Si è nel mondo o si diviene nel mondo? O. M. Schena
Si è nel mondo o si diviene nel mondo?
Viaggio sul ruvido tappeto del tempo nel bruzzico mattutino e serotino
Zygmunt Bauman è morto a 91 anni.
Ma da dove ha parlato la sua parola?
Chi è stato Zygmunt Bauman, l’inventore, descrittore della cosiddetta “società liquida”? È stato un sociologo-filosofo polacco n. il 19/11/1925, un ex comunista (a suo dire). Qui non ci si occuperà delle decine di libri scritti da Bauman, che ha prosciugato il filone della “liquidità” (Amore liquido, Vita liquida, Società liquida, ecc.), ma si riportano soltanto alcune sue “considerazioni” seminate negli anni un po’ dovunque, dal Corriere della Sera, all’Unità, all’Osservatore Romano.
Chi scrive non ha ben capito, di certo a causa delle sue limitate “forze”, perché il prof. Angelo d’Orsi, che molti anni addietro ho avuto il piacere di ospitare per una conferenza nella mia città, a Fasano, sia stato colpito da una incantazione per Zygmunt Bauman. Il Bauman “avrebbe svelato, secondo il prof. d’Orsi (MicroMega il 17.1.2017), il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui”. Vogliate perdonare la presunzione ma io penso che Bauman sia soltanto un gran confusionario, un azzecca-garbugli, ma che cosa spinge un governo come il nostro, ovvero, una banda di incapaci veraci, di ranocchi vanesi, di giocoloni, perditempo, che si divertono a farsene un baffo della libertà d’espressione e di riunione del prof. d’Orsi, che sono anche le nostre libertà, compiendo, così gravi meschinità! Purtroppo abbiamo un governo di incapaci veraci che passa da una piccineria all’altra! Scusate, però, la franchezza ma io trovo assai più grave che al prof. d’Orsi non dispiaccia affatto il cantore della società liquida, ovvero Zygmunt Bauman, il quale gli appare come il “disvelatore del volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo!”
Ed eccovi, in fila, le quattro considerazioni di Bauman:
Ecco la prima considerazione di Bauman:
(…) Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi onorevolmente dall’ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e senza l’odio di tanti ex» … «Prima il comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo un meccanismo di “controllo ed equilibrio” che ha salvato il capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’autoadorazione dei dominanti»…” (Zygmunt Bauman http://www.kore.it/CAFFE/bauman2.htm – 13.10.02)
Sì, è vero, gli anni ‘60, ‘70 e ‘80 sono passati da un bel pezzo e nell’alba del terzo millennio le discussioni sul socialismo e sul comunismo non affascinano più né le masse, né l’intellighenzia, e nessuno si chiede più se tra i rapporti di produzione e le forze produttive vi sia o meno un’interazione dialettica, fors’anche perché Paul Sweezy e Charles Bettelheim, ormai ultranovantenni nel 2002, si sono stancati di discuterne. I due autorevoli marxisti, malgrado Fidel Castro avesse affermato il 16 aprile 1961 che “la rivoluzione cubana è socialista”, erano però d’accordo nel riconoscere che:
“le “rivoluzioni” del XX secolo non hanno portato al potere il proletariato costituito in classe dominante bensì dei partiti organizzati in maniera rigida (tighty) composti da elementi provenienti da differenti strati della popolazione”(Monthly Review settembre 1985).
