Il compagno D’Alema ricorda male e si contraddice

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In un’intervista di oggi a Il Giornale, il compagno Spezzaferro, al secolo lider Massimo ricostruisce la vicenda del suo arrivo a Palazzo Chigi in maniera alquanto distorta. D’Alema risponde così al giornalista che gli chiede:

“Arriviamo al 1998. Si dice che sia stato lei a far cadere il governo Prodi”.

 

«Non è vero. Le racconto in sintesi. Rifondazione comunista, per ragioni politiche, uscì dal governo. Io cercai di trovare i voti per allargare la maggioranza. Li trovai nel gruppo centrista di Cossiga. Il quale disse a un mio ambasciatore che avrebbe votato la fiducia a Prodi se Prodi avesse chiesto esplicitamente i suoi voti. Prodi fu informato. Io parlai anche con il presidente della Camera, Violante. Prodi tenne il suo discorso alla Camera e non chiese i voti. Perché? Qualcuno dei suoi aveva fatto i conti e aveva stabilito, sbagliando, che i voti di Cossiga erano superflui. Violante, dopo che Prodi aveva finito di parlare, insistette. Chiese: “Presidente, deve dire qualcos’altro?”. Prodi fece un gesto con la mano che significava: no. Si votò e il governo cadde».

 

Intanto, una prima precisazione. Rifondazione comunista non uscì dal governo, perché non ne faceva parte, ma lo sosteneva dall’esterno, dopo il patto di desistenza, una di quelle formule opportunistiche in cui certi sedicenti comunisti sono maestri. Bertinotti su tutti. Cossiga e i suoi votarono contro la fiducia a Prodi, che capitombolò per un voto.

In realtà, Cossiga ci racconta la cosa un po’ diversamente e soprattutto in linea con quanto rivelato dallo stesso D’Alema piuttosto recentemente a proposito dell’influenza (parola blanda) americana sulla scelta degli uomini di governo in Italia. Ma D’Alema va a ricordi alternati, evidentemente.

Il 5 maggio 2026, intervenendo alla presentazione del libro Berlusconi, il mondo secondo lui, D’Alema ha raccontato un episodio molto particolare. Dopo la vittoria elettorale di Berlusconi nel 2001, Gianni Agnelli lo chiamò e gli disse di recarsi a casa sua. Nel salotto dell’Avvocato si trovava Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano. I due erano preoccupati per gli orientamenti internazionali del nuovo governo e intendevano assicurare “continuità” (leggi servilismo) alla politica estera italiana. Per questo volevano che l’ambasciatore Renato Ruggiero assumesse l’incarico di ministro degli Esteri. Ma Ruggiero era riluttante e Kissinger e Agnelli chiesero proprio a D’Alema, che pure apparteneva allo schieramento sconfitto alle elezioni, di convincerlo, Ruggiero aveva bisogno del suo imprimatur essendo evidentemente legato a lui.

 

Insomma, il futuro ministro degli Esteri del governo Berlusconi veniva discusso nel salotto di Agnelli, alla presenza di Kissinger e con il coinvolgimento di D’Alema. Ovviamente, si tratta di un episodio diverso da quello del 1998, ma è significativo del peso che certi “interlocutori” americani esercitano nelle vicende politiche italiane.

C’è da dire che D’Alema è solo l’ultimo residuo di una giravolta, cioè del vero processo di tradimento del Pci che parte da Berlinguer (sì, non ho nessuna stima, politicamente parlando, del cugino ricco di Cossiga) e arriva a molti nipotini di Togliatti, trasformatisi poi in quelli dello zio Sam.

Gianfranco La Grassa ha ricostruito più volte questa svolta filoamericana dei vertici comunisti italiani, che fa risalire alla stagione dell’ascesa di Berlinguer, eletto segretario nel 1972 anche grazie al sostegno di Giorgio Napolitano. Secondo La Grassa, l’eurocomunismo rappresentò la copertura ideologica di un progressivo riposizionamento internazionale del Pci. In verità, uno smottamento verso Washington che poté concretizzarsi solo dopo la caduta del Muro, ma le cui basi furono poste allora.

