Il modo di mantenere il suo Stato, è star armato d’armi proprie, vezzeggiare i sudditi e farsi amici i vicini
“Il modo di mantenere il suo Stato, è star armato d’armi proprie, vezzeggiare i sudditi e farsi amici i vicini”. N. Machiavelli.
Basterebbe già solo questo giudizio del grande segretario fiorentino per capire da che parte stare nel conflitto russo-Nato-ucraino. E non per una questione di simpatia, che pure non possiamo negare, ma perché si tratta di circostanze oggettive, corroborate anche da un’altra affermazione di Machiavelli: “Quella guerra è giusta, che è necessaria. Il popolo si duole della guerra mossa senza ragione. Non quello che prende prima le armi è cagione degli scandoli, ma colui che è primo a dar cagione, che le si prendino. Si ricordino i Principi, che si cominciano le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono”.
Tutte queste circostanze suggeriscono che l’Ucraina non ha alcuna ragione in questa guerra, nella quale gli Usa e l’Europa l’hanno trascinata, e non certo per gli interessi del popolo ucraino. Ovviamente, come si dice in questi casi, i popoli non hanno colpe (e quindi tutte le colpe ricadono su di loro), perché non sono loro a decidere, nemmeno quando qualcuno mette loro in mano una scheda elettorale. Questo vale in Ucraina come altrove, ma a maggior ragione ora che sono cadute anche le forme e da quelle parti nemmeno si vota più. Perché è sempre lo stato di eccezione a rivelare ciò che vi è al fondo di ogni sistema politico, un potere decisionale che, in ultima istanza, spetta a gruppi di potere consolidati che persistono al di là degli uomini e di chi perde o vince le elezioni. C’è quindi più che uno Stato profondo, uno Stato che è il vero stato delle cose ed è invisibile agli occhi e non dipende dagli umori elettorali ma attraversa la vita di una nazione per lunghi cicli.
Anche questo vale per ogni sistema, sia esso più o meno democratico. Immaginate se le sorti di uno Stato dipendessero effettivamente, ogni cinque anni, da chi vince la competizione elettorale. In realtà ci sono assetti più stratificati e sedimentati dello Stato che non mutano a ogni elezione e per ogni pinco pallo che sale in qualche ministero. Anzi, colui che si conquista un dicastero viene subito sopraffatto da questi ingranaggi e dal motore che li muove, tanto che difficilmente riuscirà a determinare le scelte che invece gli appariranno necessitate e nelle quali di suo potrà mettere davvero poco.
Per questo chiunque vinca le elezioni, soprattutto in un Paese come l’Italia, che non ha una sua indipendenza politica essendo inserito in una sfera egemonica che dipende da altri, ha scarsi margini di manovra.
Se pensiamo anche all’ultima riforma della legge elettorale italiana, per chi credete sia stata fatta? Non certo per una popolazione che ormai diserta le urne in massa, e nemmeno per una sedicente maggiore stabilità del sistema o per garantire una migliore rappresentatività del corpo elettorale. Si tratta di un cambiamento a pochi mesi dalle elezioni volto a garantire persone e gruppi di partito, ad accentrare le investiture sicure di chi dovrà sedere in Parlamento, a limitare le scalate elettorali dei non prescelti e ad assicurarsi la gestione del potere, non inteso come responsabilità verso il Paese, ma come spartizione di posti e prebende. Ovviamente, chi l’ha voluta ce la presenta come la rinascita della volontà popolare, chi l’ha contrastata come la sua conculcazione. La verità è che entrambe le posizioni rappresentano una colossale presa per i fondelli del popolo. In ogni caso, cambiare le regole di una truffa ai danni del popolo poco prima che la truffa stessa si consumi ci dice molto di tutto e di tutti.