Violenza, se e ma

43f08805db943b3147e9589c26d29ea5

Violenza, se e ma

 

L’atto di nascita delle società umane è una bastonata. Questo ci suggerisce Stanley Kubrick in una delle scene più famose di 2001: Odissea nello spazio. Un ominide scopre che un osso può diventare un’arma, lo usa per colpire e sopraffare un’altra scimmia e poi lo scaglia in aria. Un salto di milioni di anni e diventa una astronave. Il progresso nasce dalla violenza, dal mestiere delle armi.

La formuletta tipica di condanna della violenza, come suol dirsi, ‘senza se e senza ma’, è il tipico schemino per chiudere subito il discorso quando si vuole impedire qualsiasi serio ragionamento. Mi pare l’abbia scritto recentemente anche Travaglio e credo abbia ragione, ma c’è ancora molto di più da dire.

Condannare la violenza, e dipende sempre da quale, non fa sparire la violenza dal mondo, esattamente come condannare la guerra non ha mai risolto alcuna guerra. Generalmente queste affermazioni sono la maschera, l’anticamera e anche il ripostiglio della violenza e di chi la pratica in molti modi, impunemente e indisturbato, soprattutto quando ne detiene il monopolio.

Dicevo, esattamente come per la guerra, negare certi fenomeni sociali che sono prevalenti, se non proprio alla base del vivere sociale, benché a diverse gradazioni, non fa altro che incancrenire le situazioni. A volte ciò avviene anche scientemente, le vetrine rotte possono anche fare comodo. A volte la violenza, invece, sfugge al controllo di tutti, anche se poi arriva sempre un vigile del traffico che sa come incanalare le botte. Nella violenza c’è chi ci vede lungo e chi corto, ma la vista più lunga è quella della storia.

Detto ciò, ricordo ancora le durissime parole di Günter Maschke, che si adattano tanto alla guerra quanto alla violenza, che sono ovviamente parenti.

 

“Il divieto della guerra e della violenza non solo si è dimostrato inattuabile, ma ha inasprito, prolungato, avvelenato tutti i conflitti. Anche e in particolare per il diritto internazionale vale il detto «qui veut faire l’ange, fait la bête». O si concepiscono «pace» e «guerra» come concetti correlativi, oppure, con l’accanimento nei confronti dell’«aggressore» (costruibile ad hoc), si ricade nel concetto discriminatorio di guerra e nel moderno pervertimento della «guerra giusta». Dopo alcuni millenni di insegnamenti più che concreti ci si può senz’altro avvicinare all’idea che la guerra è ineliminabile, e che la pace è un’invenzione assai più della guerra. Appare oggi chiaro che continuare ad avanzare sulla strada della discriminazione della guerra non può che condurre a catastrofi sempre più terribili. Per il resto è cosa arcinota che la guerra è un camaleonte, ma il camaleonte è appunto un animale cui non importa nulla di essere chiamato con il suo vero nome. Al contrario, preferisce mimetizzarsi con i noti slogan pacifisti, riuscendo così a prosperare nel migliore dei modi.”

 

Ecco, chi predica la conciliazione e la condanna della violenza consente che violenze molto più forti possano prosperare, perché la violenza, come la guerra, è ineliminabile dal consesso umano, benché da secoli si fissino delle regole che, di solito, sono le regole di chi comanda, di chi pratica varie forme di violenza senza volerle subire, o anche per non subirle a propria volta.

Non sto parlando di ragione e di torto, perché non è questo il punto che mi interessa affrontare. Ma sentirsi dire da grandi sovvenzionatori di guerre e soprusi che bisogna condannare la violenza ‘senza se e senza ma’ apre dei ‘ma’ che sono delle praterie.

Certo, molta violenza è fine a sé stessa (potrebbe apparire tale ma non è detto) e potrebbe non portare a nulla, ma qualcuno si avvantaggia quasi sempre della violenza e della repressione della violenza, che non è altro che violenza legale. Ci vorrebbe un trattato sulla violenza e non dubito che ne siano stati scritti, a fronte di una pratica sconfinata che è sotto i nostri occhi da millenni, ma che noi preferiamo guardare con gli occhi del moralismo, evidentemente ciechi.

C’è da dire, dunque, che una violenza consolidata e perciò normalizzata non ha bisogno di essere esercitata costantemente. Ha infatti tutto un sistema di protezione del suo imperio, che si esprime attraverso diversi strumenti, anche nelle norme e nelle conseguenti sanzioni. E quando queste non bastano, si inaspriscono le pene e l’azione di coercizione. Ma si esprime anche nelle dichiarazioni di chi dice ‘condanna della violenza senza se e senza ma’.

Quindi anche tra le norme vive il convitato di pietra della violenza. La Costituzione, per esempio, questo monolito che ci tengono sulla testa da decenni, non nasce dal nulla, né al di fuori della storia, è il sigillo apposto a un accordo tra forze e, soprattutto, a determinati rapporti di forza. Forze che, nel corso della storia che ha condotto a quell’accordo, hanno esercitato la violenza o se ne sono avvantaggiate, direttamente o indirettamente, per poter giungere a un nuovo ordine e consacrarlo in una Carta. Massima. E questo anche riconoscendo tutta la buona fede, la volontà e le migliori intenzioni di chi quella Costituzione l’ha materialmente scritta, anche se Salvemini la definitiva un Hymalaya di asinerie giuridiche.Anche la Costituzione, dunque, per estremizzare, è a presidio di una violenza che si è ben vestita, organizzata e consolidata e per questo diventa, in certi ragionamenti, un totem che non può essere modificato. Ma cos’è la Costituzione se non anche una carta d’identità di un certo tipo di poteri che si perpetuano nel tempo, che sono nati molto tempo fa e che forse esistono ormai anche da troppo?

Se domani altre forze dovessero insediarsi alla guida dello Stato, forze nate al di fuori del sistema o che ne fanno parte solo in parte, e riuscissero a esprimere un nuovo potere costituente, anche questa nostra Costituzione, più che rigida, ormai fossilizzata, sarebbe riscritta da cima a fondo. E avrebbe sicuramente molto sangue alle spalle.

Chi mette la Costituzione in un posto inattaccabile vuole preservare un certo status quo, ma se essa è un dogma, non è viva, non è più carne e sangue dei tempi. A quasi ottant’anni dalla sua entrata in vigore sono cambiate tante cose, forse non ancora abbastanza per spazzare via qualcosa che però è stato abbondantemente snaturato, mantenendone la forma, le formule e le formalità, sempre più svuotate di senso.

Insomma, una volta si diceva che il potere deve uscire dalla canna del fucile. Beh, sicuramente è brutale, ma più vero, almeno in determinate circostanze storiche. Poi è chiaro che la violenza, essendo la manifestazione fenomenica di una tensione che percorre la società, non può essere costante, se si manifestasse continuamente in atti violenti incomponibili, se nessuno si piegasse alla violenza, distruggerebbe la società. E allora, dopo che ha sistemato un po’ le cose, si ritrae, ma la sua ombra in tutte le cose sociali segnala sempre che è presente e può prendersi la scena quando serve. E in ogni caso non esce mai veramente di scena, da qualche parte mostra sempre il suo volto, in altre solo il suo soffio. Non sempre si vede o si sente, ma è sempre lesta ad agire, è un bastone che se non viene agitato e scagliato, sappiamo essere riposto in qualche luogo pronto all’uso