Il giorno della memoria o della dimenticanza? Di O. M. Schena
https://www.quirinale.it/elementi/131738
Anche per questo 2025 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto alla celebrazione del Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, istituito con legge n. 56 del 4 maggio 2007, che si è svolta nell’Aula di Palazzo Montecitorio, a Roma.
La cerimonia, moderata da Bruno Vespa, si è aperta con gli interventi del Presidente della Camera Lorenzo Fontana, del Presidente del Senato, Ignazio La Russa e di Virginia Fatima Bueti, studentessa del Liceo Statale “Tommaso Gulli” di Reggio Calabria.
Nel corso dei lavori hanno portato le loro testimonianze: Bruno D’Alfonso, figlio di Giovanni D’Alfonso, Appuntato dell’Arma dei Carabinieri gravemente ferito in servizio; Ambra Minervini, figlia di Girolamo Minervini, Direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, ucciso dalle Brigate Rosse; Luciana Milani, madre di Valeria Solesin, vittima della strage del Bataclan di Parigi.
Al termine ha avuto luogo la premiazione delle scuole vincitrici del concorso nazionale “Tracce di memoria”, edizione 2024-2025.
Roma, 09/05/2025 (II mandato)
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Sembra, in ogni caso, che, almeno in questo 2025, non tutte le vittime siano uguali, anche perché sono davvero tante quelle che non hanno avuto neppure l’ombra d’uno strapuntino, per dirla alla Orwell: alcune vittime, infatti, sembrano essere più uguali delle altre.
A voler dire il vero le vittime celebrate sembrano più che altro degli scampoli, dei frammenti, delle schegge di memoria dove le Brigate rosse vincono a mani basse la “coppa” del terrorismo più terroristico che ci sia. Ma, siamo poi proprio sicuri che il peso dell’assassinio di Aldo Moro debba ricadere interamente sui brigatisti rossi? Per le stragi si cita solo Portella della Ginestra, di cui si dice che i mandanti non sono individuabili ed allora “buonanotte ai suonatori”, ovvero è una questione chiusa! Certo, se si faceva passare un secolo forse sarebbe stato meglio! Il gioco dei poteri è il solito, con poche variazioni, ed è quello messo in mostra con piazza Fontana negli anni Settanta, da Valpreda a Pinelli come illustrato da Luciano Lanza e dal magistrato Guido Salvini nel libro “Bombe e segreti” ed. elèuthera.
Nei testi che seguono, quelli in corsivo sono di Luciano Lanza
Quelli in tondo sono di Guido Salvini
Tratto da “bombe e segreti” ed, elèuthera ed. 2009.
Intervista a Guido Salvini da p. 137:
“Guido Salvini, 55 anni, è stato giudice istruttore dal 1989 al 1997 di un’inchiesta sull’eversione di destra e su Piazza Fontana. E in questa veste ha riscontrato l’attività di Ordine Nuovo nel Veneto e di Avanguardia nazionale a Roma e nel Sud. Così ha messo in luce, trame, alleanze, operazioni politiche e militari che hanno portato alla strage del 12 dicembre 1969. Salvini, nella funzione di giudice per le indagini preliminari, si è occupato più recentemente del caso Parmalat, di terrorismo internazionale e delle nuove Brigate Rosse. All’attività professionale affianca un impegno storico e culturale sui temi della giustizia, della “memoria”. In questa veste tiene lezioni e dibattiti in scuole, università, associazioni culturali e giovanili. Dal 2003 al 2005 è stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli relativi alle stragi nazifasciste del 1943-1945. È uno dei pochi magistrati che, per ragioni di indipendenza personale, non aderisce a nessuna corrente organizzata della magistratura.
Con la sentenza della Cassazione del 3/5/2005 si chiude l’infinita storia giudiziaria legata alla strage di piazza Fontana del 12/12/1969, una storia complessa, contraddittoria, piena di reticenze, di “misteri”. Eppure in primo grado, il 30/6/2001, erano sti condannati all’ergastolo tre neonazisti (Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni) e un altro, (Stefano Tringali) a tre anni per favoreggiamento. Poi il 12/3/2004 la Corte d’appello assolve i tre e riduce a un anno la pena a Tringali. La Cassazione ha confermato quella sentenza. Per quali ragioni si passa da una condanna ad un’assoluzione?
