Una lezione di economia (e non solo)
Engels incontra sul treno per Glasgow un commerciante inglese. Siamo nella seconda metà dell’800. Questi, come era vulgata a quei tempi, in nome del libero scambio criticava gli americani che si erano dati a proteggere la loro industria nascente attraverso dazi sui prodotti stranieri, addossandosi tributi inutili laddove avrebbero trovato più a buon mercato la “stessa od anche una miglior merce a tanto minor prezzo? [Ovviamente in Inghilterra]”
Non crediate si tratti di semplice ingenuità, era il mantra dell’epoca dominata dagli inglesi e dal loro capitalismo, i quali avevano tutto l’interesse a continuare ad essere l’officina del mondo, per scambiare i loro beni a più alto valore aggiunto con materie prime e prodotti agricoli del resto del mondo, ridotto a un’immensa cava o a un granaio di Sua Maestà. La teoria del libero scambio (tra questi si pensi a Smith e Ricardo) era una giustificazione di un dato di fatto, anche se lo era in maniera scientifica, come disse una volta Marx parlando proprio di Ricardo, in quanto costui portava i suoi ragionamenti alle estreme conseguenze Senza concessioni a nessuno. Lo stesso Marx, tuttavia, non avrebbe mai parlato di mera giustificazione perché per lui “lo sviluppo di una scienza come l’economia politica” è connesso con il movimento reale della società, ed è soltanto la sua connaturata espressione teoretica, ma più o meno il senso resta lo stesso, benché su un piano di superiore definizione intellettuale.
Quindi non è che vi sia una finalità segreta in questa giustificazione, perché si tratta di un semplice rispecchiamento del reale nel cammino del pensiero. Ovviamente non sono convinto che il reale cammini così perfettamente nel nostro pensiero e ci sono aspetti ideologici esoterici che si affiancano sempre a quelli, per così dire, essoterici. Ecco, il pensiero teorizza la realtà attraverso squarci di essa, ma la realtà del pensiero non è la realtà tout court. Tuttavia, il bravo scienziato, una volta che ha individuato il “movimento” del reale e lo ha categorizzato, va fino in fondo perché la verità individuata non può piegarsi alle esigenze di questo o di quel settore sociale con i suoi interessi diretti: “Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo ‘volgare’ ” (Marx).
Questo il rigore di Marx, roba veramente da altri tempi.
Ma andiamo alla risposta di Engels al commerciante inglese:
«Credo» – risposi – «che la questione abbia un altro lato. Sapete che in carboni, forze idrauliche, minerali d’ogni genere, alimenti a buon mercato, cotoni indigeni ed altre materie prime, l’America ha risorse che nessun paese d’Europa eguaglia; e che non possono svolgersi appieno finché l’America non diventi paese industriale. Ammetterete anche, che oggi una così grande nazione non saprebbe essere esclusivamente agricola; ciò equivarrebbe a murarsi nella inferiorità e nella barbarie; nessuna grande nazione può vivere oggi senza opifici propri. Ora, se l’America deve diventare nazione industriale, e tutto fa credere che essa non solo vi riesca, ma possa scavalcare i suoi rivali, non ha che due vie; o continuare, poniamo per cinquant’anni, col libero scambio una costosissima guerra di concorrenza contro opifici inglesi che hanno circa un secolo di vantaggio, oppure escludere mercè dazi protettivi le manifatture inglesi, poniamo per venticinque anni, colla certezza quasi assoluta che alla fine dei venticinque anni essa potrà reggersi nel mercato aperto del mondo. Quale delle due vie sarà meno lunga e meno costosa? Ecco il quesito. Se partite da Glasgow per Londra potete prendere il treno omnibus a due soldi per miglio o percorrere dodici miglia all’ora. Ma voi, no: il vostro tempo ha troppo valore e voi prendete il diretto, pagate quattro soldi per miglio e ne fate quaranta all’ora. Benissimo; gli americani preferiscono pagare la tariffa del diretto e andare colla velocità del diretto.» Il mio scozzese libero scambista non ribatté verbo”.
