Idoli orripilanti occhieggiano dal cielo, ma trattasi solo di semplici ombre…, di O.M. Schena

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Idoli orripilanti occhieggiano dal cielo, ma trattasi solo di semplici ombre…

forse allucinazioni

 

Tratto da Gyorgy Lukacs (scritti sul realismo volume primo Einaudi Ed.)

Ancora più attuale e per molti aspetti più interessante è la confessione di Albert Camus su Rogert Martin du Gard nella prefazione alle sue opere. Egli parla di uno spessore di una tridimensionalità nei suoi scritti che, come egli dice, sono diventati alquanto insoliti nella letteratura contemporanea. La nostra produzione, nella misura in cui ha valore potrebbe richiamarsi a Dostoevskij piuttosto che a Tolstoj. Sono ombre appassionate o ispirate che commentano gesticolando una riflessione sul destino. Ed egli paragona acutamente le giovani donne dei Demoni di Dostoevskij con la Natascia Rostova di Tolstoj: “è la stessa differenza che tra una figura al cinema e un eroe a teatro: più anima e meno corpo”. Non è qui il caso di esaminare più da vicino le osservazioni spesso assai fini di Camus su Dostoevskij e Kafka. Il contrasto fra i due modi di rappresentazione è delineato con un autentico sforzo di giustizia; Camus non dimentica nemmeno di avvertire che lo stesso Dostoevskij dà altro e di più dei suoi successori, che hanno ereditato da lui solo questa inconsistenza di ombre.

Questa generosa confessione è per noi tanto più preziosa in quanto la produzione dello stesso Camus – certo non in senso tecnico, ma nell’essenza della sua concezione letteraria complessiva – appartiene in tutto e per tutto a questo regno delle ombre. Poiché per quanto suggestiva sia, per esempio la sua descrizione della peste, soprattutto come atmosfera della convivenza fatalmente imposta agli uomini, come figura allegorica della condition humaine, per quanto interessanti e stimolanti siano i problemi morali che scaturiscono da questa stasi che si conserva nel continuo mutamento, gli uomini che li esprimono restano (secondo la sua propria definizione) semplici ombre, che commentano più o meno appassionatamente, più o meno rassegnatamente il proprio destino. Non è la parsimonia stilistica – molto sapiente e coerentemente mantenuta – che li condanna a questa esistenza di ombre, ma anche qui la mancanza di prospettiva: la loro vita non conosce alcun donde e alcun dove alcuna mobilità interna, alcun autentico sviluppo umano. La peste – già questa impostazione poetica è estremamente significativa – non è una disgrazia accidentale, un episodio spaventoso e appunto perciò una tappa nella continuità della vita umana: essa non continua alcun passato e non conduce in alcun futuro; è la terribile realtà dell’esistenza umana in generale, che solo apparentemente comincia in qualche posto e solo apparentemente in qualche posto finisce. L’ammirazione di Camus per la concretezza della creazione dei tipi di Roger Martin du Gard su cui lui scrive in questa prefazione tante cose interessanti, è così significativa proprio perché contiene in forma inespressa ma chiara una profonda autocritica della propria prassi e della problematicità artistica dei suoi fondamenti.

Queste (apparenti) digressioni ci portano notevolmente più vicino alla concretizzazione del problema della prospettiva nella letteratura. Ma dobbiamo fare ancora un altro passo in questa direzione, il passo decisivo: per lo scrittore dell’ultimo secolo una concreta presa di posizione verso il dove della vita umana è impossibile senza una presa di posizione verso il socialismo.

 

E leggere queste parole davanti al gruppone di quelle facce di tola della compagine governativa che sgonnellano ad ogni passo, ma in realtà sono circa 4 anni che danno in tinche e ceci, anche se bisognerebbe dare a Cesare quel che è di Cesare! Tutta quanta l’allegra compagnia fa finta di non vedere e di non sapere che l’Italia è in guerra, con buona pace del ministro Crosetto che pare sia stato colpito dal “mal blanco”!

Ma attenzione governanti, attenzione ai sogni di gloria e di potere. E, soprattutto, attenzione al «mal blanco», che può avvolgere le sue vittime in un candore luminoso simile a un mare di latte. Perché quel «mal blanco», quella cecità dovuta a una malattia sconosciuta, a quell’epidemia che colpisce il Paese descritto da José Saramago nel romanzo “Cecità”, rappresentano la notte dell’etica.

