APPUNTI SULLA TIPOLOGIA DEI CONFLITTI

Scritto da: Gianfranco La Grassa (10/03/2013)

di Gianfranco La Grassa

PARTE PRIMA

IL CONFLITTO TRA GRUPPI DOMINANTI

 

1. All’inizio del Manifesto del ’48 – uscito nel gennaio, quindi scritto alla fine del ’47; pamphlet estremamente brillante e conciso, da non prendersi però quale testo di teoria della società, né tanto meno come “il libro del Profeta” – Marx affermò che tutta la storia è storia di lotta di “classi”, intendendo riferirsi a quella tra gruppi sociali dominanti e popolazioni complessivamente subordinate, pur se in modi assai diversi; guai ad assimilare schiavi e servi della gleba ai proletari, in quanto semplicemente lavoratori salariati, nella società più moderna, capitalistica. Quando il Manifesto fu scritto si era alla vigilia dello scoppio delle famose rivolte del ’48, che punteggiarono in successione vari paesi (forse la più acuta, come al solito, si svolse a Parigi) fino al 1849 e furono in genere poi schiacciate o comunque spente. In quei mesi emerse con maggiore chiarezza l’avvenuta decantazione del Terzo Stato nei due raggruppamenti denominati borghesia e, appunto, proletariato, che è tutto sommato, come appena detto, l’insieme dei lavoratori salariati. In anni successivi Marx – sotto la sintetica formula di “ingegnere e manovale”, oggi potremmo dire lavoratori dipendenti sia della mente che del braccio – penserà tale insieme quale lavoratore collettivo od operaio combinato, ritenuto fondamento sociale oggettivo della transizione ad altra formazione sociale (socialista e poi comunista).

E’ chiaro che Marx fu influenzato dal clima della rivolta, indubbiamente di grande importanza storica, ma non certo perché abbia condotto alla nascita del presunto “soggetto rivoluzionario” in grado di travolgere la società capitalistica. Una volta spentosi il movimento – che ebbe dopo oltre vent’anni un altro rilevante sussulto, ancora più limitato spazialmente e temporalmente, nella Comune di Parigi – Marx si dedicò allo studio dell’economia politica (quasi esclusivamente classica, comunque senza il minimo sentore del presentarsi di quella neoclassica o marginalistica con Walras, Menger e Jevons nel 1870, ben prima quindi della sua morte) e sviluppò le sue più decisive conclusioni con il disvelamento dello “sfruttamento”, cioè dell’appropriazione del pluslavoro dei salariati in forma di plusvalore perfino se si realizzasse la più perfetta eguaglianza tra individui possessori di merce nello scambio delle stesse; sufficiente, per detta appropriazione, è la presenza della forza lavoro in forma di merce.

Nonostante quanto appena ricordato, i marxisti hanno ragionato in lungo e in largo per oltre un secolo intorno alla “lotta di classe” tra borghesia e classe operaia – fra l’altro ridotta prevalentemente agli operai esecutivi, al “manovale” o poco più – facendo grandi discorsi sul tramonto del capitalismo, la transizione al socialismo e comunismo, che infine ha messo in piena luce il suo carattere solo ideologico con il tracollo della formazione sociale, ancora tutt’altro che ben conosciuta, cui la presunta “rivoluzione proletaria” aveva dato vita. La “lotta di classe”, quella che avrebbe caratterizzato l’intera storia della società umana, è divenuta mera contesa per l’attribuzione di varie porzioni di quanto prodotto a differenti gruppi sociali; e nell’ambito di una produzione di tipo capitalistico, quella che ha condotto al più alto tenore di vita medio sociale, pur nella grande differenziazione dei livelli di reddito goduti dai vari raggruppamenti.

Le rivoluzioni più radicali del XX secolo sono state di tipo contadino, non hanno interessato le società capitalistiche vere e proprie. Per una parte di detto secolo tali rivoluzioni sono state condotte in nome del comunismo, e condite di propaganda infarcita di una teoria marxista sempre più lontana dallo spirito scientifico che avrebbe voluto infonderle il suo fondatore; a parte alcune eccezioni anche rilevanti. Da ormai parecchi decenni, tali rivolte si sono sedate e i nuovi sussulti che si manifestano qua e là, di tempo in tempo, non hanno più alcun carattere comunista. Sono lotte fondamentalmente condotte in base a ideologie religiose, che sono del resto le più appropriate, tenuto conto che anche il comunismo era ormai da tempo divenuto una religione; e quei pochi che continuano a biascicarlo, si limitano a sostituire l’Uomo a Dio, il che appare una perdita e non un guadagno. Dio, se ci si crede, si predica come essere perfettissimo, onnipotente, onnisciente, ecc; inoltre gli si attribuisce la prerogativa di assegnare premi e condanne dopo la nostra dipartita. Mettersi a predicare sull’Uomo – quest’animale feroce e spesso insensato, in ogni caso un poveretto sperso in un mondo che si arrabatta a capire – in quanto finalità della “lotta di classe”, spesso pur essa insensata e comunque atta a conseguire assai limitati obiettivi e non certo l’instaurazione di rapporti sociali di piena e reale eguaglianza, di cooperazione e solidarietà, e via dicendo, è di un’insipienza ormai insopportabile.

Non ha più alcun senso continuare a insistere sulla convinzione che l’intera storia dell’umanità sia stata generalmente caratterizzata dalla lotta tra classi dominanti e dominate, usando ancora per semplicità questa distinzione molto schematica e superficiale. Ci sono stati momenti – nella lunga storia delle diverse formazioni sociali si è trattato soltanto di brevissimi periodi, di “attimi” – in cui si è sviluppata una lotta di tal genere. Tuttavia, per fasi storiche ben più lunghe, e dense di sommovimenti e trasformazioni, la contesa si è svolta principalmente tra differenti gruppi di dominanti, con una serie continua di cambiamenti di fronte, di alleanze fatte, disfatte e rifatte, in un conflitto condotto fino al pieno annientamento del gruppo nemico o invece con accordi e compromessi (o vere compromissioni), con assorbimento dello stesso; e in altri cento modi non descrivibili nei loro termini più generali.

Per di più, anche quando si sono sviluppati conflitti “di classe” – cioè, detto meglio, tra gruppi sociali al vertice del comando nella società e “masse popolari” in rivolta contro condizioni di vita ormai giunte al livello della scarsa tollerabilità – i movimenti di queste masse sono stati il più delle volte repressi e schiacciati sanguinosamente. Solo laddove si sono formati gruppi dirigenti – quasi sempre non enucleatisi dalle masse in movimento, già presenti invece in base a segmentazioni e  stratificazioni della popolazione subordinata avvenute da tempo – si è potuto realizzare l’obiettivo del sovvertimento del vecchio ordinamento sociale. Bando, quindi, alle roboanti enunciazioni intorno alla “lotta di classe”, che non è mai esistita nei termini in cui è stata raccontata. Bisogna afferrare meglio i caratteri delle “guerre” (in senso lato, in quanto conflitti giunti a grande acutezza) tra vari raggruppamenti sociali; limitandoci, al momento, alla società detta capitalistica – soprattutto dopo la rivoluzione industriale – e non all’intera storia dell’Umanità, ben difficile da controllare senza ricorrere a inutili chiacchiere diversive.

 

2. Aveva ragione Lenin, anche se non so al momento citare il luogo della sua affermazione, quando invitava alla “analisi concreta della situazione concreta”. In definitiva, se si vuole agire, soprattutto quando s’intende procedere ad un autentico rivoluzionamento sociale, è indispensabile conoscere nei particolari la specifica congiuntura in cui si opera, anche perché non sempre essa si presta ad essere sfruttata nel senso del ribaltamento radicale dei rapporti di forza tra i gruppi sociali esistenti; e sbagliare momento di intervenire conduce al fallimento e alla sconfitta. D’altronde, anche se e quando la situazione appare favorevole, è indispensabile conoscere i metodi di lotta, le possibili mosse strategiche più favorevoli ad un suo buon esito, oltre a non commettere  gravi errori in merito alle forme ideologiche secondo cui dirigere rilevanti quote delle “masse” in movimento, che devono inoltre essere passibili di organizzazione, devono essere in condizioni di accettarla e ben praticarla, altrimenti il disordine e scoordinamento conduce alla disfatta.

In casi simili, è necessaria una teoria sia della struttura sociale esistente nella fase storica cui appartiene quella congiuntura, sia della tipologia generale delle lotte rese possibili da tale struttura nella fase in oggetto. La teoria è semplicemente la capacità di distanziarsi dalla situazione in cui ci si trova collocati, la capacità di porla “davanti” a noi quasi fosse un oggetto esterno e dotato di sufficiente immobilità – che è pur sempre una finzione rispetto all’ondeggiare tumultuoso dei processi in cui siamo immersi – al fine di poter riflettere ad una serie di mosse da compiere per conseguire quello che definiamo un successo; sempre provvisorio, sempre parziale, continuamente rimesso in discussione, il che ci obbliga dunque a ridiscutere e riformulare pure le nostre teorie nel tentativo di adeguarle alla nuova situazione; e il ciclo si è ripetuto indefinitamente nell’ormai lunga storia della società umana, e continuerà a ripetersi per i secoli dei secoli.

Non si agisce in base ad un semplice e immediato schema stimolo/risposta; si cerca di trovare nel “tumulto” – per via di riflessione, con continui ritorni all’indietro sul precedente dispositivo di spiegazione individuato per ogni dato processo – un possibile schema di successione degli eventi onde poter intervenire efficacemente in essi. Se non si trova il “bandolo della matassa”, è meglio soprassedere. L’azione politica non è come la guida di un’auto; l’automatismo dettato dall’abitudine (detto prontezza di riflessi) deve avere applicazione del tutto subordinata, per brevi contingenze specifiche, rispetto ad uno studio ben più complesso dell’intero campo – anch’esso una “costruzione teorica”, necessaria e utile, da tenere in conto senza credere che si tratti della realtà così com’essa è – su cui si svolge il conflitto. Procedendo ad una prima schematizzazione dei conflitti che influenzano il decorso storico, schematizzazione del cui semplicismo tenere conto nel prosieguo dell’analisi dei processi in atto durante tale decorso (detto meglio: che si suppone si verifichino in esso), direi di operare una tripartizione dei conflitti in oggetto: a) conflitti tra dominanti; b) conflitti “coloniali” (in senso lato, cioè per le sfere d’influenza); c) conflitti “di classe” (tra dominanti/decisori e subordinati, dominati).

Al primo posto, per la durata del suo operare durante intere epoche storiche, metterei il conflitto tra gruppi dominanti (sempre tenendo presente la genericità di tale denominazione semplicistica). Se Marx non fosse stato mosso dall’intento rivoluzionario, che sembrava molto realistico (in ogni caso destava emozioni) nel momento in cui scrisse di getto Il Manifesto, avrebbe dovuto affermare che l’evolversi degli eventi storici è per la maggior parte del tempo influenzato principalmente da tale conflitto. Non solo: come capirono successivamente i due grandi rivoluzionari Lenin e Mao, avrebbe dovuto rilevare che le rivoluzioni scoppiano, e soprattutto hanno possibilità di successo, solo quando il conflitto tra dominanti ha raggiunto una considerevole acutezza e ha inceppato, perfino sconvolto, i meccanismi riproduttivi di una data formazione sociale (di un certo sistema di rapporti sociali), il cui funzionamento ha caratterizzato la stessa per una lunga epoca storica.

Nella società capitalistica – mi limito pur sempre alla considerazione di quella(e) in cui predominano le forme dell’impresa e del mercato, società che penso abbia tuttavia conosciuto fasi caratterizzate da configurazioni piuttosto diverse dei rapporti sociali – i conflitti tra dominanti trovano ulteriore specificazione, e particolarizzazione, negli scontri tra quegli insiemi organizzati di apparati detti Stati. Chiunque blateri intorno alla fine delle funzioni di questi ultimi – in quanto, appunto, sistemi di apparati che sono il precipitato, la condensazione, del conflitto tra dominanti – sbaglia gravemente oppure è un imbroglione in servizio permanente attivo dei gruppi subdominanti peggiori e più reazionari, assillati dalla necessità di nascondere in una nebulosa indistinta la loro subordinazione rispetto ai reali predominanti, situati generalmente in un altro paese (altra formazione particolare) dotato del suo Stato (complesso di apparati) in grado di affermare o consolidare il loro predominio.

