Sotto il vestito niente

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Uso un tema sul quale, come al solito, politici e stampa hanno fatto la loro stupida polemica per segnalare quanto l’abito, o l’idea che si ha di esso, costituisca l’unica sostanza di questa epoca, almeno in certi ambienti ormai intellettualmente degenerati.
La vicesindaca di Livorno è stata attaccata perché si è presentata in shorts a una conferenza stampa istituzionale. I puristi dell’istituzionalità si sono scandalizzati, anche molte donne si sono scandalizzate, e così via.
Libera Camici, la vicesindaca, porta già nel suo nome e cognome quella libertà decisionale che dovrebbe mettere tutti a tacere. Non mi è piaciuta, però, la sua risposta, perché ha tirato in mezzo il patriarcato, il quale, a mio avviso, qui non c’entra proprio nulla. C’entra, invece, il conformismo di un’intera epoca storica, che si esprime anche nel modo di vestire, a seconda delle circostanze che non devono sovrapporsi, pena i rimbrotti che lei ha ricevuto.
L’abito che si indossa è il primo atto di conformismo e dipende dal gusto sociale che un’epoca ha di sé stessa e che si impone agli individui. Ciò è difficilmente contestabile se si fanno dei paragoni storici. Se dei politici dell’Ottocento (un esempio che vale anche per altri contesti) vedessero come vestono i loro omologhi odierni, li considererebbero fuori luogo e ineleganti, allo stesso modo sarebbero giudicati quelli del XIX secolo da quelli del XVIII, e non parliamone di quelli dei secoli precedenti. Non sono solo le differenti epoche a imporre il modo di vestire, ma anche la geografia e, quindi, le tradizioni e i costumi dei luoghi. Il gusto non è mai veramente originale e dipende dal condizionamento sociale, altrimenti vedremmo ancora adesso in giro gente con abiti rinascimentali o con pelli di leopardo anche se meglio acconciate.
Quando qualcuno si veste in un certo modo, stabilito da una presunta etichetta, sta semplicemente mostrando di essere adeguato a ciò che la società nella quale vive gli impone. Sta dimostrando di essere perfettamente nel suo contesto, senza disallinearsi.
Per questo il patriarcato non c’entra nulla. La vicesindaca, che per quanto mi riguarda ha ragione da vendere, avrebbe dovuto usare ben altro argomento per rintuzzare gli attacchi ricevuti. Ma, in fondo, non avrebbe potuto, perché anche lei è figlia dello stesso contesto culturale, semplicemente, in quella circostanza, secondo i suoi detrattori, ne aveva violato uno dei codici.
È vero che nessuno dovrebbe essere giudicato per come si veste, ma è precisamente quello che si fa, perché il modo di vestire è uno dei principali strumenti attraverso cui ci identifichiamo e ci riconosciamo. A forza di ripetersi, certe convenzioni finiscono perfino per surrogare la stessa natura umana. Domani, ovviamente, la moda cambierà. La cravatta verrà considerata un cappio di cattivo gusto e i nostri pronipoti penseranno che chi li ha preceduti avesse strane abitudini, esattamente come noi quando osserviamo gli abiti dei nobili settecenteschi. Ogni epoca, però, non ha una sola moda, ma molte mode, che variano anche in base alle circostanze. È questo che ha fatto gridare allo scandalo i detrattori della vicesindaca, colpevole di non essersi presentata con gli abiti ritenuti appropriati per l’occasione, e ha indotto la stessa vicesindaca a leggere quella polemica come una questione di patriarcato, anziché di conformismo sociale.
Come scrive il filosofo Giuseppe Rensi:
“Colui che si veste alla moda, ha la convinzione sicura di fare con ciò quel che vuole, ossia di essere libero. Se qualcuno lo co-stringesse ad uscire con le vesti in uso cinque o dieci anni fa, senti-rebbe di subire una coazione, d’essere costretto a fare ciò che non vuole, di avere violentata la sua libertà. Eppure la moda, secondo la quale egli si veste, parendogli con ciò di far quel che vuole, è una formazione collettiva a lui esterna, che gli si impone, e a tal punto che essa creazione esterna altrui gli ha interiorizzato il suo comando, glielo ha fatto accettare volonterosamente all’interno, glielo ha fatto diventare una cosa propria. Il far quel ch’egli vuole nel suo vestirsi alla moda, egli non l’avverte più come coazione (azione esterna interiorizzata); gli pare, anzi, sua volontà e libertà. Ma, appunto perciò, è coazione fattasi tanto più profonda..”

Questi reciproci attacchi fanno, quindi, più che altro sorridere,sono tenzoni tra conformismi differenti e non c’è nessuna vera libertà negli altri. Si può essere più o meno conformisti, ma sempre all’interno di una scala di conformismo sociale generale. Anche gli eccentrici rientrano, tutto sommato, in una nicchia di conformismo che la propria epoca consente, a seconda dell’età o dei ruoli. A un artista o a un cantante si concede quasi tutto. Recentemente mi sono imbattuto in un artista famoso, vestito, naturalmente, in modo eccentrico, il quale mi ha detto che questo è proprio il vantaggio dell’artista, poter uscire da certi canoni Senza essere deriso.
Forse sono proprio le tonache dei monaci quelle che sono cambiate meno nei secoli, almeno apparentemente. In questo senso, l’abito fa davvero il monaco è forse il vero anticonformista nei secoli dei secoli, perché, anche quando cambiano le mode, resta fedele a sé stesso, rinunciando al gusto come criterio. Chi veste in maniera inappuntabile, sempre retto e corretto a secondo del registro, trasferisce all’esterno un maggiore conformismo che è prima di tutto mentale. Qualcuno che sta sempre bene nel suo mondo che appunto non è suo.