Premiata Macelleria Occidentale (PMO)
Le nostre società occidentali sono entrate in una spirale di contraddizioni che rappresentano il primo segnale di una decadenza che potrebbe essere irreversibile. Ovviamente non possiamo averne la certezza, perché sono tante le variabili da prendere in considerazione e spesso ciò che ci sfugge può avere un peso maggiore, in determinate dinamiche, di ciò che valutiamo come essenziale. C’è però un dato che fa riflettere e riguarda il modo in cui ormai trattiamo alcuni settori sociali, come i giovani o i fragili nella collettività.
Partiamo proprio dai giovani, che stiamo, o cerchiamo, letteralmente di rincoglionire, e non da ora. Ma potrebbe non essere casuale, potrebbe essere solo un modo utilizzato dalle classi dominanti per tenere sotto controllo una certa energia vitale giovanile che, a fronte della loro marcescenza, potrebbe divenire distruttiva di tale ordine. Come scrive qualcuno, si mettono in moto istituzioni distruttive che spesso si presentano come forme di protezione. Ma sono tutt’altro.
Proteggere e viziare i bambini e i ragazzi è la strada per neutralizzarli, a maggior ragione quando si preannunciano nuove guerre o conflitti di varia intensità. Tali atteggiamenti sono una sorta di sala d’attesa dorata per ingannarli mentre ci si prepara a trasformarli in carne da cannone per interessi che non sono i loro. Basti vedere tutte quelle iniziative che fioccano a livello istituzionale per proteggerli dal bullismo, addirittura da un cyberbullismo ancora più fumoso, dai videogiochi o da tante altre stupidaggini che dovrebbero rappresentare il male del secolo. Ora abbiamo anche il terrore per l’AI che è solo propaganda per una sua maggiore diffusione e applicazione ma, come si dice in questi casi con regolazione e moderazione.
In realtà, a questi ragazzi dovrebbe essere insegnato come difendersi dalla violenza della strada e del mondo, dovrebbe essere spiegato loro che la società in cui vivono non è un posto sicuro e che per tutta la vita saranno chiamati a combattere, anche se non solo armati ma armati sempre di intelligenza, soprattutto se non rientrano in cerchie d’élite, per ogni boccone che vorranno strappare all’esistenza.
Inoltre, stiamo entrando in tempi bellicosi. Molti di loro saranno spinti ad andare a combattere in prima linea per gruppi di potere ormai putrefatti che richiedono il loro sangue per resistere ancora qualche tempo. Forse le guerre, a un certo momento della storia, diventano inevitabili, ma se ci fosse maggiore consapevolezza nei giovani cambierebbero le motivazioni del loro andare in trincea e, soprattutto, cambiando queste, rivolgerebbero innanzitutto la loro rabbia organizzata verso quei caporioni che stanno disegnando per loro un mondo di inganni e vessazioni.
Non è un caso, peraltro, che molte rivoluzioni siano scoppiate e soprattutto siano riuscite in tempi di guerra, nei cosiddetti anelli deboli della catena, come lo sarebbe oggi l’Italia in quella occidentale ed europea. A prescindere da questo, anche laddove, per ragioni storiche o geopolitiche, diciamo così oggettive, frizioni e scontri siano ormai inevitabili per un Paese, non è indifferente il tipo di classi dirigenti che si trova a gestirli.
E questo ci riporta ancora una volta a mettere al primo posto il problema interno in un’ottica di politica estera, perché liberarsi di certi vili e corrotti può modificare decisamente l’approccio ai cambiamenti in atto nel mondo, con attuali nemici dei nostri governanti che potrebbero trasformarsi in alleati e viceversa, schiudendo ben altre scelte e possibilità.
C’è poi l’altro aspetto da prendere in considerazione e che riguarda il modo in cui oggi vengono trattati i fragili. Nella narrazione diventano un tema centrale, per cui si fanno leggi di civiltà, così le chiamano, si offrono loro alcune opportunità, li si trasforma in esempi di resilienza, si concedono parcheggi gratuiti, discese accessibili e anche alcuni recenti riconoscimenti nelle istituzioni. Ma chi veramente lucra su tali problematiche è una serqua di politicanti e affaristi che costruiscono le proprie carriere o aprono nuovi rami d’industria e di servizi su tali questioni, accumulando ruoli e commesse pubbliche con ricadute per questi bisognosi che sono ristrette o una miserabile forma di cooptazione, o di speculazione ai loro danni, oppure di consolazione.