Nemmeno si deve però trattare lo Stato quale soggetto a se stante, talvolta preso per padrone della società, altre volte quale organizzatore di servizi generali per la collettività abitante in un dato territorio geografico-sociale. E’ facile farsi abbagliare da tale apparenza poiché gli apparati costituenti lo Stato sono stretti in fascio da una regolamentazione giuridica, che sembra unirli in un tutto compatto e funzionante in scorrevole coordinamento, servendosi della cosiddetta burocrazia, corpo di funzionari selezionati, inquadrati in cosiddetti organici con rigide carriere ben scandite nei loro passi successivi e che, in teoria, devono svolgere le loro attività lavorative secondo principi organizzativi ben definiti e in modo relativamente omogeneo. La compattezza dell’organizzazione e coordinamento secondo determinate norme giuridiche confonde le idee; possiamo in realtà assimilare lo Stato ad una sorta di roccaforte insediata su un terreno accidentato e talvolta persino sconvolto dai conflitti in svolgimento nella società, conflitti solitamente combattuti tra i vari gruppi sociali con diversi interessi, quasi sempre rivestiti di abiti ideologici.

Si è criticata per la sua eccessiva semplicità la tesi dello Stato quale strumento della classe dominante. Fino a quando la “roccaforte” non viene direttamente assaltata e sgretolata (in genere per costruirne una di solo parzialmente diversa), essa sembra ergersi al di sopra di ogni suo uso strumentale a causa della suddetta regolamentazione giuridica unitaria e coordinatrice, apparentemente non sensibile a pressioni dall’esterno. In realtà, i gruppi che hanno maggiore influsso decisionale negli affari sociali – fra cui si trovano spesso pure le élites ufficialmente rappresentanti gli “esclusi” dalle decisioni più rilevanti per la riproduzione dei rapporti sociali in quella loro forma specifica – portano la lotta entro le mura della roccaforte, nei vari “androni” (apparati statali) che la costituiscono. Le decisioni che da quegli “androni” escono – al di là della formulazione assunta (in base a regole predisposte) e osservando invece con maggiore attenzione e capacità analitica gli obiettivi posti e realizzati oppure mancati – sono la risultante del conflitto tra i gruppi decisionali in questione.

 

3. La lotta tra gruppi dominanti – quellieffettivamente in grado di prendere le decisioni produttrici dei più rilevanti effetti per l’intera società abitante in un dato territorio – è dunque continua, si svolge anche in condizioni di fase apparentemente stabili e tranquille; tale lotta si conclude spesso nell’emanazione di disposizioni che appaiono inerenti alla sfera detta comunemente politica, quella appunto dello Stato (dei suoi apparati stretti in fascio unitario) e di altri organismi in movimento nel suo ambito come i partiti, associazioni ed organismi vari in grado di aggregare quote della popolazione di determinate formazioni particolari (in genere paesi). Tuttavia, ogni lotta tra gruppi dominanti (decisori) – del resto, non solo nella società capitalistica – deve trasferirsi dal suo lato specificamente legato agli interessi materiali degli stessi a quello della formazione e utilizzazione di specifiche “strumentazioni”, che riescano ad aggregare più o meno ampi complessi di individui attorno a tali gruppi (nei casi più rilevanti, si verifica la formazione dei “blocchi sociali”).

Di conseguenza, la lotta viene solitamente combattuta dai diversi gruppi mediante la presentazione dei loro contrastanti interessi in particolari vesti ideologiche; tramite simili travestimenti i gruppi in conflitto acquisiscono maggiore forza e si trascinano dietro porzioni di popolazione i cui interessi coincidono solo molto parzialmente (o addirittura per nulla) con i loro. D’altra parte, molto spesso le rappresentazioni ideologiche non sono consapevoli inganni perpetrati dai diversi gruppi dominanti (decisori). Anzi quasi mai lo sono, giacché le ideologie, soprattutto le più ampie e pervasive, sono il modo decisivo per affrontare il mondo e muoversi in esso; in linea generale, non esiste altro modo di combattere il conflitto se non nel suo travestimento ideale.

Tuttavia, va tenuto presente che l’ideologia non è la sola, e forse nemmeno la principale, forza a disposizione dei combattenti; ancora più importanti sono quegli apparati della sfera politica adibiti all’uso della violenza, una parte dei quali ha reali compiti bellici. Ideologie e apparati della violenza sono strumenti appaiati nella lotta tra dominanti (o gruppi di decisori). Il loro uso, la loro azione, vanno incardinati in una serie di altri mezzi, costitutivi della politica nel suo significato più vero, che solo per traslazione viene poi riferita allo Stato e agli altri organismi della sfera detta appunto politica (o, in termini giuridici, “pubblica”); i quali possono quindi considerarsi strumenti derivati rispetto a quelli originari della politica. Quest’ultima è appunto intessuta delle mosse strategiche tramite cui i contendenti combattono il conflitto in vista di conquistare la supremazia nella formazione sociale in quella determinata congiuntura e, possibilmente, per una determinata fase o anche per un’intera epoca storica.

Quando si dice, e a mio avviso ciò è nella sostanza corretto, che la guerra è la continuazione della politica (Von Clausevitz), si deve però intendere appunto la politica quale complesso di operazioni strategiche nell’ambito della lotta, che in date contingenze si trasforma in vero e proprio scontro armato, militare. In linea generale, a parte il caso in cui quest’ultimo diventa “guerra civile”, esso viene combattuto tramite gli Stati, con uso dei loro apparati armati dediti ad esercitare la violenza appunto bellica. Ribadisco che gli apparati statali sono strumenti derivati, seppure indispensabili, dello strumento principe del conflitto: le strategie (la politica) impiegate sia nel confronto non apertamente violento, e tra gruppi dominanti interni ad un dato paese per il governo dello stesso, sia in quello armato e tra Stati (salvo il caso speciale delle “guerre civili”, interne ad un paese e in cui gli apparati dello Stato prendono le parti di uno dei contendenti, ma possono sfaldarsi ed essere sostituiti da altri).

Purtroppo, quando si parla di politica, ci si riferisce in genere alle pratiche svolte in una data sfera dell’agire sociale, in cui vengono coinvolti gli apparati dello Stato e tutte le organizzazioni (partiti, associazioni, ecc.) che in essa si muovono promuovendo gli interessi (nel loro travestimento ideologico) dei diversi gruppi dominanti, seguiti spesso da quote di popolazione (a volte, però più raramente, costitutive di effettivi blocchi sociali). In questo modo per politica s’intende quasi sempre l’azione di apparati, organizzazioni, ecc. del tipo in questione. Quando le mosse strategiche sfociano nell’azione che usa detti apparati – in effetti quelli, fra questi, armati e addetti all’esercizio di violenza da parte di una data formazione particolare (di un paese) – per muovere guerra ad altre formazioni particolari (paesi), si dice appunto che la politica continua con la guerra. In generale, però, si tiene conto solo dello Stato e dei suoi apparati; è tale organo, preso per soggetto, di cui si constata prima l’agire sul piano interno e per condurre una certa politica estera in situazione di “pace”, e poi il passaggio alla fase dello scontro aperto e bellico quando non sembra esservi più possibilità di rinviare la resa dei conti.

In realtà, la politica nel suo senso più proprio è, come già rilevato, l’insieme delle strategie (e delle sequenze di mosse di cui queste constano) poste in opera nel conflitto per assumere il predominio. Questo, detto in senso effettivamente generale: si tratti di strategie utilizzanti quegli organismi denominati imprese nella loro competizione mercantile – mai condotta in base al semplice principio del minimo mezzo per diminuire costi e prezzi (spesso con innovazioni di processo) e nemmeno tramite le sole innovazioni di prodotto – o di strategie degli organismi (partiti, ecc.), rappresentanti i vari gruppi sociali (più spesso quelli dominanti) in contrasto per conquistare la direzione complessiva del governo di un paese, o di strategie utilizzate dagli apparati statali per la repressione interna o l’aggressione all’esterno, ecc.

Le strategie della politica sono necessarie alla stabilizzazione e delimitazione di un campo del conflitto, allo svolgersi delle mosse che devono compiere le forze durante il combattimento in detto campo, alla valutazione e analisi delle forze in campo, e via dicendo. In linea generale, le strategie della politica sono gli strumenti fondamentali per agire in un mondo in continuo movimento, caotico, pieno di sorprese, che deve appunto essere stabilizzato (formazione del suddetto campo) per poter combattere; ogni stabilizzazione comporta poi previsioni sulla futura evoluzione del campo, pensata e “costruita” con modalità cinematiche troppo spesso confuse con la reale dinamica del reale, un “fluido” in continua vibrazione e rimescolamento. Pensando e agendo – comunque necessariamente data la nostra configurazione di corpi in movimento – secondo la cinematica, le previsioni vengono sempre, in misura minore o maggiore, deluse; occorre sufficiente elasticità per modificarle quando lo scostamento dal reale supera certi limiti, non univocamente definibili.

Le mosse strategiche effettuate in determinati campi, stabilizzati mediante l’analisi (con formulazione di teorie) e di cui si prevedono date evoluzioni in base alla “costruzione cinematica”, utilizzano vari insiemi di organismi e di apparati, fra cui fondamentali sono quelli costituenti lo Stato, i quali sono i più stabili e durano spesso, nella loro strutturazione (normalizzata tramite regole giuridiche), per intere fasi storiche. Sarebbe tuttavia sbagliato, sbaglio che però si commette normalmente, prendere la cosiddetta sfera politica – una delle sfere in cui può essere divisa la società per fini di utile schematizzazione – come l’artefice della politica. Detta sfera, con i suoi apparati vari (politici e ideologici, ecc.), è la parte materiale, certo indispensabile a condurre le strategie, prodotto del pensiero stimolato dal conflitto. Senza tale parte materiale non si può evidentemente condurre azione alcuna, così come senza cervello (e non colpito da alcun grave accidente) non si può pensare.

Il cervello, tuttavia, è solo lo strumento, non determina le varie modalità del pensiero e i suoi “prodotti”, ecc.; così pure è degli apparati costituenti lo Stato, di cui tuttavia non si può fare a meno così come non si può fare a meno del cervello. Il sistema strutturato di detti apparati – cioè lo Stato in un dato paese ed in una data fase storica – sembra sovente ancora la stesso quando in realtà è ormai mutato il senso del suo agire perché la fase in questione è caratterizzata da nuovi conflitti in corso tra “agenti” attuanti altre strategie e con differenti rapporti di forza. In realtà, non agli apparati e organismi vari in sé bisogna rifarsi primieramente, bensì alle condizioni della lotta in svolgimento, con nuovi (parzialmente almeno) agenti che la conducono e le cui strategie (la politica) sono cambiate, il che trasforma pure il senso dell’azione statale e politica in genere.

