Verso dove?
La politica estera è sempre decisiva per un Paese, perché segnala il suo saper o non saper stare al mondo. E si tratta di un tema cruciale già in tempi normali. In tempi eccezionali come i nostri non è un argomento ma è l’unico argomento. Se viene derubricata a favore di altri aspetti, vuol dire che un Paese non ha argomenti, cioè non sa stare al mondo, non ha un suo posto nel mondo e, come tale, verrà schiacciato da questo peso esorbitante.
Lo diceva meglio di chiunque altro Carl Schmitt, la politica è la politica estera. Ancora Schmitt, ne Il concetto di politico, a ricordarci che allo Stato, in quanto unità politica, compete lo jus belli, cioè la possibilità reale di determinare il nemico e di combatterlo. Ergo uno Stato che si fa imporre dagli altri i propri nemici non ha amici, ha soltanto nemici che gli impongono dove stare.
Questo vale tanto più quando le traiettorie della fase storica seguono ormai linee di faglia e rendono irriproducibili rapporti e relazioni che non appartengono più al quadro della realtà, ma soltanto a quello delle inveterate abitudini.
Detto ciò, per quel che valgono le elezioni, il criterio decisivo diventa allora comprendere quali forze politiche abbiano realmente colto questa situazione e siano capaci di pensarsi fuori da equilibri ormai inesistenti, per quanto consueti. Una qualche guerra, anche se non mondiale, potrà forse rivelarsi inevitabile, ma ciò che farà la differenza sarà la collocazione della nazione.
Ora non siamo collocati, ma incastonati in dinamiche che ci soverchiano e di questo pagheremo lo scotto, al di là della fraseologia guerrafondaia o pacifista.