SENZA ENFATIZZARE NE’ SOTTOVALUTARE, di GLG, 31 dic. ‘13

gianfranco

 

Nella teoria marxiana, com’è ben noto, ha posizione centrale il concetto di modo sociale di produzione, intreccio di forze produttive (oggettive e soggettive) e rapporti sociali di produzione. Esso costituirebbe la base (economica) della società, su cui si ergerebbero le sovrastrutture politico-ideologiche. Impostazione da considerarsi oggi superata, ma che comunque – come ho spiegato in tanti libri (e anche nel pezzo da poco messo sul “girovagando, ecc.”) – ha un impianto scientifico. Perfino chi volesse ricorrere al criterio metodologico del liberale Popper dovrebbe riconoscere la scientificità del pensiero di Marx che ha formulato, in base ad una serie di ipotesi relative alla dinamica del modo di produzione capitalistico, alcune previsioni concernenti il formarsi delle basi oggettive (sviluppo delle forze produttive) e soggettive (formazione del “lavoratore collettivo cooperativo”) della transizione ad altra forma di società (socialista e poi comunista). Tali previsioni, infatti, possono essere sottoposte a “falsificazione” (storica); e quanto meno le seconde (quelle concernenti le basi soggettive) sono state ampiamente falsificate con tutta una serie di conseguenze e di trasformazioni del marxismo, divenuto infine pura dottrina di carattere ideologico per la riunione e organizzazione di masse di individui in funzione rivoluzionaria, masse che non furono gli operai (tanto meno l’inesistente lavoratore collettivo, ecc.) nei paesi a capitalismo avanzato, bensì i contadini dei paesi a capitalismo non più che embrionale.

In ogni caso, in ogni dove si vengano a creare, per congiunture storiche specifiche, situazioni di disordine sociale legate al conflitto tra i vertici di gruppi sociali con interessi in crescente contrapposizione e difficilmente mediabili, masse di individui tendono a mettersi in movimento, inizialmente in modo disorganizzato, senza progetti, con idee confuse sugli obiettivi strategici da perseguire, sui nemici fondamentali da combattere per realizzarli e sulle alleanze necessarie allo scopo. In momenti come questi, soprattutto se si entra in una fase di progressiva acutizzazione dello scontro tra gruppi, le usuali ideologie – assicuranti l’ordinata riproduzione dei rapporti sociali secondo quella loro storicamente specifica strutturazione, perdurata a lungo – non riescono più ad assolvere la loro funzione.

I vertici dei gruppi sociali – ivi compresi i dirigenti di quelle organizzazione “ufficialmente” rappresentanti gli interessi dei ceti meno abbienti, “popolari” – che hanno dominato la scena per un’intera fase storica si sentono in forte pericolo. Tuttavia, è molto probabile che in simili congiunture non siano ancora pronte nuove élites in grado di organizzare e dirigere il moto dei malcontenti verso traguardi raggiungibili e soprattutto idonei a rovesciare le posizioni di predominanza dei raggruppamenti sociali (dei loro vertici dirigenti consolidatisi) fino allora “in sella”. E’ quasi sicuro che, in situazioni simili, tali “vecchi” vertici abbiano ancora a disposizione appoggi forti da parte di gruppi economici particolarmente dotati di risorse finanziarie; inoltre gli esistenti apparati della coercizione e repressione sono pur sempre sotto il loro controllo. Tuttavia, essi non trascurano, perché sarebbe comunque un errore grave il farlo, il problema delle ideologie (e dei loro apparati di elaborazione e trasmissione) funzionali a riprodurre la collocazione dei vecchi dominanti nei ruoli cui sono avvezzi da così lungo tempo.

In periodi turbolenti, e quando ormai questi vecchi gruppi dominanti (compresi quelli “emersi” dai dominati, ma ormai passati di campo) non hanno più gran presa, si nota il ripescaggio dei più svariati pensatori, anche di molto tempo fa, critici nei confronti della società in cui si sta vivendo con sempre maggior disagio. Ignobili intellettuali tuffano i loro tentacoli in autori che criticavano la presente società, rifacendosi a vecchie strutture sociali ormai strabattute e superate dal capitalismo da lunga pezza; oppure sfruttano pensatori rivoluzionari, depotenziandoli attraverso un lavoro di fraintendimento e snaturamento totale delle loro concezioni. I dominanti alimentano questi intellettuali, offrono loro largo spazio nei giornali e in tutti i media, li accolgono nella scuola e nell’Università in modo che possano irretire le più giovani generazioni, istradandole lungo sentieri infestati da erba malata, marcia, putrefatta; e massimamente melmosi.