Spesso si dice che è ormai diversa la “costituzione materiale” di un dato Stato, i cui apparati appaiono formalmente (per la normazione giuridica che li regola) immutati. E’ un modo di esprimersi che può generare qualche equivoco. Gli apparati, proprio nella loro materialità oltre che nella configurazione formale, sono sovente gli stessi. E’ trasformato il senso (direzione e obiettivo cui si mira) del loro agire a causa sia della diversa articolazione degli agenti in conflitto sia del nuovo reticolo costituito dalle strategie poste in opera (la politica di questi agenti). In ogni sfera della società – economica, politica, ideologico-culturale – questa politica può essere continuata nella “guerra” (sia pure in senso lato) quando il conflitto tra agenti strategici arriva al punto in cui deve trasformarsi in definitiva resa dei conti (almeno per quella fase storica e per quell’articolazione degli agenti in lotta), in netta e non più discutibile vittoria degli uni sugli altri (sempre in quella fase storica). In genere, questa più aspra risoluzione del conflitto diventa evidente (e drammatica) soprattutto nella sfera politica, in particolare nello Stato con i suoi apparati della violenza; siamo allora in presenza della guerra nel suo significato più stretto, che è pur sempre continuazione della politica con altri mezzi. Occorre dunque sforzarsi di andare al fondo della questione, cioè prendere atto della, e conoscere la, politica nel suo specifico significato; non limitarsi a studiare l’uso degli apparati (la sfera politica della società) di cui questa si serve. In realtà, è proprio a questi apparati, detti ideologici di Stato, che si limitò di fatto la pur meritoria analisi del gruppo althusseriano.

 

4. Il secondo tipo di tipologia dei conflitti (delle “guerre”) – isolabile teoricamente pur se di solito intrecciato agli altri, ma con differente peso dei diversi tipi nella loro articolata unione – è quello che ho definito “coloniale”. In termini però assai lati, senza fare confusione con l’idea di colonia formatasi nella storia. Mi riferisco in particolare ai paesi conquistati e generalmente occupati e amministrati dai paesi capitalistici; in primo luogo dall’Inghilterra, il più importante paese del genere, quello che ha posseduto la più grande estensione di colonie. In linea generale, la dominazione coloniale – spesso confusa con quella imperialista – fu ritenuta appunto l’occupazione e annessione (con sottomissione) di paesi agricoli (o ricchi di materie prime minerarie, energetiche, ecc.) da parte di un paese capitalistico già notevolmente sviluppato, che “sfruttava” la colonia quale serbatoio di queste materie prime o prodotti agricoli necessari al suo sviluppo industriale.

La vecchia colonizzazione, quella classica o tradizionale, implicava spesso lo scardinamento di usi e costumi (la cultura in generale) del paese subordinato e generalmente occupato; ciò non avveniva però sempre, talvolta si lasciavano sussistere in larga parte le tradizioni locali quando non in contrasto con la sottomissione coloniale. Inoltre, spesso il paese colonizzatore dotava comunque il paese subordinato e occupato di un’amministrazione (soprattutto statale) simile a quella sua propria e costruiva pure una serie di infrastrutture (in particolare nei trasporti: porti marittimi, ferrovie, ecc.) utili allo “sfruttamento” coloniale; opere risultate tuttavia di importanza non trascurabile dopo la “liberazione” del paese dall’occupazione coloniale vera e propria, sostituita spesso da più sottili condizionamenti.

Analizzando l’epoca policentrica (conflitto tra varie grandi potenze) a cavallo tra XIX e XX secolo, Lenin distinse tra il colonialismo nel suo senso tradizionale (appena considerato) e il vero e proprio imperialismo, in cui esistono pure rapporti di dipendenza tra paesi capitalistici già industrializzati, ma diversamente potenti; il problema non si pone dunque nei termini usuali di “sfruttamento” coloniale, legato al rifornimento di materie prime o prodotti agricoli alla potenza colonizzatrice e provenienti dal paese colonizzato, cui essi erano sottratti con la forza e non certo mediante contrattazione mercantile (nemmeno formalmente mercantile!). In questo senso, nel caso dell’imperialismo, si parla, più che di colonie, di sfere d’influenza. Una data potenza non occupa necessariamente i paesi della sua sfera d’influenza; non sempre, quindi, pretende d’installarvi una sua propria organizzazione amministrativa statale, e nemmeno di imporre in modo costrittivo la propria cultura, lingua, ecc.

In un certo senso, senza esagerare nell’assimilazione analogica dei diversi fenomeni, i rapporti tra Stati – e tra paesi i cui Stati servono pure da organi di “amministrazione degli affari generali”, tuttavia muniti di forza coercitiva onde orientare la riproduzione dei rapporti sociali secondo gli interessi dei gruppi dominanti ivi in conflitto fra loro – sono simili a quelli tra i possessori di merci nell’organizzazione sociale della produzione capitalistica. Detti “soggetti” sono “liberi ed eguali” sul piano formale della contrattazione; sono diseguali nella situazione reale di possessori di merci di natura differente: i mezzi di produzione (i capitali monetari, o assimilati a questi, necessari ad acquistarli) in mano a storicamente specifici gruppi dominanti e decisori, e la mera forza (capacità) di lavoro di chi ha soltanto questa “cosa” da vendere per vivere. Gli Stati, in situazione imperialistica, possono dunque essere formalmente eguali fra loro e apparentemente liberi nella contrattazione o meno – anche nell’assenza di contrattazione vi è apparente libertà tra i non contraenti – intesa a tessere i loro reciproci rapporti. In realtà, ben diversa è la loro posizione in termini di forza: sia in campo economico – relazioni di collaborazione o competizione tra i componenti (ad es. imprese e gruppi di imprese) dei sistemi economici dei vari paesi nel mercato “globale” – sia in quello politico per quanto riguarda una serie di altri accordi o disaccordi per stabilire alleanze o aprire un conflitto (sordo o manifesto), ecc.

All’apparenza – la ben nota apparenza reale, cioè nella superficie dei fenomeni – gli Stati sono più forti quando dispongono di apparati più efficienti; non semplicemente, anzi non tanto, nella cosiddetta amministrazione degli affari generali del paese, quanto nell’esercizio (non necessariamente attuale, è sufficiente la potenzialità) della violenza, in particolare per quanto riguarda quelli che la rivolgono all’esterno (attività “bellica”, sia pure in senso lato, per acquisire maggiore influenza in territori sempre più vasti), poiché è nell’uso di simili apparati che meglio si rileva la posizione di questo o quello Stato nell’ambito della rete dei rapporti di forza sul piano mondiale. Ancora una volta, è necessario ricordare che senza la “bruta materialità” dell’organizzazione detta Stato non sarebbe possibile alcuna effettiva attività volta a dimostrare il gradino su cui si colloca ogni singolo paese nella scala di detti rapporti di forza; con l’ovvia considerazione che, nei gradini più alti, si situano i paesi detti potenze, poi vi è una fascia di subpotenze e infine varie altre gradazioni quanto a forza.

Tuttavia, gli Stati sono comunque strumenti della politica nel suo senso di conflitto combattuto per la supremazia utilizzando tutta una serie di giochi strategici. E’ dunque alle strategie della politica che è indispensabile rivolgere primieramente la propria attenzione nell’analisi degli svolgimenti delle relazioni interstatali (tra i diversi paesi). Poi, senza dubbio, è indispensabile valutare se gli strumenti – Stati e, in generale, sfera politica delle varie formazioni particolari (di solito paesi) – sono adeguati a sostenere le strategie decise, cioè a svolgere una determinata politica sul piano mondiale o comunque in date aree in cui quelle formazioni intendono esercitare la loro influenza. Normalmente, l’attenzione degli analisti e studiosi delle relazioni mondiali si concentra sull’indagine intorno agli strumenti; e di solito sui più “superficiali” fra essi.

Sia chiaro che la “superficialità” maggiore o minore degli strumenti è riflesso degli strati della società in cui essi operano. Inoltre, tutti gli strumenti sono utilizzati nell’ambito di strategie del conflitto, quindi sono usati da gruppi differenti di individui – operanti a quel determinato livello (strato) della formazione sociale – in contrasto fra loro. La superficialità dello strato coinvolto nell’analisi implica l’errata attribuzione di importanza primaria, nell’evoluzione degli accadimenti, ad un gruppo di agenti che è in realtà il meno rilevante per i sommovimenti più decisivi di quella data società. Tipico il caso delle crisi, dette non a caso economiche. La società capitalistica vede in primo piano, come livello visibile (il più superficiale), la circolazione mercantile che, essendo generalizzata, non si effettua tramite baratto bensì con l’intermediazione del denaro, nelle sue varie figurazioni monetarie, ed equipollenti. La cosiddetta anarchia mercantile, provocata in prima istanza dalla competizione tra soggetti produttori di merci (dovrebbe essere invece indagata a livelli più “profondi”), implica spesso scoordinamenti, le crisi appunto, più o meno gravi e lunghe (e anche tale fatto mette sull’avviso circa la necessità di un approfondimento delle loro cause, avviso di solito inascoltato).

L’aspetto più superficiale della crisi, il primo a presentarsi alla “vista”, è logicamente lo sconvolgimento provocato nei mercati degli scambi implicanti il denaro. La crisi cui gli analisti più superficiali prestano attenzione è quindi quella finanziaria; e quelli che sono semplici strumenti usati in tale ambito competitivo – di tipo fondamentalmente monetario nei suoi vari aspetti – vengono invece considerati da simili analisti la principale causa della crisi. E’ invece come un’eruzione cutanea, che a volte presenta aspetti molto evidenti e fortemente fastidiosi, essendo magari segnale di altre malattie più gravi da cui sono affetti organi interni. La cute è tuttavia la più visibile, i suoi difetti sono immediatamente constatabili, il fastidio provocato da una sua irritazione è percepito con maggiore vivezza da chi ne viene colpito. Così tutti si precipitano addosso alla crisi finanziaria, agli strumenti escogitati da “cattivi finanzieri” che l’hanno provocata con le loro mene guidate da spropositati intenti di guadagno (chissà dove mai esiste il limite del guadagno “normale”, da considerarsi “etico”!), ecc. Ormai tutti sappiamo qualcosa di questa solfa, dopo quattro anni di chiacchiere insulse intorno ad una crisi provocata da ben altre cause.

 

5. Il conflitto tra gruppi dominanti (i decisori “d’ultima istanza”) è a mio avviso l’elemento più mobile e diffuso nella storia delle società. Vanno aggiunte però alcune rilevanti considerazioni. Intanto, tale conflitto si sviluppa all’interno di date aree geografiche e soprattutto sociali per conquistare il predominio e il governo (in senso generale, non quello strettamente istituzionale) di una data società, che è quella da me denominata formazione (sociale) particolare. A partire da un dato periodo – come ben si sa, la data fondamentale indicata nei libri di storia è il 1648, pace di Westfalia – tale conflitto è stato caratterizzato dal confronto tra quelle che si denominano nazioni (o anche genericamente paesi). Oggi, ogni nazione (ogni paese) rappresenta in genere quella che definisco una formazione particolare. Tuttavia, a partire dal periodo in questione è divenuto specialmente incisivo il conflitto tra tali paesi; o, più precisamente, tra i più forti d’essi, le potenze. Quest’ultimo conflitto è in un certo senso la derivazione, con duplicazione, di quello tra dominanti (decisori); e sfocia dunque in eventi bellici, le guerre, di particolare importanza. Le guerre non sono ovviamente un portato degli ultimi secoli, sono sempre esistite; tuttavia, con la formazione delle nazioni, ognuna delle quali rappresentata dall’insieme di apparati detti Stati – con alcuni di questi apparati addetti all’esercizio della violenza, repressiva o aggressiva, rivolta all’interno o all’esterno, ecc. – la guerra acquista i connotati dell’epoca moderna.

Il conflitto tra dominanti per la supremazia – con il suo andamento dalla politica (nel suo senso strategico più proprio) alla guerra (sua continuazione in altre forme) e viceversa – caratterizza in modo prevalente determinate, e lunghe, epoche della formazione sociale con riferimento a quella che indico come generale. Tali formazioni generali sono state definite dal marxismo secondo alcune grandi classificazioni: ad es. schiavista, feudale, capitalistica, ecc. Il conflitto tra dominanti di cui parlo – in atto nell’ambito di formazioni particolari divenute nazioni dotate dei propri Stati, ecc., conflitto che si svolge per il controllo del governo dello Stato e, attraverso questo, della nazione e che si prolunga in quello tra le nazioni (in quanto potenze) per la supremazia mondiale, conflitto politico punteggiato dall’esplosione delle guerre moderne – riguarda la formazione sociale generale di tipologia capitalistica, anch’essa probabilmente necessitante di ulteriori divisioni e periodizzazioni, che qui tralascio di indagare e fissare (non sarà del resto un compito troppo facile con i ritardi accumulati in proposito).

