Sono solo dazi

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Il testo che segue è apparso in inglese su  Sovereignty https://sovereignty.com.br/economics-sovereignty/european-submission-in-the-trade-agreement-with-the-us/

Sono solo dazi…

La notizia della raggiunta intesa sui “dazi di Trump” da parte dell’Ue con gli Stati Uniti, da un lato, non è stata troppo pubblicizzata in Europa, se non come questione di transizione che sarà sottoposta a prossime verifiche, essendo nei fatti un’ulteriore palese sottomissione ai diktat oltreoceanici; dall’altro non fa che confermare la fine dell’ideologia di matrice americana della globalizzazione della quale siamo rimasti imbevuti per troppo tempo fino a rimbecillirci qui nel Vecchio Continente. Diciamo subito che gli aspetti tecnici dell’accordo, che pure avranno qualche incidenza, non mutano i rapporti di forza sulle due sponde dell’Atlantico. Come dice giustamente l’analista Dario Fabbri, le superpotenze appaltano l’economia ai paesi satelliti mentre si dedicano alla geopolitica, che è ciò che determina il vero potere sul mondo. Salvo alla bisogna dimostrare a tutti che l’economia, al di là delle sue leggi cieche e meccaniche, non può nulla contro la forza e, se necessario, certi affari profittevoli dal punto di vista economico o finanziario, quelli che rispondono alla cosiddetta razionalità strumentale (minimo sforzo, massimo profitto), vengono derubricati sull’altare della razionalità strategica (logica dei rapporti di forza), quella che in ultima istanza fa girare il mondo. L’Europa, che si era illusa di penetrare la geopolitica per via economica, o almeno questo era ciò che fingeva di fare, nonostante qualche mugugno brussellese, si piega alla forza, perché altro non può fare. Il Parlamento europeo, dal suo sito istituzionale, tiene a fare sapere che “le relazioni commerciali e di investimento transatlantiche sono le più importanti al mondo. Nel 2025 gli scambi tra Unione europea e Stati Uniti hanno rappresentato il 30% del commercio mondiale e il 43% del prodotto interno lordo (PIL) mondiale”. Segue a questa precisazione, che dovrebbe indorare la pillola, la “libera” adesione dell’Unione Europea alla citata intesa commerciale con gli Usa, che elimina le imposte doganali sulla maggior parte dei beni industriali statunitensi importati dall’Europa, lasciando al 15% le tariffe per i paesi Ue. Ma la decisione arriva dopo le minacce del presidente americano Trump di imporre una stangata del 25% sulle auto europee. Il testo finale autorizza però la Commissione europea ad attivare il meccanismo di sospensione qualora gli Stati Uniti non rispettino i propri impegni o interrompano gli scambi commerciali e gli investimenti con l’Ue, anche “discriminando o prendendo di mira gli operatori economici dell’Ue”. Insomma, se posso essere sincero, si tratta di chiacchiere e decisioni imposte da Trump più per dimostrare che fa sul serio ed è il padrone del mondo che per ottenere effetti concreti. Le cose si possono sempre aggirare e i più furbi ne troveranno il modo, come abbiamo potuto constatare sulle sanzioni occidentali alla Russia. Certo, alcuni operatori economici europei ne risentiranno, quelli interni americani se ne avvantaggeranno, ma tutto qui e non ne siamo nemmeno troppo sicuri. Semmai questo dimostra solo quanto l’Europa, con la sua economia, non possa fare molto se non “contare soldi”, se ci riesce; altrimenti non è in grado di opporre bigliettoni a minacce e cannoni. L’Europa politica dimostra di non esistere e la sua politica, o geopolitica, è solo la proiezione di quanto lasci fare Washington. C’è un altro vero tema da affrontare, quello più sostanziale, l’economia non domina il mondo, non è al di sopra della politica e degli Stati, anche se questo ci è stato venduto per una lunga epoca storica come un dogma assoluto. Il mito dell’economia è stato l’anima della globalizzazione e ora questo mito decade sotto gli occhi sconvolti dei creduloni europei. Mi si dirà che anche la Cina ha usato l’economia, in una forma del tutto peculiare e dirigista, per affermarsi nel mondo. Sono balle, per lo più. La Cina, insieme ad altri partner, si è rafforzata in altri ambiti, magari anche veicolati dalla facciata economica, ma quello che ha realmente costruito è stato un sistema che ha tenuto dentro tutto, soprattutto e in primo luogo una rinnovata forza militare, una compattezza interna e la tessitura di alleanze di paesi revisionisti dell’ordine mondiale. L’economia è stata il carburante di questo progetto e al contempo la schermatura di una strategia geopolitica. In Europa, il mito dell’economicismo è servito agli Usa per schermare la propria prepotenza e tutti ci sono cascati o hanno fatto finta di crederci, continuando a contrapporre le “carte bollate” ai proiettili. Per far capire in che rapporto sono (geo)politica ed economia, voglio riportare quanto detto anni fa da un importante osservatore americano, perché anche negli Usa alcune imprese hanno finito col credere a