Riconoscere la Storia

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Sono molte le situazioni divenute ormai ataviche, che si sono trasformate in veri e propri luoghi comuni, intorno alla questione israelo-palestinese. Giornalisti e intellettuali di servizio ripetono ossessivamente la falsa narrazione secondo cui i palestinesi dovrebbero riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Ma Israele, con le sue bombe atomiche illegali e il supporto bellico occidentale, esiste da tempo, ciò che non esiste è lo Stato palestinese. Semmai, dovrebbe essere Israele a riconoscere il diritto all’esistenza della Palestina, non il contrario.
Un’altra menzogna ripetuta all’infinito è quella dei “due popoli, due Stati”. Anche questa è diventata una formula propagandistica. Dovremmo piuttosto parlare della necessità di uno Stato per il popolo palestinese, poiché quello israeliano esiste eccome, mentre quello palestinese rimane un’entità fittizia, riconosciuta solo sulla carta da qualche figura caricaturale della diplomazia internazionale.
Perché possa esistere, lo Stato palestinese deve avere confini certi e la capacità di difendersi, una difesa che, se il popolo palestinese non è in grado di esercitare autonomamente, deve essere garantita da Paesi terzi. Israele, infatti, può contare su tale supporto che perpetua una superiorità militare indiscussa.
Ci sono poi molte altre questioni irrisolte, come le guerre sproporzionate condotte da Israele, che hanno causato la morte di migliaia e migliaia di palestinesi. Invocare il “diritto di Israele a difendersi” dovrebbe far arrossire di vergogna. Dopo l’attacco del 7 ottobre, un’azione terroristica che ha causato la morte di oltre mille persone, la risposta israeliana ha provocato 60.000 morti. Ma quell’attacco è il frutto di decenni di soprusi, rappresaglie, violenze e reazioni asimmetriche. Mettere tutto sullo stesso piano significa garantire impunità e perpetuare l’ingiustizia. Per quanto odioso, un attentato terroristico non ha mai prodotto il livello di morte e distruzione di una guerra vera e propria.
Un popolo che non dispone della forza militare per combattere frontalmente, risponde con la guerriglia o con il terrorismo. E va ricordato che tale stigmatizzazione, quella di usare terrorismo, viene sempre da chi detiene il monopolio della forza. Il governo fascista, ad esempio, definiva terroristi i partigiani, perché dal suo punto di vista violavano la legalità e tecnicamente aveva ragione. Ma anche oggi, le guerre condotte da Israele, compresa l’ultima, non mirano solo a colpire i gruppi armati, ma a affamare, distruggere, annientare l’intera popolazione palestinese. In quelle guerre si ripetono molti “7 ottobre”, e l’opera di terrore israeliana non è iniziata certo oggi.
È dunque tempo di smetterla con l’equidistanza ipocrita tra due realtà che resteranno sempre strutturalmente sbilanciate. Chi fa iniziare la storia da un punto “comodo” lo fa per legittimare il suo parziale punto di vista. Lo abbiamo visto anche con la guerra in Ucraina, dove si è cancellato il conflitto del 2014 tra forze golpiste e popolazioni russofone, per attribuire alla Russia il ruolo esclusivo di aggressore in quella successiva.
Non abbiamo la soluzione al conflitto israelo-palestinese, che è solo una parte di un problema più ampio e stratificato che coinvolge il mondo arabo e le sue relazioni con la Palestina. Ma è certo che, quando in quell’area, ancora sotto predominio statunitense, entreranno nuove superpotenze in grado di riequilibrare interessi e contrappesi all’egemonia USA, molte certezze verranno rimesse in discussione.
La nascita dello Stato di Israele e la sua permanenza, segnata da tratti criminali, sono il frutto di una precedente fase storica, dominata prima dagli inglesi e poi dagli americani. La sua sopravvivenza dipenderà dai futuri assetti geopolitici, che potrebbero mutare radicalmente. A quel punto, non sarà più questione di chiedere ai palestinesi di riconoscere Israele, sarà piuttosto Israele a rischiare di diventare irriconoscibile persino agli occhi dei suoi attuali protettori.