Il marxismo ha ritenuto preminente il conflitto tra quei dominanti e dominati, i cui ruoli sono stabiliti prevalentemente nella sfera economica (infatti si parla di rapporti sociali di produzione), pur se poi vengono combattuti nelle altre sfere (politica e ideologica) per la presa del potere nella società tutta, nella formazione sociale generale, sia che si tratti di quella schiavista o feudale o capitalistica, ecc. Quella capitalistica sarebbe dovuta essere (secondo Marx) l’ultima delle formazioni sociali divise in classi antagoniste; tralascio di considerare la questione, e gli errori insiti nello svolgimento marxiano (errori soltanto aggravati poi dai marxisti), poiché l’ho già fatto mille volte negli ultimi due decenni. Marx, in base alla presunta estensione a tutto il mondo di una forma generale capitalistica pressoché unica – le cui caratteristiche furono analizzate in base agli studi sulla nascita e affermazione del capitalismo in Inghilterra all’epoca della prima rivoluzione industriale – pensò all’unione di tutti gli “sfruttati” in detta società, la “classe operaia”, con formazione di quello spirito unitario (l’“internazionalismo proletario”) che, sia pure attraverso successivi passi della rivoluzione nei vari paesi del mondo, avrebbe infine transitato l’intera formazione sociale (generale) verso il socialismo (primo stadio) e comunismo.

In realtà, né nello spazio (mondiale) né nel tempo (lo sviluppo ultrasecolare del capitalismo con le sue varie trasformazioni), si è andati verso la generale omologazione delle formazioni sociali  particolari. Sono rimaste le nazioni, quindi un conflitto (con la sua prosecuzione in guerra) che vede i gruppi dominanti lottare fra loro all’interno di ogni paese per il suo governo (sempre non nel senso meramente istituzionale, lo si tenga a mente); mentre poi tale conflitto non può non prolungarsi sul piano esterno (internazionale) pena la perdita di controllo del governo anche all’interno. Nel conflitto all’esterno si vengono formando filiere di preminenza in base alla formazione di “storicamente determinate” configurazioni dei rapporti di forza tra potenze (e subpotenze, ecc.). E’ in tale contesto che assume rilevanza anche il secondo tipo di conflitto (con il suo eventuale prolungamento nelle guerre) detto “coloniale” o, meglio ancora, per le sfere d’influenza.

Per lunghi periodi assume generalmente rilevanza una delle configurazioni dei rapporti di forza, che vede al primo posto – in una determinata estensione spaziale (al limite tutto il mondo) – una delle formazioni particolari (nazione, paese, potenza). La turbolenza in quella determinata estensione geografico-sociale – turbolenza che è economica (crisi finanziarie e produttive) o politica (con alcuni confronti bellici tra nazioni) – è relativamente contenuta. Il periodo storico è considerato sostanzialmente “di pace”; si diffondono ideologie di cooperazione generale e la convinzione che l’umanità si stia infine indirizzando verso la comprensione del comune interesse di ogni componente della formazione sociale mondiale. In realtà, questa “pace” non ha mai riguardato l’intero mondo; ed è stata dovuta (occasionalmente nella storia) alla presenza – in una certa estensione geografico-sociale a volte molto estesa: si pensi al campo capitalistico “occidentale” tra il 1945 e il 1989-91 o al campo mondiale, esclusi comparti dell’importanza della Cina e pochi altri, tra il 1991 e i primi anni di questo secolo – di un’articolazione sia economica che politica (e ideologica come rinforzo, nulla più che questo malgrado le favole raccontate dagli intellettuali, sempre fastidiosamente presuntuosi) caratterizzata dalla presenza di gruppi predominanti e subdominanti, disposti a strati in verticale (quanto a forza nell’ambito della politica, cioè dei conflitti strategici), nelle diverse nazioni (paesi) che fanno parte di quell’area relativamente (co)ordinata e regolata.

Tale situazione può storicamente durare per periodi variabili e non prevedibili se non con larghissima approssimazione. Tuttavia, è certa la predizione della loro fine e dell’inizio del multipolarismo e poi policentrismo con acutizzazione del conflitto e necessità di una resa dei conti finale; dove per finale si deve intendere un affrontamento teso a stabilire una nuova fase di solo relativo monocentrismo legata alla già rilevata articolazione dei pre e subdominanti nei diversi paesi di una determinata sfera d’influenza. Il policentrismo è appunto ciò che, a cavallo tra XIX e XX secolo, fu detto imperialismo. Questa è la condizione più “normale” del “mondo reale”, da noi conosciuto secondo modalità sulle quali pure mi sono più volte espresso in altre sedi. Tale mondo è sempre scosso dallo squilibrio incessante, il quale rompe ogni ordine e coordinamento, fa sì che ogni gruppo dominante, ogni nazione o potenza (e anche i subdominanti e le subpotenze nelle loro diverse stratificazioni), veda nell’azione degli altri un attentato ai propri interessi fondamentali.

Ogni lesione di questi interessi è considerata un’aggressione, cosicché si diffondono odî e prevenzioni che assumono generalmente un rivestimento ideologico. Ogni gruppo subdominante in fase di crescente consolidamento, ogni subpotenza in rafforzamento – che implica necessariamente l’estensione di una propria minore sfera d’influenza, per un certo periodo interna a quella della potenza centrale – sono vissuti dai predominanti e da detta potenza cardine dell’intera area come un attentato alle proprie condizioni di vita, fin troppo sovente “tradotto” nel linguaggio dell’aggressione ad una “superiore” civiltà, garanzia del “luminoso” progresso dell’intera umanità (ogni gruppo dominante, ogni nazione predominante, sempre credono in simili travestimenti ideologici). E se ne traggono le debite conclusioni e conseguenze. Inizia così l’acutizzazione del conflitto che sfocia poi nel policentrismo, fase che si conclude generalmente con il regolamento dei conti fra potenze.

 

6. Una delle più scialbe e inconsistenti tesi, sostenute negli ultimi anni dai meschini intellettuali dei gruppi subdominanti “occidentali” (in specie in Italia e Francia, dove il ceto intellettuale è il più degenerato di questa zona), è quella che predica la fine degli Stati nazionali e l’affermazione di una classe dirigente transnazionale, unita dalla lingua inglese e da comuni orientamenti culturali e di esperienza professionale. Come sempre, questa ideologia si presenta in almeno due versioni contrapposte: una di “destra” e una di “sinistra”, una apologetica e l’altra critica (blandamente o più radicalmente) rispetto al capitalismo. Da una parte, si sostiene la globalizzazione del mercato (da lasciare “libero”, senza intralci), nel cui ambito si sviluppa la competizione “virtuosa” tra i “produttori di merci”, tra le imprese, ecc.; una competizione basata – secondo tale mitologia – solo sul principio del “minimo mezzo”, quindi con costi e prezzi sempre migliori che favoriscono i “fiabeschi” consumatori delle teorie liberal-liberiste. Dall’altra, si sostiene l’esistenza di imprese transnazionali, i cui gruppi dirigenti sarebbero gli autentici nemici delle più grandi masse popolari, che sarebbero perciò spontaneamente spinte ad unirsi per resistere a questi loro sfruttatori.

Con lo sviluppo dell’ultima crisi (dal 2008), tale seconda tesi si è arricchita dell’idiosincrasia nei confronti della finanza. Le transnazionali sono divenute soprattutto massonerie internazionali che manovrano il denaro, sottraendosi al controllo degli Stati (creduti ormai arrivati al lumicino, semplici controfigure di quanto rappresentavano un tempo) e scatenando a piacimento le punte della crisi ora di qua ora di là. C’è chi pensa sufficiente il controllo di questi centri di potere, magari colpendone qualcuno e riformulando con maggiore rigore la regolamentazione dei mercati finanziari, con condimento di un rivolgimento morale che riponga al centro dell’attenzione l’acquisizione di una conduzione degli affari guidata dall’etica. Altri invece invocano la lotta ad oltranza contro i banchieri, contro l’intero mondo finanziario, identificando questa lotta con quella anticapitalistica per l’oltrepassamento dell’ormai “antiquata” forma di società, che continua invece imperterrita il suo cammino.

Ovviamente, vi sono poi appendici e corollari di tipo svariato; uno dei preferiti dagli pseudo-anticapitalisti in questione è quello dei limiti dello sviluppo, della decrescita, del rispetto della natura, ecc. Personalmente non ho alcuna particolare simpatia preconcetta per il progresso tecnico, ritengo ben lontani i miti dell’illuminismo e soprattutto del positivismo ottocentesco. Resto anzi sempre attento a non contrappormi semplicemente agli ipocriti della decrescita (o addirittura di una vita agreste e possibilmente medievale) con l’orgoglio delle grandi innovazioni degli ultimi decenni. Semplicemente, sono pienamente convinto che le scelte decisive sono sempre quelle delle strategie del conflitto, cioè della politica nel suo senso più proprio. In quest’ultima sono in contrasto gruppi dominanti con interessi divergenti, quasi sempre rivestiti di opportune ideologie. Ogni conflitto richiede alleanze; e non vi è dubbio che in queste sono presenti gruppi dominanti appartenenti a diverse formazioni particolari (paesi, nazioni, ecc.). Tuttavia, in esse vi sono i pre e i subdominanti, cioè una specifica configurazione del rapporto tra tali gruppi che non prescinde mai dalla formazione di una filiera di potere intercorrente tra i vari paesi delle alleanze stesse.

Inoltre, i gruppi dominanti del paese predominante nell’alleanza – e uno di questi gruppi, di fase in fase, prende il sopravvento e sembra rappresentare gli interessi generali di quel paese – non lottano “a mani nude”, né tanto meno con la sola forza dell’ideologia e cultura di cui sono portatori i loro ideologi (e che riveste i loro interessi). I gruppi in questione utilizzano invece pienamente apparati “materiali” sempre pronti e attrezzati, ove occorra, ad impiegare la violenza. Tali apparati, nell’epoca attuale, sono quelli degli Stati, non quelli della semplice attività economica e imprenditoriale (magari rivestita dell’ideologia della transnazionalità, la più ottusa e beota che ci sia in circolazione), tanto meno quelli delle manovre finanziarie; apparati, questi ultimi, già posti in condizioni di inferiorità laddove non siano sostenuti, sia pure nella sola sfera economica, dall’imprenditorialità industriale. La finanza, essendo caratterizzata dal flessibile e pronto uso della “liquidità”, appare per prima sul “palcoscenico”, è lo sconvolgimento di superficie, il terremoto, che in specifiche contingenze può certo pesantemente incidere sulla vita delle “comparse”, cioè della stragrande maggioranza della popolazione di una data società. “Dietro” o “sotto” (usate la metafora che più vi piace) sta l’attività dei “produttori di merci”, che non sono tutte eguali fra loro, poiché alcune hanno un carattere più “strategico” (pur anche soltanto economico) di altre. E “dietro” o “sotto” a tutto sta il vero esercizio di potere, quello degli effettivi predominanti, che lo sono per merito del controllo degli apparati della violenza (potenziale, da rendere attuale solo quando ciò diventi necessario).

Altro che fine della funzione degli Stati (nazionali, dei vari paesi o formazioni particolari)! Semplicemente, alcuni Stati appaiono più attivi di altri perché sono quelli più potenti in quelle date “alleanze”; in realtà, queste sono costituite da insiemi di paesi, i cui gruppi subdominanti all’interno sono subalterni a quelli predominanti del paese al centro e guida di ogni alleanza. Quando si ha effettiva (o quasi) equivalenza di potere fra i gruppi dominanti di più paesi, siamo allora entrati nell’effettivo policentrismo acutamente conflittuale. Le alleanze si fanno e disfano rapidamente, i cambiamenti di campo sono sempre più frequenti; la coagulazione in due schieramenti contrapposti si verifica solo alla fine, quando si rende inevitabile una resa dei conti (la guerra come continuazione della politica). Al termine di quest’ultima, l’alleanza uscita vincitrice non vede più una (quasi) equivalenza di forza fra i paesi che la formano; uno sarà predominante. Se così non fosse, si renderebbe assai presto necessaria una nuova resa dei conti (si analizzino bene le condizioni della prima e poi seconda guerra mondiale con gli eventi intermedi fra le due).