Bisogna ricordare comunque, che Marx, il quale non ebbe mai la passione di “mettersi a prescrivere ricette (comtiane?) per l’osteria dell’avvenire” (K. Marx – Poscritto alla seconda ed. – Il Capitale Libro I – Einaudi 1975, p. 15), ce la mise tutta per evitare confusioni tra “comunismo” e “socialismo” (da lui mai menzionato), e così scrisse nel 1875, anche a tal fine, un testo intitolato “Per la critica del programma di Gotha”, che è l’unica sua teorizzazione non immediatamente contingente circa l’assetto che la società dovrebbe assumere dopo il capitalismo:
“(…) Quella con cui abbiamo a trattare è una società comunista, non come si è sviluppata sulla base propria, ma al contrario come viene fuori dalla società capitalistica; che reca ancora in ogni rapporto economico, morale e spirituale le impronte materne dell’antica società dal cui grembo essa è uscita. Perciò il singolo produttore riceve, dopo le ritenute, esattamente ciò che egli le dà. (…) Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, così come è nata dalla società capitalistica dopi lunghi travagli». (…) In una fase più avanzata della società comunista, dopo la scomparsa della subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è diventato non solo mezzo di vita, ma anche il primo bisogno di vita; dopo che con lo sviluppo completo degli individui sono aumentate anche le loro forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze collettive scorrono in abbondanza – soltanto allora può il ristretto orizzonte giuridico borghese essere oltrepassato e la società può scrivere sulle bandiere: – Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!”.
Da “Il socialismo irrealizzato” – ed. Riuniti 1992– introduzione di Gianfranco La Grassa da p. IX.
Sembra fortunatamente che nessuno voglia più illudersi circa la capacità del “socialismo” di rinnovarsi, grazie soprattutto all’opera di “democratizzazione” di un Gorbaciov. Probabilmente le virtù, di quest’ultimo sono state grandemente esagerate in Occidente e verranno ridimensionate in un futuro non troppo lontano, ma se un merito, indubbio, egli ha è quello di aver apertamente dichiarato- nei fatti più ancora che nelle parole- la fine della sedicente “costruzione del socialismo”, che era certa ormai da tempo, una pura e semplice mistificazione. Al di là delle intenzioni soggettive del personaggio contano, comunque, i processi messi in moto nel tentativo di evitare la stagnazione dell’URSS, e tali processi vanno chiaramente nella direzione di un graduale, ma aperto reinserimento del paese (e, più in generale dell’intera area del “socialismo reale”) nel sistema mondiale delle relazioni capitalistiche.
Vi è di più. La recente “guerra del golfo”, ha dimostrato come malgrado l’ancor consistente apparato militare, l’URSS attuale (che rischia di diventare di fatto, “la Russia”) è irreversibilmente decaduta dalla sua posizione di seconda potenza. Salvo ritorni di fiamma nel primo paese “socialista”- che provocherebbero solo un imputridimento generale dell’attuale situazione – tutto lascia prevedere che, nei prossimi decenni, USA, Germania (riunificata) e Giappone diventeranno le tre grandi potenze tra loro in concorrenza per l’egemonia mondiale, anche se le ultime due nazioni avranno la necessità di risolvere il problema della mancanza di adeguati apparati militari, per cui rischiano poi di dover accettare, e facendo buon viso a cattivo gioco come nei recenti e drammatici avvenimenti, le decisioni degli USA. L’URSS dovrebbe risultare drasticamente ridimensionata e agirà, probabilmente, in alleanza con una delle tre, parrebbe più “naturale” pensare alla Germania, ma per il momento la sua politica appare ancora troppo sbilanciata a favore degli USA. In definitiva, già all’inizio del prossimo secolo, è assai probabile che ci si troverà in presenza di un sistema capitalistico, diffuso praticamente in tutto il globo, ma percorso da profonde turbolenze connesse alla sua interna divisione, sia orizzontale tra blocchi di paesi concorrenti, sia verticale tra aree socioeconomiche (e culturali) disposte sui diversi gradini della scala relativa allo sviluppo differenziato del “modo di produzione capitalistico”
Bauman dovrebbe aver conosciuto il lungo e fitto scambio di lettere tra P. Sweezy e C. Bettelheim, ospitato sulla Monthly Review dagli anni ’60 agli anni ‘80, e dovrebbe aver conosciuto l’altrettanto lungo dibattito tra marxisti e non, sui paesi del cosiddetto “socialismo reale”, o meglio, almeno secondo alcuni, del “socialismo irrealizzato”.
