Epstein e Chomsky 

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Un pensatore può essere molto al di sotto della sua scrittura. Credo lo affermasse Bertrand Russell, ma non ci giurerei, tuttavia potrebbe averlo detto. Non ha molta importanza, ciò che conta è il concetto. Lo dico anche alla luce dei cosiddetti Epstein files, nella parte che riguarda Noam Chomsky. I due erano abbastanza intimi e, al di là di questo, ciò non significa che condividessero gli stessi vizi.

Sicuramente Chomsky ha molti meriti intellettuali per i suoi studi, che ho in parte letto in passato, ma dai quali non sono rimasto folgorato. Anche le sue posizioni politiche sono state a volte dubbie, da certe cadute sulle presunte dittature a un profetismo ambientalista che mi ha lasciato molto perplesso. Tuttavia Chomsky non era esattamente un parolaio, come certi intellettuali dei nostri giorni che risolvono i concetti con i polisillabi e scambiano le idee con le pose. Chomsky è uno di quei pensatori in grado di elaborare un vero apparato teorico e ha fatto la differenza. Poi si può essere più o meno convinti delle sue tesi, ma si resta comunque sul terreno della scienza sociale, ai più ormai sconosciuta.

Dicevo, non mi indignano certe sue debolezze e nemmeno le difendo perché riguardano aspetti per me irrilevanti. Chi non trasforma gli intellettuali in star non si preoccupa di questi elementi e dei relativi pettegolezzi, più o meno fondati. Pensate anche a Pasolini, secondo me un genio della scrittura, benché spesso esprimesse posizioni politiche non condivisibili e, come uomo, in certe sue tendenze, qualcosa di imperscrutabile, almeno per quanto mi riguarda. Anche perché conosco alcune storie sul suo conto, sicuramente di seconda mano rivelatemi da gente che lo ha incontrato e incrociato che mi vergogno persino di rivelare. Voglio però dire che anche altri personaggi del Pci tanto osannati per le questioni morali tanto morali non erano. Anzi.

Tuttavia non mi interessa. Non frequentavo Pasolini, non lo potevo frequentare per ragioni anagrafiche e non solo, e nemmeno mi interessa sapere da quale buco nero personale uscisse quel suo straordinario lavoro intellettuale. Mostri sacri, indubbiamente, e a volte anche solo mostri, in un certo senso.

Siamo questo noi esseri umani, e chi fa l’anima bella se ne faccia una ragione. Piuttosto si impari a scindere il politico dal personale, tutto il contrario di ciò che dicevano i sessantottini, che non avevano capito un’acca. Il personale non è mai stato politico e mai lo sarà. Hitler che accarezza amabilmente il suo cane e che abbraccia un bambino nel privato è sicuramente sincero ed è lo stesso che ordina di mandare la gente al macello. Socialmente siamo persone solo in quanto maschere, non a caso l’etimo è quello, e incarniamo delle funzioni anche quando non ne siamo coscienti. Interiormente, invece, siamo quelli che crediamo di essere e, per lo più, ci sbagliamo.

Per questo non mi indigno mai per niente, nemmeno quando non vedo quella linearità che mi aspetterei negli altri soprattutto quando sono personaggi pubblici. Mi interessano più le opere, materiali e intellettuali, che le persone, perché le prime tradiscono di solito meno delle seconde. In fondo, ha ragione il filosofo Rensi, la morale è merce bassa, chi con la sua mente può costruire da sé il mondo aderisce a principi sconosciuti alle persone normali.