Liberato il campo dalle volgari menzogne di un ceto intellettuale sempre più infimo e inconsistente (vero cancro della nostra infelice epoca), riconsiderata realisticamente la funzione degli Stati con il loro differenziale di forza, soprattutto nella relazione tra gli uni e gli altri – funzione esclusivamente strumentale però, non in quanto Soggetti Supremi, rappresentanti la totalità astratta di una data società nazionale, bensì apparati utilizzati nella lotta tra gruppi e raggruppamenti in cui ogni formazione particolare è segmentata e stratificata, lotta di cui gli Stati sono sedimentazione pur dotata di permanenza più o meno lunga – procediamo oltre verso l’indagine del terzo tipo di conflitto, su cui l’ideologia si è particolarmente esercitata nella sua specifica funzione di opacizzazione e deformazione della realtà. Ricordando, tuttavia, che l’ideologia è mezzo ineliminabile del combattimento, è fondamentale nella formazione di blocchi sociali e sistemi di alleanze e per l’individuazione del nemico (in specie quello principale). Nessuna strategia (la politica) può illudersi di aggirare le ideologie e di abbeverarsi direttamente alla fonte del mondo vibrante e tumultuoso in cui siamo calati e svolgiamo le nostre attività; sempre scompaginate dal suo moto ondoso, dalle sue oscillazioni più o meno intense e più o meno ravvicinate o distanziate nelle loro punte alte e basse.

 

 






49 comments to “APPUNTI SULLA TIPOLOGIA DEI CONFLITTI”

  1. Gianni Petrosillo Says:

    tutta la descrizione/analisi dello Stato e dei suoi apparati di Gianfranco andrebbe insegnata sin dall’asilo, soprattutto se da quest’ultimo ci togliamo i bambini e ci rimandiamo i nostri governanti con seguito di beoti militanti

  2. MT. Says:

    Se l’analisi della tipologia dei conflitti e dello Stato contenuta in questo ed altri scritti di Gianfranco La Grassa fossero divulgati, come dovrebbero, al maggior numero di persone, avremmo un’innalzamento qualitativo del dibattito politico/teorico, e una classe dirigente che possa davvero chiamarsi tale, e non un branco di fessi e ignoranti come gli attuali pseudogovernanti. Effettivamente in questo importante scritto è contenuto l’abc di ogni seria e vera azione politica, la conoscenza di questi principi fondamentali è necessaria per poter muoversi ed agire “politicamente” nel continuo flusso squilibrante che è questo mondo in cui siamo “gettati”. Moltissimi i punti che si offrono al dibattito e all’approfondimento, dalla preminenza della Politica e del conflitto strategico su tutto, alla preminenza dei conflitti intradominanti sugli altri, conflitti che si svolgono sia sul piano interno che su quello esterno (lotte tra stati per la supremazia), allo spunto per una nuova teoria dell’imperialialismo/policentrismo (da distinguere nettamente dal mero colonialismo), alla distinzione tra fenomeni di superficie e le sue cause che sono nel profondo (esempio della crisi economica), alla critica della teoria che sostiene la fine degli stati-nazionali (un’enorme balla propalata dai subdominanti per conto dei predominanti attuali, che tentano di conseravre il loro predominio utilizzando anche queste teorie appunto, su altri Stati, che non sono quindi scomparsi affatto ma semplicemnte subordinati, e tanti altri spunti ancora.

  3. Appunti sulla tipologia dei conflitti Says:
  4. fourfive19 Says:
  5. Elio Paoloni Says:

    La sfida: un bignami di queste analisi, che possono sembrare semplici e brevi ma non lo sono, anzi diversi bignami per ogni ordine e grado delle istituzioni scolastiche. Forse non per l’asilo, dove però andrebbe reintrodotto se non il culto della Patria almeno il rispetto per la Nazione.

  6. ws Says:

    grande sintesi.

    Una piccola nota. C’ e’ una qualche differenza tra Nazione =comunita’ di nati nello stesso posto e patria =terra dei padri , la seconda ha infatti una connotazione piu etnica e la prima piu’ culturale ed infatti la seconda e’ andata molto di moda in germania e la prima nella francia massonica e postilluminista.
    Personalmente pero’ preferisco la seconda perche’ da il senso che non veniamo a caso su questa terra e anche perche’ , per dirla con il famoso calambour di pajetta ” la minestra si fa anche coi cavoli , ma poi sa sempre di cavolo ” :twisted:

    E’ comunque evidente che nelle globalizzazione supercapitalista sono entrambi concetti da spazzare via in quanto comunque ostacolo alla piena esplicazione dell’ economia capitalistica.

  7. Gianfranco La Grassa Says:

    e sempre onore senza dubbio. Bisognerebbe certo dire di più sulla morte di un Chavez (così come quando, purtroppo, accadrà lo stesso evento per Castro). E’ soltanto il tempo ad essere ormai scarso e si è dunque obbligati ad impiegarlo secondo i pur gretti principi del “robinsonismo”. Siamo sempre sommersi – anche da certi nostri amici o alleati, che hanno tanto cuore e poco cervello – da inondazioni di retorica; il che irrita, non è un bel modo di rendere omaggio a chi, per nostra scelta politica e ideologica, ecc., consideriamo dei “nostri”. In ogni caso, con la morte di Chavez, “noi” sentiamo una vera perdita, mentre se fosse accaduto ad altri (i “loro”) non avremmo sentito gran che; nemmeno piacere o soddisfazione, perché la morte di un miserabile non è “un evento”, è solo un impercettibile sbuffo d’aria che esce dalle labbra di chi spira.
    glg

  8. MT. Says:

    Anche da parte mia onore a Hugo Chavez, grande presidente, con la speranza che i suoi successori continuino lungo la strada da lui tracciata. Si apre un periodo delicato per il Venezuela, gli americani potrebbero tentare delle forti manovre destabilizzatrici, comunque Maduro mi sembra un’ottima persona, e poi c’è l’appoggio incondizionato della Russia oltre che della quasi totalità dei paesi sudamericani.

  9. fourfive19 Says:

    “E’ vero, io sono un uomo del diciannovesimo secolo. Ma penso che le nostre idee siano più moderne di questo neo-liberalismo che risale all’età della pietra.”

    Hugo Chavez

    I “Socialisti” di tutto il mondo inchinano le loro bandiere per la morte del Compagno Presidente Ugo Chavez. Uomini come il “compagno” Chavez non muoiono mai, perchè le sue idee saranno sempre nei cuori dei “proletari” di tutto il mondo nella lotta contro l’imperialismo.

    L’attacco al Venezuela è già in atto.
    Gli “Yankee” faranno di tutto per boicottarli ed impoverirli, ripetendo lo stesso copione già seguito con il “Colpo di Stato” del 1991 in Urss, col Cile di Allende nel 1973 e con tutti i paesi che hanno provato a sganciarsi dall’ordine americano.
    Però è anche vero che in America Latina stanno nascendo forti movimenti che si oppongono all’imperialismo a “stelle e striscie” dei “massacratori mondiali”: la partita è ancora aperta.

  10. MT. Says:

    Tutto dipende secondo me da in che modo e in quanto tempo si evolverà il passaggio definitivo al multipolarismo e poi policentrismo, fenomeno questo che differenzia la situazione odierna da quella di trenta o quarant’anni fa, quando appunto non era neppure in vista un mondo multipolare e gli Usa avevano quindi molto più margine d’azione. Importante, se non determinante potrebbe essere a mio avviso il ruolo che si darà il Brasile, unico vero potenziale attore di un certo peso nel prossimo mondo multipolare, in sudamerica. Comunque gli Usa hanno ancora una vastissima gamma di strategie da mettere in atto per recuperare quello che considerano il loro cortile di casa, e molte di queste non li vedono esporsi in prima linea come una volta (ricordarsi la lezione della Libia e delle rivolte arabe), tuttavia appunto la diversa situazione internazionale odierna dovrebbe far sperare in meglio, ma siamo sempre in mano all’imprevedibile e alla “liquidità” per cui bisogna solo osservare gli eventi e nè essere troppo pessimisti nè cantare subito vittoria (ed evitare anche facile retorica).

  11. Gianfranco La Grassa Says:

    http://www.ilgiornale.it/news/interni/quei-comunisti-italiani-che-rimpiangono-chavez-892929.html

    “I comunisti nostrani rimpiangono l’uomo che ha portato il suo Paese all’ultimo posto nella classifica mondiale sul diritto di proprietà individuale (secondo i dati del Cato Institute), collettivizzato le terre, requisito case e imprese e messo in fuga moltissimi imprenditori stranieri. Che ha imbavagliato la stampa e chiuso d’autorità tre televisioni e più di trenta radio. Possibile che sia questo un modello alto a cui guardare? Il socialismo del XXI secolo può prescindere dalla democrazia (vera) e dalla libertà?”

    Questi anticomunisti italiani, rozzi e ignoranti (e in perfetta malafede quando dimenticano gli efferati delitti e massacri dei loro amatissimi yankees) ci ricordano che siamo nemici irriducibili. Nessun accordo mai con gente che la pensa così. E chi mi legge sa bene che non mi limito a guardare al regime di proprietà in senso formalistico. Ma quei “proprietari individuali” venezuelani, quelle Tv e radio, ecc. erano semplicemente il megafono di interessi stranieri, del totale avvilimento e subordinazione agli ordini degli avvoltoi appollaiati negli Usa e sempre pronti all’aggressione; così come lo sono giornalisti simili, e i politici e industriali e finanzieri che la pensano nello stesso modo e li pagano.
    glg

  12. MT. Says:

    Questo è l’anticomunismo disgustoso di scribacchini completamente venduti e traditori di ogni minimo interesse nazionale, gente pagata per propalare rozze menzogne e per i quali occorrerebbe la giusta punizione che spetta ai traditori. E siccome sono molti a bersi queste balle, per questi ultimi proporrei una sana ed energica “rieducazione delle masse”. Comunque come si sono rivelati ancora una volta umanissimi questi nostri governanti occidentali “umanitari” che già ci avevano dato un saggio delle loro “virtu umane” esultando al linciaggio infame di Gheddafi, non manifestando, non dico cordoglio, ma neanche il giusto onore delle armi che si da ai nemici come impongono basilari normi di cavalleria! Ma questi che ne sanno, infami e meschini tutti quanti ai quali auguro sinceramente dal profondo del cuore tutto il male e i malanni che mente umana possa concepire! E chiedo scusa per lo sfogo.

  13. F. Says:

    Questo è l’anticomunismo disgustoso di scribacchini completamente venduti e traditori di ogni minimo interesse nazionale,

    E questo è il motivo per cui, pur se schifato dall’attuale “sinistra”, ho sempre continuare a provare ribrezzo per i “liberal-conservatori”, per il “centrodestra” italiota, ignobile accozzaglia di badogliani, voltagabbana, P2isti, clericofascistelli frustrati ecc.
    Urgono squadre speciali di disinfestazione.

  14. ws Says:

    1) mt disse
    comunque Maduro mi sembra un’ottima persona,

    purtroppo e’ un “moderato” e nell’ ipotesi molto concreta che chavez sia stato ” terminato” dal padrone l’ aver scelto un vice ” moderato” sarebbe stato un suo grave errore.( lo stesso di arafat e mattei .. per intendersi )
    Infatti quando le ” rivoluzioni” dipendono troppo da un uomo solo, per esorcizzare la tentazione del ” nemico” di applicare la famosa ricetta di stalin ( se un uomo e’ un problema rimosso l’ uomo si risolve il problema) occorre che il capo si doti di vice ben piu “duri” di lui rispetto ai quali e’ lui il ” moderato” .