Con l’espressione “fiato sul collo” Bauman avrà voluto forse alludere al fatto che la sola esistenza dell’URSS, nonostante le sue forti criticità economiche e sociali, avrebbe comunque indotto i paesi capitalisti a concessioni economico-sociali, magari per mantenere un migliore controllo sulle proprie masse lavoratrici? Ma, ancora nel 2002, è corretto dire comunismo e intendere l’URSS , o si tratta d’un pericoloso equivoco?
Solo e soltanto Bauman, però, visto che Marx non ha mai scritto di “socialismo”, avrebbe potuto spiegare nientedimeno che “l’indispensabilità del socialismo dopo il comunismo”. In definitiva già all’inizio del prossimo secolo è assai probabile e ci si troverà in presenza di un sistema capitalistico diffuso praticamente in tutto il globo , ma percorso da profonde turbolenze connesse alla sua interna divisione sia orizzontale tra blocchi di paesi concorrenti sia verticale tra aree socioeconomiche (e culturali) disposte sui diversi gradini della scala relativa allo sviluppo differenziato del modo di produzione capitalistico con l’esistenza di un centro, di una semiperiferia e di una periferia, e con l’enfatizzazione delle diversità riguardanti non solo il modello di sviluppo economico, bensì anche quelle concernenti la nazionalità, le razze, le etnie, le religioni ecc.
Non si comprende per quale satanica eterogenesi dei fini, da buon samaritano, il comunismo avrebbe salvato il capitalismo stesso dall’abisso! (sempre secondo Bauman). E soltanto Bauman avrebbe potuto spiegare quell’inversione tra socialismo e comunismo, perché ogni marxista, sia ortodosso che eterodosso, ha sempre inteso e denominato “socialismo” il “primo gradino”, o “gradino inferiore”, del comunismo. C’è chi ha inteso la prima fase di transizione alla futura società comunista, come una fase lunga nel corso della quale si sviluppa un’accanita lotta di classe tra borghesia (che ha perso almeno negli apparati fondamentali dello Stato il potere politico) e proletariato e c’è chi ha inteso per socialismo un nuovo modo di produzione distinto da quello capitalistico, ecc. ecc.
C’è dunque da aggrottare le sopracciglia perplessi e da spalancare gli occhi dalla meraviglia per la “liquidità” del racconto baumaniano sulla misera fine del “comunismo”. Il comunismo di Bauman, ovvero una sorta di Messia venuto al mondo e morto sul Golgota (Bauman non ci dice se la morte è avvenuta sul Golgota russo, cinese o coreano) per salvare il capitalismo dall’abisso cui pareva condannato. Non va, però, molto meglio neppure al “socialismo”, spogliato della possibilità d’essere un “modello alternativo di società” e degradato da Bauman a “coltello affilato”, a “voce della coscienza”, ridotto anzi…ad avviso dello scrivente ad un soffio di voce.
Bauman, nell’intervista del 2002, non pare affatto interessato a dipanare gli equivoci semantici che hanno reso ancor più incomprensibile la crisi del “socialismo reale”. Egli, infatti, impacchetta il “comunismo” dentro due avverbi di tempo, “prima” e “ora”, come se questi comunismi fossero, più o meno, la medesima cosa.
“Ad esempio, nel dibattito ci si riferisce abitualmente al Partito comunista sovietico del 1918 o del 1925 o del 1989 come se fossero più o meno la stessa cosa. In realtà, da molti decenni il Pcus non solo non era più comunista (come non dovrebbe essere difficile desumere dall’approdo della quasi totalità dei suoi dirigenti a partire da Gorbačëv, Eltsin, Shevardnadze e tantissimi altri personaggi), ma non era neppure un vero partito. Era ormai soltanto un organo dello Stato, che per i più rappresentava solo la “tessera del pane” e per alcuni quella del … caviale.
