Che cos’è il conflitto
Che cos’è il conflitto
Gianfranco La Grassa ha più volte affermato che una caratteristica distintiva e decisiva della specie umana, che la differenzia da tutti gli altri animali, consiste nella capacità di produrre un plusprodotto, un fenomeno che nessun altro essere vivente compie. È vero che alcuni animali accumulano scorte di cibo, ma questo non è paragonabile al surplus generato dall’uomo, perché solo l’essere umano, attraverso il lavoro e la trasformazione della natura, riesce a ottenere qualcosa che va oltre le esigenze immediate, aumentando la disponibilità sociale e affrancandosi dai capricci delle stagioni. Marx sosteneva che il lavoro è il padre della ricchezza materiale e la terra la madre, ma questa definizione appare riduttiva. Solo il lavoro che produce un plusprodotto spiega la nostra storia evolutiva e la piramide sociale che ne deriva. Grazie alle nostre facoltà intellettuali abbiamo sviluppato la scienza e la tecnica, strumenti che ci hanno permesso di incrementare progressivamente tale surplus, usando dispositivi sempre più sofisticati per aumentarlo e per affrancarci persino dai cicli naturali, dai quali comunque siamo rimasti dipendenti per gran parte della nostra storia. Precedentemente bastava una carestia o un’epidemia per ridurre drasticamente la popolazione generale. Dunque non si tratta di dominare o sottomettere la natura, come talvolta affermano coloro che si proclamano custodi del pianeta e lo vogliono salvare da non si sa quale minaccia, ma di saperla utilizzare per i nostri scopi, pur senza poterla piegare ai nostri desideri assoluti. Essa continua a sovrastarci negli esiti finali, siamo e resteremo uno spunto al suo cospetto, probabilmente fino alla nostra estinzione che questi salvatori del mondo evidentemente, dal basso della loro ignoranza, non contemplano.
L’uomo produce quindi un surplus crescente, che consente alla popolazione di raggiungere un numero di individui che si conta ormai in miliardi (cosa impensabile sotto una diversa organizzazione sociale del passato) perché possiamo sostentare maggiori persone rispetto a quanto sarebbe necessario per la mera sussistenza biologica. Quest’ultima, infatti, è ormai storico-sociale, i bisogni umani dipendono non più dalla natura ma dalla nostra complessa realtà sociale. Come osservava Marx, quando gli uomini abitavano capanne si accontentavano di tali ripari rudimentali (già meglio delle caverne), ma una volta apprese le tecniche di costruzione hanno aspirato a case più sicure e stabili. Oggi le persone non si accontentano di abitazioni modeste se intorno a loro sorgono grattacieli e appartamenti lussuosi, socialmente tutti anelano a soddisfare i propri bisogni secondo le forme previste dalla loro epoca, ma non tutti possono permetterselo, generando inevitabili attriti sociali. Chi occupa i migliori alloggi si appropria ovviamente di un surplus maggiore, quindi ha una diversa posizione sociale, ma questo “di più” è frutto del lavoro collettivo, soprattutto del plusprodotto che viene distribuito in modo differente e questo resta vero anche quando la condizione generale migliora. Stiamo quasi tutti meglio ma c’è chi sta sempre meglio perché sta su un gradino differente della scala sociale.
Il plusprodotto è quindi centrale per comprendere le dinamiche sociali. Marx ha concentrato la sua analisi sull’appropriazione del plusvalore e sulle condizioni di tale appropriazione. Dietro al plusprodotto c’è un pluslavoro (la cui forma astratta si chiama plusvalore), chi detiene i mezzi di produzione remunera solo la parte di lavoro (socialmente) necessaria alla riproduzione delle classi subordinate e trattiene per sé il resto. Questo è il principio delle società capitalistiche ma non tutto dipende da fattori economici, altrimenti comanderebbero esclusivamente imprenditori e finanzieri. Ma così non è. Nella sfera economica si genera la benzina che alimenta il conflitto (ecco la vera grande novità del capitalismo che trascina i conflitti sociali nella sfera economica dove nascono unità produttive chiamate imprese. Qui si legga ‘Microcosmo del dominio’ di La Grassa), che in ultima analisi è conflitto per il potere politico.
In questo senso, la teoria del plusvalore è fondamentale, sempre restando alla lettera di Marx, non tanto per il cosiddetto plusvalore assoluto, che implicherebbe semplicemente più ore di lavoro di cui si appropria chi dispone dei mezzi di produzione, quanto per il plusvalore relativo, ossia l’aumento della produttività del lavoro che lascia inalterati i tempi di lavoro o persino li riduce grazie alla tecnologia. Ciò significa che anche lavorando meno, in realtà si produce un plusprodotto maggiore, superiore alle nostre esigenze storico-sociali. Andiamo avanti perché siamo ancora alla superficie dei problemi che ci interessano.
