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Nella Riflessione di Karl Marx, come nell’intera sua opera de “Il Capitale”, peraltro mai portata a termine. E in tutto il suo lavoro teorico, l’apparenza non si limita a ingannare, fa molto di più, offre all’occhio fisico, l’esatto contrario della realtà delle cose, mostra libertà dove invece c’è schiavitù, mostra uno scambio libero, dove regna la coercizione. L’apparenza mostra dunque “un mondo capovolto”, ma lo mostra soltanto per giustificarlo così com’è.
Scrive Marx:
L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente, nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini, l’immagine dei caratteri sociali del proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendo apparire come un rapporto sociale esistente al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo, i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente soprasensibili, cioè cose sociali.
(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 87)
Per avvicinarsi alla realtà delle cose e trascendere il velo dell’apparenza servono gli occhi della ragione. Solo con le armi della critica è possibile svelare il dominio feticistico delle merci sugli uomini, vittime dell’illusione che esse siano semplicemente delle “cose” e non il prodotto del lavoro sociale. Solo con le armi della critica è possibile svelare, quel “quid pro quo”.
– MASCHERE, NASCONDIMENTI E TRASPARENZA
Marx si serve della storia di Robinson Crusoe di Defoe per esemplificare l’opera di smascheramento dei rapporti sociali e così commenta:
in genere la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia “post festum” e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. (…) e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e calamaio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del “tempo di lavoro” che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso si è creata, sono qui tanto semplici e trasparenti.
(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 92-93)
Dall’isola di Robinson al Medioevo, Marx mette a confronto il modo di produzione capitalistico con altri modi di produzione per cercare di spiegare come il nascondimento del carattere sociale dei lavori privati si peculiare del sistema capitalistico. In altri modi di produzione il carattere sociale emerge, come forma di dipendenza diretta fra gli uomini, e fonda, in modo trasparente, la produzione e la distribuzione dei prodotti:
trasportiamoci ora dalla luminosa isola di Robinson nel tenebroso Medioevo europeo. Qui, invece dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate. Ma proprio perché rapporti personali di dipendenza costituiscono il fondamento sociale dato, lavori e prodotti non hanno bisogno di assumere una figura fantastica differente dalla loro realtà: si risolvono nell’ingranaggio della società come servizi in natura e prestazioni in natura. La forma naturale del lavoro, la sua particolarità, è qui la sua forma sociale immediata, e non le sue generalità, come avviene sulla base della produzione di merci. La corvée si misura col tempo, proprio come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa quel che egli aliena al servizio del suo padrone è una quantità determinata della sua forza-lavoro personale (…) Quindi qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l’uno all’altro in quel teatro, i rapporti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i rapporti del lavoro
(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 94)
Nell’immagine di Robinson, Defoe vuol far vedere il rapporto fra Robinson e lo spazio naturale cher egli deve trasformare per renderlo utile alla sua sopravvivenza. Il comportamento di Robinson é il comportamento del borghese nel suo rapporto con la natura attraverso il lavoro. ed in effetti, da questo punto di vista, il rapporto tra Crusoe e le cose è chiaro e trasparente: “il suo inventario – dice Marx – contiene un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti.
(Karl Marx, il Capitale – Einaudi 1975- Libro I, p. 92-92)
Infatti tutti gli oggetti che Robinson recupera dal naufragio rappresentano la cristallizzazione di lavoro sociale contenuto in essi e dunque un prolungamento dei rapporti sociali che gli aveva avuto prima di naufragare e di rimanere solo. Il suo isolamento, dunque, presuppone una storia sociale i cui risultati sono quegli oggetti che gli permettono di sopravvivere.
La trasparenza della relazione di Robinson con le cose è dunque truccata e la chiave del trucco è ritrovabile già nella stessa immagine descritta da Defoe. Crusoe ha infatti salvato dal relitto alcuni strumenti necessari per costruire le relazioni con le cose, ma questi strumenti rappresentano il legame tra lui e la società e solo proprio grazie ad essi Crusoe è posto nelle condizioni per quanto minime, di cominciare a produrre la propria ricchezza, cioè i propri valori d’uso.
– MASCHERE DEL PENSIERO: DELLE FINZIONI GIURIDICHE
Scrive Marx nel capitolo VI inedito:
Così svanisce anche l’apparenza che il rapporto di lavoro possedeva in superfice, l’apparenza cioè che nella circolazione, sul mercato, si fronteggino proprietari di merci dotati di eguali diritti e distinti l’uno dall’altro – come ogni proprietario di merci _ soltanto a causa del contenuto materiale della loro merce, del particolare valore d’uso delle merci che hanno rispettivamente da vendersi. Ovvero, questa forma originaria del rapporto non sussiste più che come apparenza del rapporto capitalistico che sta alla base (….)Questa eternizzazione del rapporto tra il capitale in quanto compratore e l’operaio in quanto venditore di lavoro è una forza di mediazione immanente al modo di produzione capitalistico, ma una forma che si distingue solo formalmente dalle altre e più dirette forme di asservimento e di appropriazione del lavoro da parte del detentore delle condizioni della produzione. Esso maschera come puro rapporto monetario la vera transazione e quella dipendenza che la mediazione della compra-vendita rinnova di continuo.
Il contratto tra la figura sociale del capitalista e dell’operaio è dunque, per Marx, null’altro che una “fictio iuris”, una finzione, una maschera per coprire la costrizione reale che c’è dietro l’apparente libertà dell’operaio. L’operaio è apparentemente libero di firmare il contratto di lavoro che gli sottopone il capitalista, può cioè scegliere liberamente se firmare o restare disoccupato, senza nulla con cui sfamare sé e la sua famiglia.
Per Marx, lo specchio deformante dell’economia politica riflette un’immagine illusoria del modo di produzione capitalistico nell’epoca moderna, nel quale sarebbero state finalmente soppresse la disuguaglianza e l’illibertà che inquinavano in precedenti modi di produzione.
Nel modo di produzione antico e nel modo di produzione feudale, infatti, era la legge a sancire il rapporto di sfruttamento e di subordinazione dello schiavo e del servitore della gleba, non c’era l’interposizione di maschere di libertà e d’uguaglianza a nascondere e capovolgere nel loro opposto i rapporti tra gli uomini.
Ma il contratto di lavoro nel modo di produzione capitalistico è per Marx, appunto, solo una “fictio iuris”. Un pezzo di carta dove l’operaio appone la sua firma ha sostituito l’incivile compravendita di schiavi del mondo antico. La differenza tra i diversi modi di produzione è, pertanto, di natura esclusivamente formale e il contratto è nient’altro che illusione necessaria, una maschera per nascondere la verità dei rapporti di sfruttamento e di subordinazione del modo di produzione capitalistico.
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