I tempi difficili
Di fronte al tentativo dei poteri di trasformare in comunicazione ordinaria ciò che è assolutamente devastante per le nostre vite, bisogna adottare un linguaggio disturbante. Senza più quelle remore morali che vengono continuamente stimolate dal contesto sociale.
Lorsignori, da un lato, vorrebbero controllare le nostre espressioni per depotenziare qualsiasi tendenza conflittuale, in nome di molte sciocchezze che chiamano linguaggio di genere, linguaggio inclusivo e altre amenità. Vogliono convincere il prossimo che le parole abbiano un potere magico, quello di raddrizzare le coscienze storte, e con ciò chiudono la bocca a chiunque non si allinei.
Per questo ho deciso di non perdere più nemmeno un minuto su certi temi distraenti, per quanto possano apparire ingiusti. Non c’è modo migliore per assorbire e neutralizzare determinate energie sociali che recintarle dentro bolle polemiche, destinate a sgonfiarsi con la stessa rapidità con cui vengono gonfiate. Le dicotomie costruite per aizzare le emotività delle tifoserie le lascio volentieri a chi ha voglia di sprecare la propria vita dietro a simili sciocchezze. Dichiaratevi fascisti o antifascisti ma non avrete spostato di un millimetro la sostanza dei fatti che se ne impipano delle vostre convinzioni.
L’unica questione che conta è che tutti si stanno preparando alla guerra. E le bombe non hanno emozioni, non hanno regole morali, non seguono l’etica e infrangono qualsiasi estetica. Servono a vincere i conflitti e pretendono il loro enorme tributo di sangue.
Che importanza ha discutere se un gioielliere abbia sparato alle spalle a due rapinatori? Chi aveva ragione? Domani saranno falcidiati i corpi di migliaia di persone, senza che vi sia bisogno neppure di una motivazione. Tanto ciascuno avrà le ragioni per sostenere una posizione o l’altra proprio perché non esiste nessuna Ragione con la lettera maiuscola. E quale valore avranno gli scivoli per i disabili, i bonus edilizi o le ristrutturazioni, se case e strade verranno abbattute?
Stiamo entrando in un’epoca di questo genere e, nel frattempo, ci distraggono con il bullismo sui social, come se il problema fosse non incidere sulla psiche di ragazzi che, un domani, saranno mandati a morire in prima linea.
Oggi le potenze si riarmano. E preparano le pec (le cartoline sono in disuso) per l’arruolamento. Prima o poi quelle armi verranno anche usate. Non so quanto tempo ci vorrà, non accadrà necessariamente domani ma cercano di abituarci all’idea dopo decenni di fandonie su globalizzazione e diplomazia. Ma gli eventi hanno una loro precipitazione, come nelle reazioni chimiche. Finché gli elementi restano contenuti nulla sembra accadere, quando la soglia critica viene superata, le conseguenze diventano inevitabili.
L’Europa, per esempio, ha avviato un vasto programma di riarmo. Non lo fa in piena autonomia, resta un sistema strategico ‘derivato’ cioè profondamente intrecciato in un rapporto gerarchico subordinato con l’alleanza atlantica, ovvero sottoposto al dominus di una sfera di influenza capeggiata dagli Stati Uniti d’America. Di fronte a questo scenario cadono molte delle narrazioni degli ultimi tempi, dalla lotta al cambiamento climatico alla transizione energetica, fino a tutto ciò che ci è stato presentato come la priorità assoluta del nostro tempo. La politica delle batterie avrà un senso solo se servirà ad aumentare le funzioni di un ordigno o ad alimentare un carro armato altro che traffico pulito. Una bomba nucleare tattica, in un solo istante, può riportare indietro le lancette della storia di intere città e aree metropolitane. I pannelli solari sui tetti faranno la fine di tutto il resto.
In Europa, per circostanze storiche particolari, abbiamo vissuto oltre settant’anni senza guerre sul nostro territorio dopo le devastazioni della Prima e della Seconda guerra mondiale. Ma, nelle epoche precedenti, il conflitto era la condizione ordinaria dell’esistenza. Per quanto possa apparire paradossale, potremmo tornare a una situazione nella quale le guerre diventino nuovamente più frequenti, dentro un quadro geopolitico sempre più instabile.