(…) Lo stesso si potrebbe dire per i “soviet”: l’organismo che portava questo nome fino alle cannonate eltsiniane del 4 ottobre non aveva nulla a che vedere, a parte il nome, con i soviet del 1917-1918, o con quelli del 1905: aveva le caratteristiche esteriori di un qualsiasi parlamento, con deputati eletti da collegi territoriali e non di classe, non revocabili (mentre la revocabilità e l’elezione da parte dei soli lavoratori erano le caratteristiche che distinguevano i soviet originari da tutte le altre assemblee elettive), e per giunta senza che ci fosse neppure la possibilità di scelta tra programmi e candidati diversi, almeno fino all’ibrido organismo eletto nel marzo 1989.
(…) La revocabilità era diventata impraticabile già negli anni della guerra civile, per la distruzione del tessuto connettivo della classe operaia russa su cui si basavano i soviet e che era la garanzia del controllo democratico dal basso. La stessa eleggibilità era da tempo immemorabile una farsa per le cariche nazionali, mentre già dal 1925 l’elezione dei dirigenti locali era stata sistematicamente sostituita dalla designazione dall’alto (avviata fin dal 1922 da Stalin, che sulla rete dei dirigenti designati dall’alto fondò il suo potere).”
Per quale motivo Bauman abbia voluto intorbidare a tal punto le acque della riflessione teorica intorno a Marx, al comunismo e al socialismo resterà così uno dei misteri della fede baumaniana nel socialismo.
Ecco la seconda considerazione di Bauman:
“L’Europa è a un crocevia. Non è la prima e non sarà l’ultima volta. La sua intera storia è un’avventura infinita. Giovedì sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi: il diavolo si nasconde nei dettagli. E questo è solo l’aspetto economico, che in fondo è quello affrontato con più attenzione. Ma la speranza che l’integrazione politica seguirà quella economica sarà poi fondata? potrà farlo come potrà non farlo. Gli interessi delle diverse aree d’Europa sono troppo contrastanti”. «Che l’Europa è la sola chance che hanno di difendere e proteggere la loro identità nazionale. Dobbiamo ripensare le istituzioni europee in modo completamente nuovo. Dovranno avere l’abilità a condensare e unificare un volere popolare europeo altrimenti sparso e diversificato. Esattamente ciò che fanno i Parlamenti locali: far emergere un interesse nazionale da spinte diverse. Solo così potremmo colmare il deficit democratico, che nasce dal fatto che le attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare. C’è uno scarto tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni». (Zygmunt Bauman – 20 ottobre 2012 – Corriere della Sera)
Naturalmente è legittimo auspicare e sognare, come anticamera del socialismo, un capitalismo dal volto umano (anche se … anche se l’auspicio, ad annusarlo bene, puzzerebbe di truffa anche lontano mille miglia). Lo hanno auspicato – sognato in tanti, figure nobili e meno nobili, da Calamandrei giù, giù, fino in fondo, sino a raschiare il fondo, Bauman però forse ha voluto strafare, ed è giunto sino al punto d’affermare nell’ottobre 2012 che: “l’Europa è a un crocevia … e … sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi …”. Ma di quale vigilanza bancaria parlava Bauman? La vigilanza di chi su chi e per ottenere che cosa?
Insomma Bauman è stato l’affermato teorico, con decine di saggi, della società liquida, non è male ricordare però che congedarsi dall’ortodossia marxista (sterminato bazar dove si può trovare un po’ di tutto) non è proprio la stessa cosa che congedarsi dall’ortodossia marxiana.
