La giustizia della riforma

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La giustizia della riforma

La legge è uguale per tutti i poveri, non ricordo chi lo disse, ma nulla fu mai detto di più vero. Usiamo il termine poveri nel suo senso storico-sociale relativo. La riforma dell’ordinamento giudiziario non modificherà giustizia e ingiustizia in questo paese, ma solo il modo in cui gli apparati se ne faranno carico. E poi figuriamoci se destra e sinistra siano in grado di produrre qualche cambiamento serio in Italia, non si è mai visto che da una classe dirigente di inetti possa mai venire fuori qualcosa di buono.

Una vera riforma della giustizia dovrebbe prevedere qualcosa di ben più radicale, capace di ristabilire certi equilibri che esistevano, per esempio, nella I Repubblica. Sarebbe già qualcosa. Una politica incapace che riforma un ordinamento dello Stato già da tempo uscito dai suoi limiti espone inevitabilmente a una grossa risata o a un nulla di fatto. Ci vuole ben altro shock sovrademocratico per riportare la situazione nell’alveo dell’accettabilità dopo decenni di arbitrio.

Una volta, il cavallo di battaglia di una certa sinistra extraparlamentare era l’elezione diretta dei magistrati da parte del popolo, un modo per certificare che tutti fanno politica (di classe), anche i giudici, ma da qui a pensare che ciò avrebbe potuto cambiare le sorti degli sventurati, privi di mezzi e relazioni per difendersi, ce ne vuole.

Credo che la proposta venne da Toni Negri, che era stato accusato, a dire il vero ingiustamente, di essere l’ispiratore morale del terrorismo rosso, addirittura delle Brigate Rosse, con le quali non aveva nulla a che fare. Era il famigerato teorema Calogero, che servì a gettare nel calderone un po’ di teste calde e spegnere gli ardori di una generazione velleitaria che poi si riciclò nel sistema. Per quanto riguarda noi comunisti o ex comunisti, abbiamo sempre pensato che determinate situazioni si possano risolvere solo nei tribunali del popolo, che ovviamente non sono propriamente del popolo ma di alcuni che si ergono a rappresentanti dello stesso in particolari occasioni, per regolare i conti non solo con le classi nemiche, ma anche con gli elementi interni che hanno idee diverse sulla gestione del potere rivoluzionario o post-rivoluzionario.

Ovviamente non c’è giustizia in questo mondo se non ti trovi dalla parte giusta della contingenza storica, quella dei vincitori e dei possidenti, a proposito dei fessi che pensano che nella storia esista una parte giusta e una sbagliata in senso etico.

Dunque, che dalla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti possa venire fuori una giustizia più equa, è quanto vogliono darci a bere gli uni, mentre gli altri vogliono darci a bere il contrario ovviamente. Su questo sono in disaccordo con Barbero, che infatti si definisce di sinistra, mentre io, che mi definisco per certi versi sano di mente, disprezzo sia la sinistra sia la destra e tutto ciò che viene fuori dalle loro teste vuote.

Non accadrà alcuno sfacelo se la riforma dovesse passare, e anche la Costituzione , ormai paragonata alla sacra bibbia, non ne risentirà restando sempre quell’Himalaya di asinerie giuridiche di cui parlava Salvemini. Ciò che resterà uguale, invece, sarà sicuramente la sorte delle persone normali, quelle che, quando hanno la sventura di finire sotto le grinfie di qualche magistrato, assistiti da un avvocato, non sanno mai come andrà a finire nonostante la perdita di denaro.

Le leggi riflettono certi rapporti di forza, non sono sacre, non cadono dal cielo, ma discendono da un mondo molto di sopra che mette sempre in mezzo quello di sotto. E vorrei pure vedere che fosse diverso. Ecco perché servono apparati e tecnica per gestire e mascherare genesi ed esercizio degli interessi di chi comanda. E ora fatevi trascinare immancabilmente dalle beghe delle democrazia, credendo alle fandonie degli ottimisti o dei catastrofisti, dimenticandovi immancabilmente dei fatti vostri.