TUTTO IL MONDO E’ BURLA, di O M Schena
TUTTO IL MONDO E’ BURLA
UN GIUDIZIO DI GRAMSCI SULL’OPERA DI VERDI
DI LUCIANO PARINETTO
ED. MIMESIS 2013
Il nostro mondo politico è strapieno di vizi antichi e di mattane, il mondo ormai sragiona. Sempre in bilico tra l’ira e l’allegria e sono proprio troppi i soggetti in perenne stato di euforia trascendentale, con i turiferari del potere, tutti in fila. Sì tutto “il mondo è burla”, o quasi, perché se dovesse capitare a qualcuno, di passare dalle parti di Gaza, faccia attenzione perché di Gaza ce ne sono tante, che si aggricciano le carni al solo pensarci. Beh, allora costui potrebbe trovarsi davanti a uomini e donne senza volto, e rischierebbe d’imbattersi in fantocci con sembianze umane, senza dimenticare ex bimbi piccolissimi! Dai loro trespoli di accidiosi privilegiati, gli uomini dei poteri si esibiscono in inintelligibili smorfie istrionesche, e straparlano naturalmente di democrazia, senza saper bene cosa sia, ben ravvolti nella loro allegrezza spocchiosa, e nella lubricità salivosa dei loro sorrisi, e guardano e irridono tutto quello che passa sotto ai loro occhi. L’irrealtà s’è infine pienamente realizzata e ha ingoiato la realtà, facendone un solo boccone. Le abitudini carnascialesche, ahinoi, sono dure a morire. Intanto, all’orizzonte, ad una sgrondatura di luce gialla risponde una mucida luce infiacchita che sembra quasi strizzare l’occhio, mentre le palpebre s’appiombano e si dissipa il sonno del mattino!
La Resistenza è stata definita, con felice ed esatta intuizione storica, un “secondo Risorgimento”, in quanto le aspirazioni democratiche presenti nel Risorgimento e poi ripudiate dal monopolio borghese dello stato liberale post-risorgimentale e definitivamente soffocate durante il ventennio della dittatura fascista risorgono e rivivono proprio con la Resistenza e propongono la loro codificazione nella Costituzione repubblicana che da essa ha origine. Non è quindi un caso che la cultura democratica o “impegnata” che si sviluppa da quel vichiano “ricorso” del Risorgimento abbia riproposto contro le mistificazioni del periodo fascista che lo interpretavano nel senso di un’esaltazione del “nazionalismo”, senza rendersi conto che il nazionalismo risorgimentale è una cosa ben diversa da quello fascista – “un ritorno a Verdi” (cioè al musicista che ha costantemente tradotto in musica le aspirazioni popolari delle varie fasi del Risorgimento), che si è concretato in un’ imponente attività di esecuzioni di opere verdiane pressoché sconosciute (e, ciò che è assai significativo, quasi tutte del periodo risorgimentale) e di reinterpretazione critica della musica verdiana che viene ormai considerata di incalcolabile valore e di somma ricchezza umana ed artistica.
Il fenomeno post-resistenziale della Verdi- Reanaissance non è tuttavia dovuto soltanto al riconoscimento di un’ideale identità degli atteggiamenti del grande musicista e della contemporanea cultura “impegnata”, ma promana da quel concreto e sofferto “ricorso” di stati d’animo e di situazioni che accomuna il ribelle risorgimentale (trasfigurato in musica nelle opere verdiane) e il partigiano, e che rende attuali e palpitanti i contenuti epici e civici del teatro verdiano. Su un simile “ricorso”, per esempio, si sofferma nel volume dedicato a la Resistenza italiana – Gianpiero Carocci, quando osserva, a proposito delle lettere dei condannati a morte della Resistenza, che i caratteri che in esse si rivelano “ricordano talora i personaggi verdiani: tale è la funzione della forza drammatica, con una vena di effuso sentimento e, quasi, di melodiosa gentilezza”. Anche a proposito di una lettera del goriziano Aldo Sbriz, ed osserva che essa è “ tutta costellata di strazianti e verdiani addio”. Se il “ritorno a Verdi” si è concretamente attuato nel secondo dopoguerra, esso è stato tuttavia preparato nel periodo della Resistenza nascosta e clandestina, durante gli anni del fascismo imperante, come si può vedere nelle meditazioni che Antonio Gramsci consegnava su questo argomento a quei Quaderni dal carcere che avrebbero dovuto, dopo la liberazione, rinnovare l’intera cultura italiana. La valutazione che Gramsci dà di Verdi si inserisce nel problema del rapporto dell’intellettuale italiano con la classe proletaria. Secondo Gramsci, essendo per antica tradizione, il ceto intellettuale dell’Italia moderna “più legato ad Annibal caro o a Ippolito Pindemonte che ad un contadino pugliese o siciliano”, cioè a una tradizione libresca e astratta che non gli permette di sentirsi unito al popolo (con la conseguenza che non ne conosce, e non ne sente i bisogni, le aspirazioni e i sentimenti diffusi) e formando quindi “una casta, e non un’articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso”, e ciò da molto prima della fondazione dello stato italiano, non poteva sorgere e svilupparsi nella letteratura italiana una forma che nello stesso tempo fosse artisticamente valida e coerente alle aspirazioni popolari. Notando che la grande opera d’arte non esclude la ‘popolarità’, come dimostra il successo popolare di Shakespeare, Gramsci osserva che il binomio arte- popolarità si attua allorché “ i sentimenti rappresentati e la tendenza morale dell’autore provano una profonda risonanza nella psicologia popolare”, quando cioè l’artista accetta di “vivere, nel mondo reale, con tutte le sue esigenze contraddittorie e non esprimere sentimenti assorbiti solo dai libri”.
Questa profonda immersione dell’arte nella realtà concreta è attuata, secondo Gramsci, in Italia, non dalla letteratura, ma dalla musica, cioè dal melodramma. “in Italia la musica ha in una certa misura sostituito, nella cultura popolare, quella espressione artistica che in altri paesi è data dal romanzo popolare e … i geni musicali hanno avuto quella popolarità che invece è mancata ai letterati…”. Sicché, secondo Gramsci, Verdi rappresenta per il popolo italiano quello che Eschilo e Sofocle furono per l’antico popolo greco. Shakespeare per quello inglese e Tolstoj e Dostoevskij per quello russo, ma è ancora più universale di essi, in quanto “l’espressione ‘verbale’ ha un carattere strettamente nazionale…. Una statua di Michelangelo, un brano musicale di Verdi… possono invece essere capiti quasi immediatamente da qualsiasi cittadino del mondo”. Ognuno può dedurre, dall’accostamento del musicista italiano ai più grandi artisti dell’umanità, in quale altissima considerazione Gramsci tenesse Verdi. Ed è interessante vedere come lo scagionasse da quell’accusa di ‘volgarità’ che viene formulata nell’età post-risorgimentale, quando la borghesia italiana da rivoluzionaria, com’era durante il Risorgimento e fino all’unità d’Italia, si fa conservatrice e, sul piano della cultura musicale, ripudia Verdi, che rappresenta ai suoi occhi le esigenze unitarie e popolari del Risorgimento, e gli oppone il mondo estetizzante e irrazionalistico di Wagner, a essa ormai molto più gradito- insieme al verismo – e soprattutto molto meno “impegnato”. Per Gramsci, invece, “ Verdi non può essere paragonato, per dir così, a Eugenio Sue, come artista… sebbene, per gli estetizzanti (Wagneriani) aristocratici della musica, Verdi occupi lo stesso posto nella storia della musica che Sue nella storia della letteratura”. E ribadisce ancora che “la letteratura popolare in senso deteriore (tipo Sue e tutta la sequela)è una generazione politico-commerciale della letteratura nazionale- popolare, il cui modello sono appunto i tragici greci e Shakespeare”. e la popolarità di Verdi è appunto da considerarsi al livello della “popolarità di Shakespeare”, e anche dei tragici greci, i cui personaggi, travolti da passioni elementari, gelosia, amor paterno, vendetta, ecc. sono essenzialmente popolari in ogni paese”.
Alla domanda gramsciana “ perché la democrazia artistica italiana ha avuto un’espressione musicale e non letteraria?”, potrebbe dunque rispondere adeguatamente l’intera carriera musicale di Verdi e la coerenza democratica con la quale nelle sue opere si rispecchiano i vari momenti politici della storia italiana fino alla fine del secolo. Non è un caso che, dopo l’esordio mazzinianamente religioso- popolare del Nabucco, Verdi sottolineasse il carattere socialmente rivoluzionario e liberatore della lotta italiana per l’indipendenza mettendo in musica i masnadieri schilleriani; che commentasse la disfatta del ’49 con la tragicissima protesta sociale della Schilleriana Luisa Miller ; che analizzasse, nello stiffelio e nella Traviata, i grandi temi sociali del divorzio e del libero amore; che protestasse contro il sabotaggio che la chiesa cattolica andava facendo dell’unità italiana elevando, nel Don Carlos l’anticlericalismo a opera d’arte, che infine, davanti all’egemonia borghese, costruita sul ripudio dei fermenti popolari del Risorgimento, si congedasse dal mondo con l’amara ironia e lo scetticismo (“tutto il mondo è burla” sic! In ritagli )del Falstaff. Era quindi nell’ordine delle cose che la nostra cultura “impegnata” rivalutasse la musica impegnata’ di Verdi e la additasse non solo come un immenso patrimonio artistico da ammirare ma come un modello autentico da imitare.
LUCIANO PARINETTO
ORONZO MARIO SCHENA
28 maggio 2026