Essi accettano sornioni e perfino sorridenti le peggiori ingiurie, tutte le critiche alla società in cui esercitano ancora il loro fradicio dominio; fanno a gara fra loro per mettere a disposizione di questi ultra-plus-extra-rivoluzionari ogni possibile mezzo per diffondere il disgusto nei confronti di questa società. L’importante è che ciò venga detto con frasario incomprensibile, pomposo (ma flatulento!), pieno di riferimenti (semi)colti; l’importante è che si rispolverino tutte le possibili utopie e se ne creino di nuove ancora più cretine; l’importante è che sia criticato con asprezza massima tutto ciò che di positivo è stato creato, malgrado tutto, in questa società, che si mostri come male assoluto quel po’ di benessere (solo materiale, puah!) di cui i ceti meno abbienti sono entrati in godimento.  Nel contempo, si deve annientare il pensiero di coloro che avevano impostato, sia pure inizialmente, molto tempo fa, un’analisi critica di tipo scientifico, con discorsi di estrema rigorosità, senza orpelli ridicoli e insensati.

Ecco allora crescere schiere di pericolosi (e consapevoli) pasticcioni intellettuali, che fanno leva su gruppi in via di emarginazione, esistenti in ogni forma di società pur durante la sua fase di sviluppo; e dunque in ampliamento nei periodi di decadenza e disgregazione. Tali schiere di sedicenti pensatori si scatenano contro i meri simboli del potere capitalistico, contro gli strumenti (in particolare quelli finanziari, perché il denaro è “segno del demonio”) utilizzati da tale potere, nel mentre impediscono agli effettivi dominati – ai salariati come ai ceti medio-bassi – di conoscere i veri marchingegni del potere che li sovrasta. Vengono diffuse tra tali ceti false idee, torbide e “molto rivoluzionarie”; tanto rivoluzionarie da diventare infine oggetto di rabbia e di ludibrio per la loro inefficacia e incomprensibilità (oppure, invece, per una comprensione tanto facile da essere soltanto puerile).

Gli strati sociali in fase di disgregazione, che seguono queste schiere di intellettuali mascalzoni senza comprendere minimamente il senso delle loro masturbazioni, diventano la punta di lancia di movimenti vagamente populisti, che si attaccano alla semplice “vetrina” del potere capitalistico. E nello stesso tempo, simili confuse agitazioni impediscono il crescere di vere forze capaci di sovvertire il potere dei dominanti ormai superati e obbrobriosi; ostacolano il diffondersi dell’autentica consapevolezza di quali potrebbero essere le vie da seguire per spazzare via tutto questo pattume.

Tra queste schiere di infami dediti alla difesa dei vecchi dominanti, nel mentre li criticano ferocemente con linguaggio solo truculento e del tutto ineffettuale, troviamo i finti seguaci di chi fu un tempo molto lontano realmente critico e rivoluzionario. Mi riferisco a certuni che si fingono marxisti. Si sono formati su alcuni appunti, su qualche “bignamino” del marxismo. I più ghiozzi, meno pericolosi forse ma egualmente da combattere per le loro deiezioni intellettive, sono quelli che si dicono credenti di ogni parola del “profeta” Marx. A volte (poche) conoscono persino qualcosa de Il Capitale, ma si attaccano alla parolina, alla virgoletta, riducono quell’autentica scienza in pillole da vendere con l’atteggiamento del ben noto dottor Dulcamara (nell’Elisir d’amore di Donizetti). I più ignobili per la loro supponenza, e soprattutto per il totale disprezzo di Marx pur fingendo di rispettarlo e anzi addirittura di riscoprirlo, sono dei chiacchieroni adusi a coltivare la filosofia come semplice paravento dell’effettiva distruzione del pensiero scientifico che stanno compiendo.

Si è allora costretti, pur malvolentieri, a dover preliminarmente difendere e ripristinare la funzione scientifica del pensiero di Marx (e di alcuni marxisti più insigni); non per porla in contrasto con un autentico umanesimo morale e politico, ma per impedire che dei viscidi personaggi si travestano, con i panni (rubati) dell’intellettuale, da difensori dell’Uomo al fine di annientare ogni possibile politica anticapitalistica (contro lo specifico capitalismo dei subdominanti di questa nostra Italia ed Europa), appoggiando finte “rivoluzioni”, in realtà sommovimenti di strati popolari sollecitati per attuare mutamenti “gattopardeschi”, che lascino il potere a chi ne fa uso indiscriminato per annientare questo nostro paese, questa nostra società. Non si deve trattare con questi pseudo-intellettuali; si devono capire fin da subito i loro inganni, le loro finte critiche, tutte deviate rispetto agli obiettivi più propri, tutte pregne di un pensiero che fu effettivamente critico-rivoluzionario per i suoi tempi, da loro però adattato alla bisogna di difendere gli attuali subdominanti, servi d’oltreatlantico.

Stiamo attenti perché sono subdoli, striscianti, insinuanti, e si servono di loro “correligionari” ancora più mascherati, magari soltanto subornati dai loro discorsi magniloquenti, densi di nomi e citazioni per poter far esclamare “fantozzianamente”: “ma quanto è sapiente lei! Ci facci sapere pure a noi”. Mettiamoci in guardia contro questi cervelli purulenti. La miglior difesa è però la ricostruzione di uno spirito di osservazione scientifico e di una logica connessione tra le varie argomentazioni critiche, che ormai questi vecchi e fracidi dominanti suscitano ad ogni loro mossa, rivelatrice di sbandamento e tentativo di durare soltanto un altro po’; quel po’ che sarebbe tuttavia sufficiente a distruggere il paese, la società in cui viviamo.