Il fronte filorusso
Le prossime elezioni politiche avrebbero un senso solo se dalle urne venisse fuori un fronte filorusso che trovasse come punto di convergenza questo insopprimibile aspetto di politica estera. Anzi, prima di uscire dovrebbe arrivare già alle elezioni con parole d’ordine chiare. Quando i partiti parlano di programmi, stendono più che altro un libro dei sogni che verrà più o meno totalmente disatteso, quindi nascondersi dietro un cosiddetto programma serve a poco, per non dire a nulla. Il programma è un pretesto per i giochi tra i partiti e, nei partiti, tra cordate che concorrono per sopraffare quelle competitrici, lanciando segnali ai clienti. La politica è oggi ridotta a reclame di piazzisti che vendono prodotti di infima qualità facendosi pubblicità sui media. Peraltro, ogni programma è quasi sempre pieno di contraddizioni e contrasti tra un obiettivo e l’altro perché deve tenere dentro tanti interessi che siano appetibili per i gruppi ai quali si intendono lanciare esche, tenendo sempre conto che la massa principale è sempre quella amorfa che di solito viene chiamata indistintamente popolo, rappresentata da quanti non hanno precise richieste ma rivendicano generalmente una vita più degna in cui il loro salario e la necessità di servizi non siano sotto la soglia di accettabilità sociale. Infatti a questi si rivolgono tutti, perché a chie chiede ogni cosa si può promettere tutto senza dare quasi nulla.
Quindi basterebbero due o tre punti, a cominciare dalla collocazione in politica estera, poi un indirizzo economico che non sia la solita serqua di luoghi comuni su tasse e sostegni a imprese e famiglie, e infine lo stimolo ad un’azione sociale volta alla costruzione di un nuovo “tipo italiano” adatto ai tempi difficili che si approssimano. Anche perché, soprattutto sotto il profilo economico, occorrerebbe fare una vera e propria rivoluzione delle idee e delle azioni, in quanto sono decenni che si dicono sempre le stesse cose per farne anche peggiori. Poiché viviamo una fase di profondi mutamenti geopolitici, come tutti dicono senza mai fare nulla di conseguente, è il cambiamento di tali politiche e indirizzi che solo può indicare l’inizio di una trasformazione di prospettiva.
Lo chiamo partito filorusso per brevità e per tracciare una rotta, anche se non solo di questo si può trattare, l’Italia deve trovare una collocazione autonoma in politica estera in quanto Paese attualmente inserito nella sfera egemonica americana, dalla quale ha necessità di staccarsi perché da questo incasellamento forzato vengono i suoi maggiori problemi. Divincolandosene, cambierebbe ogni prospettiva di modello economico e sociale, con ricadute innovative su tutta la sua struttura nazionale.
Al momento, però, esiste solo una trincea di segno opposto che ingloba quasi tutte le forze politiche, con labili eccezioni, quella dello schieramento unico filoucraino che definiamo ugualmente così sempre per brevità, essendo solo uno degli esiti della costrizione che gli americani impongono a chiunque rientri nella loro orbita egemonica. Ovviamente, nessuno pensa che una tale modifica di assetti non comporti sforzi sovrumani e rischi pericolosissimi, ma siamo ormai giunti al punto che, dentro o fuori dal recinto statunitense, i guai saranno gli stessi. Per questo diventa strategico poter affrontare tali situazioni con una maggiore libertà e convenienza decisionale che oggi non esiste.
Ieri Alessandro Orsini scriveva un pezzo che merita di essere letto su Il Fatto Quotidiano. Il succo è questo: “L’Italia non compra le armi per difendersi dai pericoli, ma per aiutare gli Stati Uniti nelle guerre. Una volta che l’Italia abbia costruito nuovi intercettori, comprato F-35 e fabbricato carri armati, la nuova dotazione militare entra nella disponibilità della Casa Bianca. È infatti la Casa Bianca che decide dove l’Italia impiegherà armi e soldati”.
Questo discorso va esteso a ogni settore strategico in cui l’Italia opera. Anche sotto il profilo economico, l’Italia può fare tutti gli affari che vuole purché non siano in contrasto con quelli statunitensi. Qualsiasi accordo che possa generare problemi agli Stati Uniti viene respinto con sistemi di vario tipo, sia esso pubblico o privato. Il fronte ucraino in Italia è solo quello più filoamericano, a questo non interessa se muoiano persone, anzi, far passare quattro ladroni corrotti e farabutti per difensori della democrazia fa parte della loro sottomissione politica. Se spinti dagli statunitensi, i nostri piagnucoloni sono capaci di stringere la mano al peggior sanguinario, come del resto già fanno.
Quindi quello di cui l’Italia ha bisogno è uno schieramento ‘filorusso’ nel senso qui esplicitato. Chiaramente ci vogliono persone serie per portare avanti determinate posizioni, gente disposta a rischiare se stessa per una vera causa patriottica che non è né di destra e né di sinistra. Al momento c’è poco o nulla in giro, benché con differenze Conte o Vannacci abbiano dichiarato di non voler più cedere ai ricatti di Kiev, che non significa ricollocarsi geopoliticamente, cosa appunto ben diversa. C’è da fidarsi poco di entrambi, ma almeno il tema è posto, pur se in termini quasi ridicoli.
Prendere una posizione netta di questo tipo metterebbe in azione invece tanti meccanismi, alcuni di risveglio nazionale altri di allerta antinazionale e, se il fronte filorusso diventasse granitico e tetragono, accadrebbero sicuramente tanti fatti brutti, ma fatti ancora più brutti si avvicinano comunque dentro e fuori i nostri confini. È vero che ci sono battaglie in cui si è solo carne da cannone, ma ce ne sono altre in cui il sacrificio umano e politico può avere ben altro significato. Resta decidere come si vuole vivere o morire. Questo imporrà la fase in tempi ormai non troppo lunghi e questo sarà il discrimine nei prossimi anni mentre ora per i nostri politicanti, senza distinzione di colore, è quello arrivare in fondo alla legislatura per incassare la pensione.
Si avvicinano tempi interessanti col loro carico di tragedie ma anche di novità. Altrimenti perché armarsi tutti quanti?