombelicale che la lega ancora alla vecchia. La rivoluzione sarebbe allora questo taglio, che riguarderebbe in particolare lo Stato, e gli apparati ideologici di Stato, in quanto ultimo baluardo a difesa delle classi dominanti della vecchia formazione sociale. Sempre tenendo realisticamente presente che tali classi dominanti, e il loro Stato, non hanno funzioni soltanto egemoniche in senso culturale, bensì sono protette dallo scudo coercitivo e repressivo rappresentato dai “distaccamenti speciali di uomini in armi”. Per cui, in nessun caso comunque, è sufficiente la conquista di una maggioranza parlamentare, e nemmeno la penetrazione capillare nei vari organi di informazione e diffusione culturale, che sono sempre permeati da specifiche ideologie.

Se non si forma, all’interno della vecchia società, l’embrione del nuovo rapporto già pronto nella concatenazione riproduttiva dei suoi elementi componenti, è evidente che, pur nell’apparenza della continuità della storia umana, si deve in realtà verificare una interruzione, che è interruzione della riproduzione del vecchio rapporto secondo la sua specifica “legalità”. Si presenta, insomma, pur nella continuazione della storia, una singolarità, un punto di svolta che è tuttavia, in un primo tempo, solo potenziale. Nella singolarità possono essere però presenti alcuni elementi, questi sì, evidentemente creatisi all’interno della vecchia società, che sono in grado, una volta incontratisi e concatenatisi fra loro, di dar vita a una nuova formazione sociale, caratterizzata da una differente “legalità”, cioè dalla riproduzione di un nuovo rapporto, di una nuova struttura di rapporti. È appunto l’incontro di tali elementi a non avere alcun carattere di necessità storica, ma solo di possibilità, di cui nemmeno è calcolabile la probabilità statistica.

Aderisco a tesi del genere, ma queste non dicono nulla circa la sussistenza di elementi che, formatisi all’interno della società capitalistica attuale, potrebbero incontrarsi e concatenarsi fra loro in un meccanismo riproduttivo del tipo comunistico, o meglio di transizione al comunismo. Piaccia o non piaccia ai “comunisti del sentimento”, alcuni elementi sono fondamentali per pensare l’innesco riproduttivo di nuovi rapporti sociali, costituenti la struttura di una formazione sociale che si ponga in marcia verso il comunismo. E questi elementi non sono in fondo diversi da quelli che aveva pensato Marx, non è certo su questo punto che egli si è ingannato…

È intanto evidente che debbono porsi le basi per il superamento della produzione di merci, non però obbligato da una presunta pianificazione promanante d’imperio da un organo statale, incapace, in effetti, di effettuare adeguati calcoli che sono ineliminabili in una prima fase, almeno fino a quando non fluiscano copiosi i beni per soddisfare ogni e qualsiasi bisogno, bensì consentito dalla crescita del processo di socializzazione delle forze produttive e dalla stretta interconnessione tra i vari settori produttivi, in un certo senso resa necessaria dalla socializzazione in questione. La produzione di merci non è negativa per la sedicente alienazione umana, questa è già improbabile nella produzione mercantile semplice, figuriamoci in quella capitalistica, che è la vera e generale produzione di merci. Quest’ultima comporta però l’accanita competizione interimprenditoriale e i processi, sociali, non solo economici, della centralizzazione. Parlare di socialismo di mercato è un’autentica contraddizione in termini. È quel “proudhonismo” contro cui Marx scrisse più di una volta, qui mi limito a due righe, cap. 22 del primo libro de Il Capitale, in nota, “si ammiri la furberia del Proudhon che vuole abolire la proprietà capitalistica facendo valere di contro ad essa… le eterne leggi della produzione di merci”.

Pensate a chi propone già da qualche decennio, dopo la disfatta del “socialismo reale”, il socialismo di mercato, è incredibile che il pensiero torni indietro di due secoli, ai socialisti premarxisti. Certuni straparlano di alienazione e pensano magari che con la “buona volontà” degli uomini “giusti”, che sarebbero loro, questa si possa combattere e sconfiggere, lasciando invece intatta la capitalistica produzione di merci, che è quel che interessa coloro contro cui fingono di battersi. No, uno degli elementi per la formazione, sia pure potenziale, di un nuovo rapporto in direzione del comunismo, è una tale socializzazione della produzione da creare elementi di possibilità, conveniente, riguardo all’interrelazione diretta ed equilibrata tra i vari settori produttivi. Ma non basta, anzi è del tutto insufficiente.

L’elemento decisivo di una prospettiva di cooperazione, che è la condizione di base, necessaria anche se magari non sufficiente, della possibile, non inevitabile, formazione di un rapporto comunistico in grado di autoriprodursi, è il costituirsi dei due elementi chiave di detta cooperazione, a) uno strato di dirigenti capaci di organizzare e dirigere, innovando, i processi della produzione sociale, in grado di soddisfare bisogni crescenti e sempre più ricchi e variegati, b) gruppi sociali, interni alla produzione stessa, fra loro coordinati, di cui interessa non la mera estrazione di pluslavoro, che non cade nella disponibilità del precedente strato, ma resta affidato a una distribuzione per usi sociali decisa da organi “amministrativi” non coercitivi, bensì la crescita di competenze e spirito di iniziativa.

Il comunismo non dovrebbe essere solo un modo di produzione, ma deve essere anche questo, dovrebbe rappresentare il “nocciolo strutturale interno” della nuova formazione sociale, la sua innervatura fondamentale, il rapporto decisivo, e caratterizzante l’intera società, in effettiva riproduzione. Come il processo del modo sociale di produrre capitalistico riproduce, a ogni ciclo, da una parte la proprietà capitalistica, aumentata del plusvalore, e dall’altra la forza lavoro sempre venduta quale merce, così il modo di produrre sociale comunista dovrebbe riprodurre gli elementi a) e b) sopra considerati, consolidandosi e allargandosi così a ogni ciclo.

Ora dopo questo serio ragionamento, a cui ci si sta disabituando purtroppo, parlateci pure di inutili tendenze che con queste ci siamo fatti l’idea di una certa insopprimibile e sciocca tendenziosità, utile a chi la sostiene ma non a tutti.