Ora, sia beninteso, ciascuno è libero di congedarsi sia da Marx, sia dall’ortodossia marxista, possibilmente senza confonderli, anche perché chissà quale mai sarà l’ortodossia marxista (ed … ed anche quella marxiana) A dare retta al barbone di Treviri dovrebbe essere quasi impossibile colmare i deficit democratici nel m.d.p.c., deficit che nascerebbero invece, secondo il sociologo della “liquidazione di Marx”, dal fatto che le “attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare”. Basterebbe cioè invertire e sostituire le cause con gli effetti e, oplà, il gioco sarebbe fatto: sarebbe la sfiducia popolare, secondo Bauman, a causare i deficit democratici (se qui non si è frainteso l’argomentare di Bauman)! Potrebbe anche essere una geniale invenzione, sempre liquida, s’intende! Cari cittadini, state bene a sentire, sempre secondo Bauman, se date fiducia alle vostre istituzioni ogni problema sarà risolto. Ma perché mai i cittadini avrebbero perso la fiducia nelle loro istituzioni? Boh, chissà? Quanto alla democrazia, beh, occorrerebbe, invero, accordarsi su che cosa si intende per “democrazia”, accordo per niente semplice. Poi, da un’indagine seria, potrebbe perfino risultare che la democrazia, intesa o meno in salsa liberale, risulti incompatibile con il modo di produzione capitalistico, dalla sua alba fino ad oggi. Ma questa è una conclusione che non pare aver mai interessato troppo Bauman, “onorevolmente congedatosi dall’ortodossia marxista” (almeno così dice lui!).
In ogni caso nessuno ha chiesto a Bauman quale sarebbe la misura dello scarto esistente tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni, nessuno gli ha chiesto a quali individui alludeva quando ha parlato di “natura individuale delle nostre soluzioni”, e soprattutto nessuno gli ha chiesto notizie di quel mostro strano del Capitale in quanto rapporto sociale. E nessuno ormai potrà più chiederglielo.
Ecco la terza considerazione di Bauman
“In una società di produttori i profitti vengono generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo è un fattore di risentimento collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta, secondo Bauman alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per “risolvere i problemi” e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la “crescita economica”, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente». (…) In ogni caso, se i due giovincelli di Rhineland, Marx ed Engels, si sedessero ora a redigere il loro ormai bicentenario Manifesto, potrebbero inaugurarlo con l’osservazione che “uno spettro si aggira sul pianeta: lo spettro dell’indignazione”». (Intervista di G. Battiston a Zygmunt Bauman – L’Unità – 30 ottobre 2011)
In questa considerazione sui “produttori–consumatori” Bauman assiste, si presume sgomento, al prevalere dell’interesse personale sulla solidarietà e l’unione. Ma, di grazia, dove mai sarebbe la novità nel m.d.p.c.? Un modo di produzione (all’Est come all’Ovest), dove, ieri come oggi, siamo tutti “merce”, ovvero tutti quelli che non hanno nient’altro da offrire che la propria forza lavoro per sbarcare il lunario e non morire di fame.
Bauman ha provato a (avrebbe voluto) sostituire (per il tramite degli indignati) allo “spettro del comunismo” “lo spettro dell’indignazione”. E avrebbe voluto che la sostituzione la facessero proprio i due “giovincelli, Marx ed Engels”, riscrivendo oggi l’incipit del Manifesto del Partito Comunista. Forse perché lo spettro dell’indignazione ha spaventato Bauman molto meno dello spettro del comunismo? Forse perché il primo è uno spettro educato che conosce e rispetta le regole della buona educazione del regime capitalistico, la sua grammatica delle merci e i suoi precetti del consumo?
Può darsi che sia stato il bisogno di rimozione a guidare il sociologo per viottoli impervi che girano in tondo, ovvero come si passa dalla vecchia società dei produttori a quella dei consumatori. Il tutto per tentare magari una rilegittimazione del m.d.p.c. con interventi di chirurgia estetica. Così Bauman ha dimenticato, o ha fatto finta di dimenticare, che da sempre la religione del Capitale nella sua sostanza non è mai cambiata, che da sempre il materiale umano viene sfruttato due volte, prima come produttore, poi come consumatore; così Bauman ha dimenticato che da sempre la crescita economica è un imperativo categorico del Capitale, e che il produrre e il consumare sono da sempre dogmi della religione del Capitale, e sono sin dalla nascita in rissa genetica tra di loro per diversi motivi. Ma è davvero possibile credere alle dimenticanze di Bauman?