A questo bilancio apparentemente solo negativo vorrei aggiungere subito la circostanza spesso dimenticata dagli organi d’informazione che, comunque, alla fine di queste indagini, per la strage di piazza Fontana un colpevole c’è ed è Carlo Digilio. Lui per più di dieci anni, prima di fuggire a Santo Domingo, aveva svolto per il gruppo veneto di Ordine nuovo, non solo mestrini, ma anche padovani, il ruolo di “tecnico” in materia di armi e di esplosivi.
La Corte d’assise di appello e la Cassazione, pur assolvendo gli altri imputati per incompletezza delle prove raccolte, non hanno infatti toccato la sentenza di primo grado che aveva ritenuto Digilio colpevole quale partecipe alla fase organizzativa degli attentati, dichiarando in suo favore, come vuole la legge, la prescrizione (che in quel caso scattava automaticamente) grazie alle attenuanti dovute per la sua collaborazione. Digilio era il “quadro coperto” di Ordine nuovo: si occupava della logistica, e non era certo un anarchico né un seguace di Giangiacomo Feltrinelli o un agente del KGB. E ciò significa, lo si legge nella stessa sentenza di appello, come la strage e tutti gli attentati collegati abbiano una paternità certa sul piano storico-politico: sono stati ideati e commessi dai gruppi neonazisti, cioè quelli già al centro della prima indagine dei giudici Giancarlo Stize Pietro Calogero.
Sul piano tecnico in sostanza le dichiarazioni di Digilio, di Martino Siciliano (che aveva partecipato solo ad alcuni attentati “preparatori”) e degli altri testimoni sono state ritenute sufficienti per quanto concerne le loro responsabilità ma in sede di appello, non sufficienti e incomplete, per affermare la responsabilità delle persone da loro indicate come complici.
Tutto questo nella grande maggioranza dei commenti è sfuggito.
Così si è dimenticato come le indagini milanesi negli anni Novanta abbiano definitivamente collocato la strage nella casella politica già intuita da coloro che, pochi mesi dopo il 12 dicembre 1969, avevano pubblicato il modello di ogni lavoro di “controinformazione”: il libro la Strage di Stato. Ma oggi i principali imputati sono stati assolti tagliando, se non la paternità dell’operazione, buona parte di quel “film della strage” descritto nei verbali istruttori. Perché poi si passi da una condanna a un’assoluzione è evidentemente un problema di valutazione delle prove raccolte. Prove che è stato difficile portare in dibattimento anche perché a distanza di trent’anni molti ricordi sfumano, molti testimoni non sono quasi più in grado di testimoniare in un’aula anche per ragioni di salute e molti sono morti o comunque scomparsi.
Nella mia veste professionale, io rispetto ovviamente tutte le sentenze e non ho timore di dire che sia la sentenza di condanna sia la sentenza di assoluzione erano serie e motivate. Ma mi sento anche di dire che nelle sentenze di appello e della Cassazione si è tornati un po’ alla discutibile logica, presente anche nei primi processi per piazza Fontana e negli altri processi per strage, della frammentazione degli indizi. Tale logica porta invariabilmente all’assoluzione perché ciascun indizio, valutato singolarmente come insufficiente non viene aggiunto e concatenato a quelli a quelli successivi ma quasi “buttato via”, e la somma finale resta sempre zero. Se qualcuno esalta le stragi, possiede i timer, commette gli attentati preparatori e magari il 12 dicembre 1969 era a Milano e non a casa sua, è vero che ciascun indizio preso da solo non prova in sé la responsabilità per la strage di piazza Fontana, ma l’interpretazione complessiva e non frammentaria di questi stessi indizi può dare un risultato diverso. Soprattutto mi sembra sia stata un po’ tralasciata nelle sentenze l’analisi del movente di un fatto simile, in quel particolare contesto storico-politico, una volta in grado di illuminare gli indizi e i personaggi. Una strage non è un reato a fini di lucro, ma ha un movente politico che va sempre cercato per capire se è in consonanza con i moventi ad agire degli imputati. E questa ricerca è quasi del tutto assente nelle motivazioni anche se lo scenario fornito dai documenti, tra cui quelli acquisiti da alcuni archivi, è assai ricco. E mi sento di dire che il movente, se preso in esame, sarebbe stato giudicato in sintonia con l’ideologia e la strategia dell’ambiente degli imputati. Non dimentichiamo: Ordine nuovo ha compiuto molti attentati prima e dopo il 12dicembre 1969, era l’unica organizzazione terroristica che non si poneva il problema dell’eventuale verificarsi di vittime civili e, nei documenti cui si ispirava, era teorizzata la necessità di contrastare subito e con ogni mezzo, compreso il caos, l’avanzata del comunismo, favorita da un sistema parlamentare borghese ritenuto imbelle e putrescente, in cui si salvavano, forse, solo i militari.
C’è però un elemento importante: in tutte quelle tre sentenze viene confermata la responsabilità di due protagonisti: Franco Freda e Giovanni Ventura. Quegli stessi personaggi individuati dal giudice di Treviso Stiz come responsabili degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, degli attentati sui treni tra l’8 e il 9 agosto e infine delle bombe del 12 dicembre. Senza dimenticare Guido Giannettini, informatore del SID, il servizio segreto italiano dell’epoca, uscito però dall’iter processuale nel 1982. Insomma, i giudici riconoscono che c’erano dei colpevoli, che erano dei neonazisti, ma non sono condannabili perché erano definitivamente assolti. Allora la matrice di quegli attentati e della strage è indiscutibile o no?
Certamente la matrice della strage è ormai indiscutibile, la sua firma è la croce celtica di Ordine nuovo. Come lei ha detto, anche le ultime sentenze di assoluzione hanno una “virtù segreta”, e cioè scrivono esplicitamente cose chiare: dopo le nuove indagini, è da ritenersi raggiunta la “prova postuma” della colpevolezza di Freda e Ventura, non più processabili perché assolti per insufficienza di prove per la strage di piazza Fontana, anche se già condannati per gli attentati precedenti. In Italia come in tutti gli altri paesi civili, le sentenze di assoluzione tecnicamente non sono soggette a revisione. Si può scoprire anche vent’anni dopo che un’assoluzione è stata pronunziata per sbaglio ma ormai è così, solo le sentenze di condanna possono essere riviste.
L’elemento nuovo e storicamente determinante nei confronti dei padovani sono state le sofferte testimonianze del 1995 di Tullio Fabris, l’elettricista che attaccava i lampadari nello studio legale di Freda. Una persona ignara ed estranea al gruppo, ma Fredacon una certa imprudenza e impudenza, l’ha coinvolto nell’acquisto dei timer. Nel 1995 Fabris(aveva già raccontato sin dall’inizio di aver accompagnato Freda ad acquistare i timer) ha spiegato di non aver mai rivelato la parte più consistente di quella storia perché più volte minacciato nel suo negozio dagli ordinovisti padovani dopo aver saputo che lui aveva rilasciato la sua prima deposizione. Fabris ha raccontato, con molti particolari tecnici, come qualche giorno dopo l’acquisto, nello studio di Freda, mentre Venturaprendeva appunti, fosse stato costretto a tenere loro delle lezioni sul meccanismo d’innesco, con tanto di batterie e fiammiferi antivento, e aveva fatto con loro delle vere e proprie prove di apertura e chiusura del circuito. Dopo la strage ovviamente aveva capito subito, essendo un esperto, che proprio quei congegni erano serviti a innescare le esplosioni, ma non era riuscito a vincere la propria paura e aveva raccontato ai giudici solo una piccola parte della storia.
Come mai un teste così importante non viene interrogato “a fondo”?
Se c’è una critica da muovere agli inquirenti milanesi della prima indagine è proprio quella di non essersi accorti della centralità della possibile testimonianza di Fabris, di averlo sentito solo una volta e in modo non molto approfondito dopo la prima testimonianza ai giudici di Treviso e di non aver intuito che se fosse stato adeguatamente protetto e se si fosse già da allora acquisita la sua fiducia, la sorte dei primi processi per la strage di piazza Fontana sarebbe stata probabilmente diversa, con un effetto a catena su tutto il fenomeno della strategia della tensione.
Fra l’altro Fabris nel 1995 ci ha raccontato un fatto importante: le lezioni a Ventura e a Freda erano avvenute in un periodo successivo, circa la fine di novembre, a quello in cui quest’ultimo aveva collocato la cessione dei timer al fantomatico capitano Hamid dei servizi segreti algerini. Anche questo tentativo di Freda, per quanto puerile, di sostenere di essersi disfatto di tutti i timer prima del 12 dicembre, sarebbe già allora caduto dimostrando falso quell’alibi. Con conseguenze immaginabili per le Corti giudicanti. Quanto a Giannettini e agli uomini del SID, le nuove indagini hanno arricchito, con molti episodi mai smentiti dalle sentenze, il quadro dei rapporti tra i servizi segreti e Ordine nuovo. Rapporti non occasionali ma organici in un reciproco scambio di favori contro il “nemico comune”, compresasoprattutto la tutela del segreto su quanto avvenuto. Ricordo tra i tanti esempi possibili il ritrovamento di un documento non solo autografo ma addirittura interamente manoscritto dal generale Gianadelio Maletti, del 1975 e riguardano la fonte “Turco” cioè un ordinovista di Padova, tale Gianni Casalini. Il vicecapo del SID scriveva, con evidente preoccupazione che Turco “voleva scaricarsi la coscienza” e riferire quanto sapeva delle attività del gruppo padovano, comprese le bombe sui treni. Conseguenza: “bisogna chiudere la fonte” incarico subito affidato da Maletti a un ufficiale piduista.
Abbiamo chiamato Casalini vent’anni dopo e ci ha confermato che era tutto vero. Sapeva molte cose sulla cellula padovana di cui aveva fatto parte, ma a un certo punto nessuno si era più occupato di lui e di coltivare le notizie che poteva fornire. Ha confessato tra l’altro in quei tardivi verbali di aver partecipato materialmente con il gruppo agli attentati ai treni dell’agosto 1969 e, particolare non indifferente, che il gruppo padovano si riforniva di armi da quello veneziano. Ma quanto aveva detto allora non era mai giunto alla magistratura. Era rimasto nei cassetti del SID. Quindi Casalini aveva sbagliato porta…
Comunque siamo sempre nell’ambito degli esecutori, dei manovali o al massimo dei quadri intermedi, ma restano, come al solito fuori i nomi di personaggi di spicco, tanto per farne qualcuno famoso: Giulio Andreotti, Giuseppe Saragat, Mariano Rumor, Mario Tanassi, Franco Restivo.
Tutti questi nomi, a eccezione del senatore Andreottisono di politici già morti quando abbiamo riaperto le indagini e su questo versante non c’era quasi più nessuno da sentire. Solo il senatore Paolo Emilio Taviani poco prima di morire, mentre stava scrivendo la sua autobiografia uscita postuma con il titolo Politica a memoria d’uomo, ha voluto lasciare qualcosa di quanto sapeva. Anche il generale Maletti, uno dei capi del vecchio SID e uno degli uomini più ascoltati degli ambienti politici del tempo si è reso per tutta la durata delle indagini irraggiungibile, restando latitante in Sudafrica e ha fatto una fuggevole comparsa solo nel dibattimento di primo grado.
Sul campo erano rimasti ormai solo i personaggi minori come il capitano Antonio Labruna, un vecchio spione quasi simpatico, un subalterno che aveva pagato per tutti. Nel 1993 ci ha portato la copia dei nastri relativi al golpe Borghese (ad ogni buon conto se l’era tenuta per venti anni) consentendo così di provare al di là di ogni dubbio che la copia consegnata allora alla magistratura era stata dai suoi superiori alleggerita dei nomi più importanti, militari e civili (Licio Gelli compreso) coinvolti a vario titolo in quel progetto di golpe non proprio da operetta come si è voluto far credere poi. Sul fronte delle aspettative e delle reazioni politiche a livello più alto insite nei progetti degli autori materiali e dei quadri intermedi della strage non si è potuto quindi lavorare molto, se non per acquisire la conoscenza del fatto, riferito da vari testimoni, ma stranamente del tutto assente nelle sentenze, che dopo il 12 dicembre si aspettavano non solo l’arresto di Pietro Valpreda o di qualcuno come lui ma una dichiarazione di stato di emergenza come primo passo di una stabile svolta autoritaria. Ciò è del resto in sintonia con la strategia di aree radicali come Ordine nuovo. Queste non potevano certo prendere il potere da sole, ma piuttosto fungere da detonatore: agire affinché altri, soprattutto i militari, si muovessero a loro volta. Del resto “strategia della tensione” ha significato non solo in Italia un’azione combinata per creare tramite il terrore le condizioni per l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di una stretta autoritaria.
Complessivamente la mia personale opinione è che comunque ben difficilmente a livello politico potesse essere concepita o accettata. L’idea di una strage con la sua carica criminale, ma al di sotto di tali atteggiamenti vi sono livelli di collusione più sottili che comprendono la possibilità di accettare di divenire “beneficiari occasionali”, di una strategia capace di utilizzare le bombe, bombe e attentati potevano essere una manna per l’area moderata e non dimentichiamo che dopo il 12 dicembre 1969 i contratti con i sindacati si chiusero più in fretta e più facilmente. Del resto Edgardo Sogno nel suo testamento di un anticomunista, raccontò, poco prima di morire, come nell’area democristiana torinese più conservatrice si caldeggiasse in quegli anni la fase dei “piccoli botti” aiutando economicamente anche chi prometteva di commetterli, perché spaventare l’opinione pubblica serviva a mantenere lo statu quo.
Una campagna di bombe dimostrative come quelle deposte prima del 12 dicembre 1969, probabilmente era in qualche modo accettata in alto, ma forse l’eccidio di piazza Fontana è stato un’accelerazione o un mutamento di programma voluto dai suoi autori materiali.
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Chissà perché mai in troppi vogliono a tutti i costi farci bere ettolitri su ettolitri di credulità! In compenso, però, abbiamo un governo che non dà né in tinche né in ceci, incapace di concludere qualcosa che non sia di carattere guerresco e, dunque, non si può chiedere di più! La Presidente Meloni ha però dichiarato di non essere nel gruppo dei “volenterosi”, e che, dunque, non saranno inviati militari italiani in Ucraina, e sfoggia così il suo elegantissimo abito di donna-madre cristiano-pacifista che le dona tanto, ma proprio tanto. Dev’esserci allora, una spiegazione, perché una c’è n’è anche per i nostri atti, i piùapparentemente insensati, che sono, invece,comprensibili, è sufficiente illuminarli un po’. Nel caso in esame dev’essere tutta colpa d’un difetto di comunicazione. Alla Presidente avranno detto che con i miliardi stanziati e, in parte già spesi per la guerra in Ucraina, sono state acquistate bombe e missili intelligenti, che hanno lasciato scivolare al suolo caramelle e cioccolatini. Sarà che siamo ormai del tutto ubriacati di guerre, ubriacati da pensieri, compresi quelli non pensati e quelli che non penseremo mai più. Qui va a finire che alla Presidente non resta che organizzare, con la sua allegra compagnia, dal prode Ignazio alla Santanché, una gita all’inferno, a far visita a Brunetto Latini nel terzo girone del VII cerchio, lì dove sono assemblati i violenti contro Dio e la natura e magari Brunetto potràaccompagnarli tutti in visita a Gaza, là dove si vorrebbero far sorgere dei lussuosi resort.
Per quanto condannato per l’eternità, Brunettocontinua a rappresentare per Dante il maestro di sempre, e addirittura incarna un’alternativa a quella stessa eternità di Dio. Il verso «m’insegnavate come l’uom s’etterna» produce infatti all’interno del poema un’interferenza scandalosa, perché parla di un altro Tempo, quello laico della cultura e dell’arte, divenuto senza fine nella speranza degli uomini. Dante non cessa di appartenere alla sua epoca, non mette volontariamente in discussione la sua ideologia, e però la bellezza della sua poesia veicola il ritorno di un desiderio negato, scorretto, inaccettabile. E per questo liberatorio.
La repressione insomma, che in Dante è quanto mai sistematica e autorevole, tiene sotto un represso dirompente, che rivela altre possibilità di immaginare il mondo. Questo fa la letteratura: ci spinge «a contro-pensare la realtà, a reinventarla continuamente sulla base dei nostri desideri» E quanto più un testo è di valore, a maggior ragione sarà percepibile la problematicità di una compresenza di opposti. Un altro esempio dallo stesso canto: «Sieti raccomandato il mio Tesoro/ nel qual io vivo ancora, e più non cheggio.» Come dire, nemmeno il castigo divino può nulla contro quel lascito poetico dentro cui Brunetto ancora in qualche modo vive, in una sopravvivenza che non ha più nulla di trascendente e oltremondano. E infine, al momento di allontanarsi, raggiunge correndo i suoi compagni di pena, ricordando a Dante uno dei concorrenti di una corsa campestre all’epoca molto rinomata, che si teneva a Verona: «e parve di costoro/ quelli che vince, non colui che perde.» Alcuni hanno interpretato questi versi in termini di performance agonistica, ma è impossibile non cogliere il sovrasenso simbolico che contraddice il giudizio teologico e rovescia la dannazione. Ripetiamo: Dante non dice queste cose sulla facciata dell’ideologia, o il suo discorso avrebbe un sapore eretico. La Divina Commedia non è però un trattato filosofico, ma un’opera letteraria, una delle più straordinarie e cognitivamente potenti mai realizzate, e per effetto di quella retorica che la letteratura condivide con l’inconscio può dire Sì e No contemporaneamente.
Ah, la memoria, ha dei risvolti curiosi, più dentro ci vai, più niente viene di fuori! (Jannacci)
https://www.youtube.com/watch?v=rZpMcXYD6E0–LOLLI (e Pinelli vien giù)
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Tratto da “In cammino verso una nuova epoca ”-ed. AVATAR-4-2018- da p.146
Di Gianfranco La Grassa
Introduzione di Gianni Petrosillo
In una intervista a Malcom Pagani per “il Fatto Quotidiano” del 17settembre 2016 lo scomparso regista Pasquale Squitieri affermerà quanto segue: “All’epoca in cui rapirono Aldo Moro, l’odio era nelle strade. Mario Cecchi Gori incaricò me e Nanni Balestrini di lavorare sul caso e nella ricerca della verità, io e Nanni ci spingemmo molto in là. Ero amico di Giovanni Leone, il Presidente della Repubblica. Il 10 maggio del ’78 il giorno dopo il ritrovamento di Moro nella R4 in via Caetani, Leonemi convocò al Quirinale. Era stravolto: “avevo firmato la grazia per alcuni brigatisti in cambio della libertà di Moro. Me l’hanno strappato di mano due persone. I nomi non te li dico. Fai il cinematografo, hai i figli, non voglio farti rischiare”. Il cineasta napoletano però i nomi li ottiene: “uno era Benigno Zaccagnini e l’altro Enrico Berlinguer. Fermarono la grazia concessa da Leone. Come mi disse il Presidente: “non sono persone pericolose, ma pericolosissime”.
Da anni (ma tanti, tanti) ripeto che Moro fu magari ucciso materialmente dalle BR, ma se ciò accadde esse di fatto agirono come semplice “mano d’opera”. Dietro c’erano certi ambienti americani, da me definiti “di riserva”
perché di fatto, mentre quelli “ufficiali” seguono una data linea politica, questi preparano eventuali cambiamenti se diventano necessari.(…)
Gli Stati Uniti com’è ben noto, si irritano per ben poco (ricordarsi del caso, o meglio, per dirla giusta, “dell’omicidio” di Nicola Calipari); e disporre ad un certo punto di sicari, da tenere sotto ricatto a causa del loro passato “comunista” e del rinnegamento di quest’ultimo, è stato per loro un colpo di fortuna in parte sciupato dall’intervento di Berlusconi, della cui “anomalia” (e del suo essere la “facciata” di dati gruppi scompaginati dall’assalto statunitense-confindustriale tramite l’ormai ben nota operazione giudiziaria (vedi il Teatro dell’assurdo 1994-95); come ben si vede, ho capito fin dall’inizio la sporca operazione politica attuata per via giudiziaria). Negli anni ’70 eravamo ancora ben lontani da tutto ciò; si era semplicemente depotenziata quell’azione che fu specifica di Mattei. L’industria pubblica, dal punto di vista del sistema economico italiano, era una sua parte assi rilevante, ma non come visione strategica e azione di punta. Non era certamente semplice ancella di quella privata, ma è indubbio che fu quest’ultima (e la solita Fiat in testa) a godere dei maggiori appoggi politici e a ottenere continui trasferimenti di risorse dallo Stato a suo favore. L’azione propulsiva dei privati ci fu durante il boom e gli anni ’60 (non comunque superiore a quella delle imprese pubbliche) ma dopo si attenuò parecchio; senza per questo arrivare a parlare di “capitalismo straccione” poiché si tratterebbe di un’evidente esagerazione (anche se oggi, forse, lo sarebbe assai meno).
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Tratto da: “Un nuovo percorso teorico” (ed. Solfanelli- 2023)
Di Gianfranco La Grassa
Presentazione di Gianni Petrosillo (da pag. 189)- Quando la guerra ha deciso il nuovo ordine mondiale, ha semplicemente definito la nuova gerarchia di potere tra i vari paesi, gerarchia che assicuri un periodo di “pace”, che non è altro che lo scatenamento di conflitti meno acuti e non condotti con mezzi di distruzione e di uccisione di molti esseri umani. Ma anche il conflitto detto “guerra” dovrà sempre esistere finché c’è vita. Una vera pace universale c’è solo con la morte generale di tutto ciò che esiste. Non c’è un solo organismo al mondo, fosse pure la piccola molecola, in cui non c’è conflitto finché c’è vita. Vogliamo infine capirlo? Questo non significa amare la guerra, che conduce certo a drammi e dolori di immane portata. Significa solo prendere atto e capire che il dramma e il dolore sono parte essenziale della vita in “questo mondo”. Una vera pace universale c’è solo con la morte generale di tutto ciò che esiste. Non c’è un solo organismo al mondo, fosse pure la piccola molecola, in cui non c’è conflitto finché c’è vita. Vogliamo infine capirlo? Questo non significa amare la guerra, che conduce certo a drammi e dolori di immane portata. Significa solo prendere atto e capire che il dramma e il dolore sono parte essenziale della vita in “questo mondo”. Chi crede nell’ “altro” , rivii a quello ogni speranza di pace e amore; e si rassegni a quanto avviene in questo mondo e vi prenda parte.
P.S.: Scegliere tra i papi è un’ardua impresa e in questo caso si potrebbe anche dire che “la spesa non vale l’impresa”. Sono comunque in molti ad essere rimasti entusiasti. Qui solo un ricordo brevissimo su Leone XIII.
“E con s. Francesco è ancora e sempre glorificazione della povertà, ed è ancora e sempre Leone XIII e Rerum novarum (1891), e ancora e sempre trionfa la “laboriosa paupertas” di sant’Agostino! (Nam nec umquam peccatum est laboriosa paupertas, et est aliquanta restrictio et coercitio peccatorum – Poiché non solo l’angustia della povertà non è un peccato, ma è piuttosto una condizione adatta alla moderazione e un freno ai peccati.) Insomma: WW la povertà! Ma non facciamolo sapere al governo Meloni. ”
Oronzo Mario Schena