Se i governi coinvolti, e gli alti comandi non fossero stati tanto incapaci di prevedere l’inutilità dei conflitti, e pure così tanto ottusi e cinici, la guerra la si sarebbe potuta-dovuta fermare molto prima … ancor prima del primo scoppio. Insomma, a ben vedere, ma anche a mal vedere, in quel tempo della notte dell’etica c’è davvero un bel mucchio di “brava gente”, che sbava per la guerra, c’è tanta “brava gente” da poter indicare con tanto di nome e cognome:

tutti quanti i governanti tutti in fila, a sbeffeggiare con lo sguardo grifagno il popolo incredulo, tutti in fila senza neppure un tovagliolo dopo essersi unti il grifo per ore, per giorni, per settimane, per mesi, per anni!

Compiere questa trasformazione sociale e umana nel rapporto con se stessi, con gli altri uomini e con il mondo è certo un compito difficile e complicato, ma – proprio ai nostri giorni – pienamente realizzabile. I presupposti, umani intellettuali e morali a ciò necessari non sono certo da poco. Poiché è un fatto che nichilismo e cinismo, disperazione, angoscia e sfiducia, disprezzo, disprezzo di sé e altri simili affetti germogliano spontaneamente dalla situazione sociale di ampi strati intellettuali nel capitalismo contemporaneo. Molte tendenze educative influenti attraverso la scuola e la vita operano ugualmente in questo senso; per esempio il pregiudizio che il pessimismo sia spiritualmente più aristocratico, più degno dell’élite, di qualsiasi fede nel progresso dell’umanità, che l’uomo singolo – proprio in  questa sua appartenenza all’élite – sia impotente di fronte alla fatalità di eventi senza senso- e senza direzione, che la voce delle masse – la “massificazione” – possa annunciare solo sciagure e così via. La stampa volgare come quella high brow danno in maggioranza il loro contributo alla continuazione della guerra fredda presentando come indegna di un intellettuale pensante del nostro tempo ogni presa di posizione sul mondo, sul pensiero e sull’arte, che non sia cinico-mistica, cioè d’avanguardia. Una conversione al realismo nell’arte, alla sobria considerazione delle possibilità di una coesistenza dei popoli, per non parlare nemmeno di giustizia verso il comunismo (ciò che non implica affatto un’adesione ad esso), può fare molto facilmente di uno scrittore un outcast nell’ambiente dei suoi colleghi e di coloro che decidono della sua sorte materiale. Se voci del genere si sono levate già nel caso di Sartre, quali pericoli debbono minacciare scrittori più giovani e meno protetti dalla fama internazionale!

Tutto ciò e molto altro ancora è un fatto. Ma non si dimentichi che oggi le tendenze opposte esistono, e anzi si rafforzano. Lo scrittore che-, per questo aspetto, si rende conto dei suoi veri interessi, i quali convergono con quelli del suo popolo e di tutta l’umanità, e quindi va contro corrente, non è più solo, almeno non necessariamente. Quanto più va avanti, quanto più decisa è la sua svolta, tanto minore è il suo isolamento, poiché tanto più facilmente può collegarsi alle tendenze decisive del tempo, che prima o poi saranno anche dominanti… almeno così si spera!

Il periodo della preparazione del fascismo e del suo dominio e anche quello della guerra fredda sono stati sfavorevoli all’esplicazione del realismo critico. Tuttavia esso non è scomparso neppure allora, non ha potuto essere eliminato né dal terrore fisico né dalla pressione intellettuale. Esso si è sempre opposto alla guerra, sia fredda che calda e alla distruzione della cultura, e in questa lotta ha conseguito importanti successi artistici. Oggi il superamento incipiente della guerra fredda e la prospettiva di una pacifica coesistenza e convivenza dei popoli allargano sostanzialmente lo spazio reale per una letteratura borghese realistica schiettamente critica e di alto livello. Il dilemma di oggi non è la scelta tra capitalismo e socialismo, ma quella fra guerra o pace, e il compito ideologico immediato dell’intellettuale borghese è il superamento dell’angoscia permanente e universalizzata del terrore fatalistico, al quale non si contrappone la realizzazione immediata del socialismo, ma l’autodifesa dell’umanità; proprio per questo lo scrittore borghese può rispondere più facilmente di ieri in senso positivo al proprio dilemma: Franz Kafka o Thomas Mann? Decadenza artisticamente interessante o realismo critico veritiero?

Intanto in Senato, si  assiste ad uno scambio di “complimenti” tra il capogruppo di FdI e Roberto Scarpinato, Federico Cafiero De Raho, ma è noto a tutti che la Presidente Meloni ami, tanto, ma proprio tanto, richiamarsi a Paolo Borsellino tutte le volte che può, di giorno come di notte, dunque sempre! Siamo sommersi da una maniacale festa inventiva, da una fiera di menzogne!

 

ORONZO MARIO SCHENA

13 APRILE 2026