Questo è esattamente quanto avvenuto anche nei nostri tempi con la teoria della globalizzazione e degli organismi internazionali apparentemente acefali, chiamati a gestire su scala quasi planetaria traffici e commerci internazionali in un contesto teleologico da fine della storia. Un rispecchiamento teorico dunque di quello che era il mondo unipolare a guida statunitense. Insieme a questa realtà sono fiorite teorie a una dimensione che da un lato hanno tentato di spiegare questo mondo e dall’altro lo hanno giustificato, chi con rigore, chi come Malthus. E i Malthus si moltiplicano oggi che il mondo sta di nuovo cambiando, ma ora costoro rifiutano la metamorfosi in corso perché sono miserabili aggregati agli interessi dei vecchi dominatori, non sono più scienziati, se mai lo sono stati tutti, e possono solo ripetere pappagallescamente convinzioni che non rispondono più ai fatti ma devono scontrarsi col mondo che gli si rivolta contro nei suoi aspetti più evidenti.
Per questo, quanto più perdono in credibilità e meno ne sanno, più si fanno aggressivi e provano a chiudere la bocca ai concorrenti che rosicchiano le loro posizioni. Ciò si vede molto più nei paesi satelliti di Washington, dove numerosi studiosi, selezionati sicuramente anche per bravura ma almeno pari alla loro idiozia politica e alla mancanza di qualsivoglia capacità di elaborare un pensiero autonomo, cresciuti all’ombra di centri statunitensi, si sentono ora mancare il terreno da sotto i piedi e temono di perdere cattedre, soldi e fama, finendo per diventare ancora più odiosi oltre che stupidi.
In ogni caso quanto dice Engels al suo compagno di viaggio era già stato sistematizzato dall’economista tedesco F. List – con la sua teoria dei first e second comers – che pure fu duramente criticato da Marx, in primo luogo per una certa ipocrisia (“Dal momento che la sua stessa opera ‘teoria’ nasconde una finalità segreta, egli sospetta finalità segrete ovunque). Ma Marx riteneva tali tentativi protezionistici un rallentamento rispetto al vero obiettivo (e anche Engels del resto) perché il capitalismo estendendosi ovunque, il de te fabula narratur, si sarebbe spinto alle sue estreme conseguenze e le sue contraddizioni sarebbero finalmente esplose, arrivando alla resa dei conti definitiva tra proletariato (del braccio e della mente) e capitalisti finanziari (rentiers parassiti). Tanto da aver persino pronunciato un DISCORSO SUL LIBERO SCAMBIO dove: “si pronunciò in massima a favore del libero scambio – scrive Engels – come il sistema più progressivo, come quello che spingerà più presto nel cul de sac la società capitalista”.
Marx però qui si sbagliava, innanzitutto il capitalismo anziché esplodere per le sue controindicazioni si è mutato in qualcosa di altro e quando mutano i rapporti di forza a livello mondiale, a fronte anche di nuove industrie che si creano determinando una certa superiorità economica di certi Paesi su altri, anche oggi tornano in auge legittime politiche protezionistiche, sebbene diverse dal passato. Piuttosto possiamo dire che il primo capitalismo è morto con la fine della supremazia inglese, il secondo, molto differente, si estinguerà con la fine della supremazia americana. Il terzo, che dovremmo smettere di chiamare alla vecchia maniera, sarà ancora altro. Ma attenzione, quando oggi ci riferiamo ad un nuovo protezionismo, non parliamo di quello arretrato e straccione da sovranità alimentare che nasce nelle teste vuote di certi governanti nostrani, i quali si fanno dettare dai loro padroni atlantici le politiche energetiche e gli sbarramenti sui mercati più redditizi per le nostre imprese di punta (le poche che ci restano) blaterando di difesa del Made in Italy… ovviamente detto in inglese. Il nuovo protezionismo dovrebbe consistere nel proteggere i propri investimenti strategici e anche le relazioni, non solo in Patria ma anche fuori (la patria è ovunque ci spostiamo con i nostri interessi), per esempio non facendoci imporre da altri se siamo o meno legittimati a costruire un South Stream.