certe ideologie proposte dai loro stessi apparati strategici. Thomas Friedman, per illuminare i concreti rapporti di forza e la loro collocazione nella scala del comando globale, affermò che “la mano invisibile del mercato globale non opera mai senza il pugno invisibile. E il pugno invisibile che mantiene sicuro il mondo per il fiorire delle tecnologie della Silicon Valley si chiama Esercito degli Stati Uniti, Marina degli Stati Uniti, Aviazione degli Stati Uniti, Corpo dei Marines degli Stati Uniti (con l’aiuto, incidentalmente, delle istituzioni globali come le Nazioni Unite e il Fondo Monetario Internazionale… per questo quando sento un manager che dice ‘non siamo una compagnia statunitense. Siamo IBM-USA, o IBM-Canada, o IBM-Australia, o IBM-Cina’, gli dico ‘ah sì? bene, allora la prossima volta che avete un problema in Cina chiamate Li Peng perché vi aiuti. E la prossima volta che il Congresso liquida una base militare in Asia – e voi dite che non vi riguarda, perché non vi interessa quello che fa Washington – chiamate la marina di Microsoft perché assicuri le rotte marittime dell’Asia. E la prossima volta che un congressista repubblicano principiante chiede di chiudere più ambasciate statunitensi, chiami America-On-Line quando perde il passaporto’”. Ora le cose sono più chiare forse, almeno per chi vuole capire come gira veramente il mondo. L’interpretazione che assegna al denaro e alle merci caratteristiche di onnipotenza è piuttosto superficiale, essa implica che il campo finanziario ed economico sia dominante nel modello sociale in cui viviamo. In realtà non è così, perché tale ambito è quello che prende il primo piano sulla scena, soprattutto nei momenti di crisi, quando sembra che il castello di merci, azioni e liquidità stia per crollarci addosso. Il potere però si articola in maniera più complessa tra sfera politico-militare, sfera economico-finanziaria e sfera ideologico-culturale. Anche questa è, purtroppo, una riduzione teorica di una realtà molto più vasta. Generalmente è la prima delle tre aree ad avere l’ultima parola sui processi storici, garantendo un coordinamento dell’insieme, pur nell’autonomia relativa delle altre sfere. Oggi il mondo torna a dividersi seriamente lungo faglie geopolitiche che annunciano imminenti conflitti per l’ordine mondiale. L’economia è lo strumento al servizio delle potenze, la benzina dei loro motori di guerra, non la finalità. Gli Usa, da questo punto di vista, useranno l’Europa all’occorrenza come un magazzino esclusivo, macelleria sociale e deposito di carne da cannone, nei modi che riterranno opportuni man mano che saranno sfidati sulla scacchiera globale. Ora c’è questa questione dei dazi che servirà politicamente a Trump per dire agli americani che vengono “prima le loro produzioni”, ma è una mezza sceneggiata di questo presidente che vuole nascondere con le sue smargiassate un declino relativo del suo Paese. Declino relativo rispetto a Cina, Russia, magari anche altri soggetti geopolitici regionali forti, come Iran e Corea del Nord, ma non rispetto all’Europa. Ciò che viene prima è sempre l’America, rispetto alle nazioni che orbitano nella sua sfera egemonica. L’Europa si è illusa per quasi 80 anni di poter crescere e prosperare con le belle parole su scambi, economia, cultura dell’apertura (la società aperta di Soros e compari) e della pace, salvo poi aggregarsi a tutte le dinamiche dell’Occidente anche quando aggrediva paesi non nemici in cui si doveva esportare la democrazia. Ora che il mondo è cambiato, che i nervi sono stati scoperti e che l’Ue non può tirarsi indietro nemmeno a parole, comincerà a subire le risposte, anche militari, dei paesi che insidiano Washington e da questa sono insidiati e aggrediti. Nel recente conflitto tra Usa-Israele e Iran c’è stato un assaggio, sono state colpite anche basi e postazioni europee nell’area. I tempi dell’economia come riassunto del mondo sono finiti. Davanti a noi abbiamo quello che la storia è sempre stata, la lotta tra Stati per l’egemonia mondiale o di vaste aree, il destino delle merci si disaccoppia da quello del pianeta. P.S. L’economia pensa agli affari e non ha morale, nemmeno si preoccupa, se non messa in riga, degli interessi degli Stati. Vorrei ricordare che ancora alla fine della Seconda guerra mondiale, la filiale tedesca della Ford sfornava mezzi cingolati modernissimi per lo sforzo bellico di Hitler. Ma la Ford non era l’unica a fare il doppio gioco. Diversi stabilimenti di aziende americane su suolo tedesco furono risparmiati dai bombardamenti alleati, nonostante costituissero obiettivi sensibili e strategici. La produzione di alcune di queste fabbriche procedeva a pieno ritmo ancora nel 1945. Non c’è affatto da sorprendersi, perché successivamente gli uomini più competenti del regime furono anche prelevati dagli americani e spediti nella madrepatria o mondo libero. Ecco cosa è l’economia, una forza cieca che, quando occorre, viene colpita dalla ragione di Stato con lo stesso bastone che la guida.