Di fatto si tratta di uno speciale sfruttamento dei loro guai che gioca sui buoni sentimenti, ma dietro si nasconde la sempiterna spregiudicatezza di individui e associazioni che usano queste persone per obiettivi tutt’altro che nobili.
Ricordo una canzone di Gaber che mi pare abbia inquadrato bene il problema.
“Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate e tutti che ostentate la vostra carità. Per le foreste, per i delfini e i cani per le piantine e per i canarini un uomo oggi ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna che vien da dire: ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna…Io se fossi Dio direi che la mia rabbia più bestiale che mi fa male e che mi porta alla pazzia è il vostro finto impegno è la vostra ipocrisia. Ce l’ho con quelli che per salvare la faccia per darsi un tono da cittadini giusti e umani fanno passaggi pedonali e poi servizi strani e tante altre attenzioni per handicappati sordomuti e nani. E in queste grandi città che scoppiano nel caos e nella merda fa molto effetto un pezzettino d’erba e tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori. Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti che usate gli infelici con gran prosopopea ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare dalla rupe Tarpea”.
Infine mi piace riportare la riflessione di Gaston Bouthoul in un libro degli anni Cinquanta, La Guerra, dove evidenzia (non condivido ovviamente tutto) parimenti certe contraddizioni della democrazia, così preoccupata di ogni diritto, persino di quello degli animali, ma poi pronta a commettere qualsiasi crimine. Ne ha sempre commessi, anzi la democrazia uccide come se non più degli altri, se non fosse che a essa si richiamano tutti i Paesi di una certa area, tanto che Lenin parlava di democrature, ovvero della democrazia come miglior involucro per le dittature.
“La caratteristica distintiva della guerra è che ci immerge immediatamente in un altro universo psicologico. I valori si capovolgono e le mentalità vengono rivoluzionate. Chi si oppone alla pena di morte e si indigna per l’esecuzione del criminale più spregevole trova naturale mandare a morte milioni di giovani innocenti. Gli economisti, indignati per la minima spesa, trovano naturale distruggere intere città e annientare miliardi di persone in modo del tutto improduttivo. Menti abituate alla critica e alla libertà adottano immediatamente un’obbedienza passiva, un fatalismo e una rassegnazione portati all’estremo… e così via. Il mondo delle relazioni sociali si trasfigura e ci appare sotto una lente completamente diversa rispetto al tempo di pace.
Così come distinguiamo la psicologia dei vincitori da quella dei vinti, è necessario, in linea di principio, distinguere quella degli aggressori da quella degli aggrediti. Bisogna aggiungere che, spesso, questa distinzione è difficile, poiché l’apice dell’arte degli statisti o degli storici consiste nel mescolare le carte e mascherare le guerre di aggressione come legittima autodifesa. Ci sembra però che si possa postulare che in entrambi gli schieramenti l’intenzione di combattere o di attaccare sia sempre più forte da una parte che dall’altra.
Il combattente può essere un coscritto, un mercenario, un volontario o un fanatico. Il tratto psicologico dominante del coscritto è la rassegnazione, che può essere accompagnata o meno da fermezza, coraggio, indignazione, ecc. Il mercenario, che fa della guerra una professione, desidera condurla con il massimo profitto e il minimo rischio possibile. Le guerre combattute tra eserciti professionisti provocano un minor numero di vittime, almeno tra i soldati. Il miglior esempio di questa tendenza è quello dei condottieri del Rinascimento italiano, o degli eserciti dei recenti signori della guerra cinesi, le cui campagne furono costose e mortali solo per le popolazioni civili, che venivano saccheggiate, rapite, riscattate, ridotte in schiavitù e così via. Il caso del volontario è più complesso, indubbiamente la guerra esercita su di lui un’attrazione innegabile, poiché gli consente una partecipazione volontaria. Ma non è fine a se stessa. Il volontario entra in un conflitto per difendere una causa. Il vero volontario è colui che si arruola in un conflitto specifico e poi torna a casa, una volta terminata la guerra, con la sensazione di aver compiuto il proprio dovere.
Da un punto di vista intellettuale, il soldato è libero dal peso delle proprie perplessità. Il suo dovere è sempre chiaro. “Dove si trova il mio squadrone”, dice Alfred de Vigny, “lì è il mio dovere”. È anche consapevole di esercitare una nobile professione.
È circondato dalla stima e, spesso, dall’ammirazione dei suoi concittadini e dal rispettoso timore degli abitanti quando si trova in territorio nemico. Il giovane soldato, infine, rappresenta l’attrazione erotica per eccellenza per le donne”. (La Guerra, G. Bouthoul)