Così, congedatosi onorevolmente dall’ortodossia marxista, Bauman ha tirato fuori la sua geremiade sulla società dei consumatori, nella quale saremmo sprofondati. E ha addossato a ciascuno di noi la colpa di “trattare se stesso come una merce vendibile”, e dunque la colpa della “continua frammentazione e atomizzazione della società”.
Ma l’indignazione è forse quel robusto filo d’Arianna che può farci uscire dalla frammentazione e dall’atomizzazione della nostra società?
La quarta considerazione di Bauman
“(…) Ah, io sono incantato da quanto papa Francesco (Bauman pronuncia il nome in italiano, sorridendo) va facendo: credo che il suo pontificato costituisca una chance, non solo per la Chiesa cattolica, ma per l’umanità intera. Che il leader di una grande confessione religiosa richiami l’attenzione del Nord del mondo sulla sorte dei più miseri è già di enorme importanza. Ecco, il rifiuto del legalismo e la capacità di Jorge Mario Bergoglio di toccare il cuore delle persone ricordano l’analogo atteggiamento di Giovanni XXIII. L’attuale Papa è intrepido, direi, nel suo modo di procedere: si pensi ai gesti che ha compiuto a Lampedusa, ai discorsi dedicati ai “fuori casta” del mondo globalizzato.” (Zygmunt Bauman “L’illusione di una felicità solubile” – in L’Osservatore Romano 20.10.13). Conclusioni provvisorie
È probabile che le quattro considerazioni di Bauman qui sopra riportate, siano state trattate con eccessiva, immeritata, supponente ironia. Ma almeno qualche domanda forse sarebbe il caso di porsela. Queste 4 considerazioni di uno dei più affermati intellettuali della cultura di sinistra (qui si sorvola sulla natura inservibile o meno della categoria tradizionale di “sinistra”) sono o meno di un qualche aiuto per i “dannati della terra” nella ricerca del filo d’Arianna per uscire dal ginepraio di caverne allestito dai dominanti? Sono esse davvero utili per guardare, vedere e imparare a camminare fuori dalle caverne, e continuare così la lunga lotta per la liberazione dal giogo dei dominanti? Un giogo che non è soltanto espressione d’una subordinazione culturale, ma è altresì il segno-risultato della violenza d’una forza brutale e spesso sanguinaria, una forza con tanto di nomi e cognomi. Chissà, forse indignarsi soltanto non basta.
Gli ostacoli di consegna legati all’embargo su Cuba? Il Vaticano non è forse uno Stato riconosciuto a livello mondiale? Perché non ha osato sfidare le pretese degli Stati Uniti che decidono di volta in volta quando concedere un minimo allentamento dell’embargo? Tra l’altro il dono (un vecchio bus ormai dismesso!) era diretto alle suore che gestiscono un asilo a Cuba. Dove mai sarebbe quell’intrepidezza che avrebbe incantato Bauman! Il dono è infine giunto a destinazione, ma, come si dice, giusto giusto per un pelo!
Ricordiamo ora qualche atto compiuto da papa Bergoglio:
il 12 maggio 2013 si tiene a Roma la “marcia per la vita”, da buon papa fa il suo appello contro l’aborto; affinché sia garantita “protezione giuridica all’embrione tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza. Francesco I aveva già espresso da cardinale il suo pensiero: “abortire equivale ad uccidere chi non ha modo di difendersi, perché è nel momento del concepimento che risiede il codice genetico della persona.
Bauman, addio all’osservatore critico del post-moderno
di Angelo d’Orsi
Era nato a Poznan, in Polonia, Zigmunt Bauman, nel 1925, e aveva attraversato il tempo di ferro e di fuoco dell’Europa fra le due guerre, tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo: di origine ebraica, si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano. Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, influenzato da correnti eterodosse, senza mai però diventare anticomunista, e conservando un importante fondo storico-materialistico nel suo lavoro. Fondamentale in tal senso la sua “scoperta” di Gramsci, che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi, rispetto alla vulgata marxista-leninista, ma anche, naturalmente, dalle scienze sociali accademiche angloamericane.