Qualcuno chiama tutto questo multipolarismo, come se fosse un equilibrio stabile fondato sulla condivisione delle decisioni. È esattamente il contrario. Il multipolarismo è una fase di transizione verso un sistema policentrico, nel quale il riequilibrio dei rapporti di forza genererà nuove crisi e nuovi conflitti e un turbinio di alleanze instabili e cangianti.
Volete davvero che mi preoccupi dei gatti o di una dieta vegana? Ritengo persino gli animali superiori a noi, proprio perché non hanno la finzione del logos e vivono semplicemente la vita. Ma ciò che accadrà, e che nella storia dell’uomo è sempre accaduto, impone di misurarsi con la realtà.
Non perdiamo altro tempo dietro ciò che il potere ci serve per allontanarci dalle questioni decisive. Abbiamo bisogno di uomini capaci di comprendere il proprio tempo, di analizzare la tragedia quando si presenta e di affrontarla senza illusioni, affinché il sacrificio delle generazioni attuali e prossime non sia soltanto il prezzo pagato per le decisioni di chi detiene ora il potere, gente inutile e falsa che non ci piace affatto perché non ha idee e vita propria e per questo intende rubare la nostra.
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La (democrazia) marcia
Trovo assolutamente indegno l’atteggiamento dell’opposizione, che esulta come se fosse allo stadio per la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale che sarà approvata a breve. Ma trovo altrettanto indegno che, a pochi mesi dalle elezioni, si vogliano cambiare le regole per i calcoli di qualche partito. Questo è barare. Quindi trovo indegni il governo, il Parlamento e tutta questa pseudo-democrazia che fa i conti senza il popolo. E ribadisco che per popolo non intendo i diseredati e non attribuisco al termine alcuna connotazione positiva, ma semplicemente sociologica e nomologica.
Il punto è che tutta la democrazia occidentale è completamente incancrenita e ci vorrebbero decisioni speciali ed eccezionali per rimettere in sesto questo Paese e mettere da parte una politica che ha fatto abbondantemente il suo tempo. I giovani dovrebbero pretendere di fare tabula rasa di regole e valori che ormai appartengono a una fase chiusa che si trascina vacuamente per il servilismo dei pochi. Non hanno bisogno che siano i morti ad afferrare le loro caviglie. Se c’è stato un passato ora non c’è più e se ne faranno un altro come vorranno loro. Non hanno più padri e nonni della Patria da ricordare.
L’Italia si ritrova di nuovo al punto in cui uno Stato marcito dalle fondamenta, come fu quello liberale dei primi del ‘900, resta in mano a forze putride, da destra a sinistra. Se proprio si dovrà votare, si scelga l’ultima trovata, e la chiamo così perché di questo si tratta. Agli architetti dell’arcano non può andare sempre bene e forse nemmeno loro hanno il polso della situazione.
Chissà che almeno qualcosa si salvi in questo triste Paese e che, prima di far rotolare le teste, si rimettano in funzione i cervelli. Siamo al punto che tutto il vecchio può essere buttato al macero, perché il bambino è persino più sporco dell’acqua. Il presente è persino più mummificato del passato.
È il momento di capire che, per ricominciare, non si deve temere di perdere persino quei pochi punti di riferimento che abbiamo, perché riferimenti non sono, ma punti morti. Ci vuole una generazione nuova per un Paese nuovo, senza più commemorazione di ciò che è stato. Certo, non mi fido di questi futuristi farlocchi, ma del futuribile che sfugge dalle mani di tutti sì. Solo il caso ci può salvare. Confido nelle conseguenze inintenzionali di progetti troppo perfetti per essere veri. Forse sarà l’eterogenesi dei fini a mettere una pietra tombale su questo defunto che chiamiamo democrazia e che non aspetta altro che essere seppellito. Abbandonate i tombaroli ragazzi e lanciatevi all’assalto, non avete nulla da perdere che non sia già stato ipotecato dalle mummie dominanti.
Votate distrattamente e rivoltate tutto coscientemente e soprattutto incoscientemente.