Con l’affermarsi della società capitalistica la questione del surplus cambia rispetto alle società precedenti, come quella schiavistica o feudale, in cui la sottrazione del plusprodotto era evidente e indiscutibile. Si vedeva chiaramente la parte che il Signore prendeva per sé sottraendola ai lavoratori produttivi, soprattutto contadini. Gli esseri umani erano direttamente proprietà delle classi dominanti o soggetti a vincoli sociali rigidi, come la dipendenza dalla terra o dalla stabile struttura sociale di appartenenza. Le possibilità di ascensione sociale erano limitatissime e comunque riguardavano rari casi individuali. Nel capitalismo invece i lavoratori sono formalmente liberi di scegliere dove e per chi lavorare ma privati dei mezzi di produzione che erano stati sottratti loro dalle manifatture o poi dalle macchinofatture che inglobavano nelle macchine le stesse funzioni svolte prima da mano umana. Non avendo quindi il controllo dei mezzi di produzione possono scegliere solo se lavorare per qualcuno o per qualcun altro oppure morire di fame. Ma sempre liberi sono in senso formale, nessuno li obbliga a fare nulla. Però anche ciò non risolve il problema della dominanza sociale. Chi detiene i mezzi di produzione possiede il potere economico ma non quello che conta veramente perché qui entra in gioco l’intera società e la sua gestione e per dominarla non basta il denaro. Certamente chi detiene il denaro esercita anche influenza politica ma spesso le decisioni finali sul destino di una formazione sociale specifica dipendono da altri soggetti e fattori.
Per comprendere appieno il problema del dominio bisogna pertanto osservare le diverse stratificazioni sociali e i diversi livelli di appropriazione del prodotto, considerando anche le relazioni di potere tra gruppi e individui. Il conflitto strategico, di cui La Grassa è il teorico indiscusso, diventa la categoria centrale per interpretare questo intreccio di fenomeni, perché tutta la vita sociale consiste in fronti in contrasto reciproco che interagiscono in modi complessi, molto più articolati di quanto si veda e percepisca. Nell’essere umano i conflitti non riguardano solo la sopravvivenza immediata, il nutrimento, ma anche la produzione, la distribuzione e il controllo delle risorse sociali, economiche e politiche. Riguarda la gestione di tutta la società che è un mondo molto più vasto dell’economia. Ah quanto male ci ha fatto l’ideologia tardo novecentesca che l’ha messa al primo posto per occultare meglio lo strapotere politico statunitense nella sfera occidentale! Esistono sfere di influenza, e paesi o gruppi sociali che cercano di ampliarle per aumentare il proprio potere, che non si limita all’acquisizione di plusprodotto ma si manifesta attraverso strategie politiche, economiche e sociali integrate.
Nel capitalismo inteso in senso strettamente economico vige la razionalità strumentale, l’obiettivo principale è spesso il massimo profitto impiegando meno risorse, ossia la massima appropriazione del plusvalore, ma come afferma La Grassa vi sono momenti in cui i capitalisti possono rinunciare temporaneamente a tale obiettivo per rafforzare la propria posizione strategica e aumentare le capacità di conflitto futuro, anche a lungo termine. Limitarsi a considerare solo la sfera produttiva o finanziaria semplifica eccessivamente la realtà e impedisce di comprendere fenomeni storici complessi, come quelli del Novecento o quelli del nostro secolo.
Il conflitto strategico è il motore della storia, certo non ci offre quella separazione duale in classi, quella proletaria e quella capitalistica della teoria marxiana, che rendeva più facile interpretare teleologicamemte il destino dell’umanità. Con il conflitto strategico tale divaricazione tra due gruppi contrapposti, ben strutturati e definiti, non esiste più e la cosiddetta suddivisione tra dominati e dominanti non produce nemmeno gli stessi effetti ideologici di quella passata fase. Ma caduta la previsione rivelatasi sbagliata che il proletariato avrebbe unificato la società superando il capitalismo ora possiamo tornare a leggere con più veridicità e disincanto la realtà che scorre (e noi dentro essa), sempre inacciuffabile in toto (anzi, ne capiamo una piccola parte) e che ci indica gli attori in campo che lottano per acquisire potere attraverso mosse politiche, strategiche e di influenza, impiegando strumenti economici, militari e sociali. La fine dell’utopia ci schiude di nuovo la vita: la politica, intesa come insieme di mosse in contrapposizione, determina il successo attraverso l’anticipazione delle mosse avversarie, la gestione delle risorse e l’influenza sulle diverse sfere sociali. La storia mostra che chi ha successo non è necessariamente il più produttivo o ricco, ma chi sa combinare efficacemente queste diverse leve di potere. In questo quadro la politica strategica, che non è la sfera politica ma l’insieme di strategie e azioni per prevalere, è presente a tutti i livelli, dal globale al locale, tra stati, imprese, gruppi sociali e individui. Essa, dice La Grassa, integra le dimensioni economica, politica e sociale, e il successo di un attore dipende dalla capacità di coordinare e influenzare tutte queste dimensioni. Il conflitto strategico dunque rappresenta il nucleo per comprendere la storia e la società contemporanea, perché mette in evidenza la complessità delle relazioni di potere, la gestione del plusprodotto e le dinamiche attraverso cui gli attori cercano di consolidare la propria posizione sociale. Non abbiamo più un’osteria del futuro verso la quale andare ma possiamo ancora provare a capire il mondo per costruire qualche cosa di diverso.Crediamo di aver fornito alcuni elementi in più per un discorso che certo non si esaurisce qui ma almeno non risulta così distante dalla realtà come tante teoresi falsamente rivoluzionarie che hanno obnubilato per decenni la possibilità di una più feconda interpretazione delle epoche storiche, inclusa la nostra.