Aveva studiato Sociologia a Varsavia, con maestri come Ossowski, e, lasciata la Polonia, si era diretto prima in Israele, all’Università di Tel Aviv, per poi trasferirsi a Leeds, in Inghilterra dove insegnò fino al pensionamento Sociologia.
Sarebbe però riduttivo definirlo sociologo, sia per il tipo di sociologia da lui professata e praticata, poco accademica e nient’affatto canonica, sia per la vastità dello sguardo, la larghezza degli interessi, la molteplicità degli approcci. Filosofo, politologo, storico del tempo presente, questo studioso oltremodo prolifico (autore di una cinquantina di opere, nella sua lunga ed operosissima esistenza), fu influenzato anche da un certo cattolicesimo e così come dal comunismo, ne trasse spunti importanti per l’osservazione critica della contemporaneità.
Si era occupato in modo nient’affatto banale dell’Olocausto, messo in relazione alla modernità, in qualche modo riprendendo spunti di Horkheimer e Adorno, puntando il dito contro l’ingegneria sociale e il predominio della tecnica (in questo vicino a Jürgen Habermas), che uccide la morale, contro l’elefantiasi burocratica che schiaccia gli individui senza aumentare l’efficienza del sistema sociale. Aveva studiato la trasformazione degli intellettuali, passati da figure elevate, capaci di dettare l’agenda politica ai governanti, a meri tecnici amministratori del presente, al servizio del sistema. Fra i tanti meriti di questo pensatore scomparso ieri, nella città che aveva eletto a sua dimora, Leeds, voglio segnalare la sua capacità di descrivere gli esiti della forsennata corsa senza meta della società post-moderna, attraverso un’acutissima analisi del nostro mondo, un mondo in cui la globalizzazione delle ricchezze ha oscurato quella ben più mastodontica, gravissima, delle povertà.
Studiando “le conseguenze sulle persone” (come si legge nel sottotitolo di uno degli ultimi suoi libri, Dentro la globalizzazione), ridotte a “scarti”, residui superflui che vanno conservati soltanto fin tanto che possono esser consumatori, Bauman ha svelato il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido, crescente impoverimento dei molti. Ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno, sotto la vernice lucente dell’asserito arricchimento generalizzato e universale, dietro lo slogan della “fine della storia”, ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali, era apparso l’altro volto della globalizzazione, ossia una terribile guerra dei ricchi ai poveri, ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto. Ha guardato, Bauman, alle Vite di scarto (altra sua opera), generate incessantemente dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo” (richiamo con queste espressioni un altro grande scomparso, Luciano Gallino), o dalle assurdità crudeli del “capitalismo parassitario”, come Bauman lo ha chiamato. Quella che chiamava “omogeneizzazione” forzosa delle persone (un concetto che richiama la pasoliniana “omologazione”), era l’altro volto della società anomica, che distrugge legami, elimina connessioni, scioglie il senso stesso della convivenza.
Con una immensa produzione – volumi, saggi, articoli, conferenze, proseguita fino all’ultimo – è come se quest’uomo mite e affabile, avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi; quasi a voler “salvare”, con le sue parole, gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti, in una Società sotto assedio (ancora un suo titolo), dominata dalla paura, dal rancore, dall’ostilità, vedevano e vedono le proprie vite disintegrate. I Danni collaterali (uno degli ultimi suoi libri), sono in realtà l’essenza di questa società, che egli ha definito, felicemente, “liquida”, con una trovata che è poi divenuta formula, ripetuta, un po’ stucchevolmente, negli ultimi anni, applicata a tutti gli ambiti del vivere in comune. Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo, una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade: “Produci/Consuma/Crepa”. Liquidi i rapporti umani, liquida la cultura, liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene.
Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente, sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle. La sua scomparsa è una perdita grave per chi non si accontenta dell’esistente, per chi si rifiuta di credere alla favola bella del “progresso”. E il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti.