Una coazione a ripetere tra “angoscia di coscienza” e angoscia moraleDi O. M. Schena
“Ammazzare può dare alla testa, può diventare una “coazione a ripetere”, ovvero una patologia già individuata da S. Freud. Gli israeliani, dunque, non tutti, si saranno di certo confusi, e poi, un ammazzamento dopo l’altro, avranno perso il conto. Provateci un po’ voi ad ammazzare h. 24, con turni massacranti. Certo può stupire che il Paese più avanzato e democratico, almeno così “dicitur”, si faccia letteralmente schiavizzare dalla patologia dell’ammazzamento!
Se non andiamo errati, la comprensione del tabù getta un po’ di luce anche sulla natura e sulla nascita della coscienza morale. Si può parlare, senza ampliare i concetti, di una coscienza tabù e di un senso di colpa tabù dopo aver trasgredito il tabù. La coscienza tabù è probabilmente la forma più antica nella quale ci imbattiamo nel fenomeno della coscienza morale.
Perché che cos’è la “coscienza” morale? Stando alla testimonianza della lingua, è da porsi in riferimento con una conoscenza completa.
In parecchie lingue “coscienza” indica tanto la coscienza morale quanto la consapevolezza.
“Coscienza morale” è la percezione interna della riprovazione di determinati impulsi di desiderio che sorgono in noi. L’accento cade però sul fatto che questa riprovazione non ha bisogno di richiamarsi a nient’altro al di fuori di sé, che è sicura di sé medesima. Questo fatto emerge ancor più chiaramente nel senso di colpa, nella percezione della condanna interiore di atti con i quali abbiamo realizzato determinati impulsi di desiderio. Qui appare superflua una motiva-zione: chiunque abbia una coscienza deve sentire in sé stesso la giustificazione della condanna, il rimprovero per l’azione compiuta, Ma il comportamento dei selvaggi verso il tabù mostra questo stesso carattere: il tabù è un comandamento della coscienza morale, la sua violazione fa sorgere un tremendo senso di colpa che è tanto ovvio quanto è ignota la sua origine.’
È quindi probabile che anche la coscienza morale nasca, nell’ambito di un’ambivalenza emotiva, da relazioni umane ben precise nelle quali questa ambivalenza è insita; nasca inoltre nelle condizioni valide sia per il tabù che per la nevrosi ossessiva, che cioè un termine dell’antitesi sia inconscio e sia tenuto in stato di rimozione dall’altro, che domina per coazione. Questa conclusione è confortata da parecchie osservazioni che abbiamo fatto nel corso dell’analisi della nevrosi.
Anzitutto, abbiamo constatato che nel carattere dei nevrotici ossessivi spicca il tratto di una meticolosa coscienziosità come sintomo di reazione alla tentazione latente nell’inconscio, e che via via che la condizione morbosa cresce essi sviluppano al massimo grado il senso di colpa. Si può affermare in effetti che, se non siamo capaci di scoprire negli ossessi l’origine del senso di colpa, non abbiamo alcuna prospettiva di riuscirci altrove. Risolvere questo compito è cosa che riesce per ora nell’ambito del singolo individuo nevrotico. Per quanto riguarda i popoli, osiamo sperare che si possa trovare una soluzione analoga.
In secondo luogo, deve balzarci agli occhi il fatto che il senso di colpa partecipa notevolmente alla natura dell’angoscia: può essere descritto senza esitazioni come “angoscia di coscienza” o angoscia morale. L’angoscia, tuttavia, rinvia a fonti inconsce. Abbiamo appreso dalla psicologia delle nevrosi che, quando impulsi di desiderio soggiacciono alla rimozione, la loro libido viene trasformata in angoscia.
A questo punto ricordiamoci che anche nel senso di colpa qualcosa è ignoto e inconscio, e precisamente la motivazione della riprovazione. Il carattere angoscioso del senso di colpa corrisponde a questo elemento ignoto. Se il tabù si esprime prevalentemente in proibizioni la prima riflessione che ci si presenta come del tutto ovvia per la quale non c’è bisogno di approfondite dimostrazioni derivate dall’analogia con la nevrosi, è che alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio
E un parallelismo interessante, da un lato, il fatto che il senso di colpa del tabù non diminuisce per nulla quando la trasgressione è stata inconsapevole e, dall’altro, che nel mito greco la colpevolezza di Edipo non è cancellata dal fatto che essa è stata acquisita senza, anzi contro, la sua consapevolezza e la sua volontà.
è ignoto e inconscio, é precisamente la motivazione della riprovazione. Il carattere angoscioso del senso di colpa corrisponde a questo elemento ignoto.
Se il tabù si esprime prevalentemente in proibizioni, la prima riflessione che ci si presenta come del tutto ovvia, per la quale non c’è bisogno di approfondite dimostrazioni derivate dall’analogia con la nevrosi, è che alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio. Perché non c’è bisogno di proibire ciò che nessuno desidera fare, e comunque ciò che è proibito nella maniera più energica deve essere oggetto di un desiderio. Perché non c’è bisogno di proibire ciò che nessuno desidera fare, e comunque ciò che è proibito nella maniera più energica deve essere oggetto di un desiderio. Se applichiamo questa plausibile proposizione ai nostri primitivi, dovremmo dedurre che tra le loro tentazioni più forti vi è quella di uccidere i loro re e sacerdoti, di commettere incesto, di maltrattare i loro morti ecc. Ora, tutto questo non sembra verosimile. Ancor più stridente, però, appare la contraddizione se riferiamo questa stessa teoria ai casi nei quali crediamo noi medesimi di percepire nel modo più chiaro la voce della coscienza.
Risponderemmo allora con certezza assoluta di non provare la minima tentazione di violare uno di questi comandamenti, per esempio quello che dice: Non ammazzare; e che di fronte alla trasgressione di questo divieto non proviamo altro che ripugnanza.
Se attribuiamo a questa affermazione della nostra coscienza l’importanza che pretende di avere, da un lato il divieto — sia il tabù che il nostro divieto morale — diventa superfluo e, dall’altro, il fatto della coscienza morale rimane inspiegato; nel contempo vengono a cadere le relazioni tra quest’ultima, tabù e nevrosi. In tal modo torniamo allo stesso punto di comprensione in cui ci troviamo attualmente quando non applichiamo al problema punti di vista psicoanalitici.
Se però teniamo conto del dato emerso dalla psicoanalisi – e precisamente nei sogni di persone sane – ossia che la tentazione di uccidere il nostro prossimo è anche in noi più forte e più frequente di quanto supponiamo, e che questa tentazione esplica effetti psichici anche quando non si manifesta alla nostra coscienza; se inoltre abbiamo riconosciuto che le prescrizioni ossessive di certi nevrotici sono misure di sicurezza e autopunizioni contro l’accresciuto impulso a uccidere, allora torneremo a considerare con diverso apprezzamento l’assioma sopra citato: che dietro ogni divieto ci dev’essere un desiderio. Ammetteremo che questo desiderio di uccidere è realmente presente nell’inconscio, e che sia il tabù che il divieto morale non sono affatto superflui psicologicamente, anzi sono spiegati e giustificati dall’atteggiamento ambivalente verso l’impulso _omicida.
Il carattere — carattere fondamentale, come è stato più volte sottolineato — di questo rapporto ambivalente, il fatto cioè che la corrente positiva di desiderio è inconscia, ci permette di penetrare altri nessi e ulteriori possibili spiegazioni. I processi psichici dell’inconscio non sono affatto identici a quelli che conosciamo in base alla nostra vita psichica cosciente, anzi godono di certe libertà tutt’altro che trascurabili, che sono state sottratte ai processi consci. Un impulso inconscio non sorge necessariamente là dove noi lo vediamo manifestarsi: può provenire da un luogo totalmente diverso, può riferirsi, all’origine, ad altre persone e ad altre relazioni ed essere giunto là dove ora ci salta agli occhi attraverso il meccanismo dello sposta-mento. Esso può inoltre, grazie alla indistruttibilità e alla incorreggibilità di processi inconsci risalenti a tempi remotissimi, ai quali era commisurato, essere sopravvissuto fino a tempi e a circostanze successive, nelle quali le sue manifestazioni devono apparire estranee. Tutti questi non sono che cenni, ma una loro analisi accurata mostrerebbe quanto possano essere importanti al fine di comprendere l’evoluzione della civiltà.
A conclusione di questi rilievi, vogliamo ancora avanzare un’osservazione che può dare l’avvio a ulteriori ricerche. Anche se teniamo ferma l’uguaglianza sostanziale tra divieto tabù e divieto morale, non contestiamo tuttavia che deve esistere tra questi due elementi una diversità psicologica. Soltanto un cambiamento nelle condizioni
dell’ambivalenza di base può essere la causa per cui il divieto non compare più in forma di tabù.
Finora ci siamo lasciati guidare, nella considerazione analitica dei fenomeni tabù, dalle concordanze dimostrabili con la nevrosi ossessiva, ma il tabù non è affatto una nevrosi: è una formazione sociale.
E questo ci impone il compito di indicare anche dove vada ricercata la differenza di principio tra la nevrosi e una creazione culturale come il tabù.
Il punto di partenza sarà anche qui un singolo dato di fatto. I primitivi temono che calpestare un tabù provochi una punizione, di solito una grave malattia o la morte. Questa pena minaccia colui che ha commesso la trasgressione. Nella nevrosi ossessiva la situazione è diversa. Se il malato deve compiere qualcosa che gli è proibito, teme la punizione non per sé ma per un’altra persona, che di solito non assume contorni precisi, ma che l’analisi permette di individuare come una delle più vicine e più care al paziente. In queste circostanze il nevrotico si comporta quindi come un altruista, il primitivo come un egoista, Solo se la violazione del tabù non ha dato origine a una vendetta spontanea a carico del trasgressore si ridesta presso i selvaggi un sentimento collettivo: essi si sentono tutti quanti minacciati a causa del sacrilegio e si affrettano a eseguire personalmente la mancata punizione. È facile chiarire il meccanismo di questa solidarietà. L’elemento in gioco è la paura dell’esempio contagioso, della tentazione a imitare l’atto, ossia della capacità di contagio del tabù. Se una persona è riuscita a soddisfare il desiderio rimosso, in tutti i membri della comunità dovrà destarsi lo stesso desiderio. Per frenare questa tentazione il colpevole – ma propria- E mente parlando è l’invidiato – dev’essere privato del frutto della sua audacia, e non di rado la punizione dà agli esecutori l’opportunità di commettere a loro volta, sotto il manto giustificativo dell’espiazione, la stessa azione sacrilega. Questo è uno dei fondamenti dell’ordinamento penale umano, e la sua premessa – certamente giusta — è l’omogeneità degli impulsi proibiti sia nel criminale che nella società che si vendica.
La psicoanalisi conferma qui ciò che dicono di solito le persone pie, cioè che siamo tutti poveri peccatori. Come possiamo spiegare invece l’inattesa nobiltà d’animo della nevrosi, che non teme niente pér sé e tutto per una persona amata? La ricerca analitica mostra che questa magnanimità non è primaria. In origine, ossia all’inizio della malattia, la minaccia della punizione era diretta alla persona del malato, come presso i selvaggi; si temeva in ogni caso per la propria vita. Soltanto più tardi la paura della morte fu spostata su un’altra persona amata. Il processo è abbastanza complicato, ma riusciamo ad afferrarlo nel suo insieme. Alla base della formazione a del divieto c’è sempre un impulso malvagio — un desiderio di morte – contro una persona cara. Questo impulso viene rimosso mediante un divieto e il divieto collegato a una certa azione, la quale, per sposta-mento, prende in un certo senso il posto dell’atto ostile contro la persona amata; l’esecuzione di questa azione è minacciata dalla pena di morte. Ma il processo continua, e l’originario desiderio di morte della persona cara è sostituito dall’angoscia che venga a morire. Se quindi la nevrosi si mostra cosí amorevolmente altruistica, non fa che compensare in tal modo l’opposto atteggiamento di base, che consiste in un brutale egoismo. Se definiamo “sociali” le spinte emotive caratterizzate dal rispetto per gli altri e che non assumono questi altri a oggetto sessuale, possiamo rilevare che il recedere di questi fattori sociali è un tratto fondamentale della nevrosi, mascherato più tardi da una sovracompensazione.
Senza trattenerci sull’origine di questi impulsi sociali e sulla loro relazione con le altre pulsioni fondamentali dell’uomo, vogliamo mettere in luce quest’ultimo carattere fondamentale della nevrosi con l’aiuto di un altro esempio. Il tabù presenta, nella forma in cui si manifesta, un’estrema somiglianza con la paura del contatto tipica dei nevrotici, la “fobia del contatto”. Ora, nel caso della nevrosi si tratta di regola del divieto di contatto sessuale, e la psicoanalisi ha dimostrato in maniera assolutamente generale che le forze pulsionali che vengono deviate e spostate nella nevrosi sono di origine sessuale.
Nel caso del tabù il contatto proibito non ha evidentemente un significato solamente sessuale, ma piuttosto quello molto più generale dell’aggressione, dell’impadronirsi di qualcuno o qualcosa, dell’affermazione della propria persona. Se è proibito toccare il capo o perfino qualcosa che sia venuto a contatto con lui, questo impulso – che in altre occasioni si esprime in un’astiosa sorveglianza del capo o addirittura nei maltrattamenti fisici che gli si infliggono prima dell’incoronazione – deve sottostare a un’inibizione.
Concluderemo che l’elemento caratteristico della nevrosi è la preponderanza delle componenti pulsionali sessuali su quelle sociali. Le pulsioni sociali stesse, per altro verso, sono assurte alla forma di particolari unità attraverso l’incontro di componenti egoistiche e di componenti erotiche.
Da quest’unico esempio di raffronto tra tabù e nevrosi ossessiva si può già intuire qual è il rapporto delle singole forme di nevrosi con le formazioni culturali, e perché lo studio della psicologia delle nevrosi diventa importante ai fini della comprensione dell’evoluzione culturale.
Le nevrosi mostrano, da un lato, concordanze vistose e profonde con le grandi produzioni sociali dell’arte, della religione e della filosofia, e dall’altro sembrano deformazioni delle produzioni stesse.
Potremmo azzardarci ad affermare che l’isteria è la caricatura di una creazione artistica, che la nevrosi ossessiva è la caricatura di una religione, che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico. Questa differenza rimonta in ultima analisi al fatto che le nevrosi sono formazioni asociali; esse cercano di ottenere con mezzi privati ciò che la società produce attraverso un lavoro collettivo.
Nell’analisi delle pulsioni che operano nelle nevrosi, si apprende che influenza determinante la esercitano in loro le forze pulsionali di origine sessuale, mentre le corrispondenti formazioni culturali poggiano su pulsioni sociali, quali sono emerse dall’unificazione di componenti egoistiche e componenti erotiche. Più precisamente, il bisogno sessuale non è in grado di unire gli uomini allo stesso modo in cui li uniscono le esigenze dell’autoconservazione; il soddisfacimento sessuale è anzitutto un fatto privato dell’individuo.
Dal punto di vista genetico, la natura asociale della nevrosi deriva dalla sua tendenza originaria a sfuggire una realtà insoddisfacente per rifugiarsi in un mondo fantastico assai più attraente. In questo mondo reale, che il nevrotico evita, domina la società degli uomini e le istituzioni che essi hanno creato in comune.
La fuga dalla realtà è al tempo stesso una fuga dalla comunità umana.
LA GUERRA: Intanto la presidente MELONI “Non condanna e non condivide”. Al confronto Pilato era uno sprovveduto dilettante. Insomma la guerra sarebbe una questione adiafora … né bene, né male, sia beata la “nostra Presidente con il suo incedere vittimario”!
ORONZO MARIO SCHENA