    2) nell’ ipotesi di cui sopra anche putin e’ fortemente a rischio , tra l’ altro sono corse in ” occidente” velenose voci sul suo stato si salute e per un bel po’ di tempo ha avuto la faccia troppo gonfia :roll:

    3) In questa vicenda la figura della sanita’ e della dirigenza politica cubana non e’ stata buona , anzi ci autorizza ai peggiori sospetti. Mi domando infatti sempre come sia riuscita sopravvivere quell’ isoletta ” comunista” a 60km dal padrone e 20000 km dai suoi alleati :roll:

    4) l’ articolo del giornale mostra chiaramente che la cosiddetta ” destra” altro non ambisce che servire il ” padrone” e che non si potra’ mai credere a qualunque dichiarazione ” sovranista” di berlusconi :evil:

  15. Gianfranco La Grassa Says:

    http://www.ilgiornale.it/news/interni/aria-bis-nuovo-esecutivo-tecnico-893266.html

    la prima riforma dovrebbe essere l’invio a casa di questo presidente; non lo reggo più, rischio di ammalarmi di nuovo di stomaco e intestino. Invece, sono capacissimi di congelarlo per un po’. Se i grillini manterranno il non appoggio a Bersani (senza defezioni), ci troveremo altri inetti “tecnici” (o nominati apposta per spaventare la gente mediante disastri “montiani”) per un annetto circa, come il Dini del ’95. Si farà il massimo sforzo per far fuori giudiziariamente Berlusconi, in modo da andare più tranquilli ad elezioni. Ormai sono furfanti matricolati; ma del genere miserabile, da “ladri di polli”. Se gli Usa continuano ad utilizzare servi così meschini e merdosi, vuol dire che questa Amministrazione Obama è perfino più scadente della precedente (non intendo riferirmi alla precedente dello stesso Obama, ma proprio a quella prima).
    glg

  16. Giancarlo Says:

    Si sta andando verso un nuovo governo tecnico “leggermente di sinistra” per addolcire la pillola ai piddini, a questo punto, se fossi in Grillo, spariglierei tutte le carte e darei la fiducia a Bersani al Senato. Come reagiranno i subdominanti? E, sopratutto, come reagirà il PD?

  17. F. Says:

    @Giancarlo – fra i subdominanti, quelli in stile Montezemolo, inutili tacchini laccati a capo di settori decotti, saranno favorevoli a qualsiasi tradimento pur di esser mantenuti in vita; pero’ gran parte del settore medio-piccolo efficiente, quello che ha creato gran parte della ricchezza nel centro e nord, non credo possa esser molto contento. C’e’ da sperare in qualche versione “dura” del leghismo? Non saprei dove andare a cercare gli agenti capaci di metter su “squadre di disinfestazione”, ma di certo potrebbe essere il ceto medio legaiolo uno dei serbatoi. Sia chiaro che culturalmente questi signori sono anni luce lontani dal mio ideale; a questo punto pero’ preferisco un po’ di barbarie alla morte lenta per gangrena.

  18. Gianfranco La Grassa Says:

    Qualche giorno fa è morto Armando Trovajoli. La sua morte è passata logicamente in secondo piano rispetto ad una morte senza dubbio più “pesante”. Tuttavia, poiché mi ricordo non solo le sue canzoni ma i film di cui fece la colonna sonora, vorrei intanto proporre una carrellata di questi commenti musicali in grandi, e meno grandi, opere della commedia all’italiana, stagione assai felice del nostro cinema, oggi un po’ “acciaccato”:

    http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/armando-trovajoli-le-colonne-sonore/121142/119627

    Desidero però anche stuzzicare il lettore perché si veda due film “d’emozione” (e intelligenti) di Luigi Magni: “Nell’anno del signore” e “La Tosca”, di cui Trovajoli compose le musiche. Così propongo due spezzoni del primo, ed uno più una “simpatica” tiritera del secondo:

    http://www.youtube.com/watch?v=fcNOc7nMy4s

    http://www.youtube.com/watch?v=XnTg61jrkCs

    http://www.youtube.com/watch?v=9iABdeH1dAU

    http://www.youtube.com/watch?v=xc1CjVFj8ec

    Questi sono i miei gusti; mi auguro che qualcosa di quanto qui si vede possa interessare anche altri, in specie quelli che si spellano sempre le mani di fronte ai movimenti “d’er popolo”.
    glg

  19. Gianfranco La Grassa Says:

    non credo che i “cotonieri”, quasi tutti di “sinistra” e che si fecero vedere in massa alle primarie del Pd, siano infelici se s’installa un governo di “centrosinistra”. Piuttosto non so come Grillo potrebbe giustificare un simile pasticcio, un comportamento così ondivago e alla fine opportunista come quello dei “politici” contro cui gioca all’antipolitica. In ogni caso, lo sfascio è comunque assicurato; forse possono cambiare un po’ i tempi e le modalità, ma alla fin fine andremo nella m….Poi vedremo, ma non fidatevi nemmeno un poco di questa popolazione, è al più basso livello di intelligenza e dignità, che già sono sempre state carenti nella storia italiana.
    glg

  20. A. Says:

    Stamattina su Radio2 prove di governo tecnico. Terribilmente sono stati fatti i nomi di Zingales e Boldrini, due trombati di “fare il declino” che vogliono a tutti i costi la vendita di Finmeccanica e Eni. Quindi notizia quasi incredibile. A meno che… l’uscita di Zingales a pochi giorni dal voto, per una notizia già nota da più di un anno, non facesse parte di un piano.

  21. Gianfranco La Grassa Says:

    http://www.statopotenza.eu/6306/antigrillismo-malattia-infantile-del-sinistrismo

    rimango in effetti male nel leggere simili affermazioni. Oggi, l’antiberlusconismo sta raggiungendo l’acme; non si tratta di cavilli, gaffe rilevate (o di ciò che uscirà nell’imminente numero de L’Espresso su certi affari in Costarica, che mi lasciano freddo e indifferente) e altre pancianate varie. Qui si tenta un’operazione già riuscita contro la prima Repubblica. Si legga Micromega e quel che dice l’odioso e presuntuoso, da sempre, Flores d’Arcais. L’appello di questi energumeni è appoggiato da tutti i media che contano; e anche in rete o nelle mail, ecc. è tutto un tam tam dei fetenti del ceto medio semicolto. Non provo nessuna pena né solidarietà per Berlusconi, come lui non l’ha avuta verso quelli che fingeva di trattare da amici. D’altra parte, se è senza spina dorsale, peggio per lui; aveva il tempo di provvedere circondandosi di quelli che vengono definiti “fegatacci”. Invece, ha preferito cantantucoli, ballerinette, mignottine, e un corteggio di sedicenti politici, che farebbero miglior figura andando a raccogliere i rifiuti per le strade. Tuttavia, lo ripeto, è fuori del mondo chi pensa che Grillo sia più perseguitato del cavaliere. E l’infantilismo, semmai, riguarda Grillo, che dice spesso banalità da lasciare stupefatti in una persona della sua età. Ma non c’entra in ogni caso l’infantilismo di sinistra. Cerchiamo di non mimare ridicolmente Lenin che scrisse “l’estremismo, malattia infantile del comunismo” (non del sinistrismo); quelli da lui criticati erano comunque fior di politici, gente che sapeva condurre una discussione sensata e non emetteva “sgnaulamenti” come i neonati grilleschi e i loro nuovi fan, tutti persi dietro ad un primitivismo politico che fa paura. Io non dico di non aspettare per vedere che cosa accadrà, sperando in qualche miglioramento. Per carità, aspettiamo pure, speriamo pure. Tuttavia, la prima condizione per mettersi in ascolto con calma e pazienza è di non prendere lucciole per lanterne.
    glg

  22. MT. Says:

    Parafrasare il noto titolo dello scritto leniniano è secondo un’offesa al grande rivoluzionario. Come dice La Grassa all’epoca c’era davvero di che polemizzare perchè esisteva un vero dibattito politico, ma oggi? Di che dobbiamo parlare con questi? Della macchina a idrogeno o della produzione a chilometro zero o altre ridicolaggini? Ma per favore. Comunque bisogna leggerlo davvero Lenin, quanti errori si eviteranno e quante cose si capiranno. Io personalmente da un pò ho ripreso la rilettura del “Che fare” ed è incredibile constatare quanti insegnamenti utili se ne possano trarre e come sia ancora oggi quell’opera fondamentale, molto attuale.

  23. F. Says:

    Interessanti spunti nell’ultima breve analisi di Laporta
    http://www.pierolaporta.it/il-calvario-di-bxvi-non-praevalebunt-6/

    In effetti una delle chiavi di volta nel conflitto fra potenze e’ da sempre il finanziamento delle “truppe” (militari, paramilitari, spioni, controspioni, ecc.); e’ noto a pochi (bene informati) come le mafie, la droga ecc. siano utilizzate dai potenti, anzi dai potentissimi, per finanziarsi. In quanto alle ipotesi su MPS, non saprei; mi sembra tutto ancora troppo confuso e oscuro, ma di certo qualche pista di lavoro per capire dobbiamo percorrerla.
    F.

  24. Gianfranco La Grassa Says:

    quello che scrive Laporta dimostra, “a contrario”, che il cavaliere è un pirla, non ha nerbo. Eppure dopo l’incontro con Putin dell’agosto 2003, l’interessamento di Gazprom per la collaborazione con l’Eni, e molte altre prove di possibile “amicizia” (interessata) con la Russia, con allungamento a sud verso la Libia, ecc. doveva pensare anche a rimescolamenti possibili in apparati dello stato italiano, di quelli che sanno agire “con discrezione” (ma, se necessario, provocando “incidenti” a chi di dovere). Avrebbe potuto molto intimidire certi magistrati, così come fu “maltrattata” la Forleo, ma dagli altri. E avrebbe potuto iniziare la preparazione di squadre speciali da usare contro una masnada di farabutti vendutisi pienamente allo straniero (e sappiamo chi sono, non è che non li conosciamo benissimo con le loro facciazze di merda, i loro crani pelati o capelluti). Beati gli anni ’20 e ’30 del ’900, che videro in campo, da molte parti, ben altri leader, ben altri gruppi di individui con metri e metri di pelo sullo stomaco. Ce n’è urgente bisogno e ci troviamo tra i piedi un Berlusconi e i suoi tirapiedi; che casino! Un bell’olocausto di rinnegati e traditori; che sogno mirabile!!!

  25. Gianfranco La Grassa Says:

    http://notizie.virgilio.it/index.html

    senza commenti; cosa occorrerebbe per questa gente è detto sopra. Quanto al fatto che l’antigrillismo avrebbe sostituito l’antiberlusconismo, meglio prenderla in ridere come fosse una battuta di spirito.
    glg

  26. F. Says:

    Vi faccio perdere due minuti con uno squallido episodio di cronaca per mettere in evidenza come buona parte del “popolo” sia, in questo periodo storico, probabilmente ben peggiore della “casta” contro cui si scaglia.
    http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/aggressione_atac_biglietti_metro_termini_roma/notizie/256666.shtml

    Beninteso, concordo con Glg sulla necessita’ di spazzare via alla svelta gli inetti decisori che abbiamo; qui vorrei pero’ solo far apprezzare la degenerazione dei “dominati” che moraleggiano in continuazione e bofonchiano per poi comportarsi in modo bestiale.

    F.

