“La democrazia è il popolo che prende a calci in culo il popolo su mandato del Popolo.”
“La democrazia è il popolo che prende a calci in culo il popolo su mandato del Popolo.”
Carmelo Bene aveva perfettamente ragione nel formulare questo principio tanto semplice quanto trascurato. Come ogni verità basilare e immediata, anche questa viene sistematicamente sottovalutata. Il popolo, infatti, si lascia frustare con il proprio consenso, attraversando ciclicamente fasi di esaltazione e delusione che si ripetono puntuali a ogni scadenza elettorale. Che venga mandato alle urne o al macello, il popolo reagisce sempre allo stesso modo, è quello di Palazzo Venezia nel 1940, prima urla di gioia, poi di rabbia e dolore, restando intrappolato nella sua sottomissione, declinata in forme nuove e diverse.
Il popolo è quasi sempre strumento, raramente fine dell’azione politica. E diversamente non potrebbe essere. Il suo destino resta nelle mani di minoranze che parlano in suo nome per interessi che non coincidono con la sua totalità, perché la sua totalità si chiama nazione. Sono pochi, e di breve durata, i momenti nella storia in cui il popolo è stato al tempo stesso protagonista e destinatario di trasformazioni capaci di produrre reali miglioramenti collettivi.
Oggi, in questa fase storica, tutte le società occidentali sono attraversate da una distanza ormai abissale tra popolo ed élite. Questo divario ha generato un corto circuito ideologico sempre più evidente, che difficilmente potrà essere sostenuto ancora a lungo. Abbiamo sviluppato un’acuta capacità di vedere i difetti degli altri, ma continuiamo a ignorare i nostri. Eppure si avvicina il momento in cui dovremo fare i conti con un intero impianto di principi e valori che si sta rivelando incompatibile con gli interessi reali delle persone, tanto più che le nostre classi dirigenti non hanno una direzione o ne hanno molte confuse e disorientanti.
In passato, più volte abbiamo osservato come in Cina la coesistenza tra socialismo e mercato (nella formula concettuale del “socialismo di mercato”)fosse intrinsecamente contraddittoria. Era evidente che tale paradosso avrebbe prodotto un inghippo ideologico. Per anni si è detto che prima o poi la Cina avrebbe dovuto abbandonare quel travestimento narrativo e adottare una scala di rappresentazioni più coerente, non necessariamente con la realtà effettiva, ma almeno con ciò che intende far percepire ai propri cittadini. Quella formula regge ancora, ma non potrà farlo in eterno. Quel modello decisionista, che ha assicurato stabilità e sviluppo, dovrà prima o poi adottare forme più compatibili con le proprie situazioni interne per non collassare sotto il peso dell’incoerenza.
Lo stesso discorso vale per l’Occidente: privo di bussola e di rotta, esalta a parole la democrazia e la partecipazione attiva dei cittadini, ma nei fatti lavora per svuotarle di significato. Impiega tutte le sue energie a depotenziare narrazioni secolari, sempre più logore, con cui ha convinto il popolo a legittimare la propria subordinazione.
Dopo l’ubriacatura di libertà, libero pensiero e iperpartecipazione collettiva nel nome della democrazia, oggi si comincia a sostenere che quei valori non siano infiniti, che vadano regolati, contenuti, a volte persino sospesi. E lo si fa e sente sempre più spesso. Se vi ricordate, nel recente passato, ogni volta che partiti e parlamenti si sono accordati per Governi tecnici, in nome della stabilità e di riforme impopolari di cui nessuno voleva assumersi la responsabilità, si è alzato qualche politico a cercare di convincerci che per salvare la democrazia si doveva evitare di andare al voto. Lo dicevano apertis verbis senza tema di cadere nel ridicolo. Ora ci raccontano che là fuori ci sono nemici cattivi da cui difendersi e che per questo occorra concentrare le decisioni in poche mani per garantire prontezza e coesione decisionale.
In sostanza, ci stanno dicendo che dobbiamo cominciare ad assomigliare a ciò che un tempo condannavamo nei nostri avversari. Tutto, ovviamente, sempre in nome della libertà e della democrazia, anche se quei valori, ormai, non c’entrano più nulla con le scelte che si intendono compiere. Per intenderci, ecco come i nostri ipocriti politologi, senza fare nomi, tanto sono intercambiabili nella loro inutilità servile, pongono la questione:
“Qual è il punto di equilibrio tra la legittima esigenza di un governo eletto di rappresentare la volontà degli elettori e di mantenere le promesse fatte, e l’altrettanto legittima esigenza che, in nome della volontà popolare, non si stravolga la trama complessa di un regime democratico moderno?”
Riformulando per le persone semplici: il governo del popolo può fare a meno del popolo, in nome del popolo, se il popolo si mette in testa idee sbagliate.
La democrazia senza popolo (e senza democrazia) si toglie la maschera e si rivela per quello che è: un’autocrazia come tutte le altre. Perché, che si tratti di dittature dichiarate o di regimi liberali, sono sempre le élite a decidere. Cambiano solo i meccanismi con cui riescono a trascinare con sé il popolo nelle questioni nazionali. Arrivano dunque tanti contrordini dopo decenni di scemenze, armiamoci, puntiamo e facciamo fuoco sui presunti nemici alle porte anche se sale la C02. Però mai sia ad avventurarsi nelle città con auto diesel o benzina di vecchia concezione. Attenti a come parlate di donne, genere, sessi ma sparate su tutti i palestinesi, donne, vecchi e bambini. Dobbiamo salvare gli ucraini e pazienza se i loro leader sono pseudo nazisti che perseguitano minoranze di ogni genere. Ecco il cortocircuito.
Anche la cosiddetta democrazia, come il socialismo di mercato, non potrà cavarsela a lungo solo con l’aggiustamento delle definizioni. Sarà chiamata, presto o tardi, a scegliere ricorrendo a sempre meno sottigliezze. Non basteranno più gli aggettivi per distinguere modelli e autorappresentazioni che non corrisponderanno più a tutto quello che ci hanno fin qui insegnato, mentendo.
Si parla, ad esempio, di democrazie sempre più illiberali, in un conflitto semantico e politico sempre più scoperto. L’ossimoro è già di per sé abbastanza ridicolo. L’America di oggi, che un tempo era considerata il modello democratico per eccellenza, viene ora, da quando governa Trump, accostata alle cosiddette democrazie illiberali.
Ma tra queste e i regimi autoritari, che da noi vengono sempre definiti come tali, in riferimento a Russia o Cina, le differenze sono perlopiù procedurali o terminologiche. La sostanza comincia invece ad uniformarsi con differenze qualitative che vanno a vantaggio delle sedicenti dittature dove si vive con più coinvolgimento.
Il popolo, ovviamente, difficilmente si sveglierà. Ma quando comincerà a prendere bastonate più sonore anche nelle democrazie “illiberali”, forse rimpiangerà di non aver scelto direttamente regimi dichiaratamente autoritari, ma meglio gestiti che non perdono tempo a fare il contrario di quello che dicono e a dire il contrario di quello che fanno, dicendo e facendo tutto peggio.