AVERE DEI RICORDI NON BASTA … SOSTIENE RILKE, di O M Schena

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Paolo Capodacqua, è uno straordinario chitarrista, ma non solo, nel 2019 ha pubblicato il suo primo disco: “ferite & feritoie, testi e musiche suoi, con la sua voce avvolgente, molto meglio d’una coperta nel freddo dell’inverno. In questo disco c’è “Per questo mi chiamo Giovanni” dedicata a Giovanni Falcone, e scusate se è poco! Paolo Capodacqua, insieme a Claudio Lolli li ho seguiti, nei loro concerti per anni, una dozzina o forse più, quasi sempre insieme a mia moglie. Una mattina a Bologna, dalle parti delle due torri, ho visto Claudio venirmi incontro. Avrei voluto abbracciarlo non fosse che per ringraziarlo d’averci regalato quelle violente emozioni con la sua interpretazione della ballata del “Pinelli”, ma non ci sono riuscito. Tempo dopo, in un altro concerto, chiacchierando sotto il palco sono riuscito a stringere la mano a Claudio e a regalargli “il navigatore del diluvio” un libricino di Mario Brelich, mio amatissimo scrittore e autore di 4 romanzi, tra i quali lo straordinario “l’opera del tradimento”. Come ha scritto Rilke” anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso!

 

“La menzogna”

“La menzogna” scrive Daniel -De foe, “è uno dei più scandalosi peccati che intercorrono fra gli uomini, un delitto di natura assai vasta e dalle tinte cupe, la menzogna è come le ciliegie, una tira l’altra, e ti spinge a peccare sempre più, e così la pratica dell’inganno, dell’offesa, del tradimento non si ferma più, in questo senso, la menzogna funziona da copertura per tutti gli altri crimini sia grossi che magri. È così che il menzognero può abbandonarsi a raccontare il falso senza alcun senso di colpa, anzi tutt’altro, il menzognero si sente orgoglioso delle sue falsificazioni, e arriva il tempo, una menzogna dopo l’altra della menzogna gratuita. La menzogna che interessa al moralismo dell’individuo protocapitalista è la bugia gratuita, quella libertà della conversazione che la gente si prende e che consiste nel “dire il falso senza sentirsi perciò stesso in colpa né verso dio né verso gli uomini” . La bugia gratuita, dice Robinson de foe, è di vari tipi, ma quello più diffuso nel discorso comune, è il vizio di raccontare storie allo scopo di chiacchierare e di divertire la compagnia, magari facendola ridere. Ciò che colpisce la mentalità da buon ragioniere di Robinson è la proposizione tra la utilità e la vacuità delle motivazioni per cui si mette e la gravità di ciò che, in questo modo, si mette a repentaglio, ossia “l’intero credito della propria conversazione”. La parola bugiarda è, cioè, come un eccesso inflattivo che scardina l’economia creditizia della comunicazione. Come una zecca che batte carta moneta in sovrappiù, colui che pratica la conversazione menzognera mette in circolazione troppe parole senza scopo, sicché, alla lunga, le sue parole vanno in bancarotta. Mediante l’uso di raccontare storie fasulle il bugiardo “apre un gran buco nel cuore, attraverso il quale, poco a poco, si insinua l’abitudine alla menzogna”. Ecco allora che, paradossalmente il mentitore per interesse è migliore del mentitore per gioco Scrive, infatti, Robinson che “coloro che mentono per guadagnare, ingannare, illudere o tradire, come ho detto sopra si prefiggono almeno uno scopo con la loro malvagità, e benché non possano certo addurlo come scusa del loro crimine, possono però addurlo come sua ragione e fondamento”. Invece, il bugiardo nella conversazione “non solo non si prefigge alcuno scopo, ma addirittura non riflette nemmeno su quel che fa”. E intanto, con il passare del tempo, si abitua a mentire, scredita la sua conversazione, intraprendente a dire il falso su cose sempre più gravi, scardinando la fiducia reciproca della comunicazione e dei commerci, devastando l’attendibilità della vita seria. È, in fondo, quello che farà Lelio, il protagonista, in progressione teatrale tra il ridicolo e il tragico, de il bugiardo (1750) di Carlo Goldoni. Tra le righe del discorso di Robinson de foe scorgiamo, a questo punto, la lotta titanica tra due sistemi etici, quello religioso puritano del bene e del male, e quello mercantile – capitalistico dell’utile e dell’inutile. E nessuno sa se è più dolce che amaro o più amaro che dolce il calice dell’abiezione.

Alle orecchie del commerciante ciò che urta massimamente nella conversazione menzognera è proprio la sua futilità, il suo essere un ‘inutile violazione del mercato della parola. L’uso e lo spreco della bugia giocosa- analoghi all’uso e allo spreco della finzione teatrale che nella celebre lettera a d’Alambert sugli spettacoli (nel 1758)- mettono in crisi i valori della nascente forma di vita del capitalismo, compromettono la trasparenza degli scambi tra l’ “Io” dell’Homo economicus e le dramatis personae degli altri, che già si trovano costretti nel ruolo fittizio dell’immane recita del mercato. In questa finzione, come svelerà Marx, prima d’ogni altra cosa è vietato fingere se non accogliendo all’interno della propria personale recita, come scopo ultimo e rassicurante, l’illusione generale dell’utile. Che tutti abbiano un interesse, un lucro – se non un guadagno, almeno un ricavo- ecco l’universale premessa che chiede il protocapitalista robinsoniano per potersi mettere in affari. (a piacere ciascuno potrà infilare dove vuole, il ministro Nordio, così anche la Presidente).