  27. Alessio Bava Says:

    Innanzitutto complimenti per la sua riflessione interessante e illuminante.
    In seconda battuta mi si permetta di rispondere su alcune questioni sollevate in merito al mio articolo: non era di certo mia intenzione insultare Lenin, tant’è che, a parte la “licenza poetica” presente nel titolo, non faccio alcuna menzione di Lenin, nè tanto meno analogie di qualsiasi tipo con contesti, soggetti e teorie storiche che non hanno praticamente nulla da spartire. Per quanto riguarda l’antiberlusconismo sono conscio che sia tutt’altro che sparito, anzi dopo il “recupero” di Berlusconi, saremo costretti a trovarceli entrambi in mezzo ai piedi per un po’. Ma quello che mi premeva analizzare erano i primi capisaldi di un indiscutibilmente dilagante antigrillismo, che se le cose stanno così (quando Berlusconi verrà definitivamente levato di mezzo) è destinato ad essere una delle “papabili” ideologie del sinistrismo nostrano. Come ho scritto nel mio articolo precedente il tentativo del PD di avvicinarsi al M5S è un modo per tentare di sferrare un ipotetico colpo di grazie all’highlander Berlusconi e solo dopo che riusciranno a levarselo di torno il PD potrà riprendere la lotta contro Grillo e il M5S, che, sebbene placata a livello istituzionale e dirigenziale, continua comunque attraverso la stampa e i mass media in generale. E’ ovvio che la lotta all’antiberlusconismo non finisca qui ed ora, ma nel frattempo non possiamo non notare come stia avanzando anche l’antigrillismo, che, secondo la mia modesta opinione, è chiamato a sostituire il primo appena questo verrà archiviato. Diciamo che ora il terreno principale su cui si concentra la lotta all’antiberlusconismo è per lo più quello giudiziario, mentre il nuovo antigrillismo che avanza si basa per ora sullo strumento mediatico (che prima invece era appannaggio del solo antiberlusconismo).
    Forse dovevo dedicare più spazio alla transizione e alla contrapposizione tra i due, ma ciò che mi premeva era andare subito al nocciolo della questione analizzando questo nuovo fenomeno.

  28. MT. Says:

    Concordo con F. , viviamo davvero in un’epoca storica di assoluto squallore e degrado come anche semplici fatti di cronaca illustrano. Ciò dovrebbe spingerci a disprezzare sempre di più non solo i “dominanti” ma anche le tanto decantate masse. Io propongo la solita soluzione (a costo di essere ripetitivo): eliminazione (e non scendo nei dettagli sulle modalità) della classe dominante, e “rieducazione” energica, ma molto energica delle “masse”.

  29. ws Says:

    fu il solito kleeves gia’ una ventina di anni fa a scrivere che l’ obbiettivo ” oscuro ” ( poi effettivamente raggiunto) dell’ “intervento” USA in vietnam fu il controllo del traffico mondiale della droga e la sua massiccia diffusione all’ interno della gioventu’ americana ( e non solo ).
    infatti per il ” potere oscuro” che comanda in USA e che si e’ vieppiu’ affermato cola’ a partire direi da roosevelt ,la droga permette enormi vantaggi finanziarii e politici in quando inibisce i normali ” anticorpi”politici disruggendo le relazioni sociali ed intorpidendo la gioventu’, e in aggiunta crea immense risorse finanziarie da usare per una politica ” oscura” di potenza attraverso corruzione ricatto inganno ed omicidi

    Per quanto riguarda berlusconi si tratta di un “arcitaliano” cioe’ di un che ha (aumentate) le qualita’ e’ i difetti degli italiani . In tal caso sono in lui magnificate la tipica italica qualita’-difetto del ” furbo-fesso” , cioe’ uno che si crede tanto furbo da improvvisarsi in campi difficili in cui non ha alcuna preparazione.

    AD esempio se veramente il furbone avesse capito quali erano i processi geopolitici che lo avevano “salito” ai vertici del paese e avesse pensato ad una coerente politica ” sovranista” si sarebbe preoccupato ( e avendone pure i mezzi ! ) sia dei suoi collaboratori che della sua sicurezza .
    Invece niente , sia perche’ ha ben poco capito sia perche’ e’ un enorme presuntuoso ( altra italica qualita’ ) convintissimo che comunque poi la fortuna l” avrebbe tirato fuori da ogni pasticcio (e qui non ha troppo torto , B e’ un uomo fortunato).

    Quello che pero’B non aveva nemmeno minimamente pensato e ‘ che il ” potere oscuro” di cui sopra non ha alcun problema a ” terminare” chiunque gli si frapponga nel mezzo

    La situazione quindi se non fosse tragica sarebbe divertente ed assomiglia molto a tanti film di mafia ,Abbiamo un B che potremmo chiamare la ” soluzione AB del sistema/mafia ” e per questo utile ruolo crede di meritare una ” salvezza”, ma che comunque il sistema/ mafia ha condannato perche’ semplicemente ” ha mancato di rispetto”.

    in questi casi NEI FILM il tapino e’ costretto a diventare ” eroe” e fa un sacco di danni alla ” mafia” .
    Speriamo sia il caso anche stavolta, abbiamo tanto bisogno di devertirci un po’ :twisted:

  30. Gianfranco La Grassa Says:

    ringrazio Alessio per la risposta che chiarisce molte cose. Non avevo però sospetti che si volesse offendere Lenin, il mio era semmai un appunto di semplice perplessità sull’uso della polemica leniniana “antiestremista” (del resto, molto legata ad una fase particolare, come ogni altro scritto del grande dirigente bolscevico) in un contesto politico così “disarmante” quale l’attuale; non solo in Italia, ma soprattutto in Italia. Piuttosto, volevo sottolineare questa grave malattia (in effetti “non di sinistra”) che è l’antiberlusconismo, con durata ormai ventennale. E’ un’infezione gravissima, distruttiva di ogni pensiero razionale, di un minimo di “capacità d’intendere e di volere” da parte delle “masse” votanti (e vocianti) credendo di situarsi “a sinistra”, nelle schiere del “progressismo”. L’antigrillismo non credo raggiungerà simile durata e simile effetto degenerativo. Inoltre, non si dia per morto troppo presto l’oggetto della malattia in questione e, dunque, questa stessa. Certo, siamo su un crinale; non è però detto che si precipiterà nel lato d’esso in cui verrà azzerato Berlusconi e l’antiberlusconismo. E’ una fase di grande incertezza. Comunque, non enfatizziamo tra noi le polemiche e aspettiamo di vedere come andrà a finire; non penso si dovrà attendere troppo. Un saluto caloroso ad Alessio.
    glg

  31. Alessio Bava Says:

    Comprendo le sue perplessità. Senza dubbio siamo in una fase di incertezza, aperta a diverse soluzioni; con i prossimi sviluppi sarà di certo tutto un po’ più chiaro, per ora si può solo ipotizzare basandosi sui pochi elementi disponibili. Credo sia giusto confrontarsi costruttivamente, senza però dar troppo adito alle polemiche, sono d’accordo.
    Ricambio felicemente il saluto.

  32. Gianfranco La Grassa Says:

    http://sauraplesio.blogspot.it/2013/03/ungheria-francia-belgio-ribellioni-anti.html

    con gli antieuropeisti (in realtà, contro questa UE) il discorso va comunque aperto; poi ci saranno differenziazioni, vedremo strada facendo, ma contro questa UE sempre d’ora in poi. Con chi continua a dirsi europeista nell’attuale contesto del nostro continente ormai in dissesto – quindi di fatto molto timido verso la UE – il discorso non può nemmeno iniziare.
    glg

  33. F. Says:

    Scrive Glg: con gli antieuropeisti (in realtà, contro questa UE) il discorso va comunque aperto;

    Piena sintonia; questa UE è ormai uno strumento delle oligarchie finanziarie (a base USA, in ultima analisi, checché ne dicano i disinformatori e gli stolti). E’ nemica del libero sviluppo strategico e industriale dell’Italia e di altre nazioni europee. L’euro è una iattura, data la sua architettura; aree monetarie comuni possono ovviamente esser (ri)pensate, ma non ci si può condannare alla povertà per i prossimi 20 anni nel tentativo di inseguire l’impossibile “modello tedesco”.

  34. F. Says:

    Vi segnalo il sito di Alain Soral, un intellettuale francese fra i più interessanti al momento. Il titolo di questa conferenza esprime un concetto più volte espresso qui nel blog
    http://www.egaliteetreconciliation.fr/Conference-Gouverner-le-Moyen-Orient-par-le-chaos-16861.html

    Mi sembra che come al solito siano Francia e Russia i due paesi in cui possiamo trovare alleati per la battaglia intellettuale. Probabilmente anche la Cina, ma personalmente non sono in grado di orientarmi molto bene in quel mondo, e in minor misura in America latina.

    F.

  35. ws Says:

    F scrisse
    condannare alla povertà per i prossimi 20 anni nel tentativo di inseguire l’impossibile “modello tedesco”.

    purtroppo non si tratta ne di un ” transitorio” ne di un “modello tedesco” , ma di un progetto ” millenaristico” la creazione di un ” nuovo mondo” di schiavi dominati da nuovi “faraoni” :evil:
    Insomma un nuovo ” egitto” globale superdisumano e supertecnolgico … non a caso la ” massoneria” si e’ data da sempre una liturgia “egittizzante” no ? :twisted:
    progetto travolgera’ tutti, anche i tedeschi che ancora non so se per la loro (solita) stupidita’ e per un ( incredibile ) machiavellismo hanno accettato di metterci la faccia per conto di ALTRI.

    Ma dagli (aggettivi) usati si capisce bene che cosa io temo . :-(

  36. fourfive19 Says:

    @ws un progetto ” millenaristico” la creazione di un ” nuovo mondo”

    In ogni caso si tenga in evidenza un particolare. Le strategie geopolitiche e i rapporti di forza che avvengono a livello “planetario” seguono sempre un “doppio binario”:
    1. il primo, quello inerente le necessità geopolitiche delle singole nazioni (Inghilterra, Francia Stati Uniti e a latere Israele)
    2. il secondo, quello preponderante anche se alquanto sottotraccia, delle “strategie mondialiste”, già iniziate con la prima guerra mondiale e che avevano portato alla creazione dei primi Istituti over e transnazionali come il Cfr, ecc., oltre la Società delle nazioni (poi ONU).

    L’idea di imporre un “governo mondiale” è un esperimento che può essere realizzato solo da ristrette cerchie d’elites (Bilderberg, Trilateral, Cfr, Pilgrim’s Society, Round table, Club di Roma, Rotary Club, ecc….), i cui appartenenti lavorano dietro le quinte e sono completamente avulsi dal mondo reale, vivono in ambienti artificiali iperprotetti, sono costretti a muoversi con decine di guardie del corpo, vedono il mondo reale dal “filtro del loro potere”.
    Molta attenzione penso bisogna dare al potere “esoterico-massonico” che e’ interessato in gran parte a conservare ( con la stessa “demagogia traditrice”, e col suo linguaggio filantropico) la pressione e il controllo sulle masse, essendo il vero “controllore” del potere economico, finanziario, politico e militare. Se non si capisce questo non si comprenderà ne le possibili soluzioni dei problemi e neanche le dinamiche sociali che ne usciranno……
    Insomma, quella che stanno costruendo è una società mondiale, oppressiva, autereferenziale e “totalitaria”, ossia una “mega fabbrica” globale dove gli uomini sono solo risorse umane, in una logica di produzione e consumo, da mettere in competizione tra loro per il profitto di una minuscola percentuale della popolazione che detiene le leve del potere.

    Sono anni che si parla di un possibile ritorno del “nazionalismo”. Pure io applicherei delle ricette di questo stampo, e non perchè sono “fascista” o altro, ma semplicemente per “protezione” e perchè il processo di globalizzazione economica e culturalmente consumistica che abbiamo intrapreso è portato avanti solo ed esclusivamente “dalle elites per le elites”…..

    D’altra parte però non bisogna assolutamente equivocare l’espressione “governo mondialista” (che sottintende il controllo totalitario del pianeta sotto un unico governo mondiale, il progetto degli “ILLUMINATI”, in sostanza), confondendolo con il concetto di “internazionalismo”, dove si promuove una cooperazione a livello sovranazionale, così come si è tentato di fare ad esempio con il “socialismo”. Infatti quel tipo di “internazionalismo” socialista che è esistito nel mondo dal 1917 al 1991 ha rappresentato un ostacolo alla massificazione della popolazione in funzione mercantilista ed è stato ad ogni modo “nazionale”, profondamente “antimondialista” e dunque anticapitalista……

    http://coscienzeinrete.net/I_Club_Mondialisti_e_il_risveglio_delle_coscienze.pdf

  37. ws Says:

    @ fourfive
    condivido le tue osservazioni. Se come dice glg fare solo una analisi economicistico-sociale equivale solo ad osservare la superficie degli eventi storici , l’ analisi geopolitica non riesce a definirne completamente la profondita’ , di sicuro da circa 200 anni a questa parte
    C’ e’ “qualcosa” ancora piu sotto che “tira” gli eventi anche se essi finiscono sempre per seguire all’ ingrosso le ” ferree leggi della geopolitica”.

    A questo riguardo io faccio sempre l’ esempio della domanda storica che mi perseguitato fin dalla mia adolescenza : perche’ l’ europa si e’ suicidiata nel 1914 ?. Certo le ” ferree leggi della geopolitica” spiegano la sostanza degli eventi , l’ inghilterra con il disperato bisogno di arrestare l’ ascesa della germania, gli USA intenzionati a ripetere sull’ intera europa il vecchio ” gioco inglese” ect.. ect..

    Ma in questo quadro gli eventi presero poi una valenza isterica, assoluta e distruttiva che non si era mai vista prima . Non fu il solito ” confronto di potenza” ma lo sviluppo di un piano di cui il ” confronto di potenza” fu lo strumento ( o almeno io non vedo altra spiegazione)

    E analogamente si potrebbe dire di questa ” europa” con la sua illogica valenza ancora isterica assoluta e distruttiva , di modo che quello che a tutti sembra un disegno “cieco&stupido” , deve essere per forza un disegno intelligente che, noi si “ciechi&stupidi”, continuiamo a non vedere e tantomeno capire.

  38. F. Says:

    Se la geopolitica avesse leggi “ferree” saremmo a cavallo; possiamo invece solo fare ipotesi, come in qualsiasi altra scienza, naturale o sociale che sia. La geopolitica si basa sul condizionamento geografico (fisico e umano/identitario) sull’azione politico/strategica, ma ovviamente gli agenti sono esseri umani. E’ evidente che solo l’indagine storiografica può fare chiarezza su chi, come, dove, quando, perché agì.
    L’indagine a sua volta, ricercando documenti e “prove”, deve muovere anche da ipotesi “dietrologiche” (che non significa “cospirazioniste”).
    Se però si vuole dire che gruppi “oscuri” siano riusciti tramite complotti a provocare il suicidio dell’Europa, io francamente mi sento lontanissimo da tali affermazioni. Esiste in storia l’eterogenesi dei fini, esiste l’errore di calcolo. A posteriori tutto può sembrare parte di un piano finemente concepito e preordinato, ma è un’illusione ottica.

  39. Idea3online Says:

    Come spiega bene l’articolo nella fase di policentrismo la resa dei conti è certa. L’Impero è al corrente di questo più di tutti noi, e siccome come dice l’articolo:

    Non si agisce in base ad un semplice e immediato schema stimolo/risposta; si cerca di trovare nel “tumulto” – per via di riflessione, con continui ritorni all’indietro sul precedente dispositivo di spiegazione individuato per ogni dato processo – un possibile schema di successione degli eventi onde poter intervenire efficacemente in essi. Se non si trova il “bandolo della matassa”, è meglio soprassedere. L’azione politica non è come la guida di un’auto; l’automatismo dettato dall’abitudine (detto prontezza di riflessi) deve avere applicazione del tutto subordinata, per brevi contingenze specifiche, rispetto ad uno studio ben più complesso dell’intero campo – anch’esso una “costruzione teorica”, necessaria e utile, da tenere in conto senza credere che si tratti della realtà così com’essa è – su cui si svolge il conflitto.

    Proprio per questo l’Italia principalmente, seguono Spagna e Grecia sono piattaforme indispensabili per la futura guerra, senza Italia, Spagna e Grecia, avrebbero costi più alti per attaccare i paesi del Medio Oriente. L’obiettivo è annientare qualsiasi forma di sovranità, politica ed economica, per rendere questi Stati Sud dell’Europa, rendendoli Stati sottosviluppati, rompendo agli stessi le infrastrutture, rendendoli terreno fertile alla microcriminalità….applicheranno a questi tre stati la stessa ricetta applicata al Regno delle due Sicilie quando decisero di renderlo povero e inoffensivo. Se non dovessero riuscirci in questo, l’Impero non avrebbe la forza di lanciare un attacco in Medio Oriente, purtroppo la verità è che il ruolo di degrado imposto dall’Elite che hanno mantenuto il sottosviluppo in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, adesso verrà allargato alla Spagna, a tutta l’Italia alla la Grecia per impedire che nascono su questi territori governi sovrani che possano impedire la partenza di caccia e armi nucleari verso l’Oriente. Niente di nuovo sotto il sole.

  40. Gianfranco La Grassa Says:

    pienamente d’accordo con F. A posteriori (post festum come disse lo stesso Marx, che pure ha aperto alla scienza il “Continente Storia” secondo la corretta interpretazione althusseriana) è sempre possibile ricostruire e dare un senso logico (con rapporti causa/effetto) agli eventi passati. E tuttavia, anche le interpretazioni storiche sono legate ad ipotesi e a quello che i ricercatori di questo ramo del sapere hanno voluto ricercare perché già guidati da dati orientamenti, influenzati pure dalla loro specifica ideologia (senza la quale non esiste agire in questo mondo; chi crede di “stare ai fatti”, “alla realtà”, si sta comportando come un bambino). La cosiddetta realtà, sempre legata a nostre interpretazioni, ci impone un continuo succedersi di successi e insuccessi – spesso prima successi e poi via via continui insuccessi – di varia rilevanza, che ci suggeriscono d’essere per l’essenziale abbastanza vicini ad essa oppure invece molto lontani. Ed esiste anche la “fortuna” o “sfortuna”, cioè la casualità degli eventi; o comunque accadimenti tali che non sappiamo spiegare e che dunque siamo obbligati ad assegnare al caso (per alcuni, semireligiosi, al Destino). In ogni modo, dobbiamo sempre, almeno ad un certo punto, procedere per interpretazioni e spiegazioni, altrimenti restiamo a rimuginare soltanto senza mai scegliere alcunché. Però, attenti: la scelta va fatta, la presa di posizione diventa via via più netta e chi non la pensa come noi può divenire un nemico acerrimo, uno che in date contingenze eccezionali va soppresso (o lui sopprime noi). Poi passa il tempo, mutano le epoche; e le scelte, cruente e meno cruente, si depositano nella memoria delle generazioni successive (salvo l’attuale che, orrendamente, non ha memoria di nulla!) e certe valutazioni possono cambiare e anche di molto. In ogni caso, la storia non è un’auto che qualcuno impara a guidare lungo autostrade o invece vicoli di montagna pieni di curve. Gli eventi nascono da un mare di relazioni sociali conflittuali, nel quale navighiamo con maggiore o minore consapevolezza, facendoci “portatori soggettivi” (quindi certo con tutta la nostra particolare personalità) di “qualcosa” che non conosciamo mai per intero, mai squarciando del tutto un certo velo di nebbia assai mobile che altera spesso la nostra visuale. Come minimo, non pensiamo ad un Dio che tutto vede e provvede e guida con estrema precisione l’auto della Storia; immaginiamo almeno una lotta tra più “portatori soggettivi” che ci sembrano maggiormente dotati di poteri decisionali. Sbaglieremo comunque di meno, saremo più flessibili nelle scelte.
    glg

  41. FrancoDAttanasio Says:

    Articolo di Foa sui possibili sviluppi dell’attuale empasse, dopo le ultime elezioni:

    http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/03/10/far-fuori-berlusconi-e-poi-grillo/

  42. ws Says:

    @F
    le ” leggi ferre della geopolitica” sono le ” linee di faglia” cioe’ sono enormi potenziali di energia umana accumulatesi i nella storia che quindi nessuno puo creare o seppellire a proprio comando ma chi e’ abile puo’ manipolare a proprio vantaggio.

    tipo per intendersi attivando una faglia marina per generare enormi tzunami che devastano i paesi rivieraschi in quanto obbiettivi POLITICI contingenti.. :twisted:

  43. aldo Says:
  44. Gianfranco La Grassa Says:

    l’articolo di Marcello Foa mi sembra dica ciò che si pensa in questo blog. Domani apparirà un mio breve articolo che parte da simili convinzioni per poi dire qualcosa d’altro.
    glg

  45. Gianfranco La Grassa Says:

    ho segnalato il link del mio ultimo articolo sulla “vergogna, ecc.” nel blog di Foa al post riportato da Franco. Cassato pienamente. Beh, contenti loro di non volere il parere di chi in definitiva sostiene con chiarezza che questa “sinistra” è turpe nel suo uso della falsa giustizia, ma ricorda pure le gravi colpe di Berlusconi (che non sono quelle delle ossessioni moralistiche e giustizialiste degli schifosi intellettuali e del “popolo” della sedicente “sinistra”).
    glg

  46. PiergiorgioRosso Says:

    @glg: ho segnalato il link del mio ultimo articolo sulla “vergogna, ecc.” nel blog di Foa al post riportato da Franco.

    E’ il commento 51. nella lista.

  47. F. Says:

    Confermo che anche io ho visto il commento e il link presenti nel blog di Foa.

  48. Idea3online Says:

    Inoltre altro importante aspetto da non sottovalutare, è l’esigenza di soldati da inviare al macello in Oriente, solo persone povere ed esasperate sono prontissimi ad arruolarsi, rendere poveri e senza futuro una generazione di giovani, equivale alla chiamata alle armi forzata, in quanto senza futuro un giovane è disposto a morire non avendo niente da perdere. I meridionali d’Italia si arruolarono in massa, nella prossima guerra i meridionali d’Europa si arruoleranno in massa, per ottenere questo risultato e trovare carne da macello l’Elite occidentale deve azzerare il tessuto economico di un territorio, deve azzerare la dignità di milioni di uomini, e nel momento opportuno gli stessi uomini si butteranno nella braccia dei loro carnefici e benefattori, arruolandosi per una guerra come ultima speranza di successo personale.

  49. fourfive19 Says:

    @ ws – “qualcosa” ancora piu sotto che “tira” gli eventi anche se essi finiscono sempre per seguire all’ ingrosso le ” ferree leggi della geopolitica”.

    Come ho già avuto occasione di accennare, nell’attuale momento storico, oltre alle ferree leggi della geopolitica, la storia obbedisce anche a “tre direttrici” che vanno man mano attuandosi, con paziente strategia, attraverso, rispettivamente:

    - la GLOBALIZZAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA, al primo posto in ordine di importanza. La prima “direttrice” è in uno stadio senza dubbio più avanzato predisposto com’è a preparare il terreno più favorevole possibile per il trionfo delle altre due, e sta già producendo i propri effetti “nefasti” e “deleteri”.

    - il MONDIALISMO POLITICO, ad esempio l’Europa considerata come mega-Stato a sé stante, pur nelle diverse forme programmate.
    La prevalenza già raggiunta dalla “seconda direttrice” (ovvero il potere “politico-mondialista”), è ritenuta sul piano “strategico”, preliminare alla instaurazione definitiva dei più importanti “ordinamenti politici” ed “etico-religiosi”.

    - il SINCRETISMO RELIGIOSO, rappresentato da quell’ecumenismo, cui tutti i Papi dal Concilio Vaticano II in poi (perfino Giovanni Paolo II e Ratzinger) si erano dovuti adeguare.

    Tuttavia, mentre la prima (Globalizzazione) e la seconda (Mondialismo) “direttrice” stanno iniziando a percorrere il loro rispettivo tragitto raggiungendo giorno per giorno le tappe previste, la “terza direttrice” (Sincretismo) sembra procedere a rilento e in maniera alquanto disordinata.

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