DAL CHE FARE DI LENIN ALLE SBORNIE DI ELTSIN, di O M Schena
DAL CHE FARE DI LENIN ALLE SBORNIE DI ELTSIN
Da LIMES/10/2019 IL MURO PORTANTE di Leonid N.Dobrokhtov
“ma quale CIA!” a demolire il muro e l’URSS ci pensò Gorbaciov”
Piccoli uomini possono trovarsi a gestire grandi avvenimenti il disastro in questo caso è inevitabile ecco le parole di Gorbaciov: ricordo una mia conversazione avvenuta negli anni novanta negli Stati Uniti con l’allora segretario di Stato Usa James Baker. A un ricevimento ci trovammo allo stesso tavolo. Dopo essermi presentato, condivisi con lui un ricordo: nel 1989 ero a Malta con un gruppo di giornalisti sovietici che seguivano il memorabile incontro tra Mikhail Gorbaciov e George Bush. La risposta mi stupì per la sua sincerità. All’inizio dell’incontro mi raccontò, Gorbaciov annunciò solennemente che il governo sovietico “nello spirito del nuovo pensiero politico” aveva deciso di sciogliere il patto di Varsavia e ritirare le truppe sovietiche dall’Europa orientale. Colpiti da questa dichiarazione, continuò Baker io e Bush chiedemmo, se quindi da parte nostra, avremmo dovuto sciogliere la Nato e ritirare le truppe americane. No risposero i russi. Questa è una nostra decisione unilaterale. Voi agite come ritenete. Quanto ci viene a costare questo in dollari? Chiedemmo, nulla risposero gli interlocutori. Ma questo non significa che voi perderete i vostri alleati? È possibile, ma tutto ciò che verrà sarà affare diretto dei popoli di questi paesi. Dopo questo incontro, mi convinsi che fosse solo un sogno, mi disse allora Baker. Soltanto le successive azioni del Cremlino mi assicurarono che era avvenuto tutto per davvero (p46-47). Andrebbe controllata l’attendibilità della fonte. Ma, primo, una prestigiosa rivista come Limes non pubblica a cuor leggero testimonianze così eclatanti. Secondo, in base a come si sono svolte le cose, il racconto è così verosimile, che non sembra sfiorare ma piuttosto centrare la realtà. Sono gli uomini a fare la storia, anche se in condizioni ben determinate, ci ha insegnato un nostro maestro. Accade poi che piccoli uomini si trovino a gestire grandi avvenimenti. Il disastro in quel caso è inevitabile. Sono d’accordo con chi ha definito il crollo dell’Unione Sovietica come la più grande catastrofe politica del novecento. Aggiungo e interpreto: quella con le più serie e durature conseguenze storico-politiche e geopolitiche. Rimane da capire quando inizia e come si spiega la curva discendente sempre più verso il basso nella qualità delle classi dirigenti del movimento operaio internazionale. Non c’è nessuna oggettiva sequenza dei fatti da considerare più importante e decisiva di questa deriva e decadenza soggettiva. Il fallimento del tentativo comunista di costruzione del socialismo si è duramente, inappellabilmente scontrato con questo dato di realtà. Forse la pianta uomo non era ancora pronta a fiorire a quel sol dell’avvenire. L’umanità non era ancora pronta ad accogliere quell’atto di redenzione. Io credo che questo sia stato a un certo punto percepito. Penso anche che sia stato malamente rappresentato. Lo scarto tra percezione e rappresentazione ha portato prima a una risposta di sola imposizione violenta, poi, al contrario a una resa incondizionata subalterna. Due opposti che dialetticamente non possono che trovare una sintesi nella comune rovina del progetto destituente/costituente. Naturalmente, la fine di una storia rimanda al suo inizio. Il fatto finale della catastrofe mette in discussione l’atto iniziale di quella redenzione? In parole più semplici la prova del fallimento nella realizzazione del socialismo falsifica l’azzardo dell’esperimento comunista leniniano di presa proletaria del potere? Evidente qui la suggestione benjaminiana del salvare il passato con il recupero della memoria rivoluzionaria.
Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò, così il Signore ad Abramo (Gen.12, 1) il teologico politico, come strumento ermeneutico e come eloquenza di rappresentazione si rivela a volte più storicamente concreto del sociologico economico e perfino dello storico politico.
(.:::.)l’avvento del Messia finisce con la Croce. Ma la redenzione c’è stata. La prova è la Resurrezione. Naturalmente per chi ci crede. Per chi ha fede nella necessità di un rivolgimento sottosopra della condizione umana. la trasvalutazione di tutti i valori è inevitabilmente un actus tragicus. Questo è quello che non hanno imparato, i pessimi eredi della tradizione del movimento operaio. Non c’è organizzazione di una politica rivoluzionaria senza la coltivazione del tragico nella storia.
P.S.:MARIO Tronti ha titolato il suo ultimo libro “Il proprio tempo appreso col pensiero”- Galli Thierry Stampa Milano- 2024: Tra il Messia, Cristo sulla Croce: “tutto è compiuto”, poi c’è Paolo di Tarso, la redenzione e la Resurrezione, insomma, non c’è scampo volenti o non volenti, si annega in un mare di spiritualità! E Tronti ha voluto chiamare la Bibbia per supportare il suo assalto al cielo! Capire quale mai sarebbe il legame tra la bibbia e gli “assalti al cielo” che si sono succeduti negli anni è un’impresa ai confini della realtà, e quando Tronti descrive la qualità delle classi dirigenti del movimento operaio internazionale, nella loro caduta senza fine verso il basso ormai da secoli, qui coglie nel segno. Il suo lavoro ne è una prova!
Ad un certo punto mi assale l’atroce dubbio che la lotta tra finzione e la realtà sia solo una messa in scena neppure troppo curata. E che la follia sia una lectio magistralis! E che l’amore sia soltanto corruzione e non certo solo semantica!
Mario Tronti
Mi sono visto costretto, dunque, non fosse che per riequilibrare, questo libro che sembra scritto per chiappolare gli sprovveduti ad aggiungere alle citazioni trontiane quelle tratte dal libro di La Grassa- Petrosillo.
Tratto da “un nuovo percorso teorico”- GIANFRANCO LA GRASSA ED. SOLFANELLI
Presentazione di Gianni Petrosillo
Adesso basta. Non esiste “la classe” con la coscienza della sua situazione sociale; che guarda caso, essendo sempre più evidente la sua inesistenza, venne alla fine rappresentata da un partito. Però, con un errore perfino infantile, si dichiarò che “oggettivamente” (ma inconsapevolmente) la classe operaia (ridotta ai lavoratori esecutivi di fabbrica e non all’associazione dei produttori nel senso inteso da Marx) aveva la “coscienza” di una possibile rivoluzione, quest’ultima veniva resa consapevole dei suoi obiettivi (il comunismo dopo una transizione socialistica) dal partito, che rappresentava appunto (e rendeva realmente operante) tale “coscienza”. Insomma, i semplici esecutori erano “classe” dotata di “coscienza”, e però non esisteva affatto in loro, ma veniva esplicitata dal partito-che ha dovuto affrontare mille peripezie di una strategia di lotta- in quanto però semplice rappresentante della “coscienza” (incosciente) di detta “classe”. E siccome nel partito la “base” capiva ben poco- di fatto aveva “fede” in una “redenzione”- era il suo nucleo dirigente, costituito per oltre il 90% di individui mai stati in fabbrica a seguire il lavoro delle macchine a comprendere e dunque perseguire ciò che veramente voleva la “classe operaia”.
Tratto da L’Opera del tradimento di Mario Brelich:
per questo abbiamo osato asserire che la propria divinità appariva a Gesù come una tesi da dimostrare per mezzo di prove da lui medesimo addotte. E il nuovo Testamento ci testimonia che la sua vita era dominata dall’affannosa ricerca della propria definitiva e inconfutabile: dall’interpretare e adempiere le profezie, all’osservare scrupolosamente le prescrizioni dell’iter per salire al Regno celestiale.
Infatti Gesù sapeva bene che la condizione del Figlio di dio era regolata da proprie leggi autonome. E sapeva anche che esisteva una strada ben definita che tutti i candidati ai vari Pantheon dovevano scrupolosamente percorrere per giungere al compimento della loro divinità. Gli esempi di Talmuz e di Attis, di Osiride e di Dioniso e di altri dei gli indicavano un destino inevitabile: colui che doveva diventare dio, dopo una vita avventurosa doveva cadere vittima delle forze delle tenebre, subire una morte violenta e risorgere ad una esistenza divina anche la data più opportuna sembrava essere prescritta. Il mistero doveva compiersi all’inizio della primavera quando il sole riprende la sua posizione di dominatore sul cielo e il caldo e la luce prevalgono sul freddo e sull’oscurità dell’inverno. Gesù sapeva che – quale figlio di dio- questa era la strada da percorrere. Nessuno deve sapere che Egli abbia voluto ricalcare l’esempio di altri: semplicemente, come per legge di natura il feto attraversa diverse fasi per diventare essere uomo, così una misteriosa legge, che ai figli di dio permetteva di elevarsi al rango di dio effettivo, lo obbligò a fare la stessa strada e ad accrescere il numero degli esempi, diventando esempio egli stesso. Già, contrariamente al poeta che “non fit sed nascitur” sembra che gli dei, perlomeno una parte di loro, non nascano tali, ma debbano duramente penare per conquistare un loro posto tra gli immortali. La storia delle religioni li chiama dyng gods, déi morenti, ma il termine non è stato, giacché essi muoiono non come degli dei, ma per diventare dei. Io li chiamerei nouveax dieus, se la nostra lingua non avesse riservato questo nome per coloro che, partendo dal nulla o da modeste condizioni, sono arrivati a una elevata posizione sociale ed economica. Come vedette, l’analogia si attaglia a pennello, perchè questi giovani dei, oltre che essere nuovi rispetto a quelli vecchi, fanno la figura di pervenus nella società degli dei di antica nobiltà, se non altro perché dovremmo faticare, sudare sette camice come altrettanti self- made men per ottenere ciò che gli altri avevano avuto sin da tempi immemorabili. Se non fosse un attentato all’udito, io quasi quasi li ribattezzerei self- made gods, termine che rende perfettamente l’idea.
ORONZO MARIO SCHENA
14/06/2026