Poi La Grassa ricorda il famoso viaggio di Napolitano negli Stati Uniti, dal 4 al 19 aprile del 1978. Ricordate che quelli sono proprio i giorni del sequestro Moro. Il presidente della Dc era stato rapito il 16 marzo e sarebbe stato assassinato il 9 maggio. E fu sempre Henry Kissinger, ma molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, a definire Giorgio Napolitano “my favourite communist”, il mio comunista preferito.

È la lettura politica e storica che La Grassa sviluppa individuando proprio nella stagione di Berlinguer e Napolitano l’origine di un processo che sarebbe giunto a compimento con la trasformazione del Pci e la fine della Prima Repubblica. Ci sarebbe dovuta essere anche la scalata per prendere il potere, con una gioiosa macchina da guerra oliata da un magistratura che non volle toccare mai il PCI, se non di striscio, nella stagione di Tangentopoli che però si inceppò grazie alla ‘discesa in campo’ di Berlusconi. Siccome gli americani sono pragmatici lasciarono fare alle cose il loro corso, tanto l’obiettivo di sbarazzarsi della vecchia classe dirigente era stato raggiunto, mentre abbisognavano di una “élite” molto più docile e adatta alla nuova fase unipolare.

Ma torniamo a Cossiga. Riporto fedelmente come li ricorda lui i fatti del primo governo guidato da un ex comunista in Italia. Il dialogo è nel libro-intervista con Cangini, Fotti il potere:

 

“Per Massimo D’Alema ho garantito io”

 

Presidente, se la sente di raccontare quanto influirono effettivamente gli Stati Uniti nella nascita del primo governo D’Alema?

 

«Mah, vede, quando, nel ’98, Prodi cadde, fui avvertito dagli americani, e in verità anche dai britannici, che Bill Clinton aveva deciso di intervenire militarmente in Kosovo per dare una mazzata a Milosevic. Operazione che presupponeva il pieno sostegno militare dell’Italia e soprattutto la completa disponibilità delle basi poste sul nostro territorio. Procedere con un governo dimissionario, in carica solo per l’ordinaria amministrazione, era impensabile. Tutto fu deciso nel corso di una cena sulla terrazza della bella casa del mio amico Valentino Martelli, che poi divenne infatti sottosegretario agli Esteri».

 

Chi era presente?

 

«Non l’ambasciatore, che contava poco, ma un influente e simpaticissimo ministro dell’ambasciata degli Stati Uniti, William Montgomery, e l’ambasciatore britannico John Weston. A entrambi dissi chiaramente che in quel momento l’unico che poteva mettere in piedi un governo che facesse una guerra solo con la Nato e senza il via libera dell’Onu era il segretario del maggiore partito della coalizione che fino a quel momento aveva sostenuto Romano Prodi: Massimo D’Alema».

 

E loro?

 

«Dissero okay».

 

Nessun pregiudizio nei confronti di un ex comunista?

 

«Nessuno. Anche perché, a dirla tutta, in un certo senso garantii per lui. Spiegai cioè ai miei interlocutori che D’Alema era l’ultimo dei togliattiani e ciò avrebbe rappresentato per loro la migliore tra le garanzie possibili. Avevo ragione io: da allora, per come si comportò in quella guerra, Massimo D’Alema è ritenuto persona assolutamente credibile dagli Stati Uniti».

 

Dunque, per fare l’ennesima guerra imperialistica nel cuore dell’Europa (se lo è l’Ucraina può ben esserlo la Serbia), chi più di un ex comunista poteva dare reali garanzie? Potremmo fare un lungo elenco di tradimenti di questo tipo, per questo Lenin affermava che i comunisti non sono mai stati di sinistra, la sinistra è il luogo del tradimento. Ma i comunisti a volte non sono stati nemmeno comunisti. Così va la storia per questo, diceva Brecht, il mattino inizia col canto del gallo che da millenni indica un tradimento.