La rivincita dei “cotonieri” nel XXI Secolo, di Arturo Re
La rivincita dei “cotonieri” nel XXI Secolo
L’Unione Europea come modello redivivo degli Stati Confederati del Sud?
Scritto da Arturo Re
Elaborato tra il gennaio ed il maggio 2026
In generale, l’Unione Europea è governata dalle segue:
• Come una forma di potere esecutivo indiretto (che per interposte istituzione formali);
• Dove il potere reale è esercitato da certi patriziati urbani e da una certa alta borghesia;
• Inerenti in larga misura: 1. alla Francia nord-orientale; 2. all’area del “Benelux”; 3. alla Germania nord-occidentale;
• Che operano mediante concertazione in istituzioni quali la Camera Europea degli Industriali, le varie Eurocamere di settore, ecc., e altre istituzioni simili, alcune ancora di più nei livelli di back-office, che praticamente nei fatti dominano la governance effettuale da dietro le quinte dell’U.E.;
• Considerato il fatto che il Parlamento europeo è una messinscena per la televisione, in quanto privo di effettuale e reale potere legislativo, tutto il potere reale sta in tali camere e nelle istituzioni finanziarie, di cui, uffici di front-office, come la Commissione europea — nonostante il voto sui proposti, per sceglierla, effettuato nel Parlamento (da gente ignorante che neppure comprende queste cose, e non fa davvero alcun interesse strutturale di parte) — nei fatti è espressione di tali interessi e di tali gruppi (rendendo così effettualmente, pertanto, l’U.E. una struttura di governance di potere esecutivo indiretto);
• Il vero potere, quindi nel modo in cui tali camere di alti settori e potentati, operando in tandem con la Banca Centrale Europea, la quale è un’istituzione di matrice essenzialmente di capitalismo di scuola neoclassica (seppure in paesi predominanti come la Germania si manifesta come la loro variante locale ordoliberalista): che gestisce, mediante politiche economiche e macroeconomiche fondate su di un monetarismo assoluto, sull’austerità, sulla necessità di portare le entrate sugli interessi dei debiti pubblici dei diversi Stati in positivo, etc., nei fatti diventa una tirannia su quanti risorse e liquidità i governi esecutivi formali dei diversi Stati possano allocare. Perché? Perché essi devono perseguire l’interesse di quella ristretta alta patrizia e alta borghesia che controlla tutte tali istituzioni e meccanismi, che ragiona nei termini più assoluti del capitalismo di matrice neoclassica;
• Infine, diversi gruppi dell’alta borghesia e dei patriziati urbani dei vari Stati nazionali, come nel caso italiano, risultano integrati localmente nella rete di tale sistema, accettando la deindustrializzazione e la dissoluzione dei cicli completi del capitalismo di mercato interno, insieme a una profonda riconfigurazione produttiva nei Paesi membri non dominanti, l’erosione della capacità dei poteri esecutivi locali di allocare le risorse statali, e l’immigrazione di massa, la quale da un lato esercita una pressione al ribasso sui salari della classe lavoratrice e dall’altro incide sulla coesione sociale del corpo nazionale, al fine di preservare l’ordine strumentale del capitalismo neoclassico dominante: nei fatti, nei singoli Stati, come l’Italia, si consolidano élite locali “coloniali”, elette e innalzate, trasformate di fatto in proxy di un cartello franco-germanico e beneluxiano dell’alta borghesia e del patriziato urbano che, nei fatti, esercita la propria egemonia sull’Unione Europea.
Praticamente, nei fatti, la stragrande maggioranza degli Stati membri dell’U.E., inclusa l’Italia, risulta governata da élite oligarchiche locali elevate, che operano in qualità di proxy per le dominati franco-germano-beneluxiane, consolidandosi e arroccandosi al potere, e che si comportano come figure locali non dissimili – per dinamiche strutturali – da “compratores”, “venditores” e “cotonieri”. Tutti gli Stati sottomessi, sono progressivamente privati della presenza di industrie strategiche autonome, della capacità di esercitare un reale potere esecutivo sull’allocazione delle proprie risorse, e progressivamente relegate a un terziario basato su turismo e servizi, oppure a un settore primario agricolo e a una industria di secondo livello e limitata, non disponendo più di un capitalismo nazionale autonomo, ma producendo invece sulla base di cicli di import-export dipendenti da filiere produttive esterne. In sostanza, l’Italia, un tempo tra le principali potenze industriali occidentali, sarebbe stata ridotta a un modello di sviluppo non dissimile da ciò che, fino a pochi decenni fa, sarebbe stato definito un modello economico neocoloniale africano.
Questo è evidente anche da altri, dati essenziali. Non a caso, l’Italia al periodo dal 1989 al 1992/93 aveva una mediata di total manufacturing output corrispondente per difetto al 5,5 % del totale globale e per eccesso al 5,9 % del totale globale. Ad oggi, 2026, l’Italia detiene solamente per difetto il 1,2% del total manufacturing output, mentre, invece per eccesso ad un massimo di 1,7% del total manufacturing output globale.
Questi sono livelli da quello che, nel Secondo dopoguerra, veniva definito il cosiddetto “Terzo mondo”. L’India al 1947, o la Cina al 1949, aveva queste medie percentuali di poco più del 1% del total manufacturing output globale.
A lato di questo, però, l’Italia è anche diventata il 4 paese al mondo per esportazioni senza avere più industria e mercato interno a ciclo completo! Tipica cosa che, nel XIX e nel XVIII secolo, era legata agli stati che sceglievano posizioni subordinate nell’ordine globale e si costituivano internamente attorno ad oligarchie ristrette votate all’exports dei prodotti del settore primato, soprattutto agricolo-alimentare, in un’industria superstite rimasta legata alla produzione di semi lavorati (al massimo, in un ciclo import export), è strettamente sottoposto ad un modello economico di scuola classica e manchesteriana (antecedenti da cui il capitalismo neoclassico si è sviluppato).
Questa era, in sostanza, la posizione e la struttura economica che gli Stati del Sud degli Stati Uniti nella prima metà del XIX secolo, e successivamente la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), presentavano sotto la propria oligarchia cotoniera, tabacchiera e liniera, orientata all’export, e pienamente inserita in un modello di capitalismo classico e manchesteriano (e sarebbero diventati neoclassici, se fossero continuati ad esistere post anni ’70 del 1800).
L’ordoliberismo, una variante, seppur dirigista, del capitalismo neoclassico, esiste nei fatti solo nella Germania, od al massimo nel “Benelux” (e forse di alcuni interessi francesi), in quel mondo delle loro alte borghesie e dei loro patriziati urbani, che si esprime nelle camere di commercio e della Banca Centrale Europea, ed utilizza l’U.E. solo per fare il proprio interesse.
Non a caso, all’interno dell’U.E., l’unica industria che resiste, per quanto anche li in decadenza per via dei parametri della globalizzazione e del WTO, grazie a questi parametri di dominanza e propria quella di questo cartello parzialmente “franco” e soprattutto “benelux-tedesco”.
Pertanto, per tutti gli altri sistemi-Paese, come l’Italia – sottoposti a queste élite locali “neocotoniere” (oligarchie che dominano con il pugno di ferro i diversi Stati locali), catena di congiunzione in concertazione degli interessi delle alte borghesie e dei patriziati urbani “delle Fiandre” (intese in senso allargato), che nei fatti dominano l’U.E. – quest’unione si manifesta strutturalmente, da un punto di vista macroeconomico e di economia politica, con una configurazione analoga a quella che caratterizzò il C.S.A.
Sostanzialmente, esclusa l’area rimasta industrializzata e ordoliberista della Germania Nord-Occidentale, e delle Fiandre, ed anche per quei paesi ex Patto di Varsavia come la Polonia o l’Ungheria, dove i capitalisti tedeschi dominano con la loro delocalizzazione locale industriale, per la stra-grande maggioranza degli Stati, ed in primo luogo per l’Italia, l’Unione Europea è governata con la stessa mentalità e lo stesso modello economico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) storica.
Ulteriore somiglianza, seppure superficiale differenza, è che nel contesto storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) vi era la presenza del lavoro schiavile importato in massa dall’Africa (e socialmente ed etnicamente differente dalla popolazione bianca autoctona). Mentre nell’U.E. domina il fenomeno dell’importazione di masse di immigrati proveniente da aree extra europee, tra cui l’Africa. Evidente è il parallelo strutturale. Entrambi i due sistemi si basano sull’ approvvigionamento della forza lavoro diversa dalla popolazione autoctona. Come poi tali modelli economici siano orientati all’export, ed alla distruzione del mercato interno, ed inseriti in un ordine capitalistico di tipo classico/manchesteriano/neoclassico.
Pertanto, i maggiori paralleli strutturali e fisici evidenti tra l’U.E. ed il C.S.A. sono:
• Rifiuto dei modelli di capitalismo nazional-sviluppista a carattere interclassista ed intersettore, con superiorità del potere esecutivo diretto sulla banca centrale di Stato, nella tradizione di Alexander Hamilton e Henry Charles Carey. Cioè il rifiuto dei modelli orientati alla costruzione di capacità produttive interne, al protezionismo industriale e all’integrazione organica tra settori economici e classi sociali. Invece, vi è una contestuale affermazione di una prevalenza sistemica del capitalismo classico, del paradigma manchesteriano del laissez-faire e delle successive elaborazioni del capitalismo neoclassico, caratterizzate da centralità dell’equilibrio di mercato, mobilità dei capitali e disciplina monetaria. Tale assetto viene descritto come rintracciabile, in forma comparativamente diversa ma strutturalmente affine sul piano dell’impostazione economico-politica generale, sia nell’architettura dell’Unione Europea sia, storicamente, nella Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.).
• Dove, nel caso storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA), vi era il lavoro schiavile di massa d’importazione Africana, nel contesto contemporaneo dell’Unione Europea, vi l’importazione di massa di lavoratori immigrati dall’Africa, dal Sud Est Asiatico, dal Sud America, etc. In entrambe le configurazioni, comparativamente, la forza lavoro è importata in massa dall’estero ed è etnicamente distinta dalla popolazione autoctona (le nazioni europee in Europa, ed i bianchi in Nord America), assume una funzione strutturale all’interno di sistemi economici orientati all’export e inseriti in una logica di capitalismo classico e manchesteriano, od anche nelle loro evoluzioni successive, quali il capitalismo neoclassico (come anche nelle varianti di quest’ultimo sia neoliberali sia ordoliberali, quest’ultimo solo per i paesi dei cartelli dominanti all’interno dell’U.E.).
Dunque, punto di vista dell’economia politica comparata, le teorie economiche prevalenti nell’Unione Europea sono riconducibili a quelle che risultavano dominanti negli Stati del Sud della Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), e si pongono in totale opposizione rispetto all’impostazione interclassista, intersettoriale e nazional-sviluppista del capitalismo federale degli Stati del Nord degli Stati Uniti, chiaramente espressa dall’economista Henry Charles Carey, considerato uno dei principali riferimenti teorici in ambito economico e strategico.
Come il C.S.A. stava – in connessione di commercio globale – al cartello franco-britannico dell’industria con le proprie esportazioni, ed aveva un’economia locale totalmente fondata sull’import-export, praticando scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Così l’Italia nell’U.E., come molti altri sistemi-Paese, sta – in connessione di commercio e parametri economici – al cartello degli intere interessi dell’alta borghesia e del patriziato urbano della Francia Nord-Orientale, del “Benelux”, e della Germania Occidentale, e della loro concertazione nelle varie camere industriali e finanziarie e bancarie tra cui la B.C.E., avendo ridotto una propria economia una volta avanzata alla scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Pertanto, deve essere sostanzialmente sottolineato che, eliminando la schiavitù dal ragionamento – zavorra morale, che mina la lucidità del ragionamento dei più – e osservando la pragmatica e le teorie economiche effettuali, l’Unione Europea e la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) si collocano nello stesso campo e attuano uno stesso modello strutturale.
Il framework istituzionale dell’Unione Europea ha marginalizzato le tradizioni sviluppiste associate a Hamilton, Carey, List e al dirigismo del secondo dopoguerra, a favore di impianti “neo”-manchesteriani, neoclassici, monetaristi, ordoliberali e neoliberali, caratterizzati dall’enfasi sulla stabilità dei prezzi, la disciplina fiscale, la mobilità dei capitali e l’integrazione dei mercati, ma la distruzione essenziale di tutti i mercati interni (esclusi quelli dei paesi, o meglio delle aree, dei cartelli domanti, precedentemente menzionati).
Di base, mettendo da parte nell’analisi l’elemento dell’agrarianismo, e della sua bucolicità ideologica, e quello della schiavitù dei neri – quest’ultimo soprattutto per il suo pesante “bagaglio” morale – che tendono a offuscare l’immagine della C.S.A., e concentrandosi invece sulle pragmatiche strutturali del suo modello economico e sulle teorie economiche a esso sottese, si osserva come l’Unione Europea e la C.S.A. possano essere interpretate come sistemi sostanzialmente operanti all’interno di uno stesso continuum teorico e di natura economica.
Si tratta del campo del capitalismo classico, manchesteriano e neoclassico, in opposizione al capitalismo nazional-sviluppista interclassista e intersettoriale di matrice nazionalista e/o federalista, associato a Henry Charles Carey e ad altri autori affini.
Inoltre, sia la C.S.A. sia l’U.E. possono essere descritte come strutture di tipo confederale, o più precisamente confederale debole, caratterizzate da un’elevata frammentazione della sovranità effettiva e da una limitata centralizzazione del potere decisionale. All’interno di tali sistemi, gli attori istituzionali e politici dominanti tenderebbero a preservare e stabilizzare questo assetto, in quanto funzionale all’equilibrio degli interessi consolidati, opponendosi in modo sostanziale – al di là della retorica di front-office e delle dichiarazioni ufficiali di natura integrativa – a traiettorie evolutive di tipo federale.
Tali traiettorie implicherebbero infatti una progressiva concentrazione del potere esecutivo a livello centrale, inclusa la capacità di indirizzo diretto sulle politiche fiscali, monetarie e di coordinamento economico-strategico. Proprio questa eventuale evoluzione verso una forma compiutamente federale, dotata di un potere esecutivo unitario anche in ambito finanziario ed economico, risulterebbe strutturalmente in tensione con l’assetto confederale esistente, che si fonda invece sulla mediazione tra livelli di sovranità parzialmente autonomi e sulla conservazione di un equilibrio multilivello del potere.
Oppure, l’attuazione di un potere federale di Stato nell’U.E., dotato di un forte potere esecutivo diretto, porterebbe alla subordinazione della B.C.E. a un potere esecutivo reale e, dunque, per necessità di sviluppo strategico, porrebbe fine su larga scala all’ordine fondato sul capitalismo neoclassico, muovendosi invece – se mai tale scenario strategico si verificasse – verso posizioni di tipo hamiltoniano o careyano.
Ma, così come avvenne per gli Stati del Sud del Nord America nella prima metà del XIX secolo e nella successiva Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), anche il cartello franco-“beneluxiano”-tedesco che esercita governo sull’U.E., unitamente alle diverse oligarchie locali che operano come cinghia di trasmissione di tali interessi nei singoli Stati membri — come nel caso dell’Italia — tenderebbe a opporsi in modo sistemico e strutturale a questo tipo di evoluzioni, mobilitando gli strumenti istituzionali, polizieschi, economici, repressivi, e politici a propria disposizione per preservare l’assetto esistente.
Dunque, c’è una marcata sovrapposizione tra le forme di governance pragmatica, le teorie economiche e i modelli di economia politica:
• L’Unione Europea (U.E.) ha mostrato una tendenza verso la liberalizzazione del commercio, la sovranità decentralizzata, la disciplina fiscale basata sull’austerità ed il monetarismo, e l’integrazione dei mercati tra Stati membri semi-sovrani, con dinamiche di esplicita distruzione delle industrie dei mercati interni, esclusi quelli del cartello dominante, e una crescita guidata da logiche di import-export.
• La Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) ha a sua volta sostenuto uno Stato centrale debole, una forte autonomia regionale, un commercio orientato all’import-export e una concezione classica e manchesteriana dell’economia politica, caratterizzata da monetarismo, austerità, distruzione esplicita sia d ella base industriale interna sia del proprio mercato interno
Laddove, nel XIX secolo, nel sistema del C.S.A. chi traeva vantaggio erano tanto le oligarchie locali, ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella britannica/inglese, ed in parte quella francese. Invece, nel XXI secolo, nel sistema dell’U.E. chi trae vantaggio sono ristrette oligarchie locali “cotoniere” – per paragone potremmo dire – piazzate al potere su Stati subordinati come l’Italia, ma ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella del “Benelux”, della Germania occidentale / Nord-occidentale, e della Francia Nord-orientale.
Dunque, tra U.E. e C.S.A., a livello duro e strutturale, il confronto è notevole:
• struttura istituzionale di tipo confederale (debole);
• diffidenza verso tanto verso l’autonomia nazionale ed una forte centralizzazione federale;
• preferenza per il libero scambio e per il laissez-faire rispetto al protezionismo;
• assolutezza di austerità e monetarismo;
• e una convergenza verso il capitalismo classico e manchesteriano (con l’Unione Europea collocabile nell’alveo del capitalismo neoclassico, inteso come sua evoluzione teorica e sistemica);
• Etc., etc., etc.
In tale prospettiva è possibile individuare una linea di continuità riconoscibile.
Si delinea infatti una genealogia intellettuale coerente alla base del confronto, soprattutto se lo si interpreta nei termini di una comparazione tra paradigmi di economia politica, e tra pragmatica strutturale di governance politica ed economica, piuttosto che come equivalenza morale o identità storica tra sistemi differenti.
Pertanto, in questa analisi, così come diceva Machiavelli, nel suo Principe, al capitolo 15: «essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi l’intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa: e molti si sono immaginate Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti né cognosciuti essere in vero».
Entrambi i sistemi, la C.S.A. e l’Unione Europea, sono manifestazioni di più ampie tradizioni politico-commerciali liberali, caratterizzate